Decreto Bankitalia, un regalo alle banche. L’UE dà ragione a Grillo

decreto BankitaliaL’Europa ha il dubbio che il decreto Bankitalia nasconda un clamoroso aiuto di Stato alle banche italiane. E il M5S di Beppe Grillo esulta. Per ora quella europea è solo una richiesta di chiarimento, si è affrettato a precisare Antoine Colombani, portavoce del commissario antitrust della UE Joaquin Almunia. Ma la mossa compiuta dal governo di Bruxelles di inviare una lettera al ministero dell’Economia italiano per chiedere maggiori informazioni sulle concrete conseguenze del provvedimento pro banche votato insieme alla cancellazione dell’Imu, rischia di scatenare un terremoto politico sotto le poltrone del neonato governo Renzi.

Il decreto con cui è stato rivalutato il capitale sociale della Banca d’Italia (da 300 milioni delle vecchie lire a 7,5 miliardi di euro) non ha convinto i membri della Commissione antitrust fin dal 29 gennaio scorso, giorno della sua conversione a Montecitorio. Una giornata memorabile nella storia parlamentare italiana perché i “cittadini” del M5S avevano tentato l’assalto ai banchi del governo non appena la presidente Laura Boldrini aveva fatto ricorso alla cosiddetta “tagliola” per accelerare i tempi della discussione in aula. Un inedito legislativo che aveva scatenato una bagarre da curva Sud che – proprio nello stesso giorno dello scoop di Repubblica sulle indagini condotte dagli uomini di Almunia – ha portato a pesanti sanzioni nei confronti dei grillini protagonisti della baruffa.

Fin troppo facile adesso per Grillo parlare di 26 M5S sospesi dalla Boldrini, 26 medaglie e gridare allo scandalo della collusione tra governanti e banchieri, visto che anche l’Europa, se pur con il dovuto tatto del caso, sembra propendere per la tesi del clamoroso e illegale (secondo le regole di mercato imposte dai burocrati di Bruxelles) regalo fatto ai maggiori istituti di credito del Belpaese come Unicredit, Intesa-San Paolo, ma anche ad altri azionisti Bankitalia come Generali e Inps.

A dire la verità l’intervento pubblico di Colombani si è reso necessario a poche ore dall’articolo scritto da Federico Fubini per il quotidiano di Ezio Mauro. L’unico modo per cercare di tappare la falla mediatica aperta dalla pubblicazione di notizie che anche l’UE avrebbe voluto ritenere riservate. Ufficialmente, infatti, l’inchiesta del commissario Almunia era partita già da qualche tempo, a seguito del ricorso presentato in Commissione antitrust dall’eurodeputato dell’Idv Niccolò Rinaldi e dopo la denuncia firmata da Adusbef e Federconsumatori.

I solerti commissari UE erano comunque già sulle tracce del decreto Bankitalia perché le banche italiane, così come gli altri istituti di credito della UE, sono sottoposte in questi mesi a rigorosi esami sulla tenuta dei loro conti sia da parte della BCE che dell’EBA (European Banking Authority). Si avvicina la scadenza del 2015 e Mario Draghi, insieme alle autorità di Bruxelles, pretende che le banche rafforzino i loro capitali, ma senza ricorrere ad aiuti di Stato. Per questo motivo monta il sospetto che, dietro l’attivismo di Joaquin Almunia, possa celarsi lo zampino delle grandi banche europee desiderose di bloccare il tentativo di Palazzo Koch di foraggiare illegalmente i boccheggianti banchieri italiani.

Il trucco architettato dall’ex ministro di via XX settembre, Maurizio Saccomanni (che non ha mai notificato il decreto alla UE come potenziale caso di sussidi pubblici), era semplice ma ingegnoso: rivalutare le quote della Banca d’Italia dai 300 milioni del 1936 (anno della fondazione) a 7,5 miliardi. I già citati azionisti, però, non potrebbero più detenere una quota di azioni superiore al 3% (al momento Intesa-San Paolo ha il 30,3% e Unicredit il 22,1%) e sarebbero costretti ad immettere sul mercato la partecipazione in eccesso. Se poi, ecco la fregatura (per i contribuenti), nessuno volesse acquistare quelle azioni, sarebbe la stessa Banca d’Italia a farsene carico. Tradotto: una plusvalenza calcolata in 2 mld per Intesa e 1,6 per Unicredit. Adesso la Commissione UE dovrà valutare se esistono i presupposti per denunciare un aiuto di Stato alle banche. Ma è certo che la mossa di Bruxelles ha dato ragione alla battaglia condotta da Beppe Grillo.

Controstoria del Mercoledì Nero del M5S

Orellana ScilipotiIl 26 febbraio del 2014 resterà scolpito nelle cronache giornalistiche come il Mercoledì Nero del Movimento5Stelle. E, in effetti, il dibattito e il successivo voto on-line che hanno sancito l’espulsione di 4 senatori dissidenti, hanno creato non pochi problemi al non-partito guidato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, a cominciare dalle dimissioni presentate o minacciate da altri parlamentari ormai non più grillini. Ma la versione catastrofista fornita dal coro quasi unanime dei mass media – che sono riusciti a far passare il messaggio che Grillo è un dittatore antidemocratico e il M5S un covo di fascisti dove non è permesso il dissenso – è solo lo strumento con cui i partiti della casta cercano di demolire il temibile movimento di Grillo alla vigilia delle elezioni Europee.

Il fuoco di fila messo in campo dai media di Regime è impressionante. La setta di Grillo che rifiuta la politica è l’opinione del direttore di Repubblica Ezio Mauro; “Fascisti” e “cannibali”: lo psicodramma a 5 Stelle tra minacce e lacrime titola Alessandro Trocino sul Corriere della Sera; Insulti, minacce e epurazioni. Così Grillo ha sfasciato il M5S scrive Rachele Gonnelli su l’Unità, esprimendo più la speranza di tutto il Pd (di cui il quotidiano fondato da Gramsci è ahinoi l’organo ufficiale) che non la realtà dei fatti.

Ancora più diretto l’incitamento Dai Grillo, sfascia i tuoi pronunciato sul Giornale da Salvatore Tramontano. Caos M5S, veleni dopo le espulsioni drammatizza La Stampa in un articolo non firmato e, quindi, attribuibile al direttore Mario Calabresi. Anche il direttore del Fattoquotidiano.it, Peter Gomez, solitamente un po’ più tenero con i grillini, parla di stupidità e dittature della maggioranza. Solo Marco Travaglio cerca di mantenersi super partes scrivendo di Peccatori e verginelle.

Una serie infinita di articoli, fiumi di parole e di inchiostro più o meno virtuale. Qualsiasi cosa pur di sbattere il mostro grillino in prima pagina. Mai visto prima, nemmeno per attaccare il più odiato di tutti: Silvio Berlusconi. Tutti comunque a menarla all’unisono sulla sacralità del diritto alla libertà di parola e di critica che Beppe Grillo e i suoi fedelissimi avrebbero calpestato cacciando su due piedi i poveri senatori, Lorenzo Battista, Francesco Campanella, Luis Alberto Orellana e Fabrizio Bocchino, la cui unica colpa sarebbe stata quella di aver espresso un’opinione negativa sul comportamento tenuto da Grillo durante l’incontro in streaming con Renzi. Niente di più falso.

I 4 senatori espulsi, fin dall’esordio nelle aule parlamentari, durante l’elezione di Pietro Grasso alla presidenza di Palazzo Madama, hanno cominciato una sistematica azione di sabotaggio delle iniziative prese dal M5S. Dichiarazioni e interventi in aperto contrasto con la linea del gruppo. Un comportamento inammissibile e distruttivo se si tiene conto che i grillini si sono ritrovati contro la gioiosa macchina da guerra dei giornalisti al soldo di partiti e Poteri Forti. Una condotta che, più che nella sfera del diritto di critica, rientra in quella del sabotaggio e dell’intelligenza con il nemico.

Nessuno, poi, ha creduto opportuno mettere in luce il fatto che i vari Campanella e Orellana di turno non sono altri che dei perfetti signor nessuno che si sono montati la testa quando sono stati promossi a paggi della corte dei Palazzi romani, ovviamente solo grazie al boom propiziato da Beppe Grillo. Le regole, giuste o sbagliate che siano, il gruppo dei 5Stelle se le è date e, tra queste, c’è quella di essere solo dei rappresentanti dei cittadini e non dei privilegiati legibus soluti. Quando la maggior parte della base degli attivisti del Movimento non si ritiene più rappresentata da un parlamentare, questi ha solo due strade davanti a sé: dimissioni o espulsione. Che piaccia o meno. Da non trascurare nemmeno il fatto che i 4 “traditori”, così come gli altri vecchi e nuovi fuoriusciti dal M5S, hanno dato sempre segni di insofferenza sulla regola della restituzione di diaria, rimborsi e stipendio in eccesso. Ecco il marchio dell’infamia, la prova del tradimento. Comunque Beppe Grillo era stato facile profeta dello scilipotismo a 5Stelle.

Prostituzione: legalizzarla o punire i clienti? Europa divisa

prostituzione EuropaIn Europa si riapre il dibattito sulla prostituzione. Lo scontro è tra chi, partendo da un approccio libertario, è favorevole alla legalizzazione e chi, come quelle che qualcuno ha definito “abolizioniste della prostituzione”, pensa che acquistare il corpo delle donne sia in ogni caso una forma di violenza, anche se la prostituta esercita “il mestiere” volontariamente. Il 26 febbraio scorso il Parlamento Europeo ha votato in favore di una relazione presentata dalla Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere (FEMM) sulle conseguenze che comporta lo sfruttamento della prostituzione alla parità di genere tra uomo e donna.

Gli onorevoli di Bruxelles hanno detto sì a stragrande maggioranza (343 voti a favore, 139 no, 105 astenuti) ad un documento di valore non vincolante per gli stati membri, ma che dovrebbe fornire il nuovo indirizzo culturale con cui affrontare la questione dello sfruttamento delle/dei lavoratrici/tori del sesso. Stando al testo della risoluzione, da oggi in poi i governi europei dovrebbero adottare una legislazione che elimini la differenza tra prostituzione volontaria e forzata (ritenute la stessa cosa) e che, soprattutto, punisca penalmente i clienti (oltre alle sanzioni amministrative).

Il provvedimento piomba come un fulmine a ciel sereno sul Vecchio Continente, a questo punto diviso tra tre approcci al problema del tutto dissimili tra loro. In paesi come Germania, Olanda, Austria e Danimarca l’attività prostitutiva è legale. In Irlanda, Francia e Gran Bretagna, anche se con modalità diverse tra uno Stato e l’altro, sono direttamente le persone che esercitano la prostituzione ad essere criminalizzate e punite. A questi due blocchi si è aggiunta negli ultimi anni la nuova frontiera rappresentata dal modello nordico. Svezia, Finlandia e Norvegia (quest’ultima extra UE) non perseguono le lucciole, ma i loro clienti, e con grande severità.

La legge svedese del 1999 parte dall’assunto che l’esercizio della prostituzione sia un ostacolo alla parità di genere. Interpretazione sposata in pieno dal SEMM e dalla relatrice della risoluzione appena approvata, Mary Honeyball, deputata laburista inglese. Nelle motivazioni presentate dalla Honeyball si legge che “lo sfruttamento nell’industria del sesso è causa e conseguenza della disparità di genere e perpetua l’idea che i corpi di donne e ragazze siano in vendita”. Il testo si conclude così: “La relazione non è contro le donne che si prostituiscono. È contro la prostituzione, ma a favore delle donne che ne sono vittime. Raccomandando di considerare colpevole l’acquirente, ossia l’uomo che compra servizi sessuali, anziché la prostituta, il presente testo costituisce un altro passo sul cammino che porta alla totale parità di genere nell’Unione europea”.

Intenzioni all’apparenza lodevoli, ma che in molti considerano figlie di una visione fondamentalista dell’esistenza. Un articolo di una blogger pubblicato sul fattoquotidiano.it stronca senza mezzi termini il proibizionismo della Honeyball. La parificazione di tratta e prostituzione volontaria viene definita una “tesi preconcetta”, mentre vengono portate a sostegno della critica al modello svedese i dati raccolti da centinaia di organizzazioni del settore secondo i quali “penalizzare il cliente significa comunque marginalizzare, isolare, rendere più vulnerabile la sex worker che sarà obbligata a lavorare in clandestinità”. Dello stesso parere anche l’ICSRE, il Comitato Internazionale per i diritti dei lavoratori dell’industria del sesso in Europa, quasi un sindacato delle prostitute.

La Honeyball e il Parlamento Europeo hanno comunque ignorato i pareri opposti ai loro. E l’Italia da che parte si schiera?. L’Huffington Post riporta che i Nostri a Bruxelles hanno approvato a maggioranza la Relazione Honeyball, “tra questi Sonia Alfano, Roberta Angelilli (Ncd), Lara Comi (Forza Italia), Luigi Berlinguer (Pd)”. Ovviamente contrari gli europarlamentari della Lega Nord, fautori di un disegno di legge di modifica della Legge Merlin, riaprendo così le porte delle Case Chiuse, sprangate dal 1958. Voce autorevole tra gli oppositori del proibizionismo è quella di Gianni Vattimo (IdV) che si dice in disaccordo “con il condannare anche penalmente un fatto ritenuto moralmente riprovevole come quello di acquistare sesso”. Secondo il filosofo “equiparare il supposto peccato al reato” è un errore.

Lo scandalo della doppia pensione di Matteo Renzi

 

Renzi pensioneMatteo Renzi deve dimettersi dalla società di famiglia Eventi 6 srl altrimenti riceverà una doppia pensione: da politico e da lavoratore dipendente. Una enorme contraddizione per il premier rottamatore che, almeno a parole, ha fatto dell’onestà e della trasparenza i suoi vessilli per riformare l’Italia. A rilanciare con forza questa richiesta è stato Marco Lillo con un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano il 25 febbraio scorso. Era stato lo stesso Lillo, già nel marzo 2013, ad accendere i riflettori su una vicenda che adesso rischia di mettere in forte imbarazzo Renzi.

 Il documento divenuto pietra dello scandalo risale al 22 marzo del 2013. Si tratta della risposta fornita dal vicesindaco renziano Stefania Saccardi a due consiglieri comunali di Firenze – Francesco Torselli (Fratelli d’Italia) e Marco Semplici (Lista Galli) – che avevano chiesto lumi sui contributi versati dalla Provincia e dal Comune fiorentini da quasi 10 anni all’attuale premier, in quanto lavoratore dipendente collocato in aspettativa non retribuita perché divenuto amministratore locale. Tutto in regola secondo la versione della Saccardi: “Alla società presso cui risulta dipendente in aspettativa il dottor Renzi sono erogati i contributi previsti all’art. 86 comma 3 del Testo unico sugli enti locali”.

 Puzza di bruciato, invece, secondo i consiglieri di opposizione e, soprattutto, secondo il giornalista del Fatto che decide di prendere a cuore la questione dei presunti “contributi truffa”. La miccia viene accesa dal quotidiano di Padellaro e Travaglio il 27 marzo 2013 ma, complice l’autocensura degli altri media, la bomba preparata da Lillo non deflagra. Eppure gli elementi per inchiodare Renzi ad una triste storia italiana di pensioni e Tfr preparati con cura da mamma e papà, ma pagati con soldi pubblici, ci sono tutti.

Nel 2003 il giovane Matteo è un semplice collaboratore (co. co. co.) della Chil srl, società che si occupava di marketing e vendita di giornali in strada. Fondata nel 1993 da babbo Tiziano Renzi e mamma Laura Bovoli, la Chil vede passare di mano le sue quote nel 1997. E a chi se non agli amati pargoli Matteo (40%) e Benedetta (60%)? Nel 2003 si fa strada la voce sempre più insistente della candidatura di Renzi jr a presidente della Provincia di Firenze in quota Margherita. Niente di ufficiale, ma tutto è già deciso.

E, infatti, il “caso” vuole che il 17 ottobre 2003 Matteo e Benedetta decidano “inspiegabilmente” di rivendere le loro quote ai genitori che, immediatamente, il 27 ottobre, assumono il figlio con il ruolo di dirigente della Chil srl. Niente di illegale, se non che, riporta Marco Lillo, il 28 ottobre (il giorno dopo) l’Ansa batte la notizia della decisione della Margherita di candidare il promettente renzino alla presidenza della provincia della città di Dante. L’ufficialità della candidatura arriverà di lì a poco, il 4 novembre 2013.

Una serie di coincidenze a dir poco anomala. Ma non è finita qui, perché nell’ottobre 2010 la Chil srl viene ceduta, diviene una bad company e in seguito fallisce. Intanto, il ramo sano dell’azienda, quello del marketing, rimane saldamente nelle mani della Renzi Family e viene ceduto, con annesso Matteo Renzi, alla Eventi 6 srl di cui sono proprietarie mamma e sorelle del segretario Pd. A conti fatti, gli enti locali, ovvero i cittadini italiani, avrebbero versato in favore della vecchiaia di Renzi una la somma di circa 350mila euro. Uno scandalo, se non fossimo in Italia, amplificato ora dall’ingresso del neo premier nella stanza dei bottoni dove percepisce 12mila euro lordi al mese e da cui uscirà quasi sicuramente da parlamentare con relativo diritto al vitalizio. Chiudere di rinunciare alla doppia pensione d’oro ad uno che ha promesso a milioni di disoccupati e precari lavoro e reddito garantito per tutti ci sembra il minimo.

Rottamazione della burocrazia: Renzi sfida Tar e Consiglio di Stato

Renzi contro la burocraziaLo scontro è tra l’appena insediato governo Renzi e la cosiddetta casta dei burocrati che occupa i gangli vitali dello Stato. Soprattutto magistrati, avvocati e consiglieri membri del TAR e del Consiglio di Stato. Una casta nella casta che, finora, nessuno ha mai provato a spodestare senza subire conseguenze. La posta in gioco sono le poltrone dei capi di dipartimento, capi di gabinetto e capi degli uffici legislativi occupate da questi ultimi.

Da questa posizione privilegiata, ai più alti livelli delle amministrazioni ministeriali, burocrati e boiardi di Stato, che collaborano direttamente con i ministri in carica, sono in grado controllare il processo di formazione delle leggi attraverso i famigerati decreti attuativi (senza i quali qualsiasi norma varata da parlamento o governo diventa carta straccia).

Questa situazione vecchia come la Repubblica italiana non sta bene al premier rottamatore, che ha messo ai primi posti del suo programma la lotta alla burocrazia. Anzi, come lui stesso ha postato su twitter domenica scorsa, quella contro la burocrazia è la “Madre di tutte le battaglie”. Insomma, Renzi conta di sburocratizzare la burocrazia sostituendo i burocrati inaffidabili con uomini e donne di sua fiducia. Un gioco di parole che rende chiare le reali intenzioni di Renzi: da un lato, la sincera opposizione ad una burocrazia di stampo austro-ungarico; dall’altro, la tutela del gruppo di potere ancora occulto che qualcuno sospetta si possa celare dietro al fenomeno Renzi.

La lista dei probabili rottamati tra membri di Tar e Consiglio di Stato prestati, per così dire, agli affari dello Stato, l’ha fornita il quotidiano Repubblica in un articolo firmato da Valentina Conte. La prima testa saltata è quella di Roberto Garofoli, sostituito nel ruolo di segretario generale di Palazzo Chigi da Mauro Bonetti. È stato direttamente il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Del Rio, braccio destro di Renzi, a nominare Bonetti, considerato un fedelissimo. Garofoli, invece, è legato a Filippo Patroni Griffi (di cui è stato capo di gabinetto al ministero della Funzione Pubblica) che ha dovuto passare la poltrona di numero 2 di Palazzo Chigi proprio a Del Rio. I due, Patroni Griffi e Garofoli, neanche a dirlo, sono entrambi consiglieri di Stato.

Nella lista dei burocrati da rottamare spicca il nome di Antonio Catricalà. Il ruolo di viceministro allo Sviluppo economico ricoperto dal boiardo di area berlusconiana risulta tra i più ambiti. Tra i consiglieri di Stato, i nomi suggeriti dal quotidiano di Ezio Mauro sono quelli di Rosanna De Nictolis (Ambiente), Marco Lipari (Beni Culturali), Goffredo Zaccardi (Sviluppo Economico), Carlo Deodato (capo ufficio legislativo della presidenza del Cons.), Alfredo Storto (capo uff. leg. Funzione Pubblica) e Francesco Tomasone. Quest’ultimo, capo di gabinetto del ministero del Lavoro già nel 1993 ai tempi di Gino Giugni. Prossimi alla rottamazione anche il magistrato TAR Mario Alberto Di Nezza (capo gabinetto Sanità) e l’avvocato dello Stato Giacomo Aiello (capo gabinetto Infrastrutture).

Renzi pensa addirittura ad un decreto legge per liberarsi dei burocrati ritenuti scomodi. Si vedrà nelle prossime ore. Intanto, è già stata calendarizzata per il mese di aprile la riforma della Pubblica Amministrazione che prevedrà incarico a tempo e mobilità per i dirigenti. Almeno a parole, con l’avvento del renzismo sembra giunta la fine dei privilegi per una minoranza di raccomandati. Ma a rimettere un freno ai facili ottimismi ci pensano lavoce.info che riporta la tabella completa delle retribuzioni nella PA italiana e il sito affaritaliani.it che pubblica i nomi e gli stipendi di alcuni “paperoni” dirigenti della PA:

Gaetano Silvestri, Presidente Corte Costituzionale, 545.286 euro; Ugo Zampetti, Segretario generale Camera, 478.149 euro; i 13 giudici costituzionali 454.405 euro cadauno, Guido Letta (nipote di Gianni e quindi cugino dell’ex Premier Enrico) in quanto vice segretario generale della Camera 358.642 euro”.

L’ombra di Licio Gelli dietro l’accordo Renzi-Berlusconi

Renzi Berlusconi massoneriaDietro la decisione di Matteo Renzi di formare il governo con una maggioranza da Prima Repubblica – rinunciando al ruolo vincente di rottamatore per rischiare di impantanarsi con Alfano nella palude dei veti incrociati dei  partitini centristi – ci sarebbe un accordo segreto con Silvio Berlusconi. Di più. Il patto stretto con il Cavaliere ricalca in molti punti il Piano di Rinascita Democratica della P2 di Licio Gelli. A proporre questa ipotesi è stato Rino Formica nei giorni immediatamente precedenti l’accettazione dell’incarico di premier da parte del segretario Pd.

Lo scaltro politico, socialista e più volte ministro ai tempi d’oro di Craxi, ha scritto una nota sulla rivista storica del socialismo Critica Sociale, per accusare Renzi di “protervia” e “insolenza” perché il neo premier avrebbe avviato “sue personali consultazioni da capo del governo non ancora incaricato”. Il j’accuse di Formica si chiudeva con un passaggio inquietante: “Dopo 35 anni vedo il realizzarsi del programma di Rinascita Nazionale del ‘toscano’ Licio Gelli”. Nazionale, o Democratica che dir si voglia, la Rinascita teorizzata da Gelli colpisce ancora l’immaginario del politico socialista che, non a caso, virgoletta la toscanità del Venerabile per accostarla a quella del giovane Renzi.

Passata sotto il silenzio complice dei media, la denuncia di Formica viene ribadita da lui stesso con una intervista rilasciata a ilsussidiario.net venerdì 21 febbraio, giorno dell’incarico. Questa volta però l’accusa è più circostanziata. Secondo Formica il paese si trova ad affrontare una “crisi di sistema”. Impensabile vedere “due diverse maggioranze” (quella “ufficiale” con Alfano per occuparsi di economia, l’altra con Berlusconi per le riforme istituzionali). Un modus operandi che metterebbe addirittura a rischio la democrazia in Italia.

“C’è un patto tra Renzi e Berlusconi – aggiunge Formica, secondo il quale i due – “non sopportano i corpi intermedi, non hanno un’idea della democrazia partecipativa e vogliono semplificare senza riguardo”. Renzi avrebbe accettato di governare con una maggioranza identica a quella del governo Letta perché “ha verificato con Berlusconi la saldezza del patto di ‘maggioranza occulta’ che non si sottoporrà al vaglio costituzionale del voto di fiducia”. In pratica, i partitini “morenti” usati per svolgere il lavoro sporco, mentre “la maggioranza in sonno si legge invece su una intesa solidissima”.

L’indicibile patto si reggerebbe su tre punti fondanti: intesa sull’elezione del presidente della Repubblica (Mario Draghi?), elezioni politiche entro un anno, legge elettorale pro Pd e Forza Italia. Tutto in nome delle richieste dei “Mercati”. Una “fotocopia del programma di Gelli” con maggioranze catto-massoniche al posto di quelle catto-comuniste. E, in effetti, alcuni dei punti fondanti della Rinascita Democratica piduista sono proprio la nascita di due partiti, il controllo dei media, il presidenzialismo, la riforma della magistratura, la riduzione dei parlamentari e l’abolizione delle province.

A pensar male si fa peccato, ma ci si indovina quasi sempre, diceva Giulio Andreotti, uno che di trame segrete se ne intendeva. In questo senso, un altro indizio del possibile connubio massonico tra Berlusconi e il suo erede è l’articolo pubblicato dal sito linkiesta.it. “L’attuale presidente di Mps Antonella Mansi – scrive Antonio Vanuzzo – è stata numero uno di Banca Federico Del Vecchio, istituto privato della borghesia fiorentina controllato da Banca Etruria, feudo della massoneria aretina nel cui consiglio d’amministrazione siede il padre di Maria Elena Boschi”.

La promettente figlia di Pier Luigi Boschi, il ministro delle Riforme Maria Elena, legata come il padre alla massoneria. Niente più di un sospetto, corroborato però dai frequenti incontri avuti dalla Boschi con Denis Verdini per discutere di legge elettorale. Verdini, il plenipotenziario berlusconiano, da sempre in contatto con la massoneria toscana, è stato tirato in mezzo anche da Beppe Grillo durante l’incontro in streaming con Renzi. “Ti sei messo insieme a Verdini e alla massoneria per fare la legge elettorale”, ha detto il guru del M5S al segretario Pd. E chi sa che non avesse ragione lui.

Pippo Civati pronto a fondare il Nuovo Centrosinistra

Pippo Civati NcsIl piano di Pippo Civati è ambizioso: formare un nuovo gruppo al Senato per appoggiare il governo Renzi al posto di Alfano e, se le cose dovessero mettersi bene, fondare un nuovo partito che rappresenti le istanze di Sinistra ormai divenute marginali nel Pd. Fatti due conti, il terzo classificato nelle primarie Dem potrebbe anche avere i numeri per compiere un clamoroso ribaltone, nel partito e nel governo. L’occasione per una prima conta sarà “alla Scuderia, a Bologna, in piazza Giuseppe Verdi, domenica, a partire dalle ore 10”, ha scritto Civati sul suo blog.

All’incontro bolognese sono invitati tutti coloro che “tengono alla sinistra e all’ulivo”, iscritti o meno al Pd che siano. La data di domenica 23 febbraio, a poche ore dal voto di fiducia delle Camere, non è certo stata scelta a caso. Come non è un caso che la fronda guidata dal dissidente anti-renziano Civati non abbia ancora sciolto la riserva se votarla questa fiducia a Renzi. Il primo a trarre le conseguenze di questa tattica rischiosa è lui stesso. “Non credo che daremo la fiducia al governo Renzi. Vediamo – dice il Pippo del Pd – Certo che se gli diciamo di no diventa difficile restare nel partito”. Chi non vota la fiducia viene automaticamente espulso dal Pd e, senza il paracadute di un altro partito, l’oblio politico è garantito.

D’altronde, come è possibile ingoiare il rospo di un accordo con il Nuovo Centrodestra degli impresentabili, secondo i civatiani, Alfano, Schifani, Cicchitto, Sacconi, Giovanardi e Formigoni? Il ticket di governo Renzi-Alfano non va proprio giù a Civati che ormai si è speso fin troppo contro Alfano per potersi rimangiare la parola. L’ex alleato di Renzi alla Leopolda, però, riesce a vedere la luce in fondo al tunnel di questo rebus politico. Renzi odia Alfano, ragiona Civati, e farebbe di tutto per toglierselo dai piedi sostituendolo con qualcun altro in maggioranza.

E allora, perché non formare un gruppo parlamentare e, in seguito, un partito vero e proprio chiamato Nuovo Centrosinistra? Basterebbe poi presentarsi da Renzi per chiedergli se “preferisce allearsi con l’Ncd o con l’Ncs”, azzarda Civati. I soggetti interessati dal progetto Nuovo Centrosinistra dovrebbero essere, nella visione civatiana, la vecchia sinistra antiberlusconiana e tutti quelli che puntavano ad eleggere Stefano Rodotà alla presidenza della Repubblica.

Ma chi sono in concreto i futuri membri di Ncs? Oltre al leader Pippo Civati, ci sono i senatori civatiani del Pd Felice Casson, Lucrezia Ricchiuti, Laura Puppato, Walter Tocci, Corradino Mineo e Sergio Lo Giudice. È l’ex direttore di Rainews24 a confermare l’ipotesi. “Uscire dal Pd è solo un’ipotesi. Ma potrebbe esserci la possibilità al Senato di creare il Nuovo Centrosinistra con noi civatiani, Sel e alcuni esponenti dei 5 Stelle – dichiara Mineo a Radio24 – Vedremo cosa accadrà nei prossimi giorni, ma l’ipotesi di un Nuovo Centrosinistra sarebbe una novità molto positiva perché rappresenterebbe un contraltare al Ncd”.

Porte aperte naturalmente ai membri di Sel. Il partito di Niki Vendola conta 7 senatori a Palazzo Madama: Loredana De Petris, Peppe De Cristofaro, Massimo Cervellini, Luciano Uras, Giovanni Barozzino, Alessia Petraglia e Dario Stefano. A completare questo minestrone di sinistra tra dissidenti Pd, scontenti Sel ed epurati del M5S ci sono proprio i grillini considerati “traditori”. Nel gruppo Misto del Senato, lo stesso di Sel, sono parcheggiati nei Gap (niente a che vedere con i partigiani) Adele Gambaro, Paola De Pin e Fabiola Anitori (non pervenuto Marino Mastrangeli). A loro potrebbero presto aggiungersi i quasi espulsi Luis Orellana, Lorenzo Battista, Francesco Campanella e Fabrizio Bocchino. A questi, un azzardato pronostico della rivista Left, aggiunge altri 7 del M5S pronti a saltare sul carro fantasma di Civati. Solo ipotesi da fantapolitica, per il momento, ma Renzi un po’ trema e un po’ ci spera.

Renzi e Berlusconi decidono: Alfano fuori dal governo

Alfano Renzi BerlusconiAngelino Alfano è spacciato. Non importa se il Nuovo Centrodestra deciderà di entrare nel governo Renzi, come tutto lascerebbe intendere, oppure se Alfano e i suoi romperanno con il segretario Pd per gettarsi in una corsa elettorale suicida. I giochi sono già fatti. A decidere sono stati di comune accordo Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Nessun vertice di maggioranza, nessun incontro in streaming o nelle appropriate sedi parlamentari. Sono bastati un paio di faccia a faccia, ultimo dei quali quello di mercoledì durante le consultazioni a Montecitorio, per sancire un patto d’acciaio volto ad eliminare dalla scena politica lo scomodo ed impertinente ex delfino senza quid.

Il primo a dare la notizia dell’avvio dell’offensiva anti-alfaniana del premier in pectore è stato Alessandro De Angelis sull’ Huffington Post di Lucia Annunziata, quotidiano notoriamente informatissimo e prodigo di anticipazioni su quanto accade in casa Pd. La a bomba “Via Alfano dal governo” viene lanciata nel primo pomeriggio di giovedì, al termine di un vertice di maggioranza interlocutorio, al quale peraltro Renzi non ha nemmeno partecipato perché, come da lui stesso anticipato, “allergico ai vertici di maggioranza”. La composizione e il programma del nuovo governo restano dunque in alto mare a poco più di 24 ore dal previsto giuramento dei ministri al Quirinale.

Si, ma quali ministri? Scrive De Angelis che Renzi, oltre al veto imposto sul nome di Angelino, conferma i tre ministeri promessi ad Ncd, compreso quello degli Interni, ma pretende “facce nuove”. Via dunque Alfano, Lupi e Lorenzin per non rischiare di fare “una specie di governo Letta senza Letta”. La motivazione del siluramento di Alfano, da quanto trapela dall’entourage renziano, sarebbe l’inopportunità che il capo di Ncd rimanga ad occupare la poltrona di ministro dell’Interno alla luce di quanto accaduto con il Caso Kazakistan. Troppo imbarazzante per il premier fiorentino, ad esempio, dover giustificare una nuova intervista dell’ex prefetto Procaccini che ha sbugiardato la versione fornita dal numero 1 del Viminale.

E poi, Alfano sarebbe stato “complice” del “disegno neocentrista di Letta”. La tempistica della svolta di Renzi non lascia spazio a dubbi: il colpo contro Alfano è arrivato all’indomani dell’incontro con Berlusconi, dopo che il Cavaliere ha promesso al premier una “opposizione responsabile”. Evidentemente, l’accordo tra l’Ebetino e il Caimano non comprende solo la legge elettorale e le riforme costituzionali. C’è qualcosa di più sul piatto: la testa di Angelino il “traditore” richiesta espressamente da Berlusconi.

Troppo invitante per Renzi mettere in atto il ricatto a cui Ncd non sembra potersi sottrarre. Nel caso in cui gli alfaniani accettino l’umiliante cambio di ministri, il partito vedrebbe ancor più ridotto il proprio potere contrattuale. Impossibile anche rovesciare il tavolo per andare a votare con la legge elettorale proporzionale in cui la Consulta ha trasformato il Porcellum. Dietro l’angolo, infatti, c’è sempre Forza Italia che potrebbe tranquillamente votare l’Italicum con il Pd per poi far cadere Renzi ed andare alle urne con una legge ammazza-Alfano. Un vicolo cieco, quello in cui si sono cacciati i diversamente berlusconiani, da cui non si può uscire.

Purtroppo per Alfano, l’unica speranza di sopravvivere rimasta a Renzi è quella di tornare a mostrarsi come il rottamatore, soprattutto dopo la batosta in diretta streaming subita da Beppe Grillo. Ad essere qualificato come uno della casta, servo di banche e Poteri Forti (anche se è la verità), il premier impredicato proprio non ci sta. Il sacrificio di tutti i vecchi ministri, compreso Alfano, si rende dunque necessario. Arrivati a questo punto, fanno quasi sorridere gli strepiti e i piedi puntati da quelli di Ncd nei giorni scorsi. Le loro pretese sull’Italicum somigliano di più all’ultimo desiderio di un condannato a morte.

Il mistero del nuovo arresto di Luigi Bisignani

Bisignani arrestatoLuigi Bisignani, l’uomo noto alle cronache italiane come il “faccendiere”, si trova agli arresti domiciliari, accusato di frode fiscale nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte irregolarità nell’assegnazione degli appalti di Palazzo Chigi. Bisignani è accusato dai pm della procura di Roma di aver fatto emettere false fatture dalla sua società Four Consulting tra il 2009 e il 2011, al fine di assicurarsi un consistente guadagno sulle operazioni di intermediazione e lobbying messe in atto per favorire le imprese amiche nella conquista dei lucrosi appalti del palazzo sede del governo.

Custodia cautelare ai domiciliari, con le accuse di corruzione e turbativa d’asta, anche per il generale dei Carabinieri Antonio Ragusa che nel 2010 era capo del Dipartimento della Risorse Strumentali di Palazzo Chigi. Ma come? Il Grande Faccendiere Luigi Bisignani, sospettato di essere lo stratega occulto di trame massoniche e il custode dei più inconfessabili misteri italiani finito al fresco per una imbarazzante vicenda di false fatture? Nessun mistero sembrerebbe in apparenza celarsi dietro questa storia. Se non che gli amici degli amici che hanno ottenuto i lavori grazie all’intermediazione truffaldina di Bisignani e Ragusa sarebbero legati a vario titolo alla presunta associazione a delinquere P4, attiva proprio nella spartizione degli appalti della Pubblica Amministrazione.

Inchiesta P4 che già nel 2011 portò L’uomo che sussurra ai potenti a scontare quasi 5 mesi di domiciliari. Le accuse mosse dal pm Herry John Woodcock e dai colleghi della procura di Napoli si sgonfiarono presto, e niente lasciava pensare che il ruolo dell’ex membro della P2 di Licio Gelli sarebbe riemerso dal porto delle nebbie della procura capitolina, dove è approdato un filone dell’inchiesta.

I primi ad ipotizzare che dietro l’arresto del Bisi ci sia puzza di bruciato sono proprio i suoi avvocati Massimo Pellicciotta e Fabio Lattanzi. Secondo i due legali “Bisignani ha emesso regolari fatture. Né lui, né la sua società hanno mai evaso il fisco. Tutte le imposte dovute, sono state sempre regolarmente pagate”. Pellicciotta e Lattanzi ritengono le accuse palesemente infondate e annunciano l’immediato ricorso in Cassazione perché “i presunti importi evasi sono di minima consistenza, tali da non giustificare provvedimenti che limitano la libertà personale”.

Gli avvocati di Bisignani non lo dicono esplicitamente, ma lasciano intendere che l’arresto potrebbe essere il frutto di un non meglio precisato complotto contro il complottista. Una nemesi storica per il giornalista condannato anche per la madre di tutte le tangenti, quella Enimont scoperta da Mani Pulite. Lo stesso Bisignani ipotizza (notizia data dal Tg3 del 19-2-2014) che la fretta del pm Paolo Ielo e del gip  Maria Paola Tomaselli nel richiedere le misure cautelari sia giunta con perfetto tempismo alla vigilia della pubblicazione della sua ultima fatica editoriale, di cui per ora non si conoscono i contenuti. Qualcuno dall’Alto, insomma, avrebbe voluto far pervenire a Bisignani il messaggio di tenere la bocca chiusa. Messaggio recapitato dai giudici attraverso l’arresto.

Ipotesi, e solo ipotesi, che iniziano però a circolare vorticosamente. L’unico documento reso pubblico al momento è l’ordinanza di custodia cautelare di 63 pagine in cui il gip descrive Bisignani come un “soggetto dotato di una spiccata pericolosità sociale, con la conseguenza che il pericolo di recidiva appare quanto mai concreto e attuale”. Secondo gli inquirenti, il faccendiere “ha svolto una continua ed incessante attività di lobbying…al fine di consentire la realizzazione di obiettivi di qualsivoglia natura e finanche il perseguimento di interessi illeciti”. Il solito Bisignani, insomma, che però, questa volta, potrebbe decidere di rompere il muro del silenzio.

La Guerra dei Trent’anni De Benedetti-Berlusconi non è finita

De Benedetti BerlusconiDopo quasi trent’anni di una guerra politico-mediatica condotta senza esclusione di colpi, Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti conservano il loro potere ancora intatto. L’inizio dello scontro tra il Cavaliere e l’Ingegnere risale agli albori degli anni ’80, alla Guerra di Segrate, continua negli anni ’90 con il Lodo Mondadori e negli anni 2000 con la successiva condanna per corruzione del giudice Vittorio Metta e dell’avvocato Fininvest Cesare Previti. Una Guerra dei Trent’anni che ha vissuto l’ultima virulenta coda il 17 settembre del 2013, quando la Corte di Cassazione ha stabilito in 494 mln di euro la cifra con cui la Fininvest deve risarcire la Cir. Berlusconi di certo non l’ha presa bene e De Benedetti cerca di posizionarsi per evitare una vendetta disastrosa. La Guerra dei Trent’anni continua.

È la cronaca convulsa delle vicende politiche di questi ultimi giorni ad assegnare a De Benedetti e Berlusconi il ruolo di protagonisti delle trattative in corso per la formazione del governo Renzi. Il Cavaliere – condannato per frode fiscale, decaduto da senatore e cacciato dal Palazzo – che molti davano per (politicamente) morto, è risorto grazie alla mano tesagli proprio dal “delfino” Matteo Renzi. Le riforme costituzionali e la legge elettorale vengono ormai presentate come impraticabili senza le larghe intese tra Pd e Forza Italia.

Il salvagente renziano ha permesso a Berlusconi di rientrare persino negli amati Palazzi, se pur dalla porta di servizio delle consultazioni, con il “golpista” Napolitano prima e con lo stesso Renzi poi, in vista del varo del Renzi 1. Niente male per uno che tra pochi mesi, rinvii a dopo le elezioni Europee e ulteriori colpi di scena permettendo, dovrebbe essere spedito dal giudice ai servizi sociali e che risulta incandidabile fino agli 80 anni inoltrati. Impossibile, per i non addetti ai lavori, comprendere i reali motivi che hanno spinto l’entourage renziano a riabilitare il pregiudicato Berlusconi provando a mettere fine alla cosiddetta Guerra dei Vent’anni (quella con i “giudici comunisti” nell’epica berlusconiana) con la “pace” anziché con l’omicidio politico del nemico. Ci penseranno gli storici a trovare una risposta.

L’accordo Berlusconi-Renzi sembra all’apparenza una palese contraddizione, se si pensa al super attivismo politico praticato ultimamente Carlo De Benedetti, lo storico competitor di Berlusconi nella lotta per l’egemonia politica e mediatica in Italia. Il padrone della CIR e presidente del Gruppo Editoriale Espresso ha partecipato volontariamente al complotto ordito contro Giorgio Napolitano per mezzo del libro di Alan Friedman. Lo scoop del giornalista americano della video-intervista a Mario Monti, Romano Prodi e allo stesso De Benedetti – che hanno candidamente confessato il pressing di Napolitano su Monti per sostituire Berlusconi già nell’estate del 2011 – non è certo stato un caso.

 

De Benedetti e gli altri, in pratica, con la collaborazione dei giornali dei Poteri Forti Corriere della Sera e Financial Times, hanno inviato al Quirinale l’ordine di sostituire Enrico Letta con l’avventuriero Renzi. Unica controindicazione per l’editore di Repubblica è l’aver favorito la concorrenza del Corriere invece di regalare la succosa anteprima al quotidiano di Ezio Mauro. Ma di certo c’è una spiegazione anche per questo inedito editoriale.

Nell’altro caso in cui è rimasta invischiata la “tessera n.1 del Pd”, quella della telefonata tra il falso Vendola e Fabrizio Barca , De Benedetti prova ad utilizzare l’arma spuntata della smentita. Ma l’ingenua confessione fatta all’amico Niki dall’ex ministro del governo Monti chiama in causa le indebite pressioni subite da De Benedetti per ricoprire il ruolo di ministro dell’Economia, scoperchiando inequivocabilmente il marcio che si nasconde sotto l’operazione Renzi. “Sto subendo una pressione crescente – ha sbottato Barca – poi è iniziata la Sarabanda de La Repubblica che continua. Io più vedo un imprenditore che fa un’operazione politica più ho conferma di tutte le mie preoccupazioni”. Barca denuncia il pressing asfissiante compiuto da De Benedetti “con una forza indiretta di sms attraverso un suo giornalista e attraverso adesso questa cosa che hanno lanciato mezz’ora fa (un sondaggio di Repubblica ndr)”.