Spese pazze all’Ars. La debole difesa di Faraone e il silenzio di Renzi

Faraone RenziTra i 97 destinatari di un avviso di garanzia per le presunte spese pazze in Regione Sicilia c’è anche Davide Faraone, deputato della Repubblica ma, soprattutto, fedelissimo renziano, nominato responsabile Welfare del Pd da Matteo in persona. L’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto di Palermo, Leonardo Agueci, e dai pm Maurizio Agnello e Sergio De Montis, vede indagati per il reato di peculato 83 deputati delle ultime tre legislature siciliane (tra cui 13 capigruppo di tutti i partiti) e 14 dipendenti regionali. Contestate spese per oltre 10 mln di euro.

Tra i nomi di spicco,  oltre al già citato Faraone (un perfetto signor nessuno fino alla conversione al renzismo), ci sono quelli dei colleghi Pd Antonello Cracolici e Giuseppe Lupo, l’ex presidente della Regione Raffaele Lombardo (già al centro di altre inchieste per presunti legami con la mafia), l’ex presidente dell’Ars Francesco Cascio e Nino Dina, pittoresco esponente del Sistema Lombardo, sopravvissuto alla dipartita politica di Don Raffaè. Niente di nuovo dal fronte della corruzione diffusa praticamente in tutti i consigli regionali italiani (le vicende più note sono quelle del Piemonte di Cota, della Lombardia di Minetti e Bossi jr. e del Lazio di Fiorito).

Ecco perché i fari dell’informazione si sono accesi soprattutto su Faraone. Perché renziano, e Renzi adesso fa notizia. Al “faraone” siciliano (nessuna parentela con il “faraone” milanista El Shaarawi) vengono contestati la miseria di 3.380,60 euro di “acquisti impropri”. “Benissimo la procura: indaghi. E se c’è qualche ladro deve pagare. Sono certo che emergerà chiaramente se c’è qualcuno che ha rubato e ha utilizzato le risorse per lucro personale”, prova a mostrare tranquillità il deputato Pd che, però, si dice “serenissimo”, termine infelice perché abusato in passato da frotte di “condannati”. Faraone è sicuro di poter “dimostrare che si tratta di soldi spesi per attività politica”. Ma non riesce a nascondere una certa insicurezza: “Se mi accorgessi che la mia vicenda è di ostacolo o danneggi il Pd, non esiterei a fare un passo indietro”.

 

A non far dormire sonni tranquilli ad uno dei 12 apostoli della segreteria Pd è forse il fragoroso silenzio in cui si è chiuso il messia Matteo Renzi. Il logorroico sindaco di Firenze per il momento decide di tacere, offrendo il fianco agli attacchi del M5S, il movimento grillino da mesi in contrasto proprio con Faraone. “Il vecchio-nuovo Pd di Renzi inciampa nelle spese da… Faraone – ironizza il capogruppo M5S al Senato Vincenzo Maurizio Santangelo – perché Renzi non parla?”. Evidentemente il segretario Democratico attende l’evolversi dell’inchiesta siciliana per decidere di dare il benservito a Faraone, oppure di riaccoglierlo come un figliol prodigo. Questione di real politik renziana.

I grillini non perdonano a Faraone gli ambigui rapporti intrattenuti nel 2008 con persone poi condannate per mafia come Agostino Pizzuto, custode dell’arsenale della famiglia del quartiere San Lorenzo-Resuttana. Il renziano se l’è legata al dito promettendo querele per Riccardo Nuti e Mario Giarrusso. Nulla di fatto per il momento. Stretto nella morsa tra il mutismo renziano e gli strali grillini, Faraone ha trovato una sponda insperata nel leader di Ncd Angelino Alfano e nel capobastone piddino di Enna, Mirello Crisafulli, acerrimo rivale proprio di Faraone nella faida interna al Pd siciliano.

“Noi siamo garantisti sinceri – afferma il vicepremier – lo siamo stati con la Idem e per quanto ci riguardava poteva rimanere ministro. Siamo garantisti con Faraone, che è come se fosse un ministro del governo ombra di Renzi. Questo è il nostro stile”. Incredibile se si pensa che proprio Alfano è stato messo alla gogna dai renziani sul caso Shalabayeva, e viene provocato quotidianamente dal segretario su legge elettorale, unioni gay e ius soli. Del ras di Enna Crisafulli, poi, è inutile sottolineare il gattopardismo tipico di quella terra.

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