La congiura degli “idioti” (utili e inutili) spaventa Renzi

Alfano CasiniUfficialmente la categoria politica degli “idioti” comprende solo i membri del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano e quelli di Forza Italia del “padrone” Silvio Berlusconi. “Utili idioti” sarebbero gli alfaniani, così come li ha apostrofati il Cavaliere dalla Sardegna. “Inutili idioti”, invece, è l’espressione ripetuta 4 volte di seguito dall’ex “delfino senza quid” durante la convention romana di Ncd. Berlusconi non perdona ad Alfano il “tradimento” che ha portato alla spaccatura dei cosiddetti moderati. Alfano, da par suo, ha rispedito al mittente l’insulto “idiota”, mostrando però una certa coda di paglia.

Ma la guerra degli “idioti”, utili e inutili, non riguarda solo la Casa del centrodestra. È l’intero sistema politico italiano ad essere attraversato da sospetti di idiozia che potrebbero presto coagularsi in una “congiura degli idioti” finalizzata a smontare pezzo per pezzo le ambizioni di dominio del premier incaricato Matteo Renzi.

C’è chi è convinto che “utili idioti” siano anche i parlamentari di Sel che pensano di appoggiare un governo sostenuto anche da Cicchitto, Schifani e Giovanardi. E chi, al contrario, pensa che non salire sul carro renziano che sta entrando a Palazzo Chigi possa rappresentare la fine del partito di Niki Vendola. Una fine da “inutili idioti”, appunto. La figura degli “utili idioti” rischiano di farla anche i partitini della galassia centrista – Sc, Udc, Popolari – se dovessero prestarsi a svolgere solo il ruolo di passacarte delle decisioni prese da Renzi. Tutto pur di conservare quella manciata di poltrone che con le elezioni sparirebbero per sempre da sotto le loro terga. Difficile che al Centro si scelga di suicidarsi sfiduciando il governo Renzi per fare la fine degli “inutili idioti”.

Con l’esclusione dei pochi civatiani, è invece unanime la convinzione che Pippo Civati sia un “inutile idiota”. Colpa della sua minaccia di non votare la fiducia a Renzi se il Pd dovesse infilarsi nella palude dei diktat di Alfano & co. Reato di lesa maestà. Civati e i suoi potrebbero uscire dal Pd in nome di una Sinistra da rifondare, ma a Renzi non tornerebbero più i conti sul pallottoliere parlamentare. Risultato: naufragio del governo Renzi ancor prima di salpare per responsabilità dell’”inutile idiota” Civati.

Lo scopo di tutti questi “idioti” (Berlusconi, Alfano, Vendola, centristi, Civati) è comunque quello di condizionare l’azione del premier fiorentino, fatto passare per il nuovo Messia dai mass media con il placet dei Poteri Forti (Confindustria, boiardi di Stato, Alta Finanza e Mercati). Ma tra la voglia di Renzi di “fare tutto e farlo presto” e la possibilità di riuscire nell’impresa si pone una serie infinita di veti incrociati e una maggioranza parlamentare che nei fatti non esiste.

Una “congiura degli idioti”, organizzata o meno che sia, il cui protagonista più pericoloso resta Alfano con i suoi 30 senatori. Anche Vittorio Feltri ipotizza che quella messa in piedi da Angelino sia una “manfrina finalizzata a innervosire il segretario del Pd, e aspirante premier, per costringerlo a mollare ai rompiscatole qualche poltrona in più nel prossimo esecutivo”. Secondo Feltri “il Coniglione mannaro (Alfano ndr) difende la propria botteguccia rubata al supermercato di Silvio Berlusconi”, perché è “terrorizzato” dalle elezioni Europee dove Ncd rischia di non raggiungere la soglia del 4%. Perso Letta, ad Angelino non resta che fare la “voce grossa” con Renzi per ottenere più poltrone possibile.

In pratica, le stesse accuse che stanno piovendo sui micro-partiti di Casini, Monti e Mauro. Bulimia di poltrone che, non a caso, ha portato ad un allungamento dei tempi per la presentazione della lista dei ministri. I candidati hanno paura che il carro renziano possa finire fuori strada. I Palazzi romani non perdonano e Renzi rischia di farne le spese. Proprio Lui, il (quasi) premier più giovane della storia italiana, neutralizzato da una misera “congiura degli idioti”.

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Beppe Grillo a Sanremo. Panico a viale Mazzini

Cresce l’attesa per il ritorno di Beppe Grillo al Festival di Sanremo. Crisi di panico si registrano ai piani alti di viale Mazzini dove i dirigenti sono disorientati dall’arrivo dello sgradito ospite. Mistero fitto, invece, sui tempi e i modi con cui il guru del Movimento5Stelle deciderà di prendere possesso della platea televisiva più importante d’Italia. L’unica certezza l’ha data lui stesso la scorsa settimana con un tweet: “Martedì sarò a Sanremo 2014. Prima fuori dall’Ariston e poi dentro”. Nessuna spiegazione. Nessuna anticipazione. Non un indizio che possa far capire come Grillo riuscirà a penetrare all’interno del celebre teatro sanremese.

Indiscrezioni di stampa danno per certo l’acquisto di regolari biglietti da parte del “politico”, uscito per l’ultima volta da Festival della canzone italiana nel 1986, quando faceva ancora il “comico”, e quando la sua brillante carriera rischiò di essere stroncata da una battuta sui Socialisti che il premier dell’epoca, Bettino Craxi, eufemisticamente non gradì. Ma di quanti tagliandi si tratti, né in quale posto, se in prima fila o in balconata, nessuno lo sa. Niente lascia ritenere, dunque, che Beppe Grillo, riesca a prendere la parola all’interno dell’Ariston, per giunta durante la diretta del Festival presentato da Fabio Fazio. A meno di una goliardata del grillino numero 1 compiuta in mondovisione, come ad esempio una invasione di palco. Ma, data anche l’età di Grillo, l’ipotesi non sembra praticabile.

 

E allora, stando così le cose, perché tutti danno per scontata l’esibizione di Grillo a Sanremo? Tra i “tutti” ci sono anche gli uomini di Gubitosi e Tarantola, i dirigenti Rai che contano di incassare un bel po’ di soldini dalle entrate pubblicitarie del Festival e che, approfittando dell’annuncio del capo dei 5Stelle, potrebbero aver deciso di mettere sul tavolo un pericoloso doppio gioco per puntare a un clamoroso record di ascolti. Dimostrazione ne sono le indiscrezioni che filtrano da viale Mazzini. C’è chi vorrebbe normalizzare la presenza di Grillo permettendogli di salire sul palco e approfittare del boom mediatico. E chi, al contrario, vorrebbe tappargli la bocca impedendo persino l’ingresso in platea ai giornalisti scomodi. I milioni fanno gola alle disastrate casse del servizio pubblico, ma un trionfo del M5S alle Europee potrebbe produrre danni irreparabili.

Unico dato certo, per il momento, è proprio l’operazione mediatica vincente messa in atto dal Movimento5Stelle per assicurarsi una vetrina globale alla vigilia delle elezioni Europee. A Grillo, infatti, sono bastati pochi caratteri postati su un social network per attirare l’attenzione di quel branco di iene dei mass media, già una settimana prima dell’apertura ufficiale del Festival di Sanremo.

Chi ha capito subito la brutta aria elettorale che tira è stato, per una volta, il Partito Democratico. Di fronte alle difficoltà di Renzi nel varare il nuovo governo e alle prese con sondaggi nuovamente in picchiata, la dirigenza Pd ha mandato avanti il semisconosciuto deputato Michele Anzaldi per avvertire i 5Stelle, riparandosi dietro la scusa di difendere gli utenti Rai che pagano il canone. Anzaldi chiede al grillino Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza Rai, se Grillo sia intenzionato a “danneggiare la trasmissione di punta della programmazione del servizio pubblico”. Il deputato Pd teme che la “propaganda” di Beppe Grillo possa creare un danno economico alla Rai mettendo a rischio gli introiti pubblicitari. Ma sono gli stessi introiti pubblicitari che i dirigenti di Mamma Rai intascherebbero proprio grazie a Grillo. Non sarà invece che Anzaldi e il Pd temono di subire una sonora sconfitta alle elezioni Europee di maggio?

Società partecipate e nuovo premier: Scaroni chiede il conto a Renzi

 

Renzi ScaroniIl forzato passaggio di consegne alla guida del governo, avvenuto tra Letta e Renzi, non è stato frutto del caso, né un’operazione a costo zero per le tasche del nuovo premier. Il sindaco dimissionario di Firenze è stato costretto a firmare cambiali pesanti pur di ottenere l’appoggio dei Poteri Forti nella sua ascesa a Palazzo Chigi. Entro la fine del 2014 ci sono da rinnovare i consigli di amministrazione e i collegi sindacali di molte società partecipate dallo Stato. Un valzer di circa 400 poltrone – tra cui quelle di Eni, Enel, Finmeccanica, Poste e Terna – a cui Renzi non sarebbe mai stato invitato come ospite d’onore senza aver dato preventive assicurazioni.

Il primo boiardo di Stato a decidere di rompere gli indugi, per presentare a modo suo il conto al segretario Pd, è stato Paolo Scaroni, da 9 anni amministratore delegato di Eni. Quello che tutti i commentatori hanno definito erroneamente un endorsement è arrivato con un intervista rilasciata da Scaroni a Bloomberg Tv. “Quel che mi piace di Renzi è la sua volontà di agire e di agire velocemente – ha diciarato l’ad Eni – Ha impeto, è davvero una persona che vuole riformare il paese e riformare il paese a volte non equivale a essere popolari, ma quando si vuole qualcosa davvero si è già a metà strada”. Una manifestazione di fiducia totale, perlomeno inusuale per chi, come Scaroni, la sua poltrona in scadenza rischia di perderla. Più logico pensare che i melliflui complimenti rappresentino il risultato di un do ut des.

E infatti, dalle parole di Scaroni emerge chiaramente quali siano le sue intenzioni. “Certamente sono disponibile per un nuovo mandato – aggiunge – Ho il miglior lavoro del mondo e mi diverto parecchio quindi per me avere qualche altro anno di divertimento sarebbe una buona notizia”. Che tradotto significa: “La mia conferma in Eni rappresenta il ringraziamento dovuto da Renzi per l’appoggio ricevuto da me”. A dire la verità, già qualche giorno fa durante una puntata di Porta a Porta, lo scaltro Scaroni non era riuscito a dissimulare l’intesa d’acciaio stretta con Renzi.

A tradirlo, forse, la tensione per l’inchiesta Eni-Saipem. Scaroni è sospettato dai pm milanesi di essere coinvolto, perché “non poteva non sapere”, nello scandalo delle presunte tangenti pagate dalla Saipem, società del gruppo Eni, al governo Algerino. Un déjà vu per il nuovo amico di Matteo Renzi perché già nel 1992, in piena Tangentopoli, quando era manager della Techint, venne arrestato per un giro di mazzette pagate ai partiti in cambio di appalti Enel.

Comunque sia, Scaroni prova a non mostrarsi affatto preoccupato per l’inchiesta e pensa a mettere nel cassetto la nomina in Eni, una delle più importanti società partecipate dallo Stato (direttamente o indirettamente). Con lui ci sono gli altri “dinosauri” come Massimo Sarmi (in Poste dal 2002) e Fulvio Conti (in Enel dal 2005). Ancora mistero sulle poltrone da assegnare in Finmeccanica dopo l’inchiesta sugli elicotteri Agusta e le tangenti indiane. Tutto da decidere anche in Consap, Enav, Istituto Luce, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Italia Lavoro, Rete Autostrade Mediterranee, Sogesid, StMicroelectronics, Studiare Sviluppo, Arcus, Coni Servizi, Gse, Sogin, Sose, Rai, Anas, Invitalia, Fintecna e le altre società indicate sul sito del ministero del Tesoro. Un fiume di potere e denaro il cui destino adesso è nelle mani dell’affidabile Matteo Renzi.

Il Pd liquida Letta. Nasce il governo Renzi-Alfano-Monti-Casini

 

Renzi contro Letta“La Direzione del Pd ringrazia il presidente del Consiglio Enrico Letta per il notevole lavoro svolto. Rileva la necessità urgente di un esecutivo nuovo che arrivi alla fine naturale della legislatura”. Con queste fredde parole Matteo Renzi decide di dare il benservito ad Enrico Letta. Fuori, dunque, Letta Nipote da Palazzo Chigi. Dentro il segretario-sindaco e, tra poche ore, anche premier del nuovo governo. Una successione di stampo democristiano, avvenuta con una logica da Prima repubblica. Una decisione presa in pieno stile Renzi, prima ancora che la Direzione del Partito Democratico si pronunciasse con un voto. Nasce così il governo Renzi-Alfano-Monti-Casini, alla faccia delle dichiarazioni di Renzi che aveva giurato: “Mai più larghe intese” e “Mai al governo con la Destra”.

 L’ultimo patetico tentativo di resistenza dell’ormai ex capo del governo, ovvero la conferenza stampa di mercoledì pomeriggio in cui Letta ha “offerto” ai partiti della coalizione governativa, e allo stesso Pd, un ennesimo patto di governo, chiamato questa volta Impegno Italia, non ha fatto altro che contribuire a far precipitare la situazione. Da una parte Renzi, furibondo per non essere stato avvertito dal nemico, se l’è legata al dito e ha deciso di liquidarlo poche ore dopo, appena salito sul palco del Nazareno. Dall’altra, i partiti della maggioranza (Ncd, Sc, Udc e Popolari), dopo aver preso già le distanze dal morente Letta, non conoscevano nemmeno il contenuto di Impegno Italia. Segno evidente che la manovra lettiana è stata puramente mediatica e politica, un modo per costringere il “traditore” Renzi a pugnalarlo alla luce del sole.

Il segretario del Pd non se l’è fatto ripetere due volte, non si è perso nelle solite chiacchiere e ha pronunciato le paroline magiche che gli hanno aperto le porte della stanza dei bottoni: “Un esecutivo che arrivi alla fine naturale della legislatura”. Di fronte alla prospettiva di occupare le poltrone parlamentari per altri 4 anni, senza passare nemmeno dal fastidioso passaggio delle elezioni anticipate, i veti e i dubbi dei professionisti della politica si sono sciolti come neve al sole. Da giovedì pomeriggio, infatti, si registra un continuo scintillio di dichiarazioni altisonanti e professioni di fede nei confronti del genio fiorentino.

Gli uomini e le donne del Pd hanno ritrovato per incanto una coesione, peraltro mai avuta prima, ed hanno tributato gli onori del caso all’uomo che li porterà compatti fino al 2018. Nel volgere di poche ore sono diventate un pallido ricordo le divisioni tra la schiacciante maggioranza renziana, uscita trionfatrice dalle primarie dell’8 dicembre, e la minoranza cosiddetta di “Sinistra” dei vari Cuperlo, Fassina, Orfini, Speranza e Zanda. Gli sconfitti si sono rimessi alla magnanimità del munifico Renzi, abbandonando come un cane Letta al suo destino, divenuto spettatore impotente del fenomeno carsico che ha inghiottito persino la dispersa corrente lettiana (Paola De Micheli, Vito De Filippo, Anna Ascani, Lorenzo Basso).

Da oggi un nuovo sol dell’avvenire splende nel cielo Democratico. È la stella di Renzi, al cui cospetto sono evaporati bersaniani, lettiani e giovani turchi. L’opera di rottamazione è finalmente completata. La vecchia nomenklatura dei D’Alema, delle Bindi e delle Finocchiaro è ridotta all’oblio. Letta è tornato ad essere l’eterno secondo, il Nipote di suo zio Gianni. Tutto merito delle larghe vedute di Renzi che ha assicurato a tutti glorie e prebende fino alla fine della legislatura. In casa Pd ci sono da registrare la magistrale piroetta di Dario Franceschini che gli ha permesso di sopravvivere al renzismo (unico della vecchia guardia) e il gran rifiuto opposto dal coraggioso Pippo Civati, unico nome di spicco ad aver detto no alla brama di dominio renziana.

Sul fronte del nuovo governo, alfaniani e montiani si sono già riposizionati, pur nascondendosi dietro al solito linguaggio politichese. Mentre il pallottoliere non fa segnare numeri importanti sul fronte dei nuovi arrivi (qualche transfuga da Sel e una manciata grillini “traditori”). Resta invece in sospeso l’accordo sull’Italicum stretto con Berlusconi. Le elezioni non sono più così importanti visto che il governo di legislatura Renzi-Alfano-Monti-Casini assicura la pagnotta a tutti fino al 2018. Compreso il Cavaliere, trasformato da Renzi da Condannato in Padre Costituente. Al settimo cielo anche il presidente Napolitano per il quale, da buon monarca, le elezioni anticipate sono una “sciocchezza”.

Fini-Giovanardi addio. Analisi della nuova situazione legislativa

Dedicato a Carlo Giovanardi

Consulta boccia Fini GiovanardiLa legge Fini-Giovanardi di fatto non esiste più dopo la bocciatura della Corte Costituzionale. Ma i tifosi della legalizzazione della marijuana che scenderanno in piazza per festeggiare la fine del proibizionismo rollandosi una “canna” lo faranno ancora a loro rischio e pericolo. In caso di fermo di polizia, infatti, la segnalazione alla prefettura quali assuntori di droga (se pur ritornata ad essere “leggera” nel caso della cannabis) resta ancora obbligatoria perché la Consulta, bocciando nel metodo l’impianto della Fini-Giovanardi, non ha affatto aperto alla depenalizzazione totale del consumo di erba, ma ha riportato la legislazione italiana sulle droghe indietro di 21 anni.

Cancellata per via giudiziaria la tanto discussa legge firmata da Gianfranco Fini e Carlo Giovanardi, constatata la pavida inerzia della politica a mettere mano al problema droga e alla revisione dell’approccio proibizionista, adesso non resta che riesumare la legge Jervolino-Vassalli del 1990 (legge 26 giugno 1990, n. 162. GU n.147 del 26-6-1990 ), inserita nel Decreto del Presidente della Repubblica n. 309/90 (D.P.R., testo coordinato 09.10.1990 n° 309, G.U. 31.10.1990 ), in seguito modificato dal D.P.R. n. 171/93 (GU n. 130 del 05/06/1993) che ha recepito i risultati del referendum sugli stupefacenti del 1993 promosso dal Partito Radicale.

Il primo effetto della bocciatura della Fini-Giovanardi sarà la (non sempre immediata) uscita dal carcere di migliaia di piccoli spacciatori di cannabis. Una soluzione per così dire salomonica trovata dalla politica per rispondere all’appello lanciato dal presidente Napolitano, volto ad evitare le sanzioni previste da una deliberazione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) per la fine di maggio, quale punizione per l’inumano trattamento a cui sono sottoposti i detenuti italiani a causa dell’affollamento carcerario (sentenza Torreggiani).

Ma vediamo nello specifico come funziona la legislazione sulle droghe da oggi in vigore. Partiamo dalla fine. Nella Camera di Consiglio del 12 febbraio 2014 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge n. 49/2006 Fini-Giovanardi. Come riportato in un comunicato ufficiale (le motivazioni saranno pubblicate tra qualche settimana), ad essere incostituzionali sono gli “artt. 4-bis e 4-vicies ter del d.l. 30 dicembre 2005, n. 272, come convertito con modificazioni dall’art. 1 della legge 21 febbraio 2006, n. 49, così rimuovendo le modifiche apportate con le norme dichiarate illegittime agli articoli 73, 13 e 14 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309”. Secondo la Consulta è stato violato “l’art. 77, secondo comma, della Costituzione, che regola la procedura di conversione dei decreti-legge”.

In pratica, è stata accolta la questione di legittimità sollevata dalla terza sezione penale della Cassazione secondo la quale il governo Berlusconi dell’epoca avrebbe compiuto un eccesso di delega, perché le norme in materia di droga, evidentemente estranee all’oggetto, erano state inserite nel decreto legge sulle Olimpiadi invernali di Torino del 2006. Come si capisce, nessun intervento antiproibizionista della Consulta, ma una esclusiva questione di metodo.

Cosa succederà adesso a chi spaccia hashish, oppure fuma semplicemente uno spinello o ha una piccola coltivazione in balcone per uso personale? Per quanto riguarda lo spaccio, si passa da una pena massima compresa tra i 6 e i 20 anni (come ai grandi trafficanti intercontinentali di cocaina ed eroina) ad una “più lieve” tra i 2 e i 6 anni. Altro che legalizzazione. Tornano invece a sorridere i consumatori, costretti comunque a ricorrere al mercato illegale per rifornirsi. Chi verrà beccato con il “fumo” (diverso dal fumo evocato da Napolitano nella vicenda Monti-Friedman) dovrà sottostare alla segnalazione alla prefettura, ma senza preoccuparsi di detenere una quantità di sostanza maggiore della dose media giornaliera (concetto eliminato dal referendum del 1993, poi reintrodotto dalla defunta Fini-Giovanardi). Sarà il giudice a valutare caso per caso, senza obbligo di equiparazione allo spaccio anche per quantitativi “considerevoli”.

Più complicato il discorso sulla coltivazione domestica. Anche se sussistono interpretazioni giurisprudenziali contrastanti (sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n. 28605 del 10 luglio 2008 e sentenza n. 360 del 1995 della Corte Costituzionale, favorevoli alla punibilità della condotta coltivativa; sentenza n. 17899 del 5 maggio 2008 della sez VI della Cassazione e sentenza n. 443 del 1994 della Corte Costituzionale contrarie alla punibilità), la legislazione tende ad equiparare la coltivazione, anche per uso personale, allo spaccio.

A conti fatti, comunque, la decisione della Consulta di bocciare la Fini-Giovanardi, ripristinando la differenziazione tra droghe leggere e pesanti, piomba come un macigno antiproibizionista nel dibattito socio-culturale aperto sulla legalizzazione della cannabis.

Finisce l’era di Napolitano. Scaricato dai Poteri Forti

Napolitano complottoIl presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non verrà sottoposto ad impeachment. L’istanza presentata dal M5S è stata respinta dal Comitato parlamentare per la messa in stato d’accusa. Beppe Grillo continua comunque a chiederne le dimissioni, ma non è certo per merito del guru del Movimento che rischia di chiudersi l’era di Napolitano al Quirinale. Il presidente garante delle larghe intese è stato, infatti, scaricato dai Poteri Forti. Prova provata ne sono le anticipazioni del libro di Alan Friedman, Ammazziamo il gattopardo, che lo stesso giornalista ha raccolto in un video pubblicato dal Corriere della Sera, per definizione il quotidiano del salotto buono del potere italiano.

Secondo Friedman, Napolitano cominciò a sondare la disponibilità di Mario Monti a guidare un governo tecnico già dal giugno del 2011. Ben prima di novembre, quando lo spread arrivato a quota 575 costrinse Berlusconi a mollare Palazzo Chigi. Bisogna tenere a mente che le “rivelazioni” del Corriere (seguito a ruota dal Financial Times) non arrivano mai per caso. Nel suo dettagliatissimo video-scoop il giornalista americano propone delle interviste ad alcuni mostri sacri del capitalismo di relazione tricolore: lo stesso Monti, Carlo De Benedetti, Romano Prodi e Corrado Passera. Tutti confermano a vario titolo l’interessamento di Napolitano all’acquisto del cannoniere Monti in quella torrida estate del 2011.

Una operazione di discredito Re Giorgio – che lo stesso Napolitano ha stigmatizzato con una lettera inviata al quotidiano di De Bortoli – che Monti, Prodi, De Benedetti e Passera non avrebbero mai accettato di compiere se la sorte di Re Giorgio non fosse già stata decisa a tavolino. Questa la tesi sposata anche dal direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, secondo il quale Berlusconi non cadde perché lo spread superò quota 500 ma, al contrario, perché “qualcuno fece salire lo spread a 500 per permettere a Monti di insediarsi a Palazzo Chigi”. Secondo Sallusti fu Napolitano ad orchestrare un “piano segreto” per liberarsi del Cavaliere, anche se sono in molti a pensare, primo fra tutti Marco Travaglio, che il governo tecnico rappresentò l’àncora di salvataggio per un berlusconismo arrivato alla canna del gas.

Anti-complottista si mostra anche Oscar Giannino ricordando che già durante il G8 di Deauville fu prospettata al duo Berlusconi-Tremonti l’eventualità di un intervento della Trojka se l’Italia non avesse messo mano alla riforma delle pensioni. Il direttore del foglio berlusconiano, invece,  punta il dito contro la “porcata” del 2011, amplificata dalla confessione di Saint Moritz avvenuta tra Monti e De Benedetti. E ricorda le manovre tentate dal Colle con Gianfranco Fini e con il governo Letta-Alfano. In conclusione, Sallusti afferma che “De Benedetti, Monti e Prodi si sono decisi a vuotare il sacco” perché “stanno scaricando l’ex complice Napolitano diventato non solo inutile ma dannoso, ostinandosi a non agevolare la scalata del nuovo loro idolo Matteo Renzi”.

Anche Beppe Grillo se la prende con l’incontro massonico di Saint Moritz tra Monti e De Benedetti che lo stesso editore del Gruppo Repubblica-Espresso riassume così: “(Monti) disse che voleva parlarmi in privato e così gli dissi “Certo, passa a casa mia prima di cena”, mi raggiunse e fu allora che mi disse che era possibile che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli avrebbe chiesto di diventare presidente del Consiglio e mi chiese consiglio”. Nel fronte complottista va iscritto di diritto anche Corrado Passera che, sempre secondo Friedman, nell’estate 2011 stilò un piano segreto per il rilancio dell’economia, esposto al presidente in persona, ma conosciuto anche dal premier in pectore Mario Monti. Responsabilità che vanno ad aggiungersi a quelle ancora tutte da svelare della Bce, della Deutsche Bank e dei leader politici come Obama, Sarkozy e Merkel.

Thomas Piketty e il fallimento del Capitalismo

Thomas PikettyLibero mercato, capitalismo e neoliberismo sono le cause storiche delle disuguaglianze economiche. La redistribuzione della ricchezza, attuata per mezzo di un sistema di tassazione globale sui ricchi, è l’unico modo di evitare lo scoppio di violenza politica e rivolte popolari. Il livello di democrazia di un paese non è direttamente proporzionale alla diffusione del libero mercato. Al contrario, è il capitalismo stesso ad essere antitetico alla democrazia. Queste tesi non certo innovative, ma che fanno ancora paura all’establishment neoliberista globale, sono contenute nel libro Capital in the Twenty-First Century, scritto da Thomas Piketty, professore della Ecole d’économie di Parigi.

Sarebbe proprio il caso di parafrasare Karl Marx e Friedrich Engels, autori del Manifesto del partito comunista, gridando “Liberisti di tutti i paesi unitevi” per chiamare alle armi tutti coloro che temono come la peste la rinascita del pensiero del filosofo di Treviri, attualizzato però al XXI secolo nella versione proposta dal professor Piketty. Il titolo scelto dal New York Times per l’articolo scritto da Thomas B. Edsall riesce a concentrare in due parole la tesi dell’economista francese: Capitalism vs. Democracy. Scrive Edsall che un giornale francese ha descritto la nuova fatica editoriale di Piketty come un “bulldozer politico e teorico” che pone la disuguaglianza come l’inevitabile prodotto del libero mercato capitalista.

Secondo Piketty le tradizionali politiche di spesa e tassazione adottate dai governi liberali stano fallendo l’obiettivo di diminuire le disuguaglianze tra ricchi e poveri. La proposta del professore transalpino va ben oltre una lettura conservatrice che vede le distorsioni dell’intervento pubblico nel libero mercato come causa principale del mancato raggiungimento dell’uguaglianza sociale. Piketty la pensa esattamente al contrario: più il liberismo diventa un sistema puro e più cresceranno le disuguaglianze.

Gli studi di Piketty analizzano l’espansione dell’economia di mercato fin dall’anno Mille, ben prima della nascita del capitalismo così come lo conosciamo oggi. Disuguaglianza sempre crescente tranne che in un periodo di una sessantina d’anni, che va dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale all’inizio degli anni ‘70 del Novecento, quando l’uguaglianza crebbe nei paesi occidentali. Due guerre mondiali e la Grande Depressione del 1929 furono alla base di una serie di devastanti rovesci per i possessori di capitali. I capitalisti persero autorità e credibilità dopo il crollo di Wall Street, e i loro capitali diminuirono considerevolmente durante le guerre a causa delle tasse enormi imposte per finanziarle. L’alto tasso di inflazione, poi, erose le riserve dei creditori e la nazionalizzazione delle maggiori industrie inglesi e francesi contribuì a favorire la decrescita delle disuguaglianze.

Negli Stati Uniti, il New Deal voluto dal presidente Franklin D. Roosvelt – messo in atto attraverso le politiche economiche Keynesiane dell’economista John Maynard Keynes – favorì lo sviluppo del movimento dei lavoratori e delle loro condizioni di vita. Politiche liberal seguite anche da un presidente Repubblicano come Dwight D. Eisenhower, mantenute dai Democratici John F. Kennedy e Lindon Johnson, ma interrotte da Richard Nixon nel 1973, in concomitanza con la crisi petrolifera mondiale.

Nella visione di Piketty, l’unico modo di bloccare la dilatazione delle disuguaglianze in atto da 40 anni è quello di imporre una tassazione progressiva globale sulla ricchezza. Dichiarare guerra ai paradisi fiscali con una tassa globale che riesca a limitare la concentrazione della ricchezza. Una bestemmia per i maghi dell’alta finanza neoliberista. Piketty vorrebbe imporre una tassa annuale progressiva su azioni e obbligazioni, sulle proprietà e sugli altri assets che normalmente non vengono tassati finché non vengono messi sul mercato. Arrivati a questo punto, se fosse ancora vivo l’autore del Capitale “originale” Karl Marx, chiamerebbe tutti i proletari alla Rivoluzione armi in pugno. Thomas Piketty compreso.

Offensiva giudiziaria per abbattere Beppe Grillo

arrestato Beppe GrilloVenerdì 7 febbraio 2014 è il giorno delle procure italiane contro Beppe Grillo. La procura di Torino chiede nove mesi di reclusione per Grillo per fatti legati alla protesta No Tav. La procura di Genova ha aperto un fascicolo contro di lui per istigazione di militari a disobbedire alle leggi. Sempre da Genova trapela l’indiscrezione che altre procure starebbero indagando sul guru del Movimento5Stelle. Tutti i mass-media aprono con quella che appare come una notizia bomba: il capo dei grillini più indagato di Silvio Berlusconi. Ma è proprio questa strana convergenza di casualità giudiziarie a far sorgere più di un dubbio.

L’elettore medio italiano non berlusconiano, in questo momento si starà domandando, sconvolto, se non aveva ragione proprio il Cavaliere Condannato quando per anni ha gridato all’offensiva giudiziaria orchestrata dai “comunisti” per abbatterlo. A questo punto, non contano le decine di procedimenti penali, anche gravi (frode fiscale, corruzione Mills, De Gregorio, Olgettine, Mondadori), in cui Berlusconi è rimasto invischiato in questo Ventennio. Roba da far impallidire le accuse mosse a Grillo. Contano invece le modalità sospette con cui il Partito Democratico cerca di uscire dal pantano in cui l’ha cacciato la lotta tra Renzi e Letta. Utilizzando cioè la stampa amica come un’arma contro i suoi avversari. Dimostrazione ne è lo zelo con cui l’ Huffington Post di Lucia Annunziata, l’informatissimo foglio di riferimento del gruppo Repubblica-Espresso-De Benedetti-Pd, ha messo in risalto e “manipolato” la notizia.

La verità è che il Partito Democratico di Matteo Renzi è in difficoltà e lo scontro parlamentare avuto con i grillini, descritto dalla stampa di Regime come un tentativo di eversione a 5Stelle, ha fatto montare il consenso per le battaglie del Movimento e acceso i riflettori sullo scandaloso regalo alle banche del decreto Imu-Bankitalia. Il governo guidato dal compagno di partito, Enrico Letta, naviga a vista. Inchiodato nella sua stabilità da cimitero, prigioniero dell’ultimatum del segretario Pd fissato al 20 febbraio, minacciato dai veti incrociati dei piccoli partiti e dai diktat dei lobbisti amici dei politici. Letta sta per cadere e Renzi non sa ancora che pesci pigliare: rimpasto, governo Renzi 1 o ricorso alle urne con o senza Italicum?

In mezzo a questi giochi di Palazzo, che vedono Berlusconi persino eletto padre riformatore della patria dall’abbraccio di Renzi, si sono malauguratamente piazzati quei guastafeste dei grillini. Una delle prime regole della politica consiste nel cercare di comprare il tuo nemico e, se questi non è in vendita, provare a distruggerlo o a toglierlo di mezzo. Il M5S ha dimostrato più volte di non essere in vendita e di non voler scendere a patti con una classe politica descritta come “morta”. Ecco allora servito il piatto avvelenato dell’offensiva giudiziaria ad orologeria (saranno contenti Sallusti e Belpietro) come ultima spiaggia per liberarsi di Beppe Grillo.

Le accuse mosse a Grillo sono risibili, ma la macchina mediatica del fango già lo descrive come un pericoloso rivoluzionario. Altro che Ernesto “Che” Guevara. A Torino i pm Andrea Padalino e Antonio Rinaudo, degni eredi del pensionato Caselli, hanno chiesto 9 mesi di reclusione perché il capo dei 5Stelle, insieme ad Alberto Perino e altri attivisti No Tav, ha violato i sigilli della Baita Clarea, considerato un simbolo dai No Tav valsusini, ma inglobata con la forza nel cantiere dell’alta velocità. Un gesto simbolico, appunto, ma che i solerti pm sabaudi hanno considerato alla stregua di un assedio al Palazzo d’Inverno.

Ancora più inverosimile l’inchiesta che potrebbe aprirsi a Genova. In questo caso è stato direttamente un emissario del Pd, tale Fausto Raciti detto “Raciti chi?”, a fare la figura del più bieco delatore da romanzo. Il giovane Raciti si è fatto carico di presentare un esposto in procura in cui si denuncia come eversiva la lettera aperta che Grillo ha indirizzato ai vertici di polizia, esercito e carabinieri il 10 dicembre scorso, per invitarli a non schierarsi in difesa dei politici corrotti. Erano i giorni della protesta dei Forconi e degli agenti della celere che a Torino si toglievano i caschi per fraternizzare con i manifestanti. Una istigazione alla disobbedienza che potrebbe costare a Grillo una condanna a 5 anni solo per aver detto quello che molti italiani pensano. Tutto grazie a quel piccolo Vishinski di Raciti. Prima di lui erano state le prefiche del Pd (Moretti, Marzano e altre) a presentare una vile denuncia contro il grillino De Rosa che le aveva apostrofate come “pompinare” in un momento di rabbia. La strategia del Pd è chiara: sbarazzarsi di Grillo con l’aiuto delle procure.

I segreti di Totò Riina e la nuova strategia della tensione

Riina strategia della tensioneTotò Riina portavoce del popolo di Cosa Nostra contro l’egoismo affarista di Matteo Messina Denaro e contro i difensori della “strategia della sommersione” imposta da Bernardo Provenzano. Questo il sospetto di molti magistrati che indagano sui rapporti tra mafia e politica e che, complice la crisi economica e di sistema che ha colpito l’Italia, temono una recrudescenza della strategia della tensione, favorita dalla solita commistione tra servizi segreti deviati, mafia, massoneria e neofascismo.

A far scattare l’allarme sono stati i colloqui intercettati in carcere tra il Capo dei capi, Salvatore Riina, e il boss “anarchico” della Sacra Corona Unita, Alberto Lo Russo, in cui il boss dei corleonesi, detenuto da 21 anni al 41 bis, ha reso pubblica la sua ossessione per il processo sulla trattativa Stato-Mafia ed ha annunciato l’intenzione di far fare “la fine del tonno” al pm Nino Di Matteo e a tutti coloro che vogliono abbattere il muro di omertà che ha coperto i protagonisti istituzionali della Trattativa.

A sposare questa tesi è Andrea Purgatori sull’Huffington Post, anche se altri giornalisti come Filippo Facci e Giuliano Ferrara hanno adombrato l’ipotesi della messa in scena “architettata da qualche settore d’apparato dello Stato italiano per mostrificare il presidente della Repubblica, calunniare Berlusconi e monumentalizzare Di Matteo e il suo traballante processo”. Recita che vedrebbe protagonisti lo stesso Lorusso, infiltrato dai Servizi per far parlare la “mummia” Riina, oppure proprio Riina, consapevole di essere ascoltato e, quindi, non credibile. Versione plausibile ma che non spiega perché pezzi dello Stato e il feroce boss stragista vogliano entrambi la testa di Di Matteo e neghino l’esistenza della Trattativa. La frase “si sono portati pure Napolitano” (come testimone al processo sulla Trattativa ndr) pronunciata da Riina dovrebbe imbarazzare le Istituzioni che, invece, Napolitano compreso, non nascondono affatto il fastidio provocato dalle indagini di Di Matteo.

 

Qualunque sia la verità, non c’è dubbio che Riina ha lanciato dei messaggi dal carcere di Opera, diretti forse ai picciotti desiderosi di riprendersi un po’ del vecchio potere e, soprattutto, di rivedere i piccioli che cominciano a scarseggiare. Sta di fatto che Alberto Lorusso è un esperto di codici cifrati, conosce in anticipo persino ciò che accade nella procura di Palermo ed è al corrente di uno scambio di mail privato tra magistrati. Lorusso, scrive Purgatori, “è la prova provata dell’esistenza di un circuito che veicola notizie riservate all’interno di quello che dovrebbe essere un penitenziario impermeabile”. La sua presenza al fianco di Riina non è dunque un caso.

Ma chi è interessato a riarmare la mano dei mafiosi passando dalla bocca di Riina? Possibile che il feroce boss voglia seppellire l’indagine sulla Trattativa che rischia di dipingerlo come un pupo eterodiretto da forze più grandi di lui? Perché dopo 20 anni di silenzio Riina il muto ha ritrovato la parola? I motivi di questa conversione potrebbero ascriversi alla crisi dell’organizzazione Cosa Nostra, falcidiata dai numerosi arresti dei “soldati” ma, in particolar modo, dalla chiusura dei rubinetti della spesa pubblica che da decenni aveva permesso ai mafiosi di dettare legge sulla spartizione di appalti e commesse e sulla estorsione agli imprenditori. Meno interessi nel fiorente mercato della droga egemonizzato ormai dalla ‘ndrangheta e, dunque, con l’inizio della crisi economica, la fine di un sistema che aveva arricchito uomini d’onore e servitori corrotti dello Stato.

I soldi in cassa adesso sono finiti. Le famiglie dei carcerati fanno la fame e gli affiliati ancora in libertà minacciano di prendere i forconi perché la ditta Cosa Nostra non paga più gli stipendi. Ecco così spiegata la condanna di Riina verso Matteo Messina Denaro, “accusato di farsi soltanto i fatti propri perché inserito in un circuito di relazioni privilegiate che gli consente di rimanere comunque finanziariamente a galla”. Il sogno dei mafiosi è quello di avere un Uomo Forte al comando, come gli italiani che sono passati da Mussolini a Berlusconi e, adesso, sembrano innamorati di Renzi. Ma il rischio è anche quello di ritrovarsi Grillo a Palazzo Chigi. Una catastrofe per quei pezzi deviati dello Stato che, insieme a Riina, organizzarono le stragi di Capaci, via D’Amelio (a proposito, Enrico Deaglio scrive che Spatuzza si era pentito già nel 1998), dei Georgofili, del Velabro e il fallito attentato allo stadio Olimpico, e che adesso vorrebbero riaprire la stagione delle bombe.

Omicidio Calabresi. Un caso ancora aperto?

omicidio CalabresiChi ha ucciso il commissario di polizia, Luigi Calabresi, il 17 maggio del 1972 a Milano? Le critiche di Beppe Grillo e del M5S nei confronti del Sistema Sofri-Bignardi hanno di certo contribuito a riaprire il caso. La Giustizia italiana ha messo la parola fine sulla vicenda nel 1997, con una sentenza della Corte di Cassazione che individua Ovidio Bompressi e Leonardo Marino quali esecutori materiali del delitto. Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, al vertice di Lotta Continua all’epoca dei fatti, furono invece condannati quali mandanti dell’omicidio Calabresi. In realtà, l’iter giudiziario si è concluso solo nel 2003, quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha rigettato il ricorso di Sofri e compagni.

La Storia, invece, attende ancora delle risposte visto che Adriano Sofri si è sempre dichiarato innocente. E lo ha fatto anche recentemente dalle pagine del Foglio di Giuliano Ferrara, proprio per difendersi dal post pubblicato sul blog di Grillo da Rocco Casalino. Il responsabile comunicazione M5S ha scritto una lettera aperta a Daria Bignardi per chiederle cosa provi il figlio ad essere nipote di un assassino come Sofri. Un modo molto duro per dare una lezione alla conduttrice, colpevole di voler far passare da “fascista” il deputato Alessandro Di Battista attraverso un uso scorretto della tv. Il solito giornalismo di casta.

“Un esponente dei 5 stelle ha chiesto a Daria Bignardi che cosa si provi a essere la moglie del figlio di un assassino – ha scritto Sofri nella rubrica Piccola Posta – Ha trascurato, come molti, un dettaglio: che io non sono né assassino né, soprattutto, mandante di assassinio. Però lui e molti possono dirlo, se fa loro piacere, perché una sentenza li autorizza”.

Insomma, a suo dire, Sofri non c’entra nulla con l’omicidio Calabresi, così come Silvio Berlusconi si dichiara estraneo alle accuse che lo hanno portato a subire una condanna di 4 anni per frode fiscale. La giustizia italiana, secondo Sofri, non vale nulla. E, se vale, vale solo per i poveracci. Quelli che non possono farsi difendere dai Ghedini e dai Coppi della situazione, come Berlusconi, o quelli che non hanno amicizie importanti nel mondo politico-editoriale come l’ex leader di Lotta Continua.

A mandare al fresco Sofri e Bompressi – ma non Pietrostefani, resosi uccel di bosco in Francia – fu una crisi di coscienza di Leonardo Marino. Nel 1988, così racconta la cronaca, Marino decise di vuotare il sacco prima nel confessionale e poi direttamente dai magistrati. Gli anni di piombo erano finiti da un pezzo, impossibile pensare al caso Marino come ad un anticipo del caso Scarantino, il falso pentito pilotato da pezzi dello Stato che ha costruito una falsa verità per la strage di via D’Amelio. Scarantino è stato smentito da Spatuzza. Nessuno, invece, è venuto a confermare la verità di Sofri. Dunque, anche in caso di errore giudiziario, Sofri e il gruppo di Lc devono essere considerati responsabili dell’omicidio Calabresi.

Vero che la ricostruzione di Marino ha lasciato più di un dubbio, ma è troppo facile per Sofri, da anni ospite fisso della grande stampa nazionale, proclamare la propria innocenza senza chiamare in causa un complotto o un golpe messo in atto dai giudici, o da chi sa chi. Intendiamoci. Chi scrive non imputerebbe a Sofri la decisione di usare il piombo contro un persecutore di anarchici come Calabresi, se questi, una volta scoperto, avesse rivendicato l’omicidio prendendosi le sue responsabilità. Il contesto degli anni di piombo, appunto, non avrebbe giustificato, ma reso storicamente comprensibile il ricorso alla violenza. Ciò che risulta insopportabile, al contrario, è la pretesa di Sofri e dei suoi amici benpensanti di destra e di sinistra di dipingersi come una vittima dello Stato nello sprezzo totale della legge. Come un Berlusconi qualsiasi. Se poi un’altra verità sarà scritta sulla vicenda dell’omicidio Calabresi saremo ben felici per Sofri. Ma fino a quel momento il Sistema Sofri-Bignardi dovrebbe tacere. Chi ha ucciso Luigi Calabresi? A Sofri l’ardua risposta.