Miracolo Le Pen, gli immigrati votano Front National

marine le penMarine Le Pen piace agli immigrati. Nelle elezioni amministrative che si sono tenute in Francia il leader del Front National conquista anche parte dell’elettorato delle banlieue e cerca di scollare definitivamente dal partito fondato dal padre Jean Marie la storica etichetta di “fascista”. I numeri del disastro del Partito Socialista del presidente Hollande, si trasformano in un trionfo se letti dalla parte dell’estrema destra transalpina (anche se inferiori rispetto alle amministrative del 1995). Sull’onda dell’entusiasmo la Le Pen ha promesso che il FN diventerà “il primo partito alle prossime europee”.
Concetto ribadito anche dal vice segretario generale del Fronte Nicolas Bay che, in un comunicato apparso sul sito ufficiale del partito, ha condannato la “globalizzazione ultra-liberista difesa dal sistema UMPS”. Un gioco di parole alla Grillo (Pdmenoelle) che serve ad identificare come un’unica entità i due partiti europeisti francesi, l’UMP di Sarkozy e il PS di Hollande. Bay ha anche elencato i nomi dei 12 Comuni conquistati dal FN (Beaucaire, Cogolin, Fréjus, Hayange, Hénin-Beaumont, Le Luc, Le Pontet, Mantes-la-Ville, Marseille 7e secteur, Villers-Cotterets, Béziers, Camaret-sur-Aigue) e ha confermato l’elezione di 1546 consiglieri municipali.
Ma qual è il segreto dell’inarrestabile ascesa di un movimento politico fino a pochi anni fa considerato ai limiti della costituzionalità a causa dei toni razzisti e xenofobi propagandati? Secondo il politologo francese di idee liberali, Dominique Reynié, il modello a cui si ispira Marine Le Pen è la scrittrice Oriana Fallaci, “donna di sinistra, insospettabile, femminista” che “se la prende con l’Islam per difendere un modello liberale che sarebbe minacciato dagli invasori”. Come la Fallaci “attacca l’Islam in nome della libertà”, così, spiega Reynié, la Le Pen “difende la laicità, l’uguaglianza uomo-donna, la libertà di opinione, è moderata nell’opporsi alle nozze gay” e si presenta come la paladina delle libertà individuali contro “i musulmani omofobi e intolleranti”. La Destra rappresentata dal FN diventa in questo modo anti-immigrati ma non più razzista.
L’ex presidente della Camera e segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, preferisce soffermarsi sulle ragioni socio-economiche del consenso ottenuto dalla Le Pen. Bertinotti dà atto alla bionda Marine di aver compreso che il conflitto sociale si è spostato: “Non è più tra destra e sinistra ma tra alto e basso. Tra le élites e il popolo”. Bertinotti imputa la responsabilità del crollo del Ps alla scomparsa della Sinistra dal quadro politico. I giovani, i ceti popolari, la classe media, le banlieue, tradizionale appannaggio elettorale della gauche, oggi votano la Le Pen che ha avuto la “capacità di ricollocarsi a partire dal popolo”. Fondamentale è stato il mutamento del razzismo “da elemento etnico a fatto economico”. Il sindacalista divenuto leader della “Sinistra da bere” spiega che per il FN “il problema non è il colore della pelle ma che gli immigrati rubano il lavoro”. Un populismo però incompatibile, a suo modo di vedere, con quello proposto da Grillo. Il movimento della Le Pen è pur sempre di destra e crede nello “Stato nazionale”, mentre quello a 5Stelle si presenta come una “democrazia referendaria ostile allo Stato”.
Dunque, gli immigrati delle banlieue parigine non hanno più paura, né tantomeno si vergognano, di votare il FN perché la discriminazione sociale e la disoccupazione sono diventate il vero problema. A onor del vero la figlia d’arte Marine è stata preceduta da papà Jean Marie nella ricerca dei voti delle banlieue. Era il 2007, infatti, quando Le Pen padre, impegnato nella campagna elettorale contro Sarkozy, si recò senza subire contestazioni ad Argenteuil, nel quartiere del Val d’argent, località interdetta al futuro presidente della République a causa di una infelice battuta sulla “feccia da ripulire con l’aspirapolvere.

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Riforme: Grasso e Grillo contro la svolta autoritaria di Renzi

Renzi svolta autoritariaMatteo Renzi non vuole ostacoli sulla strada delle Riforme intrapresa insieme ad Alfano e Berlusconi. Ma la vigilia della presentazione in Consiglio dei ministri del ddl costituzionale che dovrebbe abolire il Senato è stata funestata dalla dura presa di posizione di due personaggi politicamente agli antipodi: il presidente del Senato Pietro Grasso e il capo politico del M5S Beppe Grillo. Tra le due performances mediatiche di Grasso e Grillo quella che sicuramente fa più sensazione è l’intervista che la seconda carica dello Stato ha rilasciato a Repubblica. Grillo e Casaleggio, invece, hanno pubblicato un post di adesione all’appello “Verso la svolta autoritaria” lanciato dall’associazione Libertà e Giustizia.
Non è un caso che Grasso abbia voluto far conoscere la sua opinione sulle Riforme proprio a poche ore dall’inizio dell’iter legislativo e proprio dalle colonne del quotidiano diretto da Ezio Mauro, pacificamente vicino alle tesi renziane. Renzi non l’ha evidentemente presa bene e ne è nato un battibecco virtuale. La domenica mattina il presidente del morente Senato assicurava che “nessuno parla di abolire il Senato, ma di superare il bicameralismo attuale”. E, nonostante l’assenso dato al necessario superamento del bicameralismo perfetto, aggiungeva pure che Palazzo Madama deve rimanere un “organo elettivo” e che non è il caso che sia formato da sindaci e governatori regionali perché “non rappresentativi”.
L’esatto contrario di quanto propone il premier il quale, infatti, poche ore dopo rispondeva per le rime dai microfoni del Tg2. “Il Senato non deve più essere elettivo – ha ribadito Renzi – massimo rispetto nei confronti del presidente Grasso, ma è ora di cambiare pagina”. Quasi un invito alla rottamazione quello pronunciato da un Renzi insolitamente nervoso, chiuso da una perentoria riaffermazione di potere. “Il governo non molla – ha concluso il premier – e presenterà un ddl costituzionale che dice: basta al Senato come lo conosciamo adesso, riduzione del numero dei parlamentari, il più alto d’Europa, semplificazione del procedimento legislativo e anche semplificazione dei poteri tra le Regioni e lo Stato”.
La telenovela è poi proseguita su Rai3 dove Grasso, ospite di Lucia Annuziata, ha controreplicato all’attacco renziano. “La mia non è una campagna conservatrice, io sono il primo rottamatore del Senato”, ha detto piccato il presidente che poi ha formulato una minaccia in stile siculo: “Se così rimangono le cose, i numeri al Senato non ci saranno”.
L’eventuale debacle delle Riforme costringerebbe il Bomba a ritirarsi dalla vita politica, come da lui stesso più volte ribadito. Scenario più che gradito ai firmatari dell’appello contro quello che viene ritenuto un progetto di stravolgimento della Costituzione. Tra i nomi più noti ci sono quelli di Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà, Salvatore Settis e Barbara Spinelli ai quali, come detto, si sono aggiunti Grillo e Casaleggio. Secondo loro, quello architettato da Renzi e Berlusconi è il piano sognato dall’ex Cavaliere e ispirato da Licio Gelli, come già teorizzato dal politico socialista Rino Formica.
Questo Piano di Rinascita Democratica 2.0 prevede la creazione di “un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali. Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo”. La nuova Costituzione “probabilmente la firmeranno Boschi e Verdini”, dice il presidente di Libertà e Giustizia, la giornalista Sandra Bonsanti che si sofferma sull’illegittimità di questo parlamento eletto con il Porcellum e accusa persino il presidente Napolitano, ritenuto complice del passaggio da una Repubblica parlamentare al semipresidenzialismo. Uno scandaloso attacco alla democrazia di cui sono responsabili anche i cittadini che “stanno attoniti a guardare”.

Dalla Calabria all’Europa: Scopelliti pronto a esportare il Modello Reggio

Scopelliti condannatoLa condanna in primo grado a 6 anni di reclusione per abuso di ufficio e falso in atto pubblico, ha costretto Giuseppe Scopelliti a dimettersi dalla presidenza della Regione Calabria. Conseguenza dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici stabilita contestualmente dal tribunale di Reggio Calabria e dei nefasti effetti della legge Severino che impone ai politici condannati di mollare subito la poltrona. Ma l’ex sindaco della Reggio da bere (motivo della sua condanna) rimane pur sempre uno dei capibastone meridionali del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, e pretende un posto in lista alle elezioni europee, anche se ancora non lo ha chiesto ufficialmente.
Scopelliti è una macchina da voti che in Calabria non ha rivali, se non i fratelli Giuseppe e Antonio Gentile, difficile per il piccolo Ncd resistere al suo potere ricattatorio che si pesa in preferenze. All’indomani della sentenza, il ras di Reggio (sindaco dal 2002 al 2010) ha convocato in pompa magna giornalisti e telecamere nella sede della Regione di Palazzo Alemanno a Catanzaro per annunciare il problematico “passo indietro”, ma ha subito rilanciato lasciando intendere di voler rimanere in politica.
“Lavoreremo e torneremo in campo come sempre a combattere la battaglia da postazioni e con ruoli diversi”, ha detto il berlusconiano pentito, pronto a sfruttare un buco nella legge Severino che non gli preclude l’approdo a Strasburgo. La sua strategia è chiara. Si mostra ai media come un amministratore della Cosa Pubblica ossequioso della legge . “Abbiamo di fronte a noi – ha detto – una responsabilità grande ed abbiamo dentro di noi la grande responsabilità di dire che è giunto il momento di rassegnare le dimissioni”. Ma, al contempo, come il mentore Berlusconi sposta l’attenzione sulla presunta guerra tra politica e magistratura. “Quella che mi riguarda – accusa – è una sentenza clamorosa che lancia un messaggio inquietante e pericoloso per tutti gli amministratori del Paese”.
La solita storia dell’onesto politico perseguitato dai giudici comunisti (Scopelliti ha pure la scusa di essere stato un ex militante missino). Ma in questa torbida storia che ha portato allo sfascio economico la città dello Stretto, le idee del partito di Giorgio Almirante e le imprese dei Boia chi molla di Ciccio Franco non c’entrano proprio niente. “Ad oggi – ha aggiunto l’ambizioso Peppe – non è emerso un solo elemento probatorio che consenta di individuare la certezza della mia responsabilità”. E quando mai un politico italiano ha ammesso le proprie responsabilità? Sarebbe la prima volta e non ci aspettiamo certo dal sindaco delle Notti Bianche di Reggio un simile gesto.
Peccato per il neoalfaniano che il presidente del tribunale reggino, Olga Tarzia, qualche prova a suo carico crede di averla raccolta. Il buco di bilancio del Comune varia dai 170 mln di euro calcolati dalla Corte dei Conti fino a 800 mln. Secondo i giudici, Scopelliti aveva messo in moto un perverso meccanismo di alterazione dei bilanci gestito dalla fedelissima Orsola Fallara, responsabile del settore Finanze. Nel 2010, non appena il nome della Fallara viene bruciato dalle inchieste, il prode Scopelliti non esita a scaricare su di lei tutte le responsabilità. L’esito è drammatico: la Fallara si suicida misteriosamente ingerendo acido muriatico. Ma quei bilanci falsi li ha firmati lui.
Bollette a sei zeri non pagate, debiti con le società partecipate, consulenze esterne. Mentre il clan Scopelliti decideva di sperperare denaro pubblico per inutili iniziative “culturali” come il concerto di Elton John o l’arrivo di Lele Mora con la sua “carne da tv” al seguito. Così, tanto per fare bella figura. Questo il Modello Reggio di cui il successivo commissariamento di Palazzo San Giorgio per contiguità alla ‘ndrangheta nell’ottobre del 2012 è solo la logica conseguenza. E meno male che c’è ancora chi, come Laura Puppato, ha il coraggio di chiedere a Scopelliti di “rinunciare all’appello” e “ritirarsi a vita privata”. Illusa.

Matteo Messina Denaro referente della trattativa Stato-mafia

Matteo Messina Denaro WarholIl sospetto è che Matteo Messina Denaro sia tuttora il referente della trattativa Stato-mafia per conto di Cosa Nostra. Ma la sempre più frequente esposizione mediatica a cui è sottoposto ultimamente il personaggio MMD potrebbe indicare che la sua stella è prossima al tramonto. Su internet circola da qualche ora l’identikit aggiornato del capomafia di Castelvetrano, latitante da 21 anni, disegnato dai finanzieri del Gico. Una fonte confidenziale, qualcuno che ha incontrato di persona il boss, avrebbe ricostruito i tratti del suo volto. Ingrassato, stempiato, occhi scuri, labbra sottili, ma senza più occhiali a seguito di un’operazione agli occhi fatta forse a Barcellona, in Spagna.
Tra indagini, arresti di fedelissimi e familiari e pentimenti sempre più frequenti, il cerchio sembra stringersi sempre di più intorno a Lu siccu, definito dal magistrato Nicolò Marino “uno degli strateghi delle stragi a partire da quella di Capaci”. Con la sua cattura potrebbero essere svelati anche molti segreti della trattativa Stato-mafia, eventualità che gli uomini dello Stato sotto processo a Palermo e anche il Capo dei capi Totò Riina, ristretto al 41bis nel carcere di Opera, vogliono evitare a tutti i costi. In questo senso assume un significato enorme un documento dello SCO (Servizio Centrale Operativo della polizia) firmato da Antonio Manganelli in data 1993 di cui il giornalista Danilo Procaccianti di Presa Diretta è venuto in possesso.
Secondo il rapporto-Manganelli (il capo della polizia scomparso pochi mesi fa) le bombe mafiose di Firenze, Milano e Roma del ’93 rappresentavano la prosecuzione “politica” di quelle contro Falcone e Borsellino, nell’ambito di una trattativa tra mafiosi e pezzi dello Stato con la quale gli uomini d’onore speravano di ottenere l’abolizione del 41bis e una legge sulla dissociazione così da ridurre il pentitismo. A proposito di dissociazione, è la parlamentare europea Sonia Alfano a confermare l’esistenza del cosiddetto “protocollo farfalla”, (un accordo illegale tra il Dap e i servizi segreti per consentire il libero accesso alle carceri da parte degli 007 all’insaputa dell’autorità giudiziaria). Anche Nicola Mancino (all’epoca ministro dell’Interno e oggi imputato per falsa testimonianza nel processo sulla trattativa) nella relazione inviata dalla Dia alla Commissione Antimafia nel ’93 dimostra di essere consapevole dell’esistenza di un canale aperto con i boss sul 41bis.
Dunque le istituzioni erano al corrente della trattativa fin da subito, come prospettato dalle procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo, ed è verosimile che, una volta arrestati i principali membri della Cupola, sia stato proprio il trapanese Messina Denaro ad affiancare Bernardo Provenzano per poi succedergli nel 2006. A rafforzare questa teoria ci sono le deposizioni del collaboratore di giustizia Antonio Giuffrè, secondo il quale MMD avrebbe ereditato l’archivio di Cosa Nostra da Riina. Forse quello custodito nel covo di Palermo che il ROS di Mario Mori si guardò bene dal perquisire nel gennaio 1993, subito dopo la cattura di Totò u curtu. Anche Rosario Naimo racconta di aver incontrato Riina e Denaro nel 1992 quando erano impegnati nella trattativa.
Che il figlio di don Ciccio di Castelvetrano (morto da latitante nel 1998) goda di protezioni ai massimi livelli lo dimostrano i suoi mancati arresti. Nel 1996 una soffiata fece saltare la sua cattura. Nel 2002 il maresciallo dei carabinieri Saverio Masi è convinto di aver individuato il covo del boss in una zona di campagna tra Bagheria e Misilmeri, ma i suoi superiori insabbiano tutto. Nel 2011 il colonnello Fiducia racconta di un posto di blocco sfondato da due Suv su uno dei quali viaggiava Denaro. Anche in questo caso le indagini si infrangono su un muro di gomma.
Ora, l’arresto avvenuto a dicembre della sorella Patrizia e di altre decine di fiancheggiatori e il sequestro di beni per oltre 4 mld di euro potrebbero aver scalfito l’impero di uno tra i dieci latitanti più ricchi del mondo. A capo di un impero economico fatto di prestanome (Despar, villaggi Valtour) e costruito intorno al consenso della borghesia imprenditoriale degli appalti (Tommaso Masino Coppola), del ciclo del calcestruzzo e dei parchi eolici (Vito Nicastri).

Tra Obama e Putin scoppia la Guerra del Gas

obama gas putinLa nuova Guerra Fredda non si gioca più con le armi nucleari, ma con i rubinetti del gas e le fonti energetiche alternative. Scottato dall’annessione della Crimea alla Russia di Putin, il presidente americano Barack Obama passa al contrattacco e minaccia di dare avvio a una Guerra del Gas per scaricare l’arma del ricatto energetico che il presidente russo tiene puntata sull’Europa. Giunto a Bruxelles per il vertice Usa-Ue, e per nulla addolcito dalla successiva visita alla Roma della Grande Bellezza che tanto piace agli yankees, Obama si è detto disponibile ad esportare più facilmente gas naturale liquido (LNG) in Europa appena sarà siglato un trattato di libero scambio.
Secondo l’amministrazione di Washington la cooperazione energetica tra Europa e Stati Uniti è fondamentale per diminuire la dipendenza europea dal gas russo. Resta sempre alto il rischio che Mosca possa rispondere alle sanzioni comminatele dal G7 a causa della crisi ucraina decidendo di diminuire le forniture di gas, oppure aumentando il prezzo del prezioso combustibile fossile. Ecco perché diventa necessario che l’Europa, sottolinea Obama, “riesamini le proprie politiche energetiche”.
Il presidente Democratico ha compiuto il suo giro diplomatico nel Vecchio continente forte della decisione del Senato di autorizzare “l’esportazione verso l’Europa di gas naturale Usa”. La deliberazione dei senatori americani di espandere le esportazioni di LNG è giunta martedì scorso sotto l’impulso di Mary Landrieu, presidente del comitato per l’energia del Senato. La Landrieu è uno dei nemici giurati di Vladimir Putin, e non per caso è stata inserita nella lista nera di nove personalità statunitensi stilata dallo zar come rappresaglia alla lista dei russi da sanzionare.
Mary Landrieu si è detta convinta che gli Usa “dovrebbero diventare una superpotenza energetica” e che “l’ultima cosa che Putin desidera è la concorrenza energetica degli americani”. La senatrice è certa che immettere gas americano sul mercato, tenendo in questo modo bassi i prezzi, sia un’arma contro chi utilizza le riserve energetiche “per infrangere le speranze di libertà e democrazia”. Un linguaggio spudoratamente retorico, di stampo maccartista, che si fonda però su basi solidissime. Negli ultimi anni, infatti, gli Usa stanno beneficiando di un vero e proprio boom dell’estrazione del cosiddetto shale gas, il gas metano estratto da giacimenti non convenzionali.
Per questo il Congresso, da quando è iniziata la crisi ucraina, ha già promosso tre iniziative legislative (due dei Democratici, una dei Repubblicani) per accelerare le esportazioni di gas. Di fronte ad Obama, il presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, si è detto disponibile a convocare anche la prossima settimana un incontro sulla cooperazione energetica presieduto dal Segretario di Stato John Kerry e dalla sua controparte europea Catherine Ashton.
Ma il ricorso alle riserve di gas a stelle e strisce rischia di non rivelarsi la soluzione definitiva, quella che gli americani chiamano silver bullet, perché l’esportazione di LNG non avrà effetti significativi sul mercato prima del 2015. Inoltre, fino a quando le energie rinnovabili non sostituiranno i combustibili fossili (non nel breve periodo, il destino dei paesi europei sarà quello di rendersi indipendenti dalla Russia per diventare dipendenti dei paesi mediorientali, nordafricani oppure direttamente degli Usa.

Alleanza anti-euro: attrazione fatale tra Grillo e Le Pen

Le Pen GrilloBeppe Grillo ha smentito ufficialmente l’ipotesi di alleanza anti-euro con Marine Le Pen in vista delle elezioni europee. Ma tra i due leader, più popolari che populisti, potrebbe ancora scoppiare un’attrazione fatale alimentata dalla possibilità di spazzare via questa Europa dominata dai burocrati di Bruxelles. La nuova stella della politica francese, dopo il successo del suo Front National alle amministrative d’Oltralpe, punta a fare incetta di seggi a Strasburgo proponendo una Alleanza a “tutte le forze euroscettiche”. Il M5S non può e non vuole spostare il suo asse verso Destra, ma non è detto che esigenze tattiche non spingano Grillo e Le Pen ad azioni comuni all’interno del parlamento europeo.
Ai piedi della Signora del FN si sta coagulando il gotha dell’euroscetticismo di destra. Per formare un gruppo parlamentare in Europa occorrono almeno 25 deputati di 7 paesi diversi. Ecco perché la Le Pen ha già stretto un patto d’acciaio col leader del PVV olandese Gert Wilders, nonostante la differenza di vedute su immigrazione islamica e coppie gay (la figlia di Jean Marie è molto più aperta dell’allampanato Wilders). Accordo vicino anche con i belgi del Vlaams Belang, con l’austriaco FPO di Heinz-Christian Strache, con l’AFD tedesco e l’Ukip britannico di Nigel Farage. Arruolati anche gli ex impresentabili della Lega Nord italiana il cui accordo con l’Alleanza della Le Pen dovrebbe essere reso pubblico a metà aprile.
Alleanza euroscettica di destra che, stando agli ultimi sondaggi, dovrebbe riuscire a superare i 40 seggi, senza l’apporto di Grillo e senza contare i movimenti ritenuti anche dalla Le Pen xenofobi e razzisti come i greci di Alba Dorata, gli ungheresi di Jobbik, i bulgari di Ataka, i tedeschi dell’NPD e i Democratici Svedesi.
Ma i 19 seggi (sui 73 spettanti all’Italia) di cui sono accreditati oggi i grillini fanno comunque gola alla bionda Marine. E le affinità con i 7 punti per l’Europa del M5S sono più di quanti le ripetute scaramucce mediatiche avute con Grillo possano far pensare. Sul suo blog Grillo è stato ultimativo: “Marine Le Pen è una bella signora di grande successo. Nessuno la odia. Ha però un’appartenenza politica diversa dal M5S e per questo non sono possibili accordi. Rien d’autre. Adieu”. Ma la Giovanna d’Arco del FN non si è data per vinta e ha rimarcato il fatto che “i nostri partiti sono d’accordo su molti temi, a cominciare dalla lotta contro l’euro”.
Marine Le Pen auspica per l’Europa il “ritorno della democrazia, della sovranità dei popoli e delle identità nazionali”. Tutti temi sui quali il M5S potrebbe agevolmente convergere a Strasburgo. Due volte divorziata e con un segretario generale del partito, Steeve Brios, dichiaratamente omosessuale ma trionfatore nel comune di Hénin Beaumont, la Le Pen ha consegnato definitivamente alla storia lo sciovinismo sull’Algeria francese marchio di fabbrica di papà Jean Marie.
Si avvicina molto a Grillo sui temi della disoccupazione e dello ius soli e, dei 7 punti grillini, apprezza soprattutto la volontà di abolire il Fiscal Compact e il ricorso al referendum per decidere sulla permanenza nell’area euro. Vicine al credo grillino anche le parole d’ordine del FN alle recenti elezioni francesi: taglio delle tasse e lotta senza quartiere al clientelismo. Se non è amore questo, presto potrebbe diventarlo.

Via Fani, Servizi e Br alleati. Svolta investigativa o depistaggio?

via FaniEnrico Rossi, ispettore in pensione della Digos, ha riferito all’Ansa che i due uomini presenti in via Fani a bordo di una moto Honda il 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro, erano membri dei servizi segreti con il compito di proteggere le Br. Le sue conclusioni sono il frutto di risultanze investigative da lui stesso riscontrate tra il 2009 e il 2012 sulla base di una lettera anonima ricevuta dal quotidiano La Stampa.
Nella missiva periziata da Rossi, uno dei due presunti componenti del commando di appoggio alle Brigate Rosse durante l’agguato costato la vita ai 5 uomini di scorta del politico Dc, si autoaccusa dell’azione, si dichiara alle dirette dipendenze del colonnello del Sismi Camillo Guglielmi, dice di essere malato terminale di cancro e fornisce elementi utili all’identificazione del pilota della due ruote giapponese. L’ex poliziotto lascia anche intendere di essere stato ostacolato nelle indagini da elementi interni alle forze dell’ordine e di essersi deciso a rassegnare le dimissioni nell’agosto del 2012 proprio a causa di queste “incomprensioni”.
Ma perché Rossi si decide a parlare solo adesso? La giustificazione di sentirsi al sicuro perché in pensione non regge. E infatti il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo ed il sostituto Luca Palamara hanno deciso di convocare il Serpico de Noantri a piazzale Clodio per cercare di fare luce su uno dei più oscuri misteri italiani. Le rivelazioni di Enrico Rossi stanno facendo storcere il naso a più di un esperto del caso Moro. L’ex pg romano Luciano Infelisi solleva dubbi sulla tempistica. L’avvocato Giovanni Pellegrino, che dal 1994 fu presidente in quota Ds della Commissione parlamentare su stragi e terrorismo, bolla la storia degli 007 sulla moto come una “gran bufala”.
Bisogna ricordare che il particolare di una moto Honda di grossa cilindrata e di colore blu, presente sulla scena dove si sviluppò la “geometrica potenza” dei brigatisti, non è estraneo all’inchiesta sull’omicidio Moro. Pellegrino, intervistato da Repubblica, cita l’episodio dell’ingegner Alessandro Marini, l’uomo il cui motorino fu colpito da una raffica di mitra sparata proprio dagli uomini sulla moto mentre si trovava tra via Fani e via Stresa. “I più pasticcioni di tutti” li definisce Pellegrino che poi cita, tanto per chiarire il concetto, le parole di Raimondo Etro, militante della colonna romana delle Br. Etro parlò dei “due cretini dell’Honda”, convinto che i presunti agenti segreti fossero membri dell’Autonomia Operaia “in cerca di gloria”.
Pellegrino giudica comunque inspiegabile la presenza nei dintorni di via Fani del colonnello Guglielmi. Lui si giustificò dicendo di essere stato invitato a pranzo da un amico, ma Sergio Flamigni, ex senatore del Pci e membro delle commissioni Moro e P2 non fece fatica a definirlo “uno dei migliori addestratori di Gladio”. Ed è proprio l’ombra di Gladio, l’organizzazione paramilitare segreta della Nato, ad alimentare i dubbi su un possibile tentativo di depistaggio messo in atto dalla solita manina con il più o meno consapevole supporto di Enrico Rossi.
Di questo avviso è anche Miguel Gotor. Secondo lo studioso “la nuova rivelazione non è un fulmine a ciel sereno” perché arriva alla vigilia dell’istituzione di una nuova Commissione parlamentare. Quello di Rossi potrebbe essere “un segnale” seguito presto da altri. Gotor sottolinea che la credibilità di Rossi è incrinata dalla sopraggiunta morte dei due motociclisti da lui identificati e dalla circostanza che le armi ritrovate (una Beretta e una Drulov cecoslovacca) sono state distrutte dopo che le procure di Torino e Roma non hanno dato credito alle indagini di Rossi.
Insomma, a sentire Gotor, ci troviamo di fronte ad un “classico tentativo di disinformazione” che serve a spostare l’attenzione sui nostri servizi segreti e a “intorbidire le acque” per nascondere la verità. “Il muro di gomma riguardante la Honda blu” è ancora in piedi, difeso anche da brigatisti come Mario Moretti, la sfinge delle Br, che non ha mai voluto fornire particolari sulla vicenda.

Appalti truccati e ‘ndrangheta: fuga da Expo 2015

Expo 2015 mafiaTra appalti truccati, indagini della magistratura, infiltrazioni della ‘ndrangheta e crisi politiche internazionali, l’Esposizione Universale in programma a Milano nel 2015 rischia di fare un colossale flop. È vero che al momento i paesi partecipanti sono circa 130, ma l’inchiesta della procura di Milano che ha decapitato i vertici di Infrastrutture Lombarde, rischia di scatenare una fuga di massa se le indagini sugli appalti truccati di Expo 2015 dovessero allargarsi, come sembra dagli ultimi sviluppi, a macchia d’olio.

L’inchiesta meneghina coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo sta scoperchiando il marcio nascosto dentro Ilspa, la società controllata dalla Regione Lombardia incaricata di fornire consulenze, assistenza legale e tecnico-amministrativa nell’ambito di Expo 2015, con un budget di spesa di 11 mld di euro. Il più noto degli arrestati è Antonio Giulio Rognoni, l’ad di Infrastrutture Lombarde insediato dalla giunta Formigoni e curiosamente dimissionario dal gennaio scorso. Rognoni è sospettato di aver pilotato l’assegnazione di appalti ai soliti amici degli amici, tutti ruotanti intorno al presunto Sistema-Formigoni.

Tra i beneficiari della generosità del manager, infatti, risulta anche l’ex colonnello del Ros Giuseppe De Donno (sotto processo a Palermo per la trattativa Stato-mafia, da lui stesso ammessa), nel 2009 nominato con insistenza da Formigoni alla testa del “Comitato per la legalità e la trasparenza” di Expo 2015. De Donno, già braccio destro del generale Mario Mori, attualmente è amministratore delegato di una società di sicurezza privata, la G-Risk. Società che avrebbe vinto gare truccate, aggiudicandosi appalti da centinaia di migliaia di euro grazie all’amico Rognoni. Trattamento di favore ottenuto anche da Erika e Monica Daccò, figlie del faccendiere Pierangelo (rinviato a giudizio insieme al Celeste per il caso Maugeri), per organizzare eventi all’interno del Pirellone.

Eredità formigoniana che ricade anche sul suo successore Roberto Maroni. Il 16 dicembre scorso il prefetto di Milano, Francesco Paolo Tronca, ha consegnato alla Commissione parlamentare antimafia guidata da Rosy Bindi una relazione di 56 pagine sul rischio di infiltrazioni mafiose nei lavori di Expo 2015. Il prefetto scrive di “una tendenza che si sta sempre più consolidando di una penetrazione nei lavori Expo di imprese contigue, se non organiche alla criminalità organizzata”. Soprattutto la ‘ndrangheta calabrese. Tronca cita come esempio i lavori per la Linea 5 della metropolitana controllati dal clan Barbaro-Papalia, oppure la Tangenziale esterna est, “opera che presenta la maggior concentrazione di imprese già interdette”. Ma quella portata a galla da Tronca potrebbe essere solo la punta dell’iceberg perché, come spiega lui stesso, “spesso la trama dei rapporti d’affari tra le imprese non appare subito evidente”.

Beppe Grillo ha offerto alla magistratura l’appoggio del M5S nel contrasto all’illegalità e ha chiesto addirittura i nomi dei mandanti politici di Rognoni. Ma i guai per Expo 2015 non finiscono qui. La spa partecipata da governo, Regione Lombardia e Comune di Milano continua a muoversi sull’orlo del baratro perché mancano ancora le infrastrutture essenziali. L’immensa piastra espositiva in cemento è ancora una “landa desolata”, mentre le opere di collegamento tra Expo e il territorio sono in alto mare (14 mld stanziati). Pedemontana, bretella BreBeMi, Tangenziale esterna, Zara-Expo, M4, Rho-Monza, metrotranvia Desio-Seregno non si sa se e quando vedranno la luce.

Logico che, di fronte a questi dati drammatici, gli espositori stranieri stiano riflettendo sul da farsi. Autoesclusi per motivi geopolitici paesi come Ucraina e Siria, restano in dubbio ancora nazioni del calibro di Usa, Argentina, Sud Africa, Portogallo e Norvegia. Ma le notizie della corruzione dilagante anche all’interno di Expo 2015 in uno dei paesi più corrotti del mondo non rappresentano certo un buon viatico.

2 milioni votano l’indipendenza: Veneto, Crimea d’Italia

 

referendum indipendenza veneto“Vuoi che il Veneto diventi una repubblica federale indipendente e sovrana?”. È questo il testo del quesito referendario apparso sul sito internet plebiscito.eu e votato da 2 milioni di cittadini veneti dal 16 al 21 marzo. Mentre a Treviso si proclama l’indipendenza del Veneto dall’Italia, la stampa internazionale (compresa la tv russa Rt che ha realizzato un servizio) comincia a paragonare le rivendicazioni dei discendenti della Repubblica di Venezia a quelle del neonato stato indipendente di Crimea.

Le percentuali di assenso a quella che sarebbe una vera e propria secessione da Roma Ladrona sono state bulgare o, se preferite, coreane. La consultazione non ha ovviamente valore legale perché violerebbe l’articolo 5 della Costituzione (“La Repubblica italiana è una e indivisibile”), ma gli organizzatori, tra i quali spicca il nome del presidente del Comitato del Sì Gianluca Busato, sono convinti invece che la volontà di 2 milioni di persone (più della metà dei 3,7 mln di veneti con diritto di voto) rappresenti di per sé la legalità democratica.

Anche se l’Espresso ha definito una “bufala” un referendum affidato ad una piattaforma on-line gestita dallo stesso comitato promotore, non c’è dubbio che la crisi economica e di sistema che sta opprimendo l’Italia stia spingendo i cittadini a trovare soluzioni alternative, anche indipendentiste. E il Veneto non è certo nuovo ad episodi di secessionismo. Era la notte tra l’8 e il 9 maggio del 1997 quando un commando formato da 8 persone, armate di un fucili mitragliatori Beretta MAB 38, occupò piazza San Marco e l’omonimo campanile a Venezia. I Serenissimi, così furono soprannominati dai mass media, misero in atto quello che si scoprì essere solo un gesto dimostrativo perché nostalgici della Repubblica di Venezia soppressa da Napoleone nel 1797.

Nel caso odierno, i fautori del referendum sull’indipendenza del Veneto non hanno imbracciato i fucili, ma le conseguenze dell’iniziativa rischiano di essere ben più incisive del golpe da operetta dei Serenissimi. Le aspettative dei veneti di liberarsi per sempre dalla asfittica burocrazia romana sono talmente alte che il governatore Luca Zaia, pur favorevole alla consultazione, per salvare le apparenze costituzionali ha dovuto precisare che “non si tratta di un referendum vero e proprio ma di un sondaggio”. Dunque, non un referendum come quello in Crimea, tenuto nonostante il parere di illegalità espresso dalla comunità internazionale, ma un semplice sondaggio.

Peccato che i veneti all’iniziativa ci credano sul serio. E la stessa Lega, di cui fa parte Zaia, non ha mai fatto mistero delle sue velleità centrifughe. Prima con la secessione della Padania minacciata da Umberto Bossi, poi con la teoria delle macroregioni di Miglio adottata da Roberto Maroni e, infine, con l’Europa dei popoli delineata da Matteo Salvini. Le ragioni degli indipendentisti si fondano sui già accennati motivi storici, ma si sono coagulate a causa del “fattore socioeconomico”, ovvero il fatto che, dice Busato, “ogni anno 20 miliardi di euro partono dal territorio come tasse e non tornano sotto nessuna forma”. La richiesta di indipendenza del Veneto non è però solo una questione di schei. Nella terra della piccola e media impresa, messa in ginocchio dalle tasse, ma anche della cultura e del turismo, sono convinti che la gestione esterna di Roma sia causa di mancato progresso e freno per lo sviluppo sociale.

Il Veneto-pensiero lo riassume l’articolo di un non meglio precisato MB comparso sul gazzettino.it:

“Di destra o di sinistra i veneti non capiscono perché devono pagare (in tutti i sensi) per la carriera di altri, per le case di altri, per le poltrone di altri, per la bella vita di altri, ovunque stiano questi altri, in qualsiasi palazzo di capitale a sud o molto a più a nord della terra veneta. Il distacco aumenta, giorno dopo giorno”.

Genovese, Barracciu, Carrai. Bufera giudiziaria su Renzi

Barracciu RenziFrancantonio Genovese, Francesca Barracciu, Marco Carrai. Tre nomi per tre inchieste giudiziarie che rischiano di mettere in serio imbarazzo il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Per il parlamentare messinese, Francantonio Genovese, la procura della città dell’omonimo Stretto ha chiesto la custodia cautelare in carcere perché lo sospetta di essere a capo di un “sodalizio criminale”. Il sottosegretario alla Cultura, Francesca Barracciu, è accusata dai pm di Cagliari di aver mentito nell’inchiesta sulle spese pazze alla Regione Sardegna. Infine, sulla vicenda dell’affitto di una casa a Firenze pagato a Renzi dall’amico Marco Carrai, la procura fiorentina ha aperto un fascicolo esplorativo al momento senza indagati.

FRANCANTONIO GENOVESE

Il caso che sta facendo più rumore è quello del re dei traghetti messinese “Franzantonio” Genovese. Il soprannome deriva dalla storica collaborazione con l’armatore Pietro Franza. Le accuse mosse dai magistrati sono pesantissime: peculato, truffa aggravata, riciclaggio e falso in bilancio nell’ambito del business criminale creato per distrarre i fondi europei della formazione professionale. I Genovese sono un’istituzione a Messina. L’onorevole Francantonio è figlio di Luigi, sei volte senatore DC, e nipote di Nino Gullotti, ministro della Prima Repubblica. Genovese è uomo da 10mila preferenze sulle quali il Pd, nonostante i sospetti di familismo più o meno legale, non ha mai sputato sopra.

Il sospetto è che il ras di Messina sia riuscito a mettere da parte 6 milioni di euro dal 2007 al 2013 attraverso una rete di società fasulle che drenavano i fondi europei e regionali destinati alla formazione professionale dei disoccupati. Società intestate alla moglie Chiara Schirò, alla cognata o ad altri fedelissimi come Salvatore Lamacchia che, attraverso la classica emissione di “fatturazioni fraudolente”, assicuravano al clan Genovese una massiccia evasione fiscale. Naturalmente sulla pelle dei giovani disoccupati siciliani. Un sistema che i pm non hanno esitato a definire un “sodalizio criminale diffuso, ben avviato e adeguatamente potente”. Per questo Genovese è diventato il primo parlamentare della legislatura per il quale è stata formulata una richiesta d’arresto. Richiesta che Davide Faraone, un altro siciliano molto vicino a Renzi, non ha escluso possa essere esaudita.

FRANCESCA BARRACCIU

Il nome di Francesca Barracciu era assurto agli onori delle cronache grazie all’inchiesta cagliaritana sulle spese pazze fatte con i fondi dei gruppi consiliari della Regione Sardegna. 33mila euro di spese sospette tra il 2006 e il 2009 che erano costati alla Barracciu la candidatura alla presidenza dell’Isola, nonostante la vittoria nelle primarie Pd. Renzi in persona, tra l’imbarazzo generale del partito, aveva deciso di risarcire la dark lady con il posto di sottosegretario alla Cultura.

Lei si era difesa dalle accuse giurando che quei soldi erano serviti per la benzina utilizzata durante i quotidiani spostamenti della campagna elettorale. Caso chiuso? Macché. Per i pm di Cagliari la Barracciu è una bugiarda perché, dopo un confronto incrociato tra il resoconto dei suoi spostamenti e le strisciate della carta di credito, hanno scoperto che la stakanovista delle quattro ruote spendeva in posti diversi da quelli dichiarati. Fino a 40mila euro in più dei 33mila già accertati. Adesso è in vista la richiesta di rito immediato e il suo avvocato Carlo Federico Grosso non esclude le dimissioni da sottosegretario.

MARCO CARRAI

Per il momento l’inchiesta sull’affitto pagato a Matteo Renzi (consapevole e non a sua insaputa come il mezzanino al Colosseo comprato a Scajola) è quella meno corposa. Ma eventuali sviluppi potrebbero rivelarsi letali per il premier. A seguito di un esposto ricevuto nei giorni scorsi, la procura di Firenze ha aperto un fascicolo senza indagati e senza ipotesi di reato per verificare se il faccendiere Marco Carrai sia stato favorito nei suoi affari da Renzi quando l’enfant prodige della politica italiana era presidente della Provincia e sindaco di Firenze. Lo scoop giornalistico realizzato dal quotidiano Libero, che ha pubblicato il contratto di affitto, è stato ripreso da Beppe Grillo che dal suo blog critica la poca trasparenza dimostrata dal premier che, sulla vicenda, decide di tacere.