Primarie Pd: Renzi e Cuperlo divisi sui numeri, uniti dal caso Cancellieri

Si fa sempre più duro lo scontro interno al Partito Democratico in vista delle primarie dell’8 dicembre. Il caso Cancellieri sta spaccando il partito. Una non-notizia, l’ennesima spaccatura dei Democratici, che riesce a conquistare le prime pagine grazie alla notizia, questa sì, che tutti e 4 i candidati alla segreteria del partito, Matteo Renzi, Gianni Cuperlo, Pippo Civati e Gianni Pittella, si sono schierati dalla parte di chi ritiene inopportuna la permanenza di Annamaria Cancellieri sulla poltrona di ministro della Giustizia. In pratica, la parte del Pd rimasta a sostenere senza se e senza ma l’amica dei Ligresti è quella dei “governativi”; il premier Enrico Letta, il ministro dei Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini, qualche ministro e il segretario uscente Guglielmo Epifani.

I lettiani temono un effetto valanga sul governo, innescato dalla sostituzione del ministro “garantito” da Napolitano che ora rischia persino di essere indagato. Gli aspiranti segretari Renzi e Cuperlo preferirebbero delle politicamente comode dimissioni, ma non se la sentono di “strappare” con un voto positivo sulla mozione di sfiducia alla Cancellieri, presentata dal M5S e calendarizzato a Montecitorio il 20 novembre prossimo. Una posizione pilatesca messa alle strette in queste ultime ore dal colpo di teatro architettato da Civati: la presentazione di una mozione di sfiducia targata Pd per rispondere all’ipocrisia di quanti, come il ministro Franceschini, pensano che sia “un atto dovuto” respingere una mozione presentata dall’opposizione, ovvero dal M5S.

 

“Siccome per la serie ‘gli argomenti più stupidi del mondo’ il Pd dice di non poter ‘sfiduciare’ la Cancellieri perché non si può votare la mozione del M5S, segnalo che ne possiamo presentare una noi”, scrive Civati sul suo blog, mettendo nel sacco in un colpo solo sia i lettiani, sdraiati sulle posizioni di Napolitano, sia i due cavalli favoriti nella corsa delle primarie. Renzi non ha ancora risposto personalmente all’appello civatiano, ma è stato costretto a mettere in campo le sue giovani leve. “Il ministro Cancellieri deve dimettersi – sbatte i pugni sul tavolo la “Mara Carfagna renziana” Maria Elena Boschi – ha dato l’idea profondamente sbagliata di un sistema in cui solo se conosci qualcuno riesci a vedere tutelati i tuoi diritti”. Cuperlo si dimostra più diplomatico, ma si rivela più infido. “Non è in discussione la correttezza del ministro Cancellieri –fa sapere il dalemiano dal Piemonte – quel che ho posto è un problema di opportunità politica: se esistono tutte le ragioni di serenità per adempiere appieno a una funzione particolarmente delicata come è quella del Guardasigilli”.

Ma qui finiscono le analogie tra Renzi e Cuperlo per lasciare spazio allo scontro all’ultimo voto della campagna elettorale. Una guerra di cifre e numeri. La votazione nei circoli di tutta Italia si è chiusa da poche ore e i renziani, con migliaia di schede ancora da scrutinare, cantano vittoria con più del 46% delle preferenze contro il 38% di Cuperlo e le briciole per gli altri. L’esatto contrario di quanto risulta ai cuperliani che danno il loro candidato vincente per un’incollatura.

Dietro al confronto Renzi-Cuperlo si cela lo scontro epocale tra la nomenklatura storica del partito, formata da ex comunisti ed ex democristiani, rappresentata da Cuperlo, e il renzismo rampante vissuto da molti della vecchia guardia come un berlusconismo di centro-sinistra. Si spiega così l’affondo di Massimo D’Alema che ha evocato persino la scissione in caso di vittoria di Renzi alle primarie. “Può esserci il rischio che una parte del Pd non si senta più nelle condizioni di viverci dentro. Sarebbe la cosa peggiore – ha detto il Lìder Massimo – C’è uno schieramento del potere economico e dei mass media a favore di Renzi che è impressionante. Basta sfogliare i giornali, guardare le tv. Ma vedo, con ammirazione, che c’è una parte notevole di iscritti al Pd che reagisce e resiste”. La fusione a freddo che ha preso il nome di Pd rischia di fare la stessa fine del Pdl, nato sul Predellino e scomparso al Palazzo dei Congressi dell’Eur.

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