Berlusconi decaduto. Si chiude una pagina della storia d’Italia

Berlusconi decadutoSilvio Berlusconi non è più un senatore della Repubblica e non potrà rientrare in parlamento prima di 6 anni. Alle 17.42 e 30 secondi del fatidico mercoledì 27 novembre 2013, il Senato ha reso effettiva la sua decadenza. A 77 anni suonati, la decadenza suona per il Cavaliere come la campana a morto della sua vita istituzionale. Difficile, anche se non impossibile, rivederlo in pista a 83 anni. Per quella politica, invece, la sua ora potrebbe non essere ancora scoccata, vista la possibilità di trasformarsi in un guru extraparlamentare come Beppe Grillo. Anche dagli arresti domiciliari e dai servizi sociali previsti dalla sentenza Mediaset. Persino dalla galera, se le procure di Napoli e Milano decidessero di forzare la mano nelle inchieste “De Gregorio” e “Ruby ter”.

Una giornata, quella del 27 novembre 2013 che, indipendentemente da come la si pensi (berlusconiani, antiberlusconiani, spettatori imparziali) rappresenta la chiusura di una pagina di storia d’Italia. La fine (forse) di quello che molti hanno definito il ventennio berlusconiano. In realtà, in questo ventennio hanno sguazzato come pesci nel mare anche i “rivali” dell’attuale PD, due volte al governo con Romano Prodi nel 1996 e nel 2006, ma l’influenza sull’intero sistema del leader di Forza Italia resta innegabile. Il berlusconismo è entrato nel dna della maggior parte degli italiani attraverso il tubo catodico.

Una giornata drammatica e grottesca allo stesso tempo, con Berlusconi impegnato ad arringare la folla di fronte a Palazzo Grazioli e gli ex colleghi senatori a darsele di santa ragione fino all’ultimo su insignificanti questioni procedurali. Il Cavaliere è apparso pimpante, almeno rispetto al rischio di collasso corso durante il giorno della rifondazione di Forza Italia, ma la sua performance oratoria non è riuscita a nascondere la sconfortante realtà dei numeri: poche migliaia di fedelissimi giunti (gratis) proprio accanto ad un’altra famigerata finestra, quella di Palazzo Venezia. Il braccio teso in segno di saluto è stato sempre un must di Berlusconi, ma l’augurio è quello di non seguire il destino del Cavaliere originale, Benito Mussolini, finito ignominiosamente appeso a Piazzale Loreto.

 

Tornando ai particolari burocratici, l’aula di Palazzo Madama  ha respinto i nove ordini del giorno contrari alle conclusioni della Giunta delle elezioni presieduta da Stefàno di Sel. I berluscones (compresi Casini e Albertini di Sc) ci hanno provato fino alla fine, in tutti i modi, a convincere Pietro Grasso della necessità del voto segreto. Urla e strepiti rivelatisi inutili. Una battaglia che ha visto uniti per l’ultima volta FI e Ncd, il partito di Alfano che, per bocca di Renato Schifani, ha parlato di “pagina buia della nostra democrazia parlamentare”. L’appello era quello al mancato rispetto dell’art. 3 della Costituzione sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Per i berlusconiani, l’ormai ex senatore è stato trattato come un cittadino meno uguale degli altri (irretroattività della legge Severino). Proprio all’art.3 della Carta, ma interpretato in maniera completamente opposta, si sono rifatti invece i “giustizieri” di Berlusconi: Pd e M5S. I primi convinti di essersi finalmente liberati (“per via giudiziaria” direbbe l’interessato) dell’avversario. Errare è umano, ma perseverare è Partito Democratico, se è vero come vero che il partito che sarà di Renzi sottovaluta le responsabilità in comune con il Caimano di fronte allo sfascio del Paese. Durissimo l’intervento in aula di Paola Taverna, capogruppo del M5S, che ha rievocato il nebuloso passato di Berlusconi (debiti Mediaset, processi subiti, rapporti con la mafia) e lo ha descritto nei termini di un “delinquente abituale”. Interpretazione giacobina, ma quantomeno coerente.

Scenari: adesso per Berlusconi si apre la fase dell’opposizione attiva ed operante, contro il governo e contro la magistratura. Grillo prepara il V-day 3, mentre Renzi affila le lame per il post 8 dicembre. Fossimo in Letta Nipote ci asterremmo dal cantare vittoria.

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