Alfano prova a prendersi Forza Italia con le primarie

Domani è il giorno del vertice di Palazzo Grazioli tra Silvio Berlusconi e Angelino Alfano. L’ennesimo e probabilmente non risolutivo capitolo della telenovela Forza Italia. Ma Alfano non ha alcuna intenzione di andare a recitare la parte dell’agnello sacrificale, pentito di essersi sentito diversamente berlusconiano. Il vicepremier ha voluto sfoderare il suo asso nella manica rilanciando –attraverso la solita anticipazione del libro Sale, zucchero e caffè di Bruno Vespa– la proposta di elezioni primarie. La partita per la conquista delle posizioni di vertice nella rinata creatura berlusconiana si è da qualche tempo spostata su un tavolo da poker. Lealisti contro governisti, falchi contro colombe, berlusconiani contro alfaniani.

L’impressione che si deve dare all’esterno è quella di un partito unito, deciso a sostenere il governo Letta, ma la messa in scena non sta riuscendo molto bene. Il 25 ottobre Berlusconi in persona era ridisceso in campo, riprendendosi di imperio la guida di Forza Italia, dopo aver azzerato le cariche del Pdl (segreteria di Alfano compresa) con il putsch di Palazzo Grazioli. Poi, l’annuncio unilaterale di convocazione anticipata del Consiglio nazionale al 16 novembre per non rischiare di perdere l’appoggio di 2/3 degli 800 delegati, necessario per il parricidio del Pdl e il ritorno a Forza Italia. Giro vincente per i lealisti di Fitto che in mano hanno altre carte pesanti come il doppio ultimatum recapitato a Enrico Letta dal moto perpetuo Renato Brunetta: via l’appoggio di Forza Italia al governo in caso di voto favorevole alla decadenza di Berlusconi e, soprattutto, se non ci saranno modifiche ad una legge di Stabilità “tutte tasse”.

Alfano e i governisti leggono nelle pressioni dei falchi sulla legge di Stabilità un tentativo di creare il casus belli per far cadere il governo e consegnare tutto il potere al “dittatore” Berlusconi. L’ex segretario Pdl era anche quotato dai bookmakers come rientrante all’ovile di Arcore. Un generale senza truppe, pronto a mollare i colonnelli Quagliariello, Formigoni e Giovanardi ad un oscuro futuro centrista. Ma ecco, inaspettato, il colpo d’orgoglio, a poche ore dalla pronosticata resa delle armi di fronte al Cavaliere. “La mia idea non è cambiata rispetto alla fine del 2012 quando lanciammo le primarie –confida Alfano a Vespa- Io stesso, poi, le bloccai quando Berlusconi decise di ripresentarsi, e Giorgia Meloni ancora me lo rimprovera”. Una dichiarazione che suona come una impertinente sconfessione del suo padre politico che pochi giorni fa aveva detto di sentire il “dovere di impegnarmi direttamente”

Ma Alfano decide di tirare fuori il quid, non si capisce ancora se per istinto suicida, lucido calcolo, oppure estremo tentativo di alzare la posta prima della resa a Berlusconi. “Alle prossime elezioni il nostro candidato dovrà essere scelto attraverso primarie il più aperte possibile –continua– alle quali partecipi il più alto numero di simpatizzanti. Chi prende più consensi diventa il candidato”. Come se lo stesso Alfano non fosse conscio che in una ipotetica corsa nelle primarie tra il Cavaliere, l’ex segretario senza quid e, chi sa, degli impetuosi desertificatori di urne e gazebo del calibro di Sacconi o Cicchitto, il confronto sarebbe impari e imbarazzante. Per chi ha votato Silvio per una vita, Angelino rappresenta la sua antitesi. Bisogna che le colombe del Pdl se ne facciano una ragione e abbandonino, come dice lo stesso Alfano, “l’idea di far nascere un partito centrista che aderisca autonomamente al Ppe è una cavolata cosmica”.

Tanto Angelino si è messo in testa di portare a termine la mission impossible di diventare leader di un “grande movimento a guida e a prevalenza moderata” che “non finisca in mano a estremisti”. Parole che hanno indispettito non poco i pasdaran della seconda rivoluzione Berlusconiana Fitto, Bondi e Capezzone. Per non parlare di Berlusconi.

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