Feltri e Ferrara spingono Berlusconi verso la rottura con Letta e Alfano

Continua la guerra di posizione all’interno del Pdl in vista del Consiglio Nazionale che si terrà il 16 novembre prossimo. L’aria che tira è ancora quella della probabile scissione tra lealisti berlusconiani e governativi alfaniani. E Silvio Berlusconi viene descritto come pronto a dare battaglia. Il nodo da sciogliere è quello della permanenza nel governo Letta dopo l’approvazione di una legge di Stabilità che si prevede lacrime e sangue ma, soprattutto, all’indomani del voto sulla decadenza del Cavaliere al Senato, fissato per il 27 novembre. Già con lo strappo del ritorno a Forza Italia che, salvo sorprese, dovrebbe essere sancito dai delegati al Consiglio Nazionale, Berlusconi aveva messo nero su bianco l’intenzione di non morire lettiano.

Voci di corridoio non ancora confermate – come quella che vedrebbe il Cavaliere artefice di un appoggio esterno al governo per non regalare il favore delle urne a Grillo e Renzi-, confermano la volontà di Berlusconi di non uscire di scena, neanche dopo il voto che ne sancirà la decadenza. Nel caso dell’appoggio esterno, la delegazione ministeriale Pdl (Alfano, Lupi, De Girolamo, Quagliariello e Lorenzin) dovrebbe però lasciare la Poltrona. Ipotesi sbiadita perché, proprio ieri, Alfano ha ribadito che “noi comunque chiederemo a Berlusconi di continuare a sostenere questo governo”, nonostante il voto del Pd favorevole alla decadenza. Traduzione: i governativi non hanno alcuna intenzione di abbandonare Letta, e Berlusconi si deve rassegnare all’incandidabilità.

Chiarito che gli alfaniani il governo non lo faranno cadere mai, a costo della scissione tra Forza Italia e diversamente berlusconiani, al Cavaliere non resta che seguire la strada tracciata da due fidati consiglieri come Giuliano Ferrara e Vittorio Feltri: far saltare il banco, spaccare il Pdl e andare subito all’opposizione, prima che gli eventi precipitino. Secondo Ferrara “Berlusconi oggi sarebbe più rispettato e temuto come capo dell’opposizione a un governicchio transfuga o come capo di un’ala dell’elettorato in mobilitazione che come strano soggetto e interlocutore di una maggioranza che ha deciso di prescindere da lui”. Per l’Elefantino bisogna stringere i tempi della scissione, prima del 16 novembre, “invece di fare la conta di un’assemblea di partito che non si sa se si terrà mai.. .il centrodestra farebbe meglio a disfarsi e ristrutturarsi nelle sue vere correnti di tensione o componenti”. Parole dure, riservate anche agli alfaniani, accusati di essere diventati democristiani o, peggio, di Sinistra: “I ministeriali se la tirano. Dicono che il Cav alla fine è con loro, per la stabilità. Ma la sfida non è aggregare per vero o per finta Berlusconi a una squadretta che vegeta”.

Parte con toni meno ultimativi il collega Vittorio Feltri. “Vorrei dire ai signori del Pdl che questo è il momento meno opportuno per litigare –scrive l’editorialista del Giornale– Ma se proprio non possono fare a meno di scontrarsi, cerchino almeno di essere utili alla causa di Silvio Berlusconi, se non a quella del partito”. La penna al curaro di Feltri resiste poco a non colpire considerato che “la divisione fra le due categorie di uccelli (falchi e colombe NdA) è profonda e rischia di degenerare in scissione. Cosicché –continua Feltri– si paventa ancora la possibilità di un improvviso strappo, che sfocerebbe nella nascita di due partiti: uno strettamente berlusconiano e l’altro diversamente berlusconiano, capeggiato da Angelino Alfano o da un suo epigono”.

Il mirino del fucile di Feltri è puntato sia sulle colombe che sui falchi: “Di qui il mio consiglio non richiesto ai volatili in questione: se sono talmente stolti da non riuscire ad andare d’accordo, trascurando il comune interesse, si separino subito a vantaggio del vecchio leader, colui che li ha tolti dalla gabbia dell’anonimato spingendoli in Parlamento”. Poi, l’affondo in favore di scissione e rottura con Letta perché esiste “l’esigenza che una parte cospicua del Pdl esca senza indugi dalla maggioranza delle larghe intese e la smetta di appoggiare l’esecutivo più insulso della storia repubblicana”. Chiusura feltriana che più chiara non si potrebbe: “Il Cavaliere, prima che tutto precipiti, deve assolutamente diventare il capo dell’opposizione e battersi con foga contro Letta e i lettiani”.

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