Il Capodanno di Roma sommersa dai rifiuti. AMA accusata di boicottaggio

maiali BocceaRoma è la Capitale più sporca, disordinata e sudicia d’Europa. Una vera e propria discarica a cielo aperto che, complici gli ultimi scandali mediatici, ha costretto il sindaco Ignazio Marino a prendere provvedimenti contro i vertici dell’AMA, l’azienda municipalizzata addetta alla raccolta dei rifiuti, divenuta negli anni un immenso carrozzone clientelare mangiasoldi (7.500 dipendenti, di cui molti scaldano una sedia procurata dal politico amico, invece di ramazzare le strade). La giunta straordinaria convocata dal sindaco ha dato via libera alla nomina di un nuovo consiglio di amministrazione entro il 9 gennaio e ha varato un piano da 4,9 mln di euro, perché adesso la priorità è non ripetere a Capodanno gli errori fatti a Natale.

L’emergenza rifiuti del 24 e 25 dicembre, le immagini dei maiali che grufolano tra la monnezza a Boccea, i video girati dai cittadini che documentano la truffa della raccolta differenziata, le vie di centro e periferia coperte di escrementi, cartacce e bottiglie, sono solo la punta dell’iceberg della scandalosa gestione della raccolta dell’immondizia prodotta dai romani.

Che a Roma la raccolta differenziata fosse a livelli da medioevo lo sanno tutti i cittadini, costretti ogni giorno ad utilizzare cassonetti maleodoranti mentre pagano profumatamente l’AMA con la tassa sui rifiuti tra le più care d’Italia. Ma la giunta guidata da Marino è stata costretta a battere un colpo solo dopo il blocco natalizio della raccolta, quando le immagini di una scrofa che con i suoi maialini pasteggiava allegramente vicino ai cassonetti stracolmi nel quartiere Boccea avevano già fatto il giro del web. Figuraccia internazionale che ha costretto i collaboratori del sindaco ad alzare la voce, paventando persino l’ipotesi di un boicottaggio ordito da alcuni dirigenti AMA contro la giunta Marino.

“In Ama c’è qualcuno che rema contro  –  dichiara l’assessore all’Ambiente Estella Marino (nessuna parentela con Ignazio) –  qualcuno che sa che verrà rimosso perché legato al vecchio management e ha sposato la logica del “tanto peggio tanto meglio”. Il nuovo amministratore delegato che dovrà seguire l’Ama h24 riorganizzerà ruoli e funzioni. E queste persone lo sanno”. Ancora più circostanziata l’accusa di Athos De Luca che fa anche i nomi. “I rifiuti ai cassonetti e altri fenomeni di inefficienza sono responsabilità dei dirigenti che non hanno predisposto il servizio adeguato per le feste  –  afferma il consigliere Pd –  sono ancora tutti dirigenti nominati dal vecchio ad Francesco Panzironi, rinviato a giudizio per Parentopoli”.

Mentre la politica si impicca nel solito gioco dello scaricabarile, la città è ridotta peggio delle strade di Calcutta o delle favelas di Rio de Janeiro. Il 1 ottobre 2013 ha chiuso i battenti dopo 35 anni la discarica di Malagrotta, dopo 40 milioni di tonnellate smaltite dal re della monnezza Manlio Cerroni. Risultato: rifiuti sversati in altre regioni, impianti per la differenziata insufficienti e costi aumentati per l’indifferenziata. Uno scandalo mondiale che è costato due denunce all’AMA, una di Legambiente e l’altra della Cgil Lazio.

Il nuovo sistema di raccolta differenziata annunciato nel giugno 2012 con il Patto per Roma è ancora in alto mare (raccolta porta a porta e dell’umido sono un fiasco). L’amministrazione capitolina, poi, si dimostra incapace di far fronte al fenomeno della “raccolta differenziata di strada” fatta soprattutto dai rom. Iniziativa utile in mancanza delle istituzioni, ma che contribuisce ad aumentare i disagi e la sporcizia. Infine, non va taciuta la responsabilità di cittadini e residenti a cui andrebbe assegnata una medaglia per l’inciviltà dimostrata. Ignoranza, mancanza di informazioni ufficiali, cattive abitudini e un completo sprezzo del rispetto per il prossimo (come nel caso dei marciapiedi sommersi dalle deiezioni canine), contribuiscono a fare di Roma la Capitale europea della sporcizia.

Renzi rottama i quarantenni Letta e Alfano

 

Renzi Letta AlfanoI Renziani lo chiamano patto alla tedesca, Enrico Letta parla invece di Agenda 2014. Fatto sta che Matteo Renzi e i suoi fedelissimi puntano ad essere azionisti di maggioranza dell’accordo politico che il governo Letta-Alfano e il nuovo Pd targato Renzi si apprestano a siglare. Ecco perché da qualche giorno i renziani hanno lanciato un’offensiva mediatica per mettere con le spalle al muro le larghe intese di Palazzo Chigi. Ha cominciato il responsabile Welfare dei Democratici, Davide Faraone, seguito dalle dichiarazioni di Dario Nardella e Ernesto Carbone, due watchdogs del sindaco di Firenze. E, come se non bastasse, ci si è messo lo stesso Matteo a minacciare di rottamazione i “colleghi” quarantenni Enrico e Angelino nel corso di una intervista al quotidiano La Stampa.

Il primo obiettivo dei renziani è quello di prendere in mano il timone del governo, dettando da una posizione di forza (quella dei 3 milioni di voti delle primarie) l’agenda delle cose da “fare” nel 2014. Un patto da stringere con Letta e Alfano non oltre la metà di gennaio, pena il rischio corso da Renzi di tornare ad essere considerato un membro della casta. Al primo posto dei desiderata renziani c’è il Lavoro, declinato all’americana come Job Act. Seguono la rimodulazione degli ammortizzatori sociali, i tagli alla spesa pubblica, i fondi per la scuola, la legge su diritti civili e unioni di fatto, la cancellazione della Bossi-Fini e l’introduzione dello ius soli. Condizioni talmente dure da risultare una sorta di ultimatum, soprattutto per gli alfaniani che, fino a prova contraria, provengono da una cultura di centrodestra.

Tanto per chiarire chi comanda, Renzi e i suoi, pur senza mai nominarlo espressamente, pretendono un rimpasto delle poltrone di governo. Scontate le sostituzioni dei sottosegretari e viceministri berlusconiani (Biancofiore, Santelli, Archi e Miccichè), a rischiare il licenziamento sono la ministra dei Ligresti, Annamaria Cancellieri, ma anche Giovannini, Zanonato, Saccomanni, Bray e persino uno dei cinque ministri Ncd, forse Lupi.

A dare il via al cannoneggiamento renziano dei fragili bastioni del governo Letta era stato sabato scorso Davide Faraone. Da quel di facebook il siciliano Faraone non le aveva mandate a dire a Letta. “Non basta un ritocco, un rimpasto. O si cambia radicalmente o si muore – aveva postato il membro della segreteria Pd – Non elencherò gli errori del passato, ma se metto uno dietro l’altro quelli commessi dal giorno dell’elezione di Renzi viene fuori un filotto impressionante”. Un attacco imbarazzante a cui il premier non ha risposto e a cui, anzi, ha fatto seguito l’intervista di Renzi al giornale torinese.

Il segretario Pd seppellisce vergognosamente la tesi del “trionfo della generazione dei quarantenni”, Alfano compreso, sostenuta da Letta durante la tradizionale conferenza stampa di fine anno. “Le cose bisogna raccontarle per come stanno. Lui, Enrico, è stato portato al governo anni fa da D’Alema, che io ho combattuto e combatto in modo trasparente; e Angelino Alfano al governo ce l’ha messo Berlusconi, quando io non ero ancora nemmeno sindaco di Firenze – dice Renzi, che poi aggiunge il carico – È vero che loro provengono da una generazione più giovane di quella che li ha preceduti, ma io non voglio assolutamente essere accomunato a loro, integrato in uno schema: io sono totalmente diverso, per tanti motivi. E uno di questi motivi, in particolare, non può esser sottovalutato: io ho ricevuto un mandato popolare, tre milioni di persone che mi hanno votato perché hanno condiviso quel che ho promesso che avrei poi fatto. È per questo che non si può più perder tempo: con l’anno nuovo si passa dalle chiacchiere alle cose scritte. E le prime cose scritte riguarderanno i due temi capitali: il lavoro e le riforme”.

Letta e Alfano sono quarantenni da rottamare nella vision renziana. Anche Nardella parla di “un cambio di passo forte da fare urgentemente”. Mentre Carbone è più tranchant: “Sulle riforme non si è fatto nulla, tranne i caffè tra Violante e Quagliariello, sulla legge elettorale siamo alla farsa. Ribadisco: se il governo Letta va avanti così, è meglio andare a votare”.

Rivoluzione Forza Italia, Berlusconi decide: triumvirato e volti nuovi

triumvirato FILa rivoluzione delle poltrone in atto nella rinata Forza Italia si concluderà dopo le festività natalizie, quando Silvio Berlusconi nominerà i tre vicepresidenti che guideranno il partito. Il triumvirato, dicono le indiscrezioni, sarà formato da Giovanni Toti, Antonio Tajani e un’amazzone a scelta tra Anna Maria Bernini, Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini. Non proprio degli esordienti in politica, ma almeno una sensazione di “aria nuova” rispetto ai coordinatori del defunto Pdl Verdini, Bondi e La Russa. Marcello Fiori, coordinatore dei club Forza Silvio, Simone Furlan, fondatore dell’Esercito di Silvio, il deputato Antonio Palmieri, sono gli altri volti nuovi che dovrebbero ricoprire posizioni di vertice nella Nuova Forza Italia.

Certo, la vecchia guardia non verrà mandata totalmente in pensione. Denis Verdini continuerà a recitare il ruolo dell’eminenza grigia, un Richelieu sempre pronto a tramare e contrattare per conto del Luigi XIII di Arcore. Renato Brunetta, invece, dopo aver rischiato l’impeachment per mano dei suoi compagni di partito, è stato riconfermato alla guida dei deputati forzisti da Silvio in persona nel giorno della Vigilia di Natale. Berlusconi pensa di ottenere un giusto equilibrio tra volti vecchi e nuovi in vista della data fatidica del 25 maggio quando, alle già previste elezioni Europee, potrebbero sommarsi le Politiche verso le quali, questa la certezza del Cavaliere, Matteo Renzi sta spingendo.

Ecco perché non c’è più tempo da perdere col nuovo organigramma. E poi c’è da mettere il guinzaglio ai falchi del partito che, dopo la rottura con gli alfaniani, pensavano di avere in mano le poltrone di Forza Italia. Ma Berlusconi vuole stupire ancora. E inaspettata, infatti, è l’intenzione di affidarsi a Giovanni Toti, direttore di Studio Aperto e Tg4, quale responsabile del partito per l’Italia. Il falco dell’informazione targata Mediaset, trasferirà la sua esperienza nella comunicazione forzista e, si mormora, svolgerà anche le funzioni di primo consigliere del capo. “Il partito non avrà struttura verticistica, perché l’unica vera carica è quella di Silvio Berlusconi”, questa la prima uscita di Toti. Tanto per far capire di che pasta è fatto l’uomo.

 

Discorso diverso va fatto per Antonio Tajani che, al contrario del “televisivo” Toti, fa politica all’ombra di Berlusconi da quando portava i calzoni corti. Attuale Commissario europeo per l’industria e vicepresidente della Commissione Europea, Tajani è stato uno dei fondatori di Forza Italia nel 1994 e deve tutto al Cavaliere. Il pupillo berlusconiano andrà a ricoprire il ruolo di responsabile per l’Europa. La carta Tajani, inoltre, potrebbe sempre tornare utile nel caso di un futuro riavvicinamento ad Alfano con il quale non sono mai venuti meno i buoni rapporti. Ipotesi tutt’altro che campata per aria se si considera che il Nuovo Centro Destra rischia l’irrilevanza politica, schiacciato come è tra i due fuochi del governo Letta-Napolitano e la spinta rottamatrice di Renzi.

Ancora vuota la casella del terzo nome del triumvirato, quella del responsabile dei rapporti con il parlamento. L’unica cosa certa è che sarà una donna. La lotta sembra ristretta al trio Carfagna-Bernini-Gelmini, ma quest’ultima potrebbe anche accontentarsi del posto di coordinatrice regionale della Lombardia. I retroscena raccontano di Francesca Pascale impegnata in prima persona nella scelta dell’amazzone del triumvirato, ma al momento la Bernini è data avanti di un’incollatura rispetto alla Carfagna.

Infine, c’è da aggiungere che Berlusconi ha affidato ad un altro grande vecchio, Giancarlo Galan, il compito di reperire volti nuovi, facce pulite e giovani che facciano concorrenza alla segreteria Pd scelta da Renzi. Lo stesso Galan, insieme a Toti, ha partecipato ad un pranzo organizzato ad Arcore da Berlusconi per prendere confidenza con i membri dell’Esercito di Silvio. Un vero incubo per Daniela Santanchè e gli altri falchi.

Affitti d’oro e slot machines: governo e lobby sconfitti da Renzi e M5S

lobby slot machinesLa pratica dell’assalto alla diligenza delle leggi finanziarie di fine anno, diffusa tra lobbisti e faccendieri di ogni tipo, non è certo stata debellata. Ma lo stop imposto dall’azione del M5S (seguito poi da Renzi e dalla Lega) a due emendamenti vergognosi come quelli sul taglio dei fondi ai Comuni che ostacolano la diffusione delle slot machines e sugli affitti d’oro pagati dalla pubblica amministrazione, dimostra che la malapolitica si può sconfiggere. Il primo provvedimento erano stato infilato proditoriamente nel cosiddetto dl Salva Roma, approvato il 23 dicembre dalla Camera con l’ennesimo voto di fiducia e in attesa di passare l’esame del Senato il 27. Il secondo, invece, è passato insieme alla legge di Stabilità con il voto di fiducia di Palazzo Madama sempre il 23.

Pensato per cercare di togliere le castagne dal fuoco al disastrato bilancio di Roma Capitale (864 mln di debiti), il Salva Roma è diventato un immenso catino in cui sciacquare i panni sporchi del clientelismo italico con il detersivo dei fondi a pioggia, distribuiti a clientes e amici in tutto lo Stivale. 20 mln per il trasporto pubblico calabrese; 23 per quello valdostano; mezzo milione per Pietrelcina, patria di Padre Pio; fondi per scuole umbre, restauri, sagre di paese, teatri. Persino una sanatoria per i chioschi sulle spiagge ed altre amenità elencate da Sergio Rizzo sul Corriere della Sera.

Nella notte tra il 21 e il 22 dicembre, l’emendamento presentato dalla senatrice Federica Chiavaroli di Ncd (votato da tutto il Pd), che prevedeva di punire i Comuni virtuosi che decidono di aumentare la tassazione sulle slot machines, è magicamente scomparso dal testo del Salva Roma. “Un errore della maggioranza”, lo ha definito il premier Letta per rimediare allo scandalo di uno Stato che avrebbe tagliato i fondi agli enti locali che cercano di opporsi alla gestione “mafiosa” delle slot e alla diffusione della ludopatia. Ma il grottesco dietro-front del governo è arrivato solo dopo che il M5S aveva diffuso un video registrato all’interno di Montecitorio che smaschera l’attività di lobby praticata da tale Luigi Tivelli, un uomo che le cronache descrivono come lobbista di lungo corso. A quel punto è stata inevitabile la levata di scudi di Matteo Renzi che ha parlato di una “porcata”.

 

Ancora più complesso, se vogliamo, il giallo della “manina” che ha nascosto nella legge di Stabilità l’emendamento Salva affitti d’oro, che rende in pratica nullo il testo contenuto proprio nel Salva Roma. La norma proposta dal senatore grillino Riccardo Fraccaro permette agli enti pubblici di recedere dagli affitti onerosi con un solo mese di preavviso. È il caso anche dei Palazzi Marini dove ha sede Montecitorio, 444 milioni di euro in 18 anni intascati dalla Milano 90 srl di Sergio Scarpellini. Lodevole iniziativa a 5Stelle accolta persino dal governo, sempre incalzato dal segretario del Pd che, intervistato da Fabio Fazio, ha definito “giusta” la norma contro gli affitti d’oro.

Ma Renzi, pur avendo conquistato il partito, non ha ancora il controllo sui gruppi parlamentari bersanian-dalemiani e, soprattutto, sui potenti lobbisti che si aggirano per i corridoi del parlamento. È così che nella legge di Stabilità è finito un trafiletto che esclude dal diritto di recesso non solo i palazzi dei ricchi fondi immobiliari, ma anche quelli di cui sono proprietari gli stessi investitori dei fondi. Trappola quasi rivendicata dai parlamentari di Scelta Civica e che ha scatenato la reazione di grillini e leghisti, pronti a ricorrere ad un malaugurato ostruzionismo natalizio. Tensione alle stelle che ha costretto il ministro dei Rapporti col parlamento, Dario Franceschini, a promettere la cancellazione della norma affitti d’oro nel decreto Milleproroghe che il Cdm varerà il 27 dicembre. Un pasticcio che apre uno squarcio sul mistero degli sponsor occulti del governo Letta-Alfano.

Il Pd chiede un rimpasto di governo. Dal toto-nomi esce Farinetti

renzi farinettiTutto si aspettava Enrico Letta tranne che sentirsi chiedere un rimpasto di governo da Gianni Cuperlo, presidente del Pd, considerato una colomba rispetto al falco Renzi. E invece Cuperlo, bello e Democratico (come lo slogan della sua campagna alle primarie), ha approfittato di un colloquio privato avuto con il premier sabato scorso,  per incalzarlo sulla necessità di un rimpasto di ministri. In realtà la parola magica “rimpasto” Cuperlo la pronuncia solo indirettamente, come confermato da lui stesso in una intervista concessa a Repubblica.

“Un rimpasto? – minimizza il presidente Pd – Questo lo decide Letta. L’importante è accentuare il legame di fiducia con i cittadini”. Lui si è permesso solo di dare un suggerimento al capo del governo perché “a gennaio sarebbe saggio prendere l’iniziativa di allargare questa maggioranza a pezzi della società, a una o due personalità simboliche disponibili a mettersi a disposizione per un progetto di ricostruzione sociale ed etica”. Se non è una richiesta di rimpasto questa? Anche la vecchia guardia rappresentata da Cuperlo ha compreso che “non si governa senza la fiducia”, e che il governo Letta così com’è, impantanato nelle strette intese con Alfano, Monti e Casini, rischia di “precipitare in un Monti-bis”.

Che quella di Cuperlo non sia una improvvida iniziativa dei dalemiani delusi lo prova la dichiarazione di Ermete Realacci, da tempo salito sul carro renziano. “Cuperlo ha colto un problema serio che vediamo in questi giorni per la qualità dei provvedimenti che stiamo votando – ha commentato il presidente onorario di Legambiente – L’azione di governo ha bisogno di essere molto rafforzata per parlare al Paese e dare risposte reali. Un’esigenza che Renzi ha posto da tempo e che Enrico Letta ha ben chiaro, vediamo che risposte vorrà e potrà dare”. Si sa che il segretario dei Democratici punta a Palazzo Chigi, cercando qualsiasi occasione per indebolire Letta, come nel caso della trattativa con Berlusconi sulla legge elettorale.

A stupire è, invece, l’assenso incondizionato al rimpasto dato dal capogruppo Pd alla Camera, Roberto Speranza. “È un’impostazione che mi sento di sostenere – dice il presidente dei deputati Pd – Ho apprezzato molto l’intervista di Cuperlo. Il suo intento di unire il Pd, di sostenere il lavoro straordinario che attende Matteo Renzi e la sua segreteria, è in piena sintonia con la necessità di tenere assieme chi crede che senza la sinistra riformista non c’è il Pd”.

Con il Partito Democratico per una volta compatto su una questione politica, sarà difficile per Letta non accontentare l’azionista di maggioranza del suo governo. Intanto, nella virtuale classifica degli aspiranti ministri, prende quota la candidatura di Oscar Farinetti, “eminenza grigia” di Renzi e imprenditore del momento con Eataly. Messa da parte la polemica sollevata dall’inchiesta del Fatto Quotidiano sugli 8 euro lordi l’ora pagati da Eataly ai suoi dipendenti, Farinetti si è già gettato anima e corpo nella sua visione del Paese che verrà. “L’Italia non ha tempo – dice il renziano rampante – deve ridurre la spesa, eliminare studi e ricerche inutili, anche l’esercito, e incentivare il lavoro. Io dico che lo Stato, l’informazione, la magistratura, la tassazione e pure Equitalia non agevolano gli imprenditori.

Ma chi lascerebbe il posto a Farinetti? Il titolare del Lavoro Giovannini, quello dello Sviluppo Economico Zanonato, o sarebbe direttamente Saccomanni a liberare la poltrona di Via XX settembre? Ipotesi da fantapolitica. L’unica a rischiare veramente grosso è Annamaria Cancellieri, la “ministra dei Ligresti” mai amata da Renzi. Dall’area del segretario si potrebbero pescare anche altri nomi di papabili ministri appartenenti ad una lunga lista di neorenziani che comprende gli imprenditori Diego Della Valle (Tod’s) e Andrea Guerra (Luxottica). Gli stilisti Brunello Cucinelli, Ferruccio Ferragamo e Giorgio Armani. I banchieri Nagel (Mediobanca) e Palenzona (Unicredit). Gli scrittori Edoardo Nesi e Alessandro Baricco. Insomma, uno spaccato della società italiana che ha fatto presto a sostituire il vecchio Berlusconi con il più cool Renzi.

Lotta alla povertà: Nomisma propone una patrimoniale del 10% sui ricchi

NomismaLa lotta alla povertà dilagante in Italia e il rilancio della crescita economica. Due obiettivi facilmente raggiungibili se solo lo Stato italiano si decidesse ad imporre un prelievo forzoso del 10% sui patrimoni finanziari di quel 10% di italiani ricchi. Non siamo di fronte alla solita provocazione ideologica di un gruppo marxista-leninista, ma alla proposta messa nero su bianco da Nomisma Spa, la società di consulenza fondata a Bologna nel 1981 da alcuni economisti, tra i quali Romano Prodi. Agli studi di economia applicata di Nomisma si affidano istituzioni finanziarie e gruppi imprenditoriali non solo italiani.

Per questo la ricetta anti-crisi di Nomisma fa ancora più effetto: è il Sistema nei suoi vertici più alti ad aver compreso che la soluzione al progressivo impoverimento delle classi medio-basse non può che essere una patrimoniale nei confronti di quella minoranza di fortunati che detiene il 50% della ricchezza prodotta in Italia. Il documento pubblicato on-line da Nomisma si intitola Soluzione 10% ed è stato redatto dal presidente della società in persona, Pietro Modiano, con la collaborazione di Sergio De Nardis.

Secondo Modiano, “per contrastare lo scenario di bassa crescita che contraddistingue la nuova normalità italiana e tornare ad avvicinarsi fra cinque anni, anziché dieci, ai livelli di benessere che i cittadini del nostro Paese avevano nel 2007, occorrerebbe” una crescita del Pil del 2-2,5% l’anno fino al 2018”. Dati quasi doppi rispetto alle previsioni più ottimistiche. Per quanto riguarda il livello occupazionale, invece, il “mercato del lavoro non tornerà neppure nel 2023 ai livelli pre-crisi” di sei anni fa, quando la disoccupazione era al 6%. L’opinione di Modiano è che “la mancanza di domanda rischia di tradursi in un deterioramento delle capacità di sviluppo della nostra economia, incidendo, insieme con la rarefazione del credito, su dimensione ed efficienza della base produttiva”.

Per ottenere una ripresa rapida occorre un intervento di respiro europeo “con passi significativi verso una politica UE per la crescita”. Ipotesi che il presidente di Nomisma considera “una rivoluzione copernicana rispetto all’approccio finora seguito” che “implicherebbe il formarsi in Europa di un coeso gruppo di pressione, costituito dai paesi che condividono problemi e interessi comuni, come Italia, Francia e Spagna. Un mutamento di alleanze tutto da costruire”. Fantapolitica e, comunque, tempi troppo lunghi.

Per questo Modiano propone di cercare soluzioni straordinarie “per il sostegno della domanda e della crescita economica”. E la soluzione più ovvia è il prelievo forzoso sulle rendite dei più ricchi. Nomisma critica senza mezzi termini la legge di Stabilità varata dal governo Letta, incapace “di contrastare in modo deciso l’ampliarsi della povertà e dell’area del disagio nel nostro Paese”. In Italia 1,7 milioni di famiglie, il 6,8%, si trovano in condizioni di povertà assoluta. I poveri sono 4,8 milioni, l’8% degli italiani. Dati drammatici, impennatisi negli ultimi due anni. Povertà e disoccupazione amplificati dalle politiche europee tendenti al “miglioramento competitivo” a scapito dei posti di lavoro.

Per Nomisma non ci sono dubbi: lotta alla povertà e crescita passano “per una mobilitazione straordinaria del risparmio di “chi più ha” e la sua distribuzione a favore delle fasce più povere della popolazione, con elevata propensione al consumo, e del mondo produttivo impegnato nella competizione internazionale”. I conti sono presto fatti. La “ricchezza liquida” degli italiani è di 2.400 miliardi. Se il 10% più ricco ne detiene il 47,5%, ovvero 1.130 miliardi, ne consegue che tassando i paperoni del 10% si otterrebbero 113 miliardi (7 punti di Pil). Un tesoretto da redistribuire in 4 anni (28 mld l’anno) “per metà alle imprese, sotto forma di riduzione del carico fiscale gravante sul lavoro, e per metà a favore del quintile di famiglie con redditi più bassi”. Secondo Nomisma, il conseguente aumento della domanda sarebbe il volano della ripresa italiana.

Legge elettorale. Verdini sostituisce Brunetta nella trattativa con Renzi

renzi verdiniRenzi e Berlusconi hanno un obiettivo in comune: andare al più presto alle urne con una nuova legge elettorale di tipo maggioritario. Ecco perché, da quando Matteo è divenuto segretario del Pd, i rispettivi staff hanno avviato un trattativa. Segreta però, perché Renzi non può far sapere ufficialmente in giro di cercare il “patto col diavolo”. Pena la perdita dei consensi appena raccolti. A questa necessità di discrezione è legata la decisione di Berlusconi di retrocedere Renato Brunetta dal rango appena acquisito di rappresentante ufficiale della posizione di Forza Italia sulla legge elettorale per sostituirlo con Denis Verdini.

La colpa di Brunetta è quella di non aver tenuto segreto l’incontro con Dario Nardella (fedelissimo di Renzi) e, soprattutto, di aver aperto sul Mattarellum corretto, sistema elettorale che i berlusconiani vedono come fumo negli occhi. Al suo posto, dunque, subentra in re delle trattative nascoste, quel Verdini protagonista fin dai tempi del secondo governo Prodi e di Sergio De Gregorio di conteggi al pallottoliere, telefonate, incontri carbonari in Transatlantico, abboccamenti vari, atti a portare gli avversari dalla parte del Cavaliere. Un esperto in materia che non ha perso tempo ad alzare la cornetta per chiamare il conterraneo Renzi (sono ambedue toscani doc).

“O Matteo, io e te ci si deve parlare”. Così Denis avrebbe apostrofato Matteo, secondo quanto riportato dall’Huffington Post che cita una “autorevole fonte” anonima, interna a FI. Il tono colloquiale di chi sa di trovare un interlocutore aperto e ben disposto. E Renzi non è sembrato spaventarsi troppo di fronte al diktat berlusconiano che, in cambio del sì ad una legge elettorale, pretende la caduta del governo e elezioni politiche accorpate alle europee di primavera. Che il segretario del “nuovo verso” Pd non voglia correre il rischio di consumarsi tenendo in vita l’esecutivo Letta-Alfano, lo si era capito già mercoledì scorso quando, in occasione dell’ennesima presentazione dell’ennesimo libro di Bruno Vespa, il primo faccia a faccia tra lui e il leader di Ncd si era concluso con una vittoria all’attacco per il sindaco di Firenze.

 

Il primo passo della trattativa Renzi-Berlusconi si è concluso però in un flop. Il dossier legge elettorale è finito inopinatamente nelle mani di Brunetta, un asso dell’economia, ma completamente asciutto in materia di sistemi elettorali. Berlusconi aveva comunque affidato al capogruppo alla Camera il delicato incontro con Nardella (“Dovevano vedersi in segreto e lontano da occhi indiscreti”). Ma le mosse del piccolo Renato sono sembrate quelle di un elefante in una cristalleria e l’incontro massonico è finito sulle prime pagine di tutti i giornali. Come se non bastasse, Brunetta si è fissato col Mattarellum con premio di maggioranza. Una soluzione che, sempre secondo l’informatissimo Huffington Post, non piace ai big di Forza Italia e a cui Verdini preferirebbe il sistema spagnolo (“collegi o circoscrizioni piccole ritagliate sulle attuali Province, primo turno a base proporzionale e poi, casomai, apertura a un eventuale ballottaggio e/o doppio turno”).

Ora che c’è Denis al posto di Renato, la trattativa torna ad insabbiarsi. La paura dei berluscones non è tanto il feeling con Renzi e la sua reale intenzione di far saltare il tavolo del governo per prendersi Palazzo Chigi. L’ambizione del segretario Pd traspare, infatti, da ogni dichiarazione. Il vero pericolo è ancora Giorgio Napolitano, arrivato a minacciare le dimissioni in caso di caduta del “governo del presidente”. La conferma arriva dalle parole del costituzionalista Valerio Onida, uno dei Saggi più vicini alle posizioni del Quirinale. Secondo Onida le motivazioni della Consulta sulla bocciatura del Porcellum arriveranno dopo il 14 gennaio. Tempi lunghi che potrebbero nascondere l’intenzione di stoppare tutti i tentativi di stringere su una legge elettorale sgradita al governo Letta-Alfano-Napolitano.

Svendita Telecom: Letta sospettato di tifare per Telefonica

Sono giorni decisivi per il destino di Telecom Italia. E le polemiche coinvolgono persino il premier, sospettato di non agire da arbitro e di tifare per Telefonica. Domani a Milano l’assemblea degli azionisti dovrà decidere se mandare a casa il Consiglio di amministrazione, compreso l’amministratore delegato, Marco Patuano, accusato da Consob e azionisti di minoranza di favorire il gruppo spagnolo Telefonica dell’amico Cesar Alierta nella corsa per la conquista di Telecom.

Piccoli azionisti guidati da Marco Fossati (5% delle azioni) che proveranno a scardinare il blocco di potere dei “fantastici 4” formato da Mediobanca, Generali, Intesa San Paolo e Telefonica che, attraverso la società Telco, con solo il 22,4% del monte azionario, hanno già le mani su tutta l’azienda di telefonia italiana. E non hanno alcuna intenzione di mollarla, se non per girarla ad un prezzo di favore, una specie di regalo di Natale, all’iberico Alierta e alla sua Telefonica. I soliti capitani coraggiosi italiani (questa volta sono Mediobanca, Intesa e Generali a fare la parte degli Schettino) uscirebbero così senza rompersi le ossa dalla disastrata gestione di Telecom, cominciata con il benestare del governo D’Alema da Marco Tronchetti Provera e proseguita poi da Roberto Colaninno (lo stesso di Alitalia).

Il regalo Telecom spedito da Roma direttamente sotto l’albero di Alierta a Madrid. Il fiocco ce lo avrebbe messo addirittura Enrico Letta, tirato in ballo dal compagno di partito Massimo Mucchetti, anche se il nome del premier non viene associato direttamente all’operazione Telecom. Il renzismo dilagante nel Pd deve aver dato alla testa al presidente della commissione Industria del Senato che ha preso carta e penna per scrivere un appello su l’Unità indirizzato sia a Letta che a Renzi per salvare Telecom “dalle opache mene di un concorrente, Telefonica” e per costringere “tale insidioso soggetto a pagare il dovuto lanciando un’Opa per contanti rivolta a tutti gli azionisti”.

 

Una mossa disperata, dettata dai silenzi ricevuti dal governo Letta e dal rifiuto di accettare l’emendamento Mucchetti alla legge di Stabilità che, attraverso l’introduzione di una Offerta Pubblica di Acquisto obbligatoria, avrebbe costretto Alierta a mettere mano al portafoglio oppure a ritirarsi dall’affare Telecom. Il distacco dimostrato da Letta (“Guardiamo, valutiamo, stiamo in un mercato europeo, bisogna considerare che Telecom è una società privata”) ha mandato su tutte le furie Mucchetti che ha deciso di rispondere con un colpo basso. L’onorevole-giornalista racconta di una visita ricevuta da Gabriele Galateri, presidente delle Generali, per scoraggiarlo dal presentare una legge sull’Opa obbligatoria.

Alierta, amico di Galateri, non ha alcuna intenzione di pagare il giusto, riferisce Mucchetti, che poi conclude con un ragionamento inquietante: “Galateri ha detto di aver avuto via libera da chi di dovere prima del 24 settembre. Letta mi ha sempre detto di non averne mai saputo nulla. E questo il governo ha detto in Senato. Quali sono i poteri occulti che hanno dato via libera al presidente delle Generali oppure questi viene in Senato a millantare?”.

Improbabile che Galateri millanti, come è evidente che Mucchetti voglia tirare in mezzo Letta col solo fatto di nominarlo e di accostarlo ai “poteri occulti”. Chiaro segno che sulla pelle di Telecom si sta giocando una partita infuocata, una delle ultime per il disarmato capitalismo di relazione italiano. Clima da corrida confermato anche dal ritiro della candidatura del bocconiano Angelo Provasoli dalla presidenza Telecom. Evidentemente la poltrona lasciata vuota da Franco Bernabè scotta troppo. Intanto Mucchetti paragona l’intesa tra Telefonica e il fondo di private equity americano Blackrock, suo grande azionista, ai nostrani furbetti del quartierino, protagonisti della scalata Antonveneta. Anche Telecom rischia di fare la stessa fine.

Voli di Stato con famiglia. La polemica Letta-Feltri riapre il caso Boldrini

Boldrini voli di StatoL’aspro scambio di vedute tra il giornalista Vittorio Feltri e il premier Enrico Letta rinfocola le polemiche sul volo di Stato per il Sudafrica “offerto” dal presidente della Camera, Laura Boldrini, al compagno (il giornalista Vittorio Longhi), in occasione dei funerali di Mandela. “Partecipazione pienamente legittima” scrive il capo del governo, infilatosi nei panni dell’avvocato difensore della Boldrini per rispondere sul Giornale di Sallusti ad un articolo scritto dall’editorialista Feltri. “Due pesi e due misure” rispetto al precedente di Clemente Mastella, è la replica dell’esperto corsivista che ribadisce quanto affermato il giorno precedente.

Quale delle due scuole di pensiero debba prevalere, se quella “innocentista” o quella “forcaiola”, è questione da decidere in punta di diritto, nel segno di una ritrovata morale pubblica. Ma ciò che indigna di tutta questa storia è la difesa di casta dei privilegi dei potenti fatta dal premier in persona, in spregio al comune sentire degli italiani. Non è una gara tra chi debba essere più antipatico o apprezzato tra Mastella e Boldrini, ma un semplice esercizio di buon senso dire che, anche se “così fan tutti”, come ha confermato Letta, va messa la parola fine alla scandalosa pratica dei voli di Stato a sbafo per parenti e famigli.

Un peccato per la Boldrini l’intervento di Feltri. Proprio adesso che, nonostante l’esposto presentato dal Codacons alla procura di Roma, i riflettori si stavano lentamente spegnendo sull’ennesimo atto di prevaricazione praticato dalla casta. Il caso Boldrini è invece ancora aperto. L’ex direttore del quotidiano berlusconiano prende spunto dal precedente occorso a Mastella mentre era ministro della Giustizia nel secondo governo Prodi (2006-2008). Il politico di Ceppaloni approfittò di un viaggio di lavoro con scalo a Linate per dare un passaggio al figlio, desideroso di assistere al Gran Premio di Monza. Un esempio di familismo all’italiana che Feltri colpevolmente minimizza (“scelta pienamente legittima, senza oneri aggiuntivi a carico delle casse pubbliche”).

 

Ma, e qui scatta il doppiopesismo rispetto alla Boldrini, Mastella finì col “rovinarsi la reputazione” per colpa di una feroce campagna di stampa dei “giornali progressisti”. Niente macchina del fango, invece, per la terza carica dello Stato. Non sarà perché, provoca Feltri, “lei è una donna e può fare ciò che vuole? Fosse così si tratterebbe di sessismo al contrario. Fossimo in Mastella invocheremmo le quote azzurre. Lo strapotere femminile sta diventando intollerabile”.

Non potendo perdere del tutto la faccia per difendere gli indifendibili privilegi di Boldrini, Mastella e il resto della casta, Letta prova a “buttarla in caciara” con la solita scusa della lesione dei diritti e della dignità della persona, questa volta una donna, compiuta da Feltri. “Resta il pregiudizio sessista, indizio di un doppiopesismo palese, qualunque sia la matrice politico-culturale – scrive Letta nella sua breve replica – Nessuna polemica, mai, sulle mogli accompagnatrici di uomini delle istituzioni. Levata di scudi, invece, se l’accompagnatore è uomo, a maggior ragione se non ufficialmente coniugato”. Una giustificazione che fa a pugni con il buonsenso. Ma che ci “azzecca” il sessismo con i voli di Stato a sbafo (anche se consentiti dalla legge)?

Un maldestro tentativo che non ha convinto nessuno, perché Letta non è nuovo a dialettici voli pindarici del genere. Gli era già successo domenica scorsa dal palco dell’Assemblea Pd quando, per prendere le distanze dal movimento dei Forconi e dalla rabbia popolare crescente, si era nascosto dietro la bisunta accusa di antisemitismo incollata sulle spalle di milioni di italiani per colpa di una avventata uscita di un presunto leader della protesta del 9 dicembre. Che poi le parole di Andrea Zunino sul ruolo dei Rothschild nell’economia mondiale non siano proprio campate in aria è questione seppellita dall’infamante marchio dell’antisemitismo. Una manifestazione di distacco dalla realtà da ancien régime, quella di Letta, che rende Feltri ancor più risoluto nel chiedere spiegazioni su ciò che rende differenti La Bella Boldrini e La Bestia Mastella.

Presidenzialismo di fatto: Napolitano detta l’agenda politica

agenda NapolitanoAltro che Agenda Renzi arrivata per mandare in pensione la “vecchia politica”. A dettare le regole a governo e opposizione è ancora l’Agenda di Giorgio Napolitano. In occasione del tradizionale scambio di auguri al Quirinale con le Alte cariche dello Stato, il presidente della Repubblica non si è lasciato sfuggire l’occasione per pronunciare il consueto monito e riprendere così in mano le redini del governo Letta, mettendo al contempo un freno alle voluttà dell’opposizione grillina e berlusconiana. Napolitano invoca la riforma delle legge elettorale, quella della giustizia. Frena sul voto anticipato. Bacchetta Berlusconi sul “colpo di Stato”, poi cerca di ingraziarselo per non bruciare l’iter delle riforme costituzionali. Si dichiara anche preoccupato per il rischio rivolta degli italiani, esasperati dalla crisi.

Un intervento a tutto campo, da vero presidente del Consiglio o, se vogliamo, da primo cittadino di una Repubblica divenuta di fatto presidenziale. Il monito quirinalizio assume un peso ancora maggiore se si considera il fatto che Napolitano ha voluto chiudere il suo discorso con un chiaro accenno alla possibilità di dimettersi in caso le cose non dovessero andare come (da lui) prospettato. Praticamente un ultimatum per cercare di salvare il governo Letta, reso traballante dalle condizioni poste da Renzi. “Non mancherò di rendere nota – dice l’inquilino del Colle – ogni mia ulteriore valutazione della sostenibilità in termini istituzionali e personali, dell’alto e gravoso incarico affidatomi”. Frase che tradotta dal napolitaner suona più o meno così: “Si fa come dico io, oppure me ne vado”.

Parole che a Matteo Renzi, presente al Quirinale insieme a Letta, non avranno suonato poi così stonate. Panico, invece, dell’austero Letta a cui il mentore Giorgio ha subito offerto una sponda parlando di un governo le cui sorti “poggiano soltanto sulle sue forze e sono legate solo ai rapporti di fiducia con la sua maggioranza”. Il presidente parte poi all’attacco ponendo un veto sulle elezioni anticipate quando afferma che “è importante che l’Italia continui a essere governata in questo 2014. Gli italiani vogliono risposte, non nuove elezioni”. Uno slogan coniato per convincere sia il governo, sia Renzi, sia Berlusconi a sedersi attorno a un tavolo per mettere mano alla legge elettorale e alle riforme costituzionali, queste ultime arenatesi dopo l’uscita dalla maggioranza di Forza Italia.

 

Napolitano rivolge un vero e proprio “appello al partito che il 2 ottobre scorso si è distaccato dalla maggioranza originaria guidata da Letta, perché quella rottura non comporti l’abbandono del disegno di riforme costituzionali”. Re Giorgio considera “fatale” per il Paese mancare all’appuntamento con le riforme di cui stila anche una lista precisa: superamento del bicameralismo paritario, snellimento del parlamento,  semplificazione del processo legislativo, revisione del Titolo V della Costituzione. Toni ultimativi che non sfiorano proprio la sensibilità del Cavaliere al quale, peraltro, viene riservato un trattamento tutt’altro che tenero sulla questione della condanna Mediaset. Napolitano non autorizza Berlusconi “a evocare immaginari colpi di Stato e oscuri disegni” e lo esorta a rispettare le “autonome decisioni della magistratura”. Difficile in questo modo pretendere di contare sul “Berlusconi statista”.

Capitolo a parte è quello dedicato alla riforma della giustizia. Non quella contro i “giudici comunisti” che piacerebbe tanto al guru di Forza Italia, ma una riforma che preveda l’immediato intervento per risolvere l’emergenza sovraffollamento negli istituti di pena. Il presidente punta nuovamente il dito contro le “condizioni disumane delle carceri”, ma questa volta trova la risposta immediata di Letta: oggi in Cdm verrà discussa la proposta del ministro Cancellieri per svuotare le carceri. Poca cosa, ma almeno un segnale.