I segreti di Totò Riina e la nuova strategia della tensione

Riina strategia della tensioneTotò Riina portavoce del popolo di Cosa Nostra contro l’egoismo affarista di Matteo Messina Denaro e contro i difensori della “strategia della sommersione” imposta da Bernardo Provenzano. Questo il sospetto di molti magistrati che indagano sui rapporti tra mafia e politica e che, complice la crisi economica e di sistema che ha colpito l’Italia, temono una recrudescenza della strategia della tensione, favorita dalla solita commistione tra servizi segreti deviati, mafia, massoneria e neofascismo.

A far scattare l’allarme sono stati i colloqui intercettati in carcere tra il Capo dei capi, Salvatore Riina, e il boss “anarchico” della Sacra Corona Unita, Alberto Lo Russo, in cui il boss dei corleonesi, detenuto da 21 anni al 41 bis, ha reso pubblica la sua ossessione per il processo sulla trattativa Stato-Mafia ed ha annunciato l’intenzione di far fare “la fine del tonno” al pm Nino Di Matteo e a tutti coloro che vogliono abbattere il muro di omertà che ha coperto i protagonisti istituzionali della Trattativa.

A sposare questa tesi è Andrea Purgatori sull’Huffington Post, anche se altri giornalisti come Filippo Facci e Giuliano Ferrara hanno adombrato l’ipotesi della messa in scena “architettata da qualche settore d’apparato dello Stato italiano per mostrificare il presidente della Repubblica, calunniare Berlusconi e monumentalizzare Di Matteo e il suo traballante processo”. Recita che vedrebbe protagonisti lo stesso Lorusso, infiltrato dai Servizi per far parlare la “mummia” Riina, oppure proprio Riina, consapevole di essere ascoltato e, quindi, non credibile. Versione plausibile ma che non spiega perché pezzi dello Stato e il feroce boss stragista vogliano entrambi la testa di Di Matteo e neghino l’esistenza della Trattativa. La frase “si sono portati pure Napolitano” (come testimone al processo sulla Trattativa ndr) pronunciata da Riina dovrebbe imbarazzare le Istituzioni che, invece, Napolitano compreso, non nascondono affatto il fastidio provocato dalle indagini di Di Matteo.

 

Qualunque sia la verità, non c’è dubbio che Riina ha lanciato dei messaggi dal carcere di Opera, diretti forse ai picciotti desiderosi di riprendersi un po’ del vecchio potere e, soprattutto, di rivedere i piccioli che cominciano a scarseggiare. Sta di fatto che Alberto Lorusso è un esperto di codici cifrati, conosce in anticipo persino ciò che accade nella procura di Palermo ed è al corrente di uno scambio di mail privato tra magistrati. Lorusso, scrive Purgatori, “è la prova provata dell’esistenza di un circuito che veicola notizie riservate all’interno di quello che dovrebbe essere un penitenziario impermeabile”. La sua presenza al fianco di Riina non è dunque un caso.

Ma chi è interessato a riarmare la mano dei mafiosi passando dalla bocca di Riina? Possibile che il feroce boss voglia seppellire l’indagine sulla Trattativa che rischia di dipingerlo come un pupo eterodiretto da forze più grandi di lui? Perché dopo 20 anni di silenzio Riina il muto ha ritrovato la parola? I motivi di questa conversione potrebbero ascriversi alla crisi dell’organizzazione Cosa Nostra, falcidiata dai numerosi arresti dei “soldati” ma, in particolar modo, dalla chiusura dei rubinetti della spesa pubblica che da decenni aveva permesso ai mafiosi di dettare legge sulla spartizione di appalti e commesse e sulla estorsione agli imprenditori. Meno interessi nel fiorente mercato della droga egemonizzato ormai dalla ‘ndrangheta e, dunque, con l’inizio della crisi economica, la fine di un sistema che aveva arricchito uomini d’onore e servitori corrotti dello Stato.

I soldi in cassa adesso sono finiti. Le famiglie dei carcerati fanno la fame e gli affiliati ancora in libertà minacciano di prendere i forconi perché la ditta Cosa Nostra non paga più gli stipendi. Ecco così spiegata la condanna di Riina verso Matteo Messina Denaro, “accusato di farsi soltanto i fatti propri perché inserito in un circuito di relazioni privilegiate che gli consente di rimanere comunque finanziariamente a galla”. Il sogno dei mafiosi è quello di avere un Uomo Forte al comando, come gli italiani che sono passati da Mussolini a Berlusconi e, adesso, sembrano innamorati di Renzi. Ma il rischio è anche quello di ritrovarsi Grillo a Palazzo Chigi. Una catastrofe per quei pezzi deviati dello Stato che, insieme a Riina, organizzarono le stragi di Capaci, via D’Amelio (a proposito, Enrico Deaglio scrive che Spatuzza si era pentito già nel 1998), dei Georgofili, del Velabro e il fallito attentato allo stadio Olimpico, e che adesso vorrebbero riaprire la stagione delle bombe.

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