Grillo rifiuta il patto con Renzi. E Alfano lo accusa: “Sei di sinistra”

Nel giorno dell’investitura ufficiale a segretario del Pd, Matteo Renzi pronuncia un discorso con cui riesce nell’impresa di scontentare tutti, compagni di partito e avversari politici. I governisti Pd di Enrico Letta temono un’accelerazione sulla legge elettorale che possa far cedere l’intesa con Alfano e i centristi. Beppe Grillo respinge “alla Grillo”, definendola una “scoreggina”, l’offerta di collaborazione su rinuncia ai rimborsi elettorali, legge elettorale, abolizione delle Province e del Senato. Lo stesso Angelino Alfano, leader di un Ncd terrorizzato dal ritorno alle urne, commenta il programma renziano come frutto di un “nuovo segretario di sinistra della sinistra italiana”. Praticamente un insulto.

L’aria che tira nella politica italiana è quella di una lunga campagna elettorale, anche se alcune parti del discorso programmatico di Renzi, e la reazione distesa di Letta (“Uniti siamo imbattibili”), lascerebbero pensare ad un clima collaborativo, se non altro all’interno del Pd. Le note liete sul fronte dell’unità tra eredi del Pci e la nuova sinistra riformista rappresentata dal renzismo, cominciano nel segno del 15. Quindici mesi sono il termine ultimo che Renzi si è dato per collaborare col governo dell’amico Enrico. Una pax renziana. Quindici anni, invece, saranno necessari per raggiungere l’ambizioso traguardo di fare dell’Italia “il motore e la guida valoriale dell’Europa”.

Condivisibile dai lettiani, almeno a parole, anche il primo punto del programma di Renzi: il Lavoro. “Nell’arco di un mese serve un progetto di legge per semplificare le regole del lavoro e modificare le condizioni degli ammortizzatori sociali”, ha detto il neo segretario dal palco della Fiera di Milano. Renzi e Letta a braccetto anche sulla presa di distanza dalle proteste di piazza del Movimento 9 dicembre o dei Forconi: “Più che fascisti, sono sfascisti”. Convergenze possibili anche su modifica della Bossi-Fini e sulle unioni civili. Ma qui finisce l’idillio perché voci di corridoio lettiane si dicono convinte che il sì a Montecitorio sulla legge elettorale, che Renzi pretende per fine gennaio, “al massimo arriverà in commissione e non in aula”. Sabbie mobili democristiane che rischiano di invischiare il trampolino renziano. Renzi accusato anche di non aver citato Giorgio Napolitano, garante supremo delle larghe intese.

 

Paura di elezioni anticipate tra i lettiani che diventa vero e proprio terrore nella bocca di Alfano intervistato a caldo da Lucia Annunziata. Il vicepremier fa già le prove di campagna elettorale quando definisce Renzi il “segretario di sinistra della sinistra italiana”. La collocazione a sinistra di un partito di sinistra è una ovvietà che si verifica in tutta la politica mondiale. Ma in Italia essere “di sinistra” è divenuta una condizione esistenziale quasi inconfessabile. Renzi di certo non lo è, ma basta qualche apertura in senso libertario per far gridare Alfano al golpe dei barbudos o dei bolscevichi. Messo alle strette sulla legge elettorale, il segretario Ncd passa sulla difensiva quando afferma che “Letta è d’accordo, decide la maggioranza”. Rilancia, invece, sull’abolizione immediata dei rimborsi elettorali (non nel 2017) e difende la famiglia “tradizionale” rispetto alle altre unioni.

Un no secco per Renzi arriva anche da Beppe Grillo che dal blog non perde tempo per rispondere alla proposta-provocazione del segretario Pd definita “non una sorpresina ma una scoreggina”. E pensare che Pippo Civati lo aveva detto che sarebbe stato un errore cercare di inseguire i grillini sul loro terreno. Secondo Grillo “i rimborsi elettorali vanno restituiti agli italiani”, compresi i quasi 50 mln del 2013 e, soprattutto, il miliardo di euro che il Pd-Pds-Ds ha “incassato aggirando il referendum” del 1993. Soldi degli italiani. Sulle Province Grillo si dice pronto a votare qualsiasi legge che ne preveda l’abolizione. Mentre su legge elettorale e Senato niente da fare: “Questo Parlamento di nominati dal Porcellum non ha la legittimità costituzionale, ma soprattutto morale, per fare una nuova legge elettorale”. Vita dura per Renzi.

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Alfano e i Servizi lanciano l’allarme Forconi: rivolta contagiosa

ForconiIl ministro dell’Interno Angelino Alfano e i Servizi segreti lanciano l’allarme su un possibile effetto contagio della rivolta dei Forconi, arrivata al quinto giorno. Chiamarlo Movimento dei Forconi è solo una semplificazione giornalistica. In realtà i Forconi siciliani di Mariano Ferro sono solo uno dei mille volti della protesta che sta scuotendo l’Italia. E anche il contadino di Pontinia, Danilo Calvani (è lui stesso a confermarlo) non rappresenta che uno tra i tanti. C’è chi lo chiama Movimento “9 dicembre”, chi invece “Fermiamo l’Italia”, ma ad animarlo non ci sono delle categorie facilmente identificabili. Autotrasportatori, agricoltori, padroncini, ambulanti, artigiani sono il cuore della protesta.

Ma a scendere in strada sono anche studenti, precari, disoccupati, pensionati e una buona fetta della classe media che vede aprirsi il baratro della povertà. Non mancano di certo i violenti, i provocatori e i “rivoluzionari”: ultras, estrema destra e centri sociali sono pronti a indirizzare i moti di piazza. Blocchi stradali, intimidazioni ai negozianti non allineati, minacce di morte a una rappresentante del Cna (una sigla di autotrasportatori) e il rischio di una Marcia su Roma. Una situazione esplosiva, ma prevedibile visti i numeri della crisi, che ha colto però di sorpresa la politica italiana, convinta di essere indenne dall’effetto Grecia.

Il premier Enrico Letta, visibilmente contrariato nei suoi modi radical-chic, durante la fiducia di mercoledì aveva liquidato le proteste come frutto di “una minoranza non rappresentativa”. Ma l’incendio ha continuato a divampare lo stesso, da Torino a Milano, da Genova a Ventimiglia. E poi, Roma, Palermo, Firenze, Padova. Ecco perché i vertici della sicurezza sono dovuti correre ai ripari. Alfano è corso a riferire in Parlamento, e proprio lui ha parlato di “effetto contagio” delle manifestazioni in corso e di rischio di una “deriva ribellistica genericamente indirizzata contro istituzioni nazionali ed europee a cui non farebbero mancare il proprio sostegno organizzazioni antagoniste”. Allarme rilanciato dopo che il direttore dell’Aisi, Arturo Esposito, ascoltato dal Copasir, ha confermato che il movimento è senza una regia unica e a rischio infiltrazione violenta.

 

Il governo, dunque, si schiera compatto contro una protesta sottovalutata che ora rischia di farlo cadere. Matteo Renzi, segretario Pd di lotta e di governo, non prende una posizione netta: “Va capito che tipo di messaggio c’è dietro”. E, mentre il presidente Napolitano sembra smarrito, sono le opposizioni che provano a cavalcare la rivolta. Matteo Salvini parla senza mezzi termini di “governo alla frutta”. Secondo il nuovo leader della Lega “l’eversione è dentro il Palazzo, è necessario portare la protesta anche a Bruxelles”. Prima di lui Grillo e Berlusconi avevano già imbracciato i Forconi. Dopo l’episodio dei caschi tolti dalla Polizia in solidarietà con i manifestanti, il guru del M5S si era addirittura spinto a chiedere alle forze dell’Ordine di non proteggere più le istituzioni corrotte.

Forcone in mano anche per l’extraparlamentare Silvio Berlusconi. Prima l’invito nella sede di Forza Italia rivolto a una delegazione di manifestanti, annullato per opportunità politica e mediatica. Poi, intervistato dalla radio francese Europe1, una dichiarazione che sa tanto di minaccia:  “Mi hanno tolto il passaporto e possono arrestarmi quando vogliono. Ma io non ho paura, perché se lo fanno, in Italia ci sarà una rivoluzione”. Ma una rivolta in Italia già c’è, quella dei Forconi – animata da italiani disperati e in buona fede che non si dicono né di destra né di sinistra – pronta ad essere trasformata in una Rivoluzione.

Trattativa Stato-mafia: la versione di Brusca

Strage di Capaci anticipata per non fare eleggere Andreotti al Quirinale, papello consegnato a Nicola Mancino, Marcello Dell’Utri nuovo referente politico dopo l’omicidio di Salvo Lima. Queste alcune delle dichiarazioni più scottanti rilasciate da Giovanni Brusca nel corso della sua deposizione al processo sulla trattativa Stato-mafia. Ma nell’aula bunker di Milano il boss di San Giuseppe Jato – prima braccio destro di Totò Riina e adesso divenuto pentito di lusso – ha svelato i retroscena del patto scellerato tra Istituzioni e Cosa Nostra. Ad ascoltarlo c’erano i magistrati della procura e i giudici della corte d’assise di Palermo, giunti appositamente dal capoluogo siciliano. Per motivi di sicurezza è impossibile far tornare “l’infame” Brusca nella terra natia, così come per motivi di sicurezza il pm Nino Di Matteo ha dovuto rinunciare alla trasferta.

Le ripetute minacce pronunciate dal Capo dei capi – intercettato mentre conversa nel carcere di Opera dove sconta la pena al 41bis – hanno costretto il coraggioso Di Matteo a rimanere a casa. Un fatto gravissimo che riporta le lancette del tempo indietro di più di 20 anni, quando l’allarme stragismo era altissimo. “Tanto quello al processo deve venire”, ha sibilato Riina riferendosi al pm della trattativa. Una frase che ha messo in allarme persino Angelino Alfano al Viminale: scorta rinforzata, niente chiacchierata con Brusca, arrivo del dispositivo antibomba Jammer e, persino, ipotesi di dotare il pm del mezzo militare Lince, come in Afghanistan.

Una storia che puzza di bruciato, o di “Servizi”, e che lascia aperti molti interrogativi. Possibile che Totò Riina, lucido e irriducibile, non si aspetti di essere intercettato anche durante l’ora d’aria? Credibile che abbia spifferato ( se pur al boss della Scu Alberto Lorusso) il piano di rinascita stragista mafiosa? E poi, i vertici della sicurezza italiani avranno pur pensato che quello di Riina possa essere soltanto un “messaggio” che u curtu vuole recapitare all’esterno. Magari per conto di “altri” e reso pubblico proprio dall’aiuto dato da questi “altri”. Si spiegherebbe così l’allarme lanciato un mese fa dal Procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, secondo il quale “nelle minacce di Totò Riina c’è una specie di copertura ideale per le azioni violente fatte da soggetti diversi da Cosa nostra”.

 

Non si spiega, invece, il mezzo cambio di rotta di Alfano che, se pur ministro dell’Interno, non era mai stato tenero con i pm che indagano sulla trattativa. Potere della scissione di Ncd da Berlusconi e della sua svolta centrista. Così come non regge l’ipotesi che Riina abbia paura che il processo sulla trattativa lo possa far apparire come un burattino usato per le stragi e poi venduto.

Interrogativi inquietanti e ancora aperti. Ma ieri era comunque il giorno di Giovanni Brusca. Il 23 maggio del 1992 u Verru pigiò personalmente il bottone del telecomando che fece saltare su 400 chili di tritolo Giovanni Falcone, moglie e scorta. Poi, con la coscienza tormentata da decine di omicidi (tra cui quello di Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido), nel 2000 arriva il provvidenziale pentimento.  Ma Brusca comincia a vuotare il sacco sui rapporti mafia-politica solo dopo l’incontro con Rita Borsellino. Merito della moglie di Paolo, giura lui, se il pentito comincia a fare i nomi di Mangano, Ciancimino e Marcello Dell’Utri come nuovo contatto politico dei corleonesi.

Il boss pentito è un fiume in piena che racconta come tutto cominciò nel 1991, quando Riina stila la lista nera  di quelli a cui “rompere le corna”: Falcone, Borsellino, Pietro Grasso e i politici Lima, Mannino, Martelli, Andò, Vizzini e Purpura. Lima fu ammazzato 12 marzo del 1992 sul lungomare di Mondello per vendetta contro Andreotti, candidato alla presidenza della Repubblica. Colpo anti-Andreotti ripetuto con la strage di Capaci. “Riina mi fece capire che il papello era finito a Mancino”, conferma Brusca il coinvolgimento dell’ex ministro dell’Interno, imputato insieme ai due boss nel processo sulla trattativa. Così come Calogero Mannino, anche lui destinato a morire e poi salvo (forse grazia alla trattativa). Questa, per quanto può valere, la versione di Brusca.

Erba di Stato in Uruguay

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/11/marijuana-di-stato-in-uruguay-dalla-produzione-alla-vendita-a-un-dollaro-al-grammo/809172/

Marijuana di Stato. Il Senato dell’Uruguay ha approvato in via definitiva il progetto di legge che prevede che sarà lo Stato a farsi carico della produzione, distribuzione e vendita della marijuana, dopo una lunga giornata di dibattito, durata oltre mezza giornata.

marijuana libreLa norma è stata approvata con i soli voti del Fronte Ampio – la coalizione di sinistra al governo a Montevideo – mentre i partiti dell’opposizione si sono opposti alla storica riforma, con un risultato di 16 voti a favore e 13 contrari, su un totale di 30 seggi (uno dei senatori dell’opposizione era assente). La legge prevede la creazione di un Istituto di regolamentazione della cannabis (Inc), che concederà licenze ai privati per la coltivazione delle piante da parte di singoli (massimo sei piante a testa), associazioni di consumatori (massimo 45 soci e 99 piante) e produttori più importanti, che venderanno la marijuana attraverso una rete di farmacie autorizzate, per un massimo di 40 grammi mensili a persona. Non sarà possibile la vendita agli stranieri.

Per rendere possibile il controllo del mercato della marijuana sarà creato anche un registro di consumatori, la cui privacy sarà garantita dalle norme già esistenti in materia di protezione dei dati. Il presidente José Mujica ha ribadito che l’obiettivo della riforma non è “diventare un Paese del fumo libero”, ma piuttosto tentare un “esperimento al di fuori del proibizionismo, che è fallito” per riuscire a “strappare un mercato importante ai trafficanti di droga”.

Lo stesso Mujica ha anche ammesso che “forse l’Uruguay non è pronto per questa esperienza”, come dimostrano i sondaggi, secondo i quali oltre il 60% dei cittadini si oppone alla riforma, e gli argomenti dell’opposizione, che denuncia il rischio di aumento del consumo di cannabis e la possibilità che il piccolo paese diventi una meta del “turismo della canna”. A queste obiezioni di fondo se ne aggiungono altre di tipo formale, che potrebbero motivare una dichiarazione di inconstituzionalità della legge. Passato l’iter parlamentare, l’anno prossimo si passerà alla prova dei fatti. Responsabili del governo hanno detto che la produzione e la vendita della marijuana di Stato sarà pronta verso giugno o luglio, e hanno garantito un prezzo competitivo con quello del mercato illegale: un dollaro al grammo.

I senatori del Fronte Ampio hanno argomentato, durante le dodici ore che è durato il dibattito, che la riforma rappresenta un punto di equilibrio fra la proibizione e la legalizzazione del cannabis, attraverso la regolamentazione e il monitoraggio del ciclo produttivo della marijuana in ognuna delle sue fasi.

L’opposizione, da parte sua, ha sostenuto che la legge approvata rappresenta una chiara violazione dei trattati internazionali in materia di droghe, presenta grosse difficoltà di implementazione e potrebbe risultare incostituzionale, perché prevede la creazione di un organismo statale, l’Inc, meno di un anno prima delle elezioni politiche e presidenziali previste per novembre del 2014, il che è proibito dalla carta magna uruguayana.

Polizia e Forconi: Grillo invoca la rivolta della “guardie”

 

polizia forconiIl clamoroso e per certi versi storico gesto di togliersi il casco, compiuto dagli uomini delle forze dell’Ordine in solidarietà con i manifestanti che a Torino, Genova e Milano protestavano contro l’incapacità dello Stato di far fronte alla crisi economica, sta facendo molto discutere ma, soprattutto, spaventa il Palazzo. Il più lesto a cavalcare la rivolta ancora in corso (attribuita erroneamente dai media al solo Movimento dei Forconi) è stato Beppe Grillo che sul suo blog ha pubblicato una lettera aperta ai responsabili delle forze dell’Ordine per invitarli a non offrire più protezione ad una classe politica delegittimata.

Se allo slancio rivoluzionario invocato da Grillo si aggiunge la rivendicazione della fraternizzazione con i manifestanti fatta da alcune sigle sindacali della Polizia, ecco spiegata la richiesta di Forza Italia e Lega al ministro dell’Interno Alfano di riferire in parlamento. La questura di Torino si era precipitata a smentire la volontarietà del coraggioso atto di molti poliziotti, carabinieri e finanzieri (gli ultimi due “militari” e quindi non sindacalizzati) spiegando che “erano venute meno le esigenze operative” che avevano imposto l’utilizzo del casco. Ma nell’epoca di internet è diventato impossibile negare l’evidenza dei fatti, ripresi e messi on-line in tempo reale da decine di telecamere.

Contro la versione ufficiale pesano le dichiarazioni rilasciate a caldo da alcuni sindacati di polizia. Valter Mazzetti, segretario nazionale di Ugl Polizia, condivide e plaude “al gesto di quei poliziotti che si sono tolti i caschi in segno di solidarietà con quella parte dei manifestanti che ha pacificamente mostrato il proprio disagio per la grave crisi che attraversa l’Italia”. Ancora più duro il comunicato del Siulp firmato dal segretario generale Felice Romano. “Togliersi il casco in segno di manifesta solidarietà e totale condivisione delle ragioni a base della protesta – scrive Romano – è un atto che per quanto simbolico dimostra però che la misura è colma e che i palazzi, gli apparati, e la stessa politica ormai sono lontani dai problemi reali dei cittadini e troppo indaffarati ai giochi di potere per la propria sopravvivenza e conservazione della casta”.

Parole rivoluzionarie. Sembra quasi di sentire le invettive di Grillo che, infatti, poche ore dopo, posta sul blog il suo “appello per l’Italia” rivolto a Leonardo Gallitelli (Carabinieri), Alessandro Pansa (Polizia) e Claudio Graziano (Esercito). Un’iniziativa inaudita per chiedere alle “divise” italiane di “non proteggere più questa classe politica che ha portato l’Italia allo sfacelo, di non scortarli con le loro macchine blu o al supermercato, di non schierarsi davanti ai palazzi del potere infangati dalla corruzione e dal malaffare”. Grillo è convinto che le forze dell’Ordine non meritino “un ruolo così degradante” e che gli italiani siano dalla loro parte.

“Unitevi a loro” conclude Grillo che, paradossalmente, finisce per ricompattare il fronte sindacale della Polizia su un piano di cieca fedeltà al Potere (anche se controvoglia) e di chiusura ad ogni tentativo di strumentalizzazione. Compreso quello di chi pensa che le forze dell’Ordine (di Destra), appoggiate da alcuni sindacati (di Destra) abbiano solidarizzato con i manifestanti solo perché anche loro di Destra. È proprio Romano del Siulp a fare marcia indietro rispetto al comunicato di poche ore prima: “Noi abbiamo giurato fedeltà alle istituzioni e al popolo italiano”. E questione chiusa.

Più polemico Nicola Tanzi del Sap per il quale quello di Grillo è “un appello ridicolo e strumentale”. Reazione da vero “sbirro” quella di Franco Maccari del Coisp: “E’ una idiozia: i poliziotti non hanno la libertà di decidere chi e cosa proteggere. Noi eseguiamo degli ordini. Questi appelli di Grillo sono un esercizio di populismo puro. Non siamo burattini nelle sue mani”. Chiude Giuseppe Tiani del Siap: “I poliziotti cittadini respingono al mittente gli inquietanti e farneticanti inviti all’insubordinazione e alla contestazione rivolti da Grillo”.

Renzi presenta la segreteria Pd: ecco chi sono i “magnifici 12”

Boschi LottiSe l’essere giovani è sinonimo di capacità, competenza e sicuro successo nella politica italiana, allora i membri della nuova segreteria Pd scelti da Matteo Renzi partono con il piede giusto. Dopo il boom elettorale delle primarie (3 milioni di votanti e 68% delle preferenze), l’appena insediato segretario Democratico non ha perso tempo. Si è precipitato a Roma nella sede centrale del partito a via del Nazareno e ha iniziato a dettare le condizioni a quelli della vecchia guardia (dalemiani, governisti lettiani, fioroniani) usciti con le ossa rotte dai gazebo. Il primo diktat riguarda i 12 membri della segreteria, 7 donne 5 cinque uomini, età media 35 anni, ambiziosi, rampanti e, soprattutto (anche se con i dovuti distinguo), tutti renziani.

È stato lo stesso Renzi, nel corso della conferenza stampa tenuta al Nazareno, a snocciolare i nomi dei suoi collaboratori. Il fidato Luca Lotti sarà il responsabile dell’organizzazione, Stefano Bonaccini degli enti locali, Filippo Taddei dell’economia, Maria Elena Boschi delle riforme, Francesco Nicodemo della comunicazione, Marianna Madia del lavoro,  Davide Faraone di welfare e scuola, Federica Mogherini delle questioni europee, Deborah Serracchiani delle infrastrutture. Chiudono la lista Chiara Braga all’ambiente, Alessia Morani alla giustizia e Pina Picierno alla legalità.

Di questi 12, alcuni possono vantare il patentino di renziani purosangue, anche se Renzi ha già ufficialmente sciolto la corrente renziana per lui “mai esistita”. Tra questi c’è sicuramente Luca Lotti. Definito da Claudio Cerasa sul Foglio il “Gianni Letta” di Renzi, il giovane Lotti (classe 1982) deve essere considerato a tutti gli effetti il braccio destro del neo-segretario. Conosciuto Renzi nel 2005, quando il capo del Pd era ancora presidente della Provincia di Firenze, l’empolese Lotti diventa una figura pubblica nel 2012 quando si getta anima e corpo nella sfida che Renzi lancia a Bersani alle primarie per la premiership. Nel 2013 arriva anche il seggio assicurato a Montecitorio e, adesso, la poltrona di vice-segretario del Pd.

 

Sempre secondo Cerasa, insieme a Lotti è Maria Elena Boschi, 32 anni di Montevarchi, uno dei pochi ad aver acquisito “il diritto di dire di “no” al sindaco”. Onorevole anche lei, scritturata come volto telegenico dai talk-show e animatrice della Leopolda, la Boschi si definisce “una tosta” nell’intervista rilasciata a Giulia Cerasoli di Chi. Rifiuta l’appellativo di “giaguara della Leopolda” e “amazzone di Renzi”, ritenuti “sessisti”. È avvocato ma le malelingue, causa la sua avvenenza, la sospettano di avere un flirt con Renzi e Roberto D’Agostino su Dagospia non ha paura a definirla la “renziana bona”. Anche Stefano Bonaccini –segretario Pd Emilia Romagna, coordinatore della campagna elettorale di Renzi e assolto recentemente nel processo Chioscopoli– è un renziano di ferro. Così come risulta renziano il parlamentare siciliano Davide Faraone. Nato con Renzi anche Francesco Nicodemo, animatore di un blog.

Pescati fuori dal recinto renziano sono Chiara Braga (alla Camera dal 2008), la 37enne ex bersaniana Alessia Morani, il membro delle commissioni Esteri e Difesa di Montecitorio Federica Mogherini, il consigliere economico di Pippo Civati Filippo Taddei e la parlamentare campana Pina Picierno. Discorso a parte, invece, va fatto per Deborah Serracchiani e Marianna Madia. Da poco divenuta presidente della Regione Friuli, e volto noto del salotto di Ballarò, la Serracchiani puntava a scalare il Pd quando Renzi non se lo filava ancora nessuno. Adesso che tutti la credono renziana il gioco si è rivelato più facile del previsto. Discorso molto simile per Marianna Madia, anche lei folgorata sulla via di Firenze. Designata da Walter Veltroni come capolista nel Lazio per la corsa alla Camera nel 2008, nessuno potrà mai levarle di dosso la fama di essere molto carina e molto raccomandata. Con Veltroni e D’Alema avviati alla rottamazione la Madia ha spiccato il salto sul carro renziano.

Due Matteo: Renzi cambia verso al Pd, Salvini alla Lega

Renzi segretario PdMatteo Renzi e Matteo Salvini sono i nuovi segretari rispettivamente del Partito Democratico e della Lega Nord. Durante il fine settimana i due Matteo si sono imposti trionfalmente nelle elezioni primarie dei loro partiti. Mediaticamente più importante è di certo il successo a valanga di Renzi nei gazebo Pd: quasi 3 milioni di votanti,  70% dei consensi conquistati e strada spianata per l’avvio dell’epopea renziana nel centro-sinistra italiano e, forse, a Palazzo Chigi. Meno seguite, e meno partecipate (voto aperto ai soli iscritti al Carroccio) le primarie leghiste, dove il candidato di “apparato” Salvini ha spazzato via le macerie di Umberto Bossi: 82% contro il 18% dei 10 mila votanti e ritorno sulla scena della “Lega di battaglia” contro Roma Ladrona.

Due figure, quelle di Renzi e Salvini, per certi versi così vicine tra loro e, allo stesso tempo, così agli antipodi. Caratteristica comune è sicuramente la giovane età. Renzi ha 38 anni (11 gennaio 1975), mentre Salvini 40 (9 marzo 1973). Due uomini fatti e formati per l’anagrafe, due poppanti in fasce per le consuetudini del gerontocratico Potere italiano. La carta d’identità dei due resta comunque un dato confortante per gli italiani, se non altro perché non dovranno più ascoltare un leader politico pronunciare “Gogol” la parola “Google”.

In comune i due enfant prodige hanno anche la lunga militanza politica. Il lombardo Salvini è praticamente nato nella sede leghista di via Bellerio, tirato su come uno di famiglia da nonno Bossi e dagli zii Maroni, Calderoli e Zaia. Consigliere comunale di Milano per 19 anni consecutivi (dal 1993 al 2012), due volte eletto al Parlamento Europeo (2006 e 2009), Salvini ha ricoperto diverse cariche anche all’interno della Lega fino a diventare prima segretario della Lega Lombarda nel 2012 e, adesso, numero 1 della Lega che fu di Bossi.

 

Il fiorentino Renzi vanta una storia meno romantica, ma molto simile. Figlio d’arte (il padre Tiziano era consigliere comunale Dc a Rignano sull’Arno), il giovane Matteo, sostenitore di Romano Prodi, si iscrive al Partito Popolare Italiano nel 1996 e dalla posizione di ex Dc di Sinistra fa irruzione nel 2007 nel neonato Pd. Prima però il passaggio nella Margherita di cui nel 2003 diventa segretario provinciale fiorentino. Dal 2004 al 2009 ricopre la carica di presidente della Provincia di Firenze e, dal 2008, in quota Pd, quella di sindaco di Firenze. Oggi è il nuovo segretario dei Democratici.

Altra caratteristica condivisa dai due Matteo è quella di voler rompere con il passato. Salvini punta all’indipendenza del Nord e all’uscita dall’Euro, preservando così le origini del Carroccio. Renzi, al contrario, si presenta più moderato nei confronti dell’Europa, ma promette di “rottamare” la politica italiana buttando nel cestino anche il vecchio Pd, il suo partito. Battaglia condivisa, ma con toni diversi, anche quella contro amnistia e indulto. Mentre Salvini parla di “guerriglia” contro eventuali “provvedimenti umanitari” sulle carceri, Renzi si limita a dichiarare di “non condividere” la linea di Napolitano sull’amnistia.

Ma qui si può dire che si esauriscano le convergenze parallele tra Renzi e Salvini. E i loro programmi politici stanno lì a dimostrarlo. Già detto del rapporto dell’Italia con l’Europa: per Salvini “bisogna smontarla questa Europa” e uscire “dall’Euro criminale”, mentre per Renzi bisogna superare il “vincolo anacronistico” del rapporto deficit-Pil e andare verso gli Stati Uniti d’Europa. Sul Lavoro, Renzi vorrebbe “rivedere lo Statuto dei lavoratori” in senso liberista, mentre Salvini appoggia la protesta dei Forconi in difesa di chi “lotta per il lavoro”. Renzi vorrebbe solo staccare il Pd dall’abbraccio dei sindacati; Salvini, invece, pensa che siano diventati un “ostacolo per lavoratori e imprese”. Sul fronte dei diritti, Renzi apre a unioni di fatto e legge anti-omofobia. Salvini non ne vuol sentir parlare, ma propone di abolire i reati di opinione perché “le idee non si processano”. In pratica, Salvini parla da capopopolo, mentre Renzi studia già da statista.

Primarie Pd. Prodi vota e prepara la vendetta contro i 101 traditori

Perché, a 48 ore dall’apertura dei gazebo, Romano Prodi ha deciso improvvisamente di cambiare idea e ha dichiarato che voterà alle primarie Pd? A giudicare dal comunicato reso pubblico ieri, Prodi sembra deciso a tornare in qualche modo in pista per prendersi la vendetta sui 101 traditori, responsabili della sua mancata ascesa al Quirinale per dare vita al governo di larghe intese. Una mossa a sorpresa, arrivata dopo mesi burrascosi in cui i rapporti tra il Professore e la sua creatura, il Partito Democratico, sembravano compromessi irreversibilmente.

Solo un mese fa Prodi aveva liquidato con parole sprezzanti l’ipotesi di votare alle primarie. “Non voterò alle primarie – aveva detto – non per polemica, ma ho deciso di ritirarmi dalla vita politica”. Qualche settimana prima, invece, era arrivata la conferma di non voler rinnovare la tessera del Pd. Troppa l’amarezza di vedere il suo nome umiliato a Montecitorio dai doppiogiochisti del voto segreto. Sicuramente, si pensava, Prodi non vorrà mai più sporcarsi le mani con le beghe della politica italiana. E invece.

Il due volte premier decide di rientrare in campo nelle vesti di difensore del bipolarismo e dell’intero sistema politico italiano, messi a rischio, a suo dire, dalla sentenza della Consulta sul Porcellum. “I rischi aperti dalla recente sentenza della Corte Costituzionale – scrive Prodi – mi obbligano a ripensare a decisioni prese in precedenza”. Secondo l’ex leader dell’Ulivo “le primarie del Pd assumono oggi un valore nuovo. Nella situazione che si è venuta a determinare è infatti necessario difendere a ogni costo il bipolarismo”. Segue un assist per quello che ritiene ancora il Suo Partito. “Pur con tutti i suoi limiti, il Pd resta l’unico strumento della democrazia partecipata di cui tanto abbiamo bisogno. Domenica, di ritorno dall’estero, mi recherò quindi a votare – conclude Prodi – In questa così drammatica situazione mi farebbe effetto non mettermi in coda con tanti altri cittadini desiderosi di cambiamento”.

 

Questo lo stringato comunicato ma, a leggere tra le righe, vi si possono già intuire i retroscena. Il primo pensiero che viene in mente è il “sacrificio” che il Fondatore sarebbe disposto a fare per ridare un po’ di ossigeno alle spompate primarie Pd che, nonostante il ciclone Renzi, sembrano destinate a non andare oltre i 2 milioni di votanti . Partecipazione scarsa rispetto alle precedenti edizioni. Un flop. Il nome di Romano Prodi è ancora amato dal popolo di centro-sinistra e la sua annunciata presenza potrebbe avere un effetto trainante.

Fin qui l’aspetto edificante della vicenda: il rafforzamento del Partito Democratico indipendentemente da chi vincerà tra Renzi, Cuperlo e Civati. Ma l’impressione è che Prodi voglia andare oltre. Le spie della strategia prodiana sono tre locuzioni utilizzate nel comunicato: “rischi aperti dalla sentenza”, “difendere il bipolarismo” e “cambiamento”. Il Professore considera rischiosa la deliberazione della Consulta che, amputando il Porcellum, ha spostato le lancette del sistema elettorale indietro di 20 anni, al proporzionale da Pentapartito. E chi sono i più strenui difensori del proporzionale? Il presidente Napolitano e il governo Letta-Alfano, naturalmente?

Ma chi sono stati i responsabili della creazione del governo di larghe intese, nato dopo l’affondamento della sua candidatura al Colle, ritenuta “divisiva”? I 101 traditori del Pd che, dopo averlo acclamato, lo hanno impallinato nel segreto delle urne, naturalmente. Tra questi ci sono di certo i Grandi Elettori di Gianni Cuperlo, dalemiani in testa. Le malelingue puntano il dito anche sui renziani, ma Matteo Renzi rappresenta per definizione il “cambiamento” auspicato da Prodi. Così come vicino al Professore può essere considerato anche Pippo Civati. Il piano diabolico di Prodi potrebbe dunque comprendere l’ipotesi di un suo ritorno come Padre Nobile, dopo che Renzi e Civati (che secondo i sondaggi rischia di superare Cuperlo) avranno fatto piazza pulita della vecchia nomenklatura.

Presentato il Bilancio sociale Inps: Italia a rischio povertà

Potere d’acquisto delle famiglie italiane crollato del 9,4% dal 2008 al 2012; spesa per gli ammortizzatori sociali aumentata del 19% dal 2011 al 2012 per una platea di più di 4 milioni di persone; più di 7 milioni di pensionati, il 45% del totale, che non arrivano a 1000 euro; 130 mila dipendenti pubblici in meno. L’Italia, insomma, è sempre più a rischio povertà. È questa l’impietosa fotografia del nostro paese fornita dall’Inps che ieri ha pubblicato il suo Bilancio sociale 2012.

Con la stesura annuale del Bilancio sociale, l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale si ripropone di rendere conto ai cittadini del suo operato basandosi su principi di trasparenza. Proprio ciò che è stato fatto anche il 5 dicembre scorso durante la presentazione avvenuta presso la Sala Mancini della Direzione Generale, in via Ciro il Grande 21, a Roma. Presenti il Direttore generale Mauro Nori, il Presidente Antonio Mastrapasqua, i rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil e Confcommercio, special guest il ministro del Lavoro Enrico Giovannini, è toccato a Pietro Iocca, presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza (CIV), esporre la Relazione illustrativa del Bilancio Sociale.

Trasparenza e chiarezza sugli “effetti sociali prodotti dall’azione dell’Istituto” che non sono di certo riuscite a mascherare la drammatica crisi di sistema che attanaglia il nostro paese ormai dal 2008. I dati forniti dall’Inps non lasciano infatti spazio alle interpretazioni. Il potere d’acquisto delle famiglie, come si diceva, è sceso di quasi 10 punti percentuali dall’inizio della crisi economica mondiale nel 2008. Mentre negli Stati Uniti i tassi di crescita e occupazione hanno ripreso a crescere a pieno ritmo, l’Italia ancora non riesce a vedere la famosa “luce infondo al tunnel” evocata da Mario Monti prima e da Enrico Letta adesso. Anzi, solo tra il 2011 e il 2012, il calo di ricchezza delle famiglie è stato del 4,9%. Un tracollo rispetto alla media del meno 1,8% fatta registrare dal 2008. E le persone a rischio povertà sono 18 milioni.

 

Carrelli della spesa sempre più vuoti e calo dell’acquisto anche di generi di prima necessità alimentato dall’esiguità delle pensioni erogate. Circa 7,2 milioni di persone, quasi la metà dei pensionati italiani, il 45,2% per la precisione, ricevono una pensione inferiore ai 1000 euro. Cifra che sembrerà una fortuna a quei 2 milioni e 260 mila pensionati che non raggiungono i 500 euro. Più o meno la soglia di povertà. Solo 650 mila, invece, i fortunati che possono contare su un assegno superiore ai 3 mila euro mensili. Ma le brutte notizie per chi prima o poi dovrà andare in pensione non finiscono qui perché gli effetti della riforma Fornero già si riflettono sul numero delle pensioni erogate, calate del 7,4% rispetto al 2011. Per i lavoratori più o meno giovani, invece, schiacciati da sistema contributivo, precarietà e disoccupazione, pensare di arrivare alla pensione sembra un miraggio.

Timore confermato dal dato sulla spesa per gli ammortizzatori sociali nel 2012: 22,7 miliardi, più 19% rispetto all’anno precedente. Secondo l’Inps sono stati spesi 13,8 miliardi per la disoccupazione, 6,2 per la cassa integrazione e 2,8 per la mobilità. In questa tragedia occupazionale entrano di diritto anche i dipendenti pubblici, il cui numero è sceso di 130 mila unità nel solo 2012. Snellimento della PA dovuto al blocco del turnover e ai numerosi pensionamenti. Notizia che farà di certo piacere al nemico numero 1 dei “fannulloni” Renato Brunetta. Peccato che la scure contro i dipendenti pubblici vada a colpire proprio i più giovani e capaci, lasciando al loro posto i “professionisti della tazzina di caffè”. Una situazione esplosiva, quella italiana, a cui il governo Letta non ha saputo dare risposte nella legge di Stabilità con una seria revisione del sistema pensionistico.

La Corte Costituzionale smonta il Porcellum. Parlamento illegittimo?

porcellumSmentendo le previsioni della vigilia, la Corte Costituzionale decide di premere sull’acceleratore e dichiara l’illegittimità costituzionale del Porcellum. Per la precisione, la legge elettorale varata nel 2005 e battezzata Porcellum dal suo stesso padrino Roberto Calderoli, non è stata emendata totalmente, ma solo in due punti specifici. Ad essere giudicati incostituzionali sono stati il ricorso alle liste bloccate e l’abnorme premio di maggioranza. La Consulta ha così accolto nel merito il ricorso presentato nel 2009 da 27 cittadini italiani.

Troppo forti le pressioni che venivano dalla società civile e dai media per affidarsi ad un nuovo rinvio (si parlava della metà di gennaio 2014), così come auspicato dalle forze politiche di maggioranza, il Pd lettiano, Ncd di Alfano, ma soprattutto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, preoccupato che l’affondamento del Porcellum potesse accelerare la crisi del governo di larghe intese, già orfano di Berlusconi. La prima ad uscire con le ossa rotte dalla vicenda Porcellum è proprio la Politica, rivelatasi incapace di mandare in soffitta una legge elettorale odiata (almeno a parole) da tutti. Una sconfitta per il governo Letta che, facendosi anticipare dal Potere giudiziario, non fa che offrire il fianco alle agevoli bordate di Matteo Renzi e Beppe Grillo.

 

Oltre al danno di immagine (quale?) per il governo, la cassazione del Porcellum rappresenta anche una amletica beffa, perché mette in dubbio la legittimità stessa del Parlamento i cui membri sono stati eletti con delle liste bloccate, impedendo ai cittadini di esprimere la propria  preferenza, e per questo da considerarsi loro stessi illegittimi. Una tegola che non doveva cadere sullo scricchiolante castello di carte del governo Letta-Alfano costruito da Re Giorgio. Un buco a cui occorre porre rimedio al più presto possibile con la toppa di una nuova legge elettorale fatta dalle forze politiche presenti in Parlamento. Più facile a dirsi che a farsi, visto che il Porcellum è stato di fatto mandato in pensione dalla Corte Costituzionale dopo 8 anni di dis-onorata carriera e altrettanti di contrapposizioni feroci e mancati accordi tra i partiti.

Letta, Alfano, Bersani, Berlusconi. Nessuno di loro ha mai voluto veramente sbarazzarsi del Porcellum, giudicato un utile strumento per controllare le clientele parlamentari e una facile scappatoia per ottenere maggioranze bulgare (almeno alla Camera) anche con un voto di vantaggio sugli avversari. Un pasticcio voluto da Berlusconi per azzoppare Prodi, ma adottato in seguito anche dai “nemici” del Pd. Adesso occorre rimboccarsi le maniche, almeno per non rischiare che le motivazioni della Consulta, svelate tra qualche settimana, possano mettere in discussione, come già accennato, la legittimità costituzionale di un Parlamento di nominati.

Allo stato dell’arte il presidente del Senato Pietro Grasso, riscontrata l’impossibilità di procedere in accordo con una nuova legge elettorale, ha chiesto di passare la palla a Montecitorio dove una maggioranza variabile, diversa da quella Pd-Ncd-Sc, è possibile. In questo modo Grasso ha però offerto un assist alle velleità di Renzi che, insieme a Lavoro e Finanziamento ai partiti, ha messo la legge elettorale al primo punto del suo programma. Tutto rinviato al post primarie dell’8 dicembre, quando il sindaco di Firenze diventerà quasi certamente segretario del Pd. Intanto però il partito di Alfano ha già fatto sapere, per bocca di Fabrizio Cicchitto, che varare una legge elettorale con una maggioranza diversa da quella di governo significa automaticamente la fine delle larghe intese e la caduta di Letta.

Un bel rebus da risolvere quello tra Mattarellum, doppio turno alla francese, sistema spagnolo, proposta D’Alimonte, collegi uninominali, maggioritario, proporzionale, corretto o liscio. Intanto il deputato dissidente del Pd, Roberto Giachetti, è arrivato al sessantesimo giorno di sciopero della fame per protestare contro la mancanza di un accordo per la nuova legge elettorale. Sempre più emaciato, gli consigliamo di non aspettare i colleghi e di mangiare qualcosa.