Ricatto indiano: la vita dei marò in cambio del silenzio sulle tangenti Finmeccanica

Sonia Gandhi FinmeccanicaLa vita dei marò in cambio del silenzio sulle mazzette intascate dal partito di Sonia Gandhi. C’è un filo invisibile che lega l’inchiesta sulle presunte tangenti Finmeccanica pagate ai politici di Delhi e la minaccia di pena di morte che incombe sui due marò prigionieri in India. È questa l’ipotesi investigativa avanzata dal giornalista Marco Lillo nell’inchiesta pubblicata dal Fatto Quotidiano il 31 gennaio. Lillo è entrato in possesso di una lettera sequestrata insieme ad altri documenti al consulente italo-svizzero Guido Ralph Haschke nella sua villa di Lugano.

Haschke è imputato per corruzione insieme a Giuseppe Orsi, ex presidente Finmeccanica, proprio per i 30 milioni di euro in tangenti che l’azienda italiana avrebbe pagato a pezzi grossi del governo e dell’esercito indiano per favorire la controllata Agusta Westland nella vendita poi bloccata degli elicotteri AW101. Era l’aprile del 2012 quando i carabinieri del NOE del capitano Ultimo, Sergio De Caprio, accompagnati dalle autorità svizzere, fecero irruzione nell’abitazione di Haschke e sequestrarono il prezioso documento, finito adesso nelle mani del pm di Busto Arsizio, Eugenio Fusco. Nell’udienza del 9 gennaio scorso, durante l’interrogatorio di Haschke, Fusco ha collegato la lettera contenente la lista delle personalità su cui Finmeccanica voleva far pressione ad un manoscritto dello stesso Haschke (scritto a suo dire sotto dettatura del faccendiere indagato Christian Mitchell) in cui compaiono le sigle delle istituzioni che avrebbero intascato le mazzette: 6 mln ad AF (Air Force), 8,4 mln a BUR (burocrati), 6 mln a POL (politici).

Tra questi ultimi  risulta un pagamento di 3 mln ad AP che il magistrato lombardo ha creduto potersi riferire ad Ahmed Patel, segretario politico di Sonia Gandhi, il cui nome è presente anche nella lettera sequestrata ad Haschke. Il consulente Finmeccanica non ha smentito la ricostruzione di Fusco, ma ha negato di conoscere Patel, ritratto in una foto con la Gandhi. “Conosco solo Sonia Gandhi”, ha risposto ingenuamente Haschke. Ma è proprio qui che prende forma il possibile collegamento tra l’inchiesta sulle tangenti Agusta Westland e la minaccia di pena di morte sventolata sulla testa dei marò.

Importante seguire fedelmente la consecutio temporum degli avvenimenti. L’udienza di Busto Arsizio si è tenuta il 9 gennaio, presenti alcuni rappresentanti del governo di Delhi. Il 10 gennaio i quotidiani indiani, tra cui l’Indian Express, riportano dettagliatamente i passaggi dell’interrogatorio in cui Fusco chiede lumi ad Haschke sui 3 milioni versati al misterioso AP, che per il magistrato non è altri che Ahmed Patel. L’attenzione dei media del subcontinente cade anche sulla lettera scritta da Mitchell a Peter Hulett (responsabile vendite Agusta Westland in India) che cita alcuni politici da “attenzionare”: Manmonah Singh (premier), Ahmed Patel, Pranab Mukherjee (presidente dal 2012), M. Veerappa Moily (ministro dell’Energia), Oscar Fernandes (ministro dei Trasporti), M.K. Narayanan (governatore del Bengala) e Vinay Singh (responsabile delle Ferrovie).

“La signora Gandhi e i suoi più stretti collaboratori – aggiunge Mitchell – sono persone alle quali l’Alto Commissario (britannico, come per metà AW) dovrebbe mirare”. Uno scandalo pronto ad esplodere, insomma, proprio alla vigilia delle elezioni politiche di primavera nelle quali il partito del Congresso dell’italiana Gandhi, attualmente al potere, parte sfavorito. Ecco perché, sempre il 10 di gennaio, la stampa indiana batte la notizia che il governo deve ancora decidere se applicare il SUA Act, con eventuale pena di morte, nei confronti di Massimiliano La Torre e Salvatore Girone, divenuti due pedine ostaggio della diplomazia italo-indiana. I gandhiani devono per forza fare il muso duro e non mostrarsi filo-italiani per non perdere ulteriori consensi elettorali. In più lanciano un messaggio alle autorità italiane: “O insabbiate la vicenda delle tangenti Finmeccanica pagate ai nostri politici, oppure i marò rischiano la pelle”.

Intanto cresce l’attesa per il pronunciamento della Corte Suprema, previsto per il 3 febbraio. Ma i segnali che arrivano non sono buoni. Il ministro della Difesa indiano, A. K. Antony, ha deciso infatti di vietare al gruppo Finmeccanica la partecipazione alla manifestazione Defexpo 2014, dedicata alla presentazione di armi, equipaggiamento militare e sistemi di sicurezza, in programma a Delhi a partire dal 6 febbraio.

“Bella Ciao”. Lega e M5S chiedono le dimissioni di Laura Boldrini

Ufficialmente il Movimento5stelle chiede le dimissioni di Laura Boldrini da presidente della Camera per la “tagliola” imposta alla discussione parlamentare sul decreto Imu-Bankitalia. Ma le ragioni che spiegano l’inadeguatezza della signora Boldrini nel ricoprire una carica così importante sono molto più profonde. Certo, mercoledì scorso l’aula di Montecitorio è stata testimone di un evento mai visto in precedenza nella storia della Repubblica italiana: la terza carica dello Stato ha fatto ricorso all’istituto della “tagliola” (previsto dal regolamento del Senato, ma non da quello di Montecitorio) per far approvare entro la mezzanotte il decreto Imu-Bankitalia, altrimenti in scadenza.

Ma non solo, perché, mentre il governo riusciva a portare a casa quello che molti addetti ai lavori, tra cui Sebastiano Barisoni del Sole24Ore, hanno definito un regalo alle banche, i “compagni” della Boldrini di Sel e Pd cantavano a squarciagola Bella Ciao, la canzone simbolo della lotta partigiana, ridotta da quelli che dovrebbero essere i post-comunisti ad inno ufficiale del capitalismo predatorio degli istituti di credito. Roba da costringere i partigiani, quelli veri che hanno sconfitto il nazi-fascismo, se fossero ancora vivi, a riprendere in mano i fucili contro quella che senza vergogna si definisce la “nuova Sinistra italiana”. L’intenzione di Pd e Sel (teoricamente all’opposizione) era quella di cantare Bella Ciao per controbattere all’ostruzionismo grillino, definito “fascista”. Ma l’unica conseguenza è stata quella di far rivoltare nella tomba gente come Giovanni Lazzetti, detto il “Ballonaio”, Luigi Longo “Italo” o lo stesso Sandro Pertini. Partigiani veri.

 

Alle proteste dei grillini – secondo i quali il presidente della Camera passerà alla storia per essere riuscita a tappare la bocca alle opposizioni, appartenendo lei stessa all’opposizione – si sono aggiunte le critiche della Lega di Matteo Salvini che senza peli sulla lingua ha dichiarato: “Una signora come la Boldrini è una vergogna. Vada a Cuba o in Corea del Nord a fare la presidenta! Dimissioni. Dimissioni. Dimissioni”.

La “tagliola” però è solo l’ultimo errore commesso da Laura Boldrini. A tracciare un quadro desolante della gestione della presidenza della Camera ci ha pensato Andrea Scanzi sul fattoquotidiano.it. Il telegenico giornalista accusa la Boldrini di aver contribuito a distruggere il partito di Niki Vendola e la inquadra come “una delle più grandi delusioni nella storia recente della politica italiana: supponente, sussiegosa coi potenti, per nulla imparziale e drammaticamente respingente”. Analisi impeccabile. Secondo Scanzi la sua “vocetta da robot Super Vicky para-leninista” è servita in questi mesi solo per tappare la bocca al dissenso con una “intolleranza zdanovista”.

Sacrosanta, poi, l’accusa rivoltale da Scanzi di essere una veterofemminista caricaturale. Una che, insomma, crede veramente di essere criticata solo perché donna e non per le sue “politiche disastrose”. Indifendibile anche la condotta minimizzatrice utilizzata dalla Boldrini per prendere tempo nel condannare la vigliacca aggressione del deputato di Sc Stefano Dambruoso alla grillina Loredana Lupo. Su Dambruoso, ripreso in mondovisione a picchiare una donna, si sta ancora indagando, mentre la maestrina Boldrini non ha avuto dubbi nel sospendere i deputati del M5S che erano saliti sul tetto di Montecitorio per protestare contro la riforma (fallita) dell’art. 138 della Costituzione.

La sensazione che l’ex portavoce dell’UNHCR sia una persona cosiddetta radical-chic, prona al volere della casta, che però si diverte a fare il sergente di ferro con chi non è allineato al politically correct, è confermata anche dal recente scandalo del viaggio in Sudafrica per i funerali di Mandela. Volo di Stato per lei e il compagno, quando la sua stessa presenza era inutile e non richiesta dal protocollo. Un viaggio esotico a spese del contribuente, insomma. Dimissioni, dimissioni, dimissioni.

Trattativa Stato-mafia: pubblicate le telefonate Mancino-D’Ambrosio

telefonate Mancino-DambrosioLa trasmissione Servizio Pubblico di Michele Santoro è venuta in possesso degli audio di alcune telefonate tra Nicola Mancino e Loris D’Ambrosio, intercettate per ordine della procura palermitana che indaga sulla trattativa Stato-mafia. Il fattoquotidiano.it ha pubblicato in anteprima le registrazioni. I contatti tra l’ex ministro della Giustizia e il consigliere giuridico del presidente Napolitano, in seguito defunto, sono più di uno. La prima telefonata è del 25 novembre 2011. Racconta il giornalista Sandro Ruotolo che “Mancino è stato già sentito e deve essere riascoltato dai magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa. In quel momento Mancino non sa di essere indagato” ma teme di essere coinvolto nell’inchiesta. Ecco le trascrizioni dei colloqui da cui emerge senza ombra di dubbio l’avversione dei due per le indagini condotte da Nino Di Matteo e colleghi sulla trattativa Stato-mafia:

Mancino: Io avevo letto sulla Stampa un articolo di (Riccardo) Arena che invece di parlare solo di Dell’Utri infila anche Mancino, anche se Caltanissetta dice che non è indagabile. Ma io ho chiamato Messineo (Francesco, capo della procura di Palermo) e gli ho detto che con questa storia delle indagini che sono ormai quasi quinquennali, qualche volta si può anche fare una dichiarazione che io non sono iscritto, a meno che non risulti indagato, allora è un altro paio di maniche. “No, io non voglio fare nessuna dichiarazione né che si è indagati né che non si è indagati” (Mancino riporta le parole di Messineo). Allora mi è venuto poi anche il sospetto. Ho avuto una telefonata da parte di una funzionaria della Dia e mi ha detto che il 6 dicembre come persona informata sui fatti dovrei stare a Palermo. Il solito Di Matteo…e allora…

D’A: Non è indagato comunque

M: No, non sono indagato, ma io ho il timore…

D’A: Un’altra volta? Quante volte sta rendendo dichiarazioni? (il tono del consigliere passa dall’ossequioso verso mancino all’infastidito verso la procura)

M: Questo non si capisce, che cosa vogliono poi oltretutto. Io ho risposto su tutto. Naturalmente ho risposto sulle cose che conosco, non è che posso rispondere sulle cose che magari interessano loro ed io non c’entro per niente. Non lo so insomma. Io poi sono molto scocciato, detto con franchezza (Mancino parla con marcata inflessione campana, è visibilmente preoccupato)

D’A: No, quanti sono, 2 anni che la lasciano…

M: Sono in continua tensione, la mia psiche non mi mette in condizione di essere sereno, ecco. Perché non lo sono.

D’A: Questi non si decidono…Fanno un passo avanti e due indietro, due passi avanti e quattro indietro, perché gli conviene tenere aperte queste voragini per poi infilarci ogni volta la cosa che gli fa più comodo in quel momento

M: Io non so Dell’Utri che cosa ha fatto, ma mi sembra che, diciamo, è rafforzativa della tesi secondo cui Dell’Utri per conto anche di Berlusconi ha fatto trattative insomma

D’A: Sono sempre le stesse cose che ormai ricicciano, non mi sembra che c’è mai una cosa determinante. Non lo so che devo dire.

Nella seconda telefonata D’Ambrosio spiega che nel 1993 esistevano due contrapposte strategie all’interno dello Stato per combattere la mafia.

D’A: Io credo che ci fossero due scuole di pensiero per intendersi: una era per l’alleggerimento del 41 bis, no? L’altra era il colloquio investigativo (trattativa? Ndr) e consentire più agevole accesso nelle carceri agli amici di Ciccio Di Maggio

M: E lo so, e io in tutto questo…

D’A: Lei secondo me non ha saputo niente mai perché questo era un discorso che riguardava nella parte 41 bis, alleggerimento 41 bis, Mori, Parisi, Scalfaro e compagnia. Per la parte invece di colloqui investigativi un po’ sconsiderati, oppure almeno un po’ facili, la parte Di Maggio, Mori e compagnia. Un’altra cosa che mi ha sempre stupito è che Gioè fu ucciso, cioè morì, si suicidò, non so se lo ricorda. Questa storia del suicidio di Gioè secondo me è un altro segreto che ci portiamo appresso.

M: L’altra cosa che non capisco è che tutto quello che riguardava i rapporti tra il Ros, Ciancimino, il figlio, è scomparso tutto completamente dall’archivio del Ros e non si è trovato niente. Non si è trovato perché non c’era o non si è trovato perché era stato tolto di mezzo?

Nella terza telefonata D’Ambrosio legge a Mancino la lettera scritta da Napolitano al procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito per sollecitare Pietro Grasso, allora alla PNA, a richiedere il “coordinamento” delle indagini di Palermo e Caltanissetta.

M: Grasso continua a lavarsi le mani no?

D’A: Grasso si copre, è una gran cretinata l’avocazione. Quello per cui deve badare Grasso è il coordinamento minimo

Seguono le critiche di entrambi alle dichiarazioni del pentito Spatuzza che hanno smontato quelle del falso pentito Scarantino e riaperto le indagini su via D’Amelio. Agghiacciante.

M5S: Napolitano boia, pronto l’impeachment. La casta insorge

Secondo il cittadino-deputato del Movimento5Stelle, Giorgio Sorial, il presidente Napolitano è un boia. I grillini lo accusano di non essere imparziale e di non tutelare i diritti delle opposizioni, soprattutto per quanto riguarda il frequente ricorso del governo Letta alla decretazione di urgenza. Vedi il decreto Imu-Bankitalia. Il resto della casta coglie al volo l’occasione per schierarsi strumentalmente in difesa del capo dello Stato, cercando così di coprire il fallimento del governo su crisi economica e Lavoro. L’ammuina parlamentare contro i cattivi grillini aiuta anche a far digerire agli italiani lo stucchevole e inutile balletto sulla nuova legge elettorale Italicum.

I parlamentari a 5Stelle, intanto, tirano dritti per la loro strada, ribadendo che presto chiederanno la messa in stato di accusa, l’impeachment, del bis-presidente Napolitano. Grazie allo strappo grillino le aule parlamentari si sono trasformate nei marciapiedi degli anni ’70 del secolo scorso, quando il “boia chi molla” di Ciccio Franco risuonava per le strade di Reggio Calabria in rivolta. “Il boia Napolitano – ha detto Sorial durante una conferenza stampa a Montecitorio – sta avallando una serie di azioni per cucire la bocca all’opposizione e tagliarci la testa. Ha messo una tagliola sulle opposizioni”.

 

Sorial e colleghi ce l’hanno con il vecchio Giorgio per via delle violazioni che, a loro modo di vedere, sarebbero state commesse dal governo Letta-Alfano nell’iter di approvazione dei decreti legge, con il silenzio-assenso dell’inquilino del Colle. Il M5S si riferisce in particolare alla legge di Stabilità, al decreto salva-Roma (poi ritirato proprio a causa del pressing grillino) e all’ancora caldo decreto Imu-Bankitalia considerato, a ragione, un regalo fatto alle banche italiane. L’intenzione manifestata dai seguaci di Beppe Grillo è quella di inviare al Quirinale una serie di lettere di protesta, cominciando proprio dalla legge di Stabilità.

A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato poi il collega di Sorial, Manlio Di Stefano. “Un boia è colui che uccide il condannato a morte – ha detto il pentastellato – quindi Napolitano è stato accusato di aver ucciso qualcosa o qualcuno. In questi due mandati il Re ha ucciso: la democrazia, la Costituzione, il popolo italiano, la giustizia”. Apriti cielo, parole pesanti come il piombo dei “boia chi molla”.

Logica e prevedibilmente scontata la reazione di sdegno della casta parlamentare, pronta a ricompattarsi, dalla sinistra di Sel alla destra di Fd’I, all’ombra della bandiera della fedeltà assoluta verso il garante delle larghe intese (quella Letta-Alfano, ma anche l’inedita Renzi-Berlusconi). I più duri sono stati gli alfaniani, evidentemente nervosi a causa della legge elettorale che li costringerebbe ad un forzato ritorno all’ovile berlusconiano. “Descrivere il presidente della Repubblica come un boia – dichiara Giuseppe Esposito (chi?) di Ncd – trascende ogni diritto di critica e di espressione, è un oltraggio inammissibile che richiederebbe l’apertura di un procedimento per vilipendio al Capo dello Stato”. Un reato di marca ottocentesca, il vilipendio, che già il Kaiser tedesco e lo zar russo avevano pensato di abolire.

Matteo Renzi approfitta invece dell’occasione per tornare alla carica dei rappresentanti (ma soprattutto dei voti) del M5S. Una manifestazione di opportunismo degna del maestro Berlusconi. “La solidarietà a Napolitano, innanzitutto – scrive su facebook l’ebetino di Firenze (copyright Grillo) – ma anche un appello ai (tanti) deputati e senatori perbene del movimento di Grillo: perché continuare a tenere il Movimento 5 Stelle ostaggio di chi insulta e non provare finalmente a cambiare le cose?”. Votando insieme al Pd renziano, ci sarebbe da aggiungere. Dello stesso tenore le reazioni del resto della casta. Enrico Letta (“indegno attacco e deriva estremista”), Renato Brunetta (“ignoranza politica”), Laura Boldrini (“insulti inaccettabili”). Intanto la procura di Roma prende sul serio le richieste degli alfaniani e sta valutando se ci siano gli estremi per procedere contro Sorial per il reato di vilipendio al capo dello Stato. Semplicemente ridicolo.

Feltri attacca Casini: gita in India sulla pelle dei Marò

marò pena di morteSta suscitando un vespaio di polemiche il viaggio in India della delegazione parlamentare italiana, organizzato per incontrare i due marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Da più parti stanno piovendo accuse di divismo, incompetenza e opportunismo nei confronti dei partecipanti all’iniziativa, sospettati di essersi recati nel subcontinente indiano in gita turistica e non per tutelare l’incolumità dei marò, adesso a rischio persino della pena di morte per l’uccisione di due pescatori nello stato del Kerala. La voce più grossa l’ha fatta Vittorio Feltri sul Giornale, che ha attaccato in particolar modo Pier Ferdinando Casini, considerato l’emblema della malapolitica italiana.

Variopinta e rappresentativa di tutti i partiti la composizione della delegazione. C’erano, innanzitutto, i presidenti delle commissioni Esteri e Difesa della Camera, Fabrizio Cicchitto (Ncd) ed Elio Vito (FI), e del Senato, Pier Ferdinando Casini (UDC) e Nicola Latorre (Pd, per fortuna solo omonimo di Massimiliano). Con loro, hanno preso il volo per New Delhi i deputati Gian Piero Scanu (Pd), Daniele Del Grosso (M5S), Gianluca Pini (Lega), Edmondo Cirielli (Fdi), Donatella Duranti (Sel), Andrea Causin (Sc) e Domenico Rossi (Per l’Italia). Nutrito anche il gruppo dei senatori: Luis Alberto Orellana (M5S), Antonio Scavone (Gal), Maurizio Gasparri (FI), Riccardo Nencini (Psi) e Marcello Gualdani (Ncd).

Lo scopo del viaggio è quello di far sentire con forza la presenza dello stato italiano in vista del 3 febbraio, data limite per la formulazione  dei capi di accusa nei confronti dei due fucilieri di San Marco. Iniziativa di cui vorrebbero la paternità i parlamentari del M5S, da tempo impegnati ad organizzare l’incontro con i marò. Ma a Vittorio Feltri questo trionfalismo ottimista non è andato proprio giù. “Adesso che siamo alla vigilia della tragedia, le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato si svegliano –scrive il navigato editorialista– ma non compiono atti ufficiali per salvare Girone e Latorre: semplicemente vanno in gita a Delhi per sottolineare la propria bontà d’animo. E Casini, petto in fuori, se ne gloria”.

Il punto, secondo Feltri, è proprio la mancanza di una strategia che porti ad atti concreti da parte del governo italiano. Casini non solo non si vergogna si partecipare “all’escursione”, come la chiama Feltri, ma si permette pure di rilasciare un’intervista al Corriere della Sera nella quale ammette candidamente di trovarsi a Delhi al solo scopo di “esprimere solidarietà ai marò”. Niente di più. Non un pezzo di carta da firmare o un colpo di mano alla israeliana con cui sottrarre i due marinai alle grinfie della (in)giustizia indiana.

Il cinismo da democristiano mostrato da Casini manda in bestia l’ex direttore del Giornale, indignato per le mosse tardive e maldestre compiute dalla politica. “Va da sé che si tratta di iniziative velleitarie –aggiunge Feltri– peggio: finalizzate soltanto ad accendere i riflettori sui protagonisti della spedizione turistica”. Una condanna senza appello chiusa dall’ennesimo affondo contro il genero di Caltagirone: “Casini a denti stretti lo ammette: noi andiamo a Delhi senza uno scopo che non sia quello di dimostrare che ci stanno a cuore i due connazionali. Però, che sensibilità!”.

Parliamoci chiaro: i due marò non sono eroi e, anzi, è probabile che siano assassini, anche se per un tragico errore. Ma da qui all’accettare la condotta scellerata con cui il governo di New Delhi ha gestito questa vicenda diplomatico-giudiziaria ce ne corre. La diplomazia italiana si è rivelata del tutto inconsistente e preda di un inspiegabile complesso di inferiorità nei confronti di un paese come l’India, afflitto da arretratezza giuridica e da una corruzione cronica. E la pezza che adesso prova a mettere il ministro degli Esteri Emma Bonino ma, soprattutto, la goffa iniziativa di Casini & co., rischiano di peggiorare la situazione dei marò.

Truffa all’Ospedale Israelitico: indagato il poltronista Mastrapasqua

mastrapasqua indagatoIl presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua è indagato dalla procura di Roma per truffa, abuso di ufficio e falso ideologico. Non risulta però indagato nelle vesti di presidente dell’istituto previdenziale nazionale, bensì in quelle di direttore generale dell’Ospedale Israelitico di Roma, una delle innumerevoli cariche ricoperte dal re dei poltronisti italiani. Mastrapasqua è finito al centro di uno scandalo giudiziario e, allo stesso tempo, di un conflitto di interessi talmente mostruoso da far impallidire persino un professionista come Berlusconi. Due piani separati, almeno per il momento, ma che rischiano di compromettere la carriera del “professionista della poltrona”.

Il fronte giudiziario

Semplici interventi di odontoiatria venivano fatti passare per complicate operazioni di ortopedia. Per i primi l’Ospedale Israelitico, di cui Mastrapasqua è dg dal 2001, non è convenzionato e, quindi, non potrebbe farseli rimborsare dalla Regione Lazio. Le seconde, al contrario, sono rimborsabili e, soprattutto, molto redditizie. Secondo una relazione dei carabinieri del NAS depositata in procura il 16 settembre 2013, l’amministrazione dell’Ospedale, falsificando 12.164 schede sanitarie, avrebbe intascato 13,8 milioni di euro di rimborsi non dovuti.

Il nostro, almeno per questo filone di indagine, si chiama fuori, forte del fatto che il direttore generale non si occupa delle cartelle cliniche e dell’aspetto “sanitario” dell’ospedale di piazza San Bartolomeo all’Isola. Tutta colpa dell’altro indagato. il direttore sanitario Giovanni Spinelli. Lui, Mastrapasqua, non poteva sapere. Saranno comunque i magistrati guidati da Pignatone a deciderlo.

Più complicato per Mastrapasqua giustificare quei 71,3 mln di “ingiusto vantaggio patrimoniale” per l’ospedale che, secondo i NAS, sarebbe stato garantito per il biennio 2011-2013 da un protocollo di intesa firmato con Ferdinando Romano, ex direttore regionale programmazione e risorse della sanità, anche lui indagato. Controlli espletati “in violazione alla normativa regionale”, invece di sospendere l’accreditamento provvisorio dell’Ospedale Israelitico. Questo per i carabinieri il trucco architettato dal duo Mastrapasqua-Romano.

Il conflitto di interessi

Fino a qui l’aspetto giudiziario della vicenda. Nulla di irrimediabile, sembrerebbe. Ma è sullo scoglio del conflitto di interessi che potrebbe incagliarsi la luminosa carriera di Mastrapasqua. L’accusa arriva sempre dai solerti NAS i quali sospettano che il presidente dell’Inps Mastrapasqua abbia accettato di ripianare i debiti che l’Ospedale Israelitico, di cui Mastrapasqua è direttore generale, aveva verso l’ente previdenziale attraverso la cessione di “crediti non esigibili” vantati dallo stesso Ospedale verso la Regione Lazio. Un intreccio di soldi in cui debitore e creditore sono la stessa persona: Mastrapasqua.

Tutto in apparenza regolare, visto che la legge 426 del 1991consente agli enti religiosi di scaricare su quelli previdenziali l’inadempienza dell’amministrazione pubblica verso un privato. Ma se il protagonista dell’operazione è sempre la stessa persona, allora scatta un clamoroso conflitto di interessi. All’Inps la chiamano la “pratica del presidente”, ovvero la consuetudine di Mastrapasqua di recarsi dal notaio in qualità di dg dell’Israelitico per cedere a se stesso, presidente dell’Inps, una delle fatture che la Regione deve ancora saldare.

Solo aggiungendo a quanto fin qui raccontato l’elenco delle poltrone su cui è seduto Mastrapasqua, si possono intuire le dimensioni del conflitto di interessi dell’indagato. Presidente, oltre che dell’Inps, di Idea Fimit Sgri (la maggiore società immobiliare italiana), della Gias, del Comitato pensioni privilegiate, del Fondo gestione speciale. Sul fronte dei collegi sindacali Mastrapasqua è presidente di Coni Servizi Spa, Loquendo, Acquadrome, Telecontact Center, Eur Spa, Adr Engineering, Quadrifoglio, Mediterranean Nautilus Italy Spa, Groma. Da segnalare la vicepresidenza di Equitalia e ruoli sparsi in altre società come Autostrade per l’Italia, per un totale di qualche milione di euro di stipendio. Forse il premier Enrico Letta (che adesso ha chiesto al ministro Giovannini una relazione sulla vicenda) ha parlato di una legge sul conflitto di interessi pensando a Mastrapasqua e non a Berlusconi.

Il Pentagono lascia a terra gli F-35: software inaffidabile

Michael GilmoreUna relazione del Dipartimento di Stato americano mette in guardia circa i rischi legati all’affidabilità del software montato sui caccia F-35. L’anticipazione arriva dall’agenzia Reuters e rappresenta una doccia fredda per la Lockeed Martin che appena un mese fa aveva festeggiato l’uscita dalla fabbrica di Forth Worth in Texas del centesimo F-35 Lightning II, il cacciabombardiere supertecnologico per il quale anche il governo italiano ha stanziato 13 miliardi di euro.

Non è la prima volta che il Pentagono mette i bastoni tra le ali al progetto F-35 con cui l’azienda di ingegneria aerospaziale anglo-americana Lockeed Martin prevede di conquistare i cieli di tutto il mondo. L’ultimo rapporto porta la firma di Michael Gilmore, direttore delle prove e valutazioni operative del Dipartimento della Difesa Usa, in pratica, il capo dei test sulle nuove armi di cui l’esercito americano si appresta a dotarsi. Gilmore è un’autorità al di sopra di ogni sospetto in materia di armamenti. Da molto tempo, però, si è dichiarato critico sul programma di armamento del Pentagono che prevede una spesa di 392 miliardi di dollari per gli F-35 Joint Strike Fighter.

Nella sua relazione, che non fa che confermare i dubbi espressi in passato, Gilmore inserisce una critica dettagliata delle sfide tecniche che il caccia della Lockeed deve ancora affrontare. E focalizza la sua attenzione sulla performance del software che dovrà guidare gli F-35, definita letteralmente “inaccettabile”. Secondo quanto riportato dalla Reuters, il rapporto prevede un ritardo di 13 mesi, necessari al Corpo dei Marines per completare i test del software Block 2B.

Gli F-35, dunque, dovrebbero prendere il volo con la bandiera a stelle e strisce solo nel luglio 2016, non più a metà del 2015 come previsto. Ma non è tutto, perché la relazione di Gilmore, che dovrebbe essere spedita in questi giorni al Congresso, afferma che l’F-35 si è rivelato meno affidabile di quanto ci si potesse aspettare, con problemi di manutenzione e, dulcis in fundo, vulnerabile persino alle scintille provocate dal lancio dei missili. Praticamente un colabrodo da miliardi di euro.

Intanto, in Italia, nello stabilimento della Alenia di Cameri, in provincia di Novara, si cerca di esorcizzare gli innumerevoli incidenti di percorso degli F-35 pensando ad utilizzare i 535,4 mln di euro garantiti dal governo per il 2014. A Cameri è stato investito quasi un miliardo per permettere allo stabilimento Faco di produrre 131 F-35 per l’Italia e 85 per l’Olanda. Allo stato dei fatti il governo Monti ha ridotto a 90 il numero degli esemplari italiani, e anche gli olandesi hanno diminuito le ordinazioni a soli 37 velivoli. Ma il numero di F-35 che effettivamente diverranno italiani resta ancora un mistero.

Nel nostro paese è in atto uno scontro all’arma bianca tra parlamento e ministero della Difesa. L’estate scorsa l’aula di Montecitorio aveva approvato alcune mozioni che impegnavano il governo Letta a non “procedere a nessuna fase di ulteriori acquisizioni di F-35 senza che il Parlamento si sia espresso nel merito”. Posizione opposta quella enunciata dal Consiglio supremo di Difesa, presieduto dal capo dello Stato Giorgio Napolitano, che aveva sostenuto la “competenza esclusiva” del governo in materia di Difesa. Al momento, dunque, resta valido il Documento programmatico pluriennale della Difesa per il triennio 2013-2015 che prevede 12 mld e 750 mln per il progetto F-35. Ma, alla luce della posizione dell’opinione pubblica (pseudo pacifista), della crisi economica e dei difetti di progettazione degli F-35, è logico aspettarsi un ulteriore ridimensionamento delle ordinazioni.

Italicum, il suicidio assistito dei piccoli partiti

ItalicumIn Italia praticare l’eutanasia è ancora illegale, con la sola illustre eccezione della politica. Sulla questione della legge elettorale – approdata in commissione Affari costituzionali della Camera – sembra infatti che i piccoli partiti presenti in parlamento non stiano facendo nulla o quasi per opporsi alla propria scomparsa, autorizzando di fatto il loro suicidio assistito. Nel nostro caso, la bozza dell’Italicum, il disegno di legge elettorale partorito dall’accordo Renzi-Berlusconi, non solo trova l’appoggio inaspettato del Nuovo Centrodestra di Alfano, ma non incontra grandi resistenze da parte di Sel, Scelta Civica, Udc, Popolari, Fratelli d’Italia e persino della Lega.

Tutti questi partitini allo stato dei fatti sono destinati ad un futuro extraparlamentare dalle soglie di sbarramento previste da quello che Beppe Grillo definisce il Pregiudicatellum:  8% se corrono da soli, 5% se coalizzati (con Pd o Forza Italia). Sondaggi alla mano, gli unici che potrebbero sperare di farcela sono gli alfaniani, ad oggi dati tra il 4 e il 7%. Ma non è assolutamente detto che l’appeal elettorale dell’ex delfino senza quid non possa far sprofondare i diversamente berlusconiani a percentuali da prefisso telefonico. Soprattutto quando gli elettori si accorgeranno che Ncd è tornato ad essere un semplice partito satellite dell’universo berlusconiano. Ecco perché la firma apposta da Alfano sul testo approdato in commissione puzza di bruciato lontano un miglio.

Che cosa è stato promesso al partito stampella del governo Letta per convincerne il leader a tornare all’ovile di Arcore senza batter ciglio? Perché è stata accettata una legge elettorale che potrebbe tramutare in un incubo i sogni di gloria di Ncd in caso di mancato raggiungimento del quorum? Forse Alfano ha ottenuto per sé una poltrona sicura? Se fosse così, meglio non avvertire i vari Cicchitto, Schifani, Formigoni e Giovanardi che Berlusconi non vede l’ora di rottamare.

Anche la Lega di Matteo Salvini rischia. Per il momento è saltato l’emendamento salva-Lega, studiato apposta per un partito “regionale” come il Carroccio se, come sembra sicuro, i lumbard non dovessero superare la soglia del 5% a livello nazionale.  I retroscena riportano che la norma ad personam leghistam uscita dalla porta, rientrerà dalla finestra al momento opportuno. Ma la reazione di Salvini e i suoi non lascia intendere nulla di buono per la Lega. “Se ritengono di mettere degli sbarramenti tali per cui rimangono in Italia solo 2-3 partiti – ha detto il segretario a Radio24 – è una legge elettorale schifezza, una legge truffa di stampo fascista”. Salvo poi aggiungere un “comunque vedano loro” che lascia intendere che i fucili di bossiana memoria rimarranno negli armadi.

Ancora più drammatica la situazione degli altri piccoli partiti, certificata su Repubblica anche dal professor Roberto D’Alimonte, padre dell’Italicum insieme a Denis Verdini. Secondo il politologo renziano con lo sbarramento al 5% riusciranno a entrare in parlamento solo cinque partiti: “Pd, Forza Italia, Ncd, M5S e Lega”. Per D’Alimonte “è probabile che Storace, La Russa (Fratelli d’Italia ndr) e qualche altro presentino i loro simboli ma si procurino dei posti sicuri nelle liste di Berlusconi”. Una visione persino troppo ottimista quella del professore rispetto ad una realtà ben più preoccupante.

Dunque, ricapitolando. Pierferdinando Casini ha già fatto capire che confluirà con la sua Udc o in Ncd, oppure direttamente nella Nuova FI del vecchio amico Berlusconi. Stesso destino per i Popolari di Mario Mauro. Il sogno del Terzo polo centrista si è infranto sul successo epocale del M5S. E, infatti, anche le residue truppe di Scelta Civica di Mario Monti potrebbero trovare quartiere nella caserma Pd dopo aver firmato, parola del segretario Stefania Giannini, il testo dell’Italicum. Ultima della lista è Sel, ma Niki Vendola si limita a dire che il suo partito voterà contro. Il punto lo coglie forse Giorgia Meloni di Fd’I: “Questa proposta nasce per ammazzare tutti i non allineati fuori dai grandi partiti e all’interno dei partiti”. Un perfetto epitaffio.

I politici finanziati dalle lobby. Nomi e cifre

Nel 2013 le lobby più influenti nel parlamento italiano hanno finanziato i politici con 61,1 milioni di euro in donazioni. Le cifre e i nomi di questo vorticoso scambio di soldi con favori, che avviene legalmente e alla luce del sole, sono contenuti in un documento di 64 pagine redatto e custodito dalla Tesoreria di Montecitorio. A raccontare dei torbidi rapporti tra lobby di tabacco, sanità, energia, costruzioni, assicurazioni, banche, editoria, gioco d’azzardo e i politici di riferimento è stato Carlo Tecce sul Fatto Quotidiano di mercoledì 22 gennaio.

I nomi noti finiti sotto la lente di ingrandimento della stampa sono quelli di Ugo Sposetti, Nicola Latorre, Angelo Rughetti, Giuseppe Fioroni e anche il premier Enrico Letta per il Pd; Maurizio Gasparri, Totò Cuffaro, Anna Maria Bernini e Daniela Santanché in quota Forza Italia; Roberto Formigoni, Pietro Ichino e Mario Monti sono i portabandiera dei centristi. Discorso a parte per Silvio Berlusconi, calato nel doppio ruolo di politico e lobbista.

A contendersi i favori (e un occhio di riguardo in sede legislativa) del mondo politico ci sono molte società che praticano il lobbismo per professione, ovvero difendono gli interessi comuni alle grandi lobby anche con l’apporto di ex politici trombati, ma ancora con le relazioni giuste. Tra queste, le più inserite nei salotti romani che contano sono la Reti dell’ex dalemiano Claudio Velardi, la Cattaneo-Zanetto (area Forza Italia), la Fb e associati di Fabio Bistoncini, la UtopiaLab di Giampiero Zurlo, la Open Gate di Fabio Spicciarello. Quest’ultima risulta avere tra i suoi clienti persino la Uefa Europa League.

I servizi offerti da questi mega contenitori di lobbisti prevedono un programma di accreditamento con i decisori politici, una attività diretta di rappresentanza degli interessi del cliente, la presentazione di emendamenti presso le istituzioni, il monitoraggio dell’attività legislativa attraverso un’azione di intelligence. Tutto permesso e tutto legale. A far montare lo scandalo dei lobbisti in parlamento era stato un video diffuso a dicembre dal M5S che mostra l’attività di lobby praticata da tale Luigi Tivelli (proprio pochi giorni fa la Camera ha revocato il suo badge di ingresso a Montecitorio). Ma anche un’inchiesta delle Iene.

 

Adesso, i nomi e le cifre snocciolati dal Fatto, e la lettera scritta da Massimo Micucci (socio di Velardi in Reti) al grillino Luigi Di Maio, riaprono una ferita che gronda sangue. Micucci, lobbista non pentito, accusa capi di gabinetto e funzionari ministeriali di bloccare, con il loro potere di mediazione, ogni tentativo di riforma del sistema. Il giornalista Tecce, invece, riporta una sorta di classifica dei politici più foraggiati dalle lobby. Il più pagato di tutti è Ugo Sposetti, tesoriere storico dei defunti Ds, che nel 2013 ha ricevuto 262.660 euro, di cui 10mila da Sergio Scarpellini, il padrone dei palazzi che ospitano la politica. 37mila euro li ha invece incassati dalla Federazione Italiana Tabaccai per perorare la causa contro le sigarette elettroniche.

Secondo in graduatoria il compagno di partito Nicola Latorre. “Appena” 225mila euro per lui. Spostandosi verso il Centro, fanno sensazione i 10mila euro donati dal finanziere renziano Davide Serra al giuslavorista Pietro Ichino, uscito dal Pd per Scelta Civica, ma ancora legato a Renzi. Il partitino di Mario Monti ha approfittato anche dei 710mila euro messi sul piatto dalla munifica Ilaria Borletti Buitoni. Continuando verso Destra, colpiscono i 220mila euro regalati da Forza Italia a Salvatore vasa vasa Cuffaro, attualmente detenuto a Rebibbia per favoreggiamento alla mafia. Qualcuno ha parlato di un silenzio pagato a peso d’oro, ma queste sono soltanto illazioni. Fanno quasi sorridere, infine, i 15mila euro elargiti a Gasparri dalla Albatross di Alessandro Jacchia per parlare bene della fiction Anni Spezzati, andata recentemente in onda su Rai1.

Dittatura Pd: dopo Fassina e Cuperlo, Renzi prepara altre epurazioni

Cuperlo FassinaDopo Stefano Fassina dal governo, è toccato a Gianni Cuperlo dimettersi dalla presidenza del Partito Democratico. Tutta colpa di Matteo Renzi che ha preso molto sul serio la vittoria nelle primarie del Pd e la sua ascesa alla segreteria di via del Nazareno. Tanto da trasformarsi in una specie di dittatore o, in alternativa, nel Berlusconi di Sinistra, a capo di un partito padronale. Forza Matteo al posto di Forza Silvio. Chi è d’accordo con le sue proposte già sigillate in busta chiusa – legge elettorale Italicum, cancellazione del Senato, riforma delle Regioni – si salva. Chi ha qualcosa da ridire si può considerare direttamente fuori dal partito (o dai posti che contano) come un qualsiasi concorrente del programma The Apprentice con Flavio Briatore.

Lo schema mentale della minoranza Democratica è ancora legato alla vecchia politica dde sinistra, basata su discussioni fiume, congressi drammatici e guerra tra mozioni. Una gestione del partito, spesso controproducente, che risulta completamente assente dalla forma mentis renziana, impostata per schiacciare ogni forma di dissenso che possa rallentare la sua corsa verso il Potere assoluto. Il primo ad essere epurato era stato Stefano Fassina, “costretto” a lasciare la poltrona di vice-ministro dell’Economia a causa di due semplici, ma caustiche, parole pronunciate dal Conducator di Firenze: “Fassina chi?”.

Il giochino di Renzi si era ripetuto anche pochi giorni fa, durante la discussione interna sulla legge elettorale. In quell’occasione, però, il “D’Attorre chi?”, pronunciato contro il bersaniano riottoso Alfredo D’Attorre, non aveva prodotto l’effetto dimissioni sperato dal segretario. Ma la Lista Renzi, che contiene i nomi degli epurabili dal partito, non si esaurisce certo qui. È ancora fresca di stampa, infatti, la notizia delle dimissioni di Gianni Cuperlo dalla presidenza Pd, accettata appena poche settimane fa.

Il capo della minoranza di Sinistra, umiliato da Renzi nelle primarie dell’8 dicembre (appena il 18% delle preferenze), non ha retto all’ennesima provocazione gettata nel mucchio dal battutista fiorentino durante la direzione di lunedì. Sulla mancanza delle preferenze nell’Italicum “non accetto critiche da un nominato”, aveva replicato il segretario all’intervento di Cuperlo che insisteva sull’introduzione delle preferenze. Una mezza giravolta (il Pd non è mai stato fan delle preferenze) che è costata cara al “bello e democratico”, dimissionario per salvare almeno la faccia.

 

“Mi dimetto perché sono colpito e allarmato – ha postato Cuperlo su facebook – da una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l’omologazione, di linguaggio e pensiero”. Una accusa di dittatura in piena regola, condita da alcune frecciate come la richiesta di “avere la libertà di dire sempre quello che penso”. Da parte sua, “Benito” Renzi ha replicato in maniera soft in modo da allontanare i sospetti. “Caro Gianni, rispetto la tua scelta – scrive il segretario – Pensavo, e continuo a pensare, che un tuo impegno in prima persona avrebbe fatto bene” al partito. E anche il capitolo Cuperlo è chiuso.

Intanto, il superstite D’Attorre annuncia di voler “dare battaglia” in parlamento per cancellare le liste bloccate imposte dall’accordo Renzi-Berlusconi. Ma Renzi non sembra curarsene e guarda già oltre, alle prossime epurazioni dei dissidenti. Certo, probabilmente nel Pd non finirà come in Corea del Nord, dove il giovane aguzzino Kim Jong Un avrebbe dato in pasto ai cani lo zio, pezzo grosso del regime di PyongYang caduto in disgrazia (notizia non ufficiale). Ma i nomi dei candidati al gulag dell’ostracismo politico sono i soliti noti: D’Alema, Finocchiaro, Bindi, Fioroni, ma anche lo stesso Enrico Letta. A togliere di mezzo Bersani, invece, ci ha già pensato la dea bendata. E meno male che il magnanimo Renzi è anche andato a trovare in ospedale lo smacchiatore di giaguari.