Thomas Piketty e il fallimento del Capitalismo

Thomas PikettyLibero mercato, capitalismo e neoliberismo sono le cause storiche delle disuguaglianze economiche. La redistribuzione della ricchezza, attuata per mezzo di un sistema di tassazione globale sui ricchi, è l’unico modo di evitare lo scoppio di violenza politica e rivolte popolari. Il livello di democrazia di un paese non è direttamente proporzionale alla diffusione del libero mercato. Al contrario, è il capitalismo stesso ad essere antitetico alla democrazia. Queste tesi non certo innovative, ma che fanno ancora paura all’establishment neoliberista globale, sono contenute nel libro Capital in the Twenty-First Century, scritto da Thomas Piketty, professore della Ecole d’économie di Parigi.

Sarebbe proprio il caso di parafrasare Karl Marx e Friedrich Engels, autori del Manifesto del partito comunista, gridando “Liberisti di tutti i paesi unitevi” per chiamare alle armi tutti coloro che temono come la peste la rinascita del pensiero del filosofo di Treviri, attualizzato però al XXI secolo nella versione proposta dal professor Piketty. Il titolo scelto dal New York Times per l’articolo scritto da Thomas B. Edsall riesce a concentrare in due parole la tesi dell’economista francese: Capitalism vs. Democracy. Scrive Edsall che un giornale francese ha descritto la nuova fatica editoriale di Piketty come un “bulldozer politico e teorico” che pone la disuguaglianza come l’inevitabile prodotto del libero mercato capitalista.

Secondo Piketty le tradizionali politiche di spesa e tassazione adottate dai governi liberali stano fallendo l’obiettivo di diminuire le disuguaglianze tra ricchi e poveri. La proposta del professore transalpino va ben oltre una lettura conservatrice che vede le distorsioni dell’intervento pubblico nel libero mercato come causa principale del mancato raggiungimento dell’uguaglianza sociale. Piketty la pensa esattamente al contrario: più il liberismo diventa un sistema puro e più cresceranno le disuguaglianze.

Gli studi di Piketty analizzano l’espansione dell’economia di mercato fin dall’anno Mille, ben prima della nascita del capitalismo così come lo conosciamo oggi. Disuguaglianza sempre crescente tranne che in un periodo di una sessantina d’anni, che va dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale all’inizio degli anni ‘70 del Novecento, quando l’uguaglianza crebbe nei paesi occidentali. Due guerre mondiali e la Grande Depressione del 1929 furono alla base di una serie di devastanti rovesci per i possessori di capitali. I capitalisti persero autorità e credibilità dopo il crollo di Wall Street, e i loro capitali diminuirono considerevolmente durante le guerre a causa delle tasse enormi imposte per finanziarle. L’alto tasso di inflazione, poi, erose le riserve dei creditori e la nazionalizzazione delle maggiori industrie inglesi e francesi contribuì a favorire la decrescita delle disuguaglianze.

Negli Stati Uniti, il New Deal voluto dal presidente Franklin D. Roosvelt – messo in atto attraverso le politiche economiche Keynesiane dell’economista John Maynard Keynes – favorì lo sviluppo del movimento dei lavoratori e delle loro condizioni di vita. Politiche liberal seguite anche da un presidente Repubblicano come Dwight D. Eisenhower, mantenute dai Democratici John F. Kennedy e Lindon Johnson, ma interrotte da Richard Nixon nel 1973, in concomitanza con la crisi petrolifera mondiale.

Nella visione di Piketty, l’unico modo di bloccare la dilatazione delle disuguaglianze in atto da 40 anni è quello di imporre una tassazione progressiva globale sulla ricchezza. Dichiarare guerra ai paradisi fiscali con una tassa globale che riesca a limitare la concentrazione della ricchezza. Una bestemmia per i maghi dell’alta finanza neoliberista. Piketty vorrebbe imporre una tassa annuale progressiva su azioni e obbligazioni, sulle proprietà e sugli altri assets che normalmente non vengono tassati finché non vengono messi sul mercato. Arrivati a questo punto, se fosse ancora vivo l’autore del Capitale “originale” Karl Marx, chiamerebbe tutti i proletari alla Rivoluzione armi in pugno. Thomas Piketty compreso.

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