Matteo Messina Denaro referente della trattativa Stato-mafia

Matteo Messina Denaro WarholIl sospetto è che Matteo Messina Denaro sia tuttora il referente della trattativa Stato-mafia per conto di Cosa Nostra. Ma la sempre più frequente esposizione mediatica a cui è sottoposto ultimamente il personaggio MMD potrebbe indicare che la sua stella è prossima al tramonto. Su internet circola da qualche ora l’identikit aggiornato del capomafia di Castelvetrano, latitante da 21 anni, disegnato dai finanzieri del Gico. Una fonte confidenziale, qualcuno che ha incontrato di persona il boss, avrebbe ricostruito i tratti del suo volto. Ingrassato, stempiato, occhi scuri, labbra sottili, ma senza più occhiali a seguito di un’operazione agli occhi fatta forse a Barcellona, in Spagna.
Tra indagini, arresti di fedelissimi e familiari e pentimenti sempre più frequenti, il cerchio sembra stringersi sempre di più intorno a Lu siccu, definito dal magistrato Nicolò Marino “uno degli strateghi delle stragi a partire da quella di Capaci”. Con la sua cattura potrebbero essere svelati anche molti segreti della trattativa Stato-mafia, eventualità che gli uomini dello Stato sotto processo a Palermo e anche il Capo dei capi Totò Riina, ristretto al 41bis nel carcere di Opera, vogliono evitare a tutti i costi. In questo senso assume un significato enorme un documento dello SCO (Servizio Centrale Operativo della polizia) firmato da Antonio Manganelli in data 1993 di cui il giornalista Danilo Procaccianti di Presa Diretta è venuto in possesso.
Secondo il rapporto-Manganelli (il capo della polizia scomparso pochi mesi fa) le bombe mafiose di Firenze, Milano e Roma del ’93 rappresentavano la prosecuzione “politica” di quelle contro Falcone e Borsellino, nell’ambito di una trattativa tra mafiosi e pezzi dello Stato con la quale gli uomini d’onore speravano di ottenere l’abolizione del 41bis e una legge sulla dissociazione così da ridurre il pentitismo. A proposito di dissociazione, è la parlamentare europea Sonia Alfano a confermare l’esistenza del cosiddetto “protocollo farfalla”, (un accordo illegale tra il Dap e i servizi segreti per consentire il libero accesso alle carceri da parte degli 007 all’insaputa dell’autorità giudiziaria). Anche Nicola Mancino (all’epoca ministro dell’Interno e oggi imputato per falsa testimonianza nel processo sulla trattativa) nella relazione inviata dalla Dia alla Commissione Antimafia nel ’93 dimostra di essere consapevole dell’esistenza di un canale aperto con i boss sul 41bis.
Dunque le istituzioni erano al corrente della trattativa fin da subito, come prospettato dalle procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo, ed è verosimile che, una volta arrestati i principali membri della Cupola, sia stato proprio il trapanese Messina Denaro ad affiancare Bernardo Provenzano per poi succedergli nel 2006. A rafforzare questa teoria ci sono le deposizioni del collaboratore di giustizia Antonio Giuffrè, secondo il quale MMD avrebbe ereditato l’archivio di Cosa Nostra da Riina. Forse quello custodito nel covo di Palermo che il ROS di Mario Mori si guardò bene dal perquisire nel gennaio 1993, subito dopo la cattura di Totò u curtu. Anche Rosario Naimo racconta di aver incontrato Riina e Denaro nel 1992 quando erano impegnati nella trattativa.
Che il figlio di don Ciccio di Castelvetrano (morto da latitante nel 1998) goda di protezioni ai massimi livelli lo dimostrano i suoi mancati arresti. Nel 1996 una soffiata fece saltare la sua cattura. Nel 2002 il maresciallo dei carabinieri Saverio Masi è convinto di aver individuato il covo del boss in una zona di campagna tra Bagheria e Misilmeri, ma i suoi superiori insabbiano tutto. Nel 2011 il colonnello Fiducia racconta di un posto di blocco sfondato da due Suv su uno dei quali viaggiava Denaro. Anche in questo caso le indagini si infrangono su un muro di gomma.
Ora, l’arresto avvenuto a dicembre della sorella Patrizia e di altre decine di fiancheggiatori e il sequestro di beni per oltre 4 mld di euro potrebbero aver scalfito l’impero di uno tra i dieci latitanti più ricchi del mondo. A capo di un impero economico fatto di prestanome (Despar, villaggi Valtour) e costruito intorno al consenso della borghesia imprenditoriale degli appalti (Tommaso Masino Coppola), del ciclo del calcestruzzo e dei parchi eolici (Vito Nicastri).

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