Scissione Berlusconi-Alfano: nasce il governo delle Piccole Intese

L’accelerazione impressa da Angelino Alfano con l’annuncio della scissione da Berlusconi e della formazione di nuovi gruppi parlamentari, il Nuovo Centrodestra, ha tolto un po’ di suspance all’appuntamento del Consiglio Nazionale che oggi ha sancito il ritorno di Berlusconi al primo amore Forza Italia. Gli alfaniani hanno disertato l’appuntamento, ma Berlusconi ha tirato dritto per la sua strada decidendo di non cambiare una virgola del suo discorso e puntando tutto sul ritorno al futuro di Forza Italia. I retroscena lo davano arrabbiato, deluso e amareggiato, sentimenti rimasti ai margini del palco del Palazzo dei Congressi di Roma. Una professione di ottimismo che non nasconde però i problemi prodotti dallo strappo di Alfano.

La drammatica spaccatura dei berlusconiani si porta dietro due effetti negativi immediati: l’indebolimento del centrodestra a tutto vantaggio di Renzi e Grillo e, soprattutto, la fine del governo delle larghe intese, ridimensionato ad esecutivo di Piccole Intese. La destra infatti non è più rappresentata, Berlusconi passa di fatto all’opposizione e i numeri per tenere in vita Enrico Letta e soci dipendono dalla pattuglia centrista guidata da Alfano. Una brutta notizia per Letta nipote, anche se alcuni commentatori vedono nella ritrovata coesione governativa, se pur a scapito della schiacciante maggioranza delle larghe intese, la chiave di volta per allungare la legislatura fino almeno al 2015.

 

In realtà, il governo divenuto delle Piccole Intese sembra sempre più accerchiato. Da una parte c’è da tenere a bada un trio di oppositori che nelle urne (anche quelle delle Europee di giugno) fa paura: Berlusconi, Grillo e Renzi. Dall’altra ci sono i problemi interni come il caso Cancellieri e, soprattutto, la bocciatura data dall’Europa e dal commissario Olly Rehn in persona alla legge di Stabilità. Sorvegliato speciale resta sempre il nostro mostruoso debito pubblico, anche se il ministro dell’Economia Saccomanni (anche lui a rischio) si è dimostrato maestro nel minimizzare la portata del fallimento della ricetta economica lettiana.

I numeri in parlamento consentono per il momento a Letta di respirare. Facendo due conti dando retta all’Innovatore Roberto Formigoni, pare che il Nuovo Centrodestra possa contare su 33-37 senatori e 26-27 deputati, più che sufficienti per formare nuovi gruppi, autonomi da Forza Italia. Ma il ballo delle cifre è destinato inevitabilmente a cambiare le carte in tavola nei prossimi mesi. Collante di questa nuova maggioranza delle Piccole Intese è il desiderio di molti di rimanere attaccati alla Poltrona, mentre per altri (è il caso proprio di Formigoni, indagato a Milano per corruzione) mantenere l’immunità parlamentare è una questione di vita o di morte per evitare eventuali richieste di arresto.

Al di là degli annunci roboanti, quella guidata da Letta e Alfano sembra un’Armata Brancaleone la cui presunta coesione è tutta di facciata. Il Nuovo Centrodestra, infatti, di “nuovo” ha veramente poco, se si considera che tra le sue fila annovera dinosauri del calibro di Cicchitto, Giovanardi, Sacconi, Formigoni, Schifani e lo stesso Alfano che, pur essendo anagraficamente giovane, giovane non lo è mai stato. Inconcepibile persino immaginare che, con questi nomi e con queste facce, il Nuovo Centrodestra possa avere un destino elettorale diverso da quello di Fli di Fini, dell’Udc di Casini o di Sc di Monti: il “suicidio politico” di Alfano secondo Vittorio Feltri.

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