Lo scandalo della doppia pensione di Matteo Renzi

 

Renzi pensioneMatteo Renzi deve dimettersi dalla società di famiglia Eventi 6 srl altrimenti riceverà una doppia pensione: da politico e da lavoratore dipendente. Una enorme contraddizione per il premier rottamatore che, almeno a parole, ha fatto dell’onestà e della trasparenza i suoi vessilli per riformare l’Italia. A rilanciare con forza questa richiesta è stato Marco Lillo con un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano il 25 febbraio scorso. Era stato lo stesso Lillo, già nel marzo 2013, ad accendere i riflettori su una vicenda che adesso rischia di mettere in forte imbarazzo Renzi.

 Il documento divenuto pietra dello scandalo risale al 22 marzo del 2013. Si tratta della risposta fornita dal vicesindaco renziano Stefania Saccardi a due consiglieri comunali di Firenze – Francesco Torselli (Fratelli d’Italia) e Marco Semplici (Lista Galli) – che avevano chiesto lumi sui contributi versati dalla Provincia e dal Comune fiorentini da quasi 10 anni all’attuale premier, in quanto lavoratore dipendente collocato in aspettativa non retribuita perché divenuto amministratore locale. Tutto in regola secondo la versione della Saccardi: “Alla società presso cui risulta dipendente in aspettativa il dottor Renzi sono erogati i contributi previsti all’art. 86 comma 3 del Testo unico sugli enti locali”.

 Puzza di bruciato, invece, secondo i consiglieri di opposizione e, soprattutto, secondo il giornalista del Fatto che decide di prendere a cuore la questione dei presunti “contributi truffa”. La miccia viene accesa dal quotidiano di Padellaro e Travaglio il 27 marzo 2013 ma, complice l’autocensura degli altri media, la bomba preparata da Lillo non deflagra. Eppure gli elementi per inchiodare Renzi ad una triste storia italiana di pensioni e Tfr preparati con cura da mamma e papà, ma pagati con soldi pubblici, ci sono tutti.

Nel 2003 il giovane Matteo è un semplice collaboratore (co. co. co.) della Chil srl, società che si occupava di marketing e vendita di giornali in strada. Fondata nel 1993 da babbo Tiziano Renzi e mamma Laura Bovoli, la Chil vede passare di mano le sue quote nel 1997. E a chi se non agli amati pargoli Matteo (40%) e Benedetta (60%)? Nel 2003 si fa strada la voce sempre più insistente della candidatura di Renzi jr a presidente della Provincia di Firenze in quota Margherita. Niente di ufficiale, ma tutto è già deciso.

E, infatti, il “caso” vuole che il 17 ottobre 2003 Matteo e Benedetta decidano “inspiegabilmente” di rivendere le loro quote ai genitori che, immediatamente, il 27 ottobre, assumono il figlio con il ruolo di dirigente della Chil srl. Niente di illegale, se non che, riporta Marco Lillo, il 28 ottobre (il giorno dopo) l’Ansa batte la notizia della decisione della Margherita di candidare il promettente renzino alla presidenza della provincia della città di Dante. L’ufficialità della candidatura arriverà di lì a poco, il 4 novembre 2013.

Una serie di coincidenze a dir poco anomala. Ma non è finita qui, perché nell’ottobre 2010 la Chil srl viene ceduta, diviene una bad company e in seguito fallisce. Intanto, il ramo sano dell’azienda, quello del marketing, rimane saldamente nelle mani della Renzi Family e viene ceduto, con annesso Matteo Renzi, alla Eventi 6 srl di cui sono proprietarie mamma e sorelle del segretario Pd. A conti fatti, gli enti locali, ovvero i cittadini italiani, avrebbero versato in favore della vecchiaia di Renzi una la somma di circa 350mila euro. Uno scandalo, se non fossimo in Italia, amplificato ora dall’ingresso del neo premier nella stanza dei bottoni dove percepisce 12mila euro lordi al mese e da cui uscirà quasi sicuramente da parlamentare con relativo diritto al vitalizio. Chiudere di rinunciare alla doppia pensione d’oro ad uno che ha promesso a milioni di disoccupati e precari lavoro e reddito garantito per tutti ci sembra il minimo.

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