Letta chiede la fiducia a Renzi: un patto per il 2014

Il governo chiederà al Parlamento un nuovo voto di fiducia, ma solo dopo l’8 dicembre, giorno delle primarie Pd. Da Vilnius in Lituania, dove si trovava per un vertice europeo, Enrico Letta si è detto convinto di ottenere “una nuova fiducia che rafforzerà il governo”. Giudizio ribadito da Venezia, durante il Congresso Nazionale Socialista dove il premier si è lasciato andare ad uno sfrenato ottimismo quando ha parlato di “svolta” per il governo e per l’Italia nel 2014. Il passaggio nelle due Camere, in effetti, non dovrebbe nascondere trabocchetti, considerati i 171 voti già ottenuti al Senato sulla legge di Stabilità che potrebbero presto salire a 174-175. Non tutto però potrebbe filare liscio come auspicato da Letta.

Eliminato Berlusconi dal Parlamento, adesso l’ostacolo più insidioso per la tenuta del governo Letta-Alfano si chiama Matteo Renzi. Non a caso il premier ha rinviato al post-primarie Pd il voto di fiducia imposto da Napolitano. Inevitabile dover fare i conti con lo scalpitante segretario in pectore per non dover assistere, primo caso nella storia italiana, ad un governo di fatto monocolore Pd (appoggiato da Ncd, Ppi e Sc) buttato giù dallo stesso Pd. Negli ultimi giorni -compresa la serata di ieri durante il confronto a tre su Sky con Cuperlo e Civati- Renzi ha continuato a mettere paletti e porre condizioni affinchè il nuovo Partito Democratico dominato dai renziani continui a tenere in vita Letta e i suoi ministri.

 Immancabile il mantra, divenuto un tormentone televisivo, sul governo del “Fare” che se resterà immobile dovrà andare a “casa”. Decisa anche la presa di posizione sul tema della cancellazione del porcellum. “Ancora qualche giorno e poi la portiamo alla Camera questa benedetta legge elettorale. E si fa sul serio”, ha detto Renzi che ha anche fatto capire di non voler vedere l’Italia schiacciata dai diktat europei sulla stabilità dei conti. Nonostante la serenità mostrata da Letta, l’arrivo di Renzi fa paura. Un sondaggio commissionato a Ixè dalla trasmissione Agorà di Rai3 vede il nuovo fenomeno del centro-sinistra schiacciare gli avversari con il 56% delle preferenze contro il 23 di Cuperlo e il 13 di Civati.

Con l’ambizione renziana pronta a prendere il comando del Pd, Letta è costretto a correre ai ripari puntando tutto su un patto con Renzi per il 2014. Patto dal quale passa il nuovo voto di fiducia che il presidente Giorgio Napolitano ha ritenuto onesto concedere agli sconfitti di Forza Italia dopo l’incontro avvenuto al Quirinale con la delegazione berlusconiana guidata da Brunetta e Romani. Obbligatorio dunque attendere l’8 dicembre per ascoltare le “condizioni” che Renzi porrà sul tavolo della trattativa. Ecco perché, per non rimanere schiacciato, il capo del governo ha cercato di pubblicizzarsi al meglio dichiarando che “il prossimo anno l’Italia avrà finalmente il segno più, con l’avvio della crescita e la fine dell’emorragia dell’occupazione che ci angoscia, e con le riforme”.

Quale arma migliore se non quella di prendersi i meriti della ripresa economica –anche se finora nascosta agli occhi dei comuni mortali- per bloccare sul nascere la corsa di Renzi verso elezioni anticipate? Letta Nipote è scaltro, conosce da sempre la politica, ha avuto come mentore lo Zio Gianni e si è fatto ancora più accorto da quando siede a Palazzo Chigi. “Il 2013 è un anno che abbiamo giocato in difesa, sotto assedio come eravamo” ha aggiunto durante l’incontro Socialista, con un chiaro riferimento al senso di liberazione provocato dalla cacciata di Berlusconi dal Palazzo e di FI dalla maggioranza. Ma il premier dalla verve inusuale è destinato presto a scontrarsi col rullo compressore mediatico Matteo Renzi.

Berlusconi decaduto. Si chiude una pagina della storia d’Italia

Berlusconi decadutoSilvio Berlusconi non è più un senatore della Repubblica e non potrà rientrare in parlamento prima di 6 anni. Alle 17.42 e 30 secondi del fatidico mercoledì 27 novembre 2013, il Senato ha reso effettiva la sua decadenza. A 77 anni suonati, la decadenza suona per il Cavaliere come la campana a morto della sua vita istituzionale. Difficile, anche se non impossibile, rivederlo in pista a 83 anni. Per quella politica, invece, la sua ora potrebbe non essere ancora scoccata, vista la possibilità di trasformarsi in un guru extraparlamentare come Beppe Grillo. Anche dagli arresti domiciliari e dai servizi sociali previsti dalla sentenza Mediaset. Persino dalla galera, se le procure di Napoli e Milano decidessero di forzare la mano nelle inchieste “De Gregorio” e “Ruby ter”.

Una giornata, quella del 27 novembre 2013 che, indipendentemente da come la si pensi (berlusconiani, antiberlusconiani, spettatori imparziali) rappresenta la chiusura di una pagina di storia d’Italia. La fine (forse) di quello che molti hanno definito il ventennio berlusconiano. In realtà, in questo ventennio hanno sguazzato come pesci nel mare anche i “rivali” dell’attuale PD, due volte al governo con Romano Prodi nel 1996 e nel 2006, ma l’influenza sull’intero sistema del leader di Forza Italia resta innegabile. Il berlusconismo è entrato nel dna della maggior parte degli italiani attraverso il tubo catodico.

Una giornata drammatica e grottesca allo stesso tempo, con Berlusconi impegnato ad arringare la folla di fronte a Palazzo Grazioli e gli ex colleghi senatori a darsele di santa ragione fino all’ultimo su insignificanti questioni procedurali. Il Cavaliere è apparso pimpante, almeno rispetto al rischio di collasso corso durante il giorno della rifondazione di Forza Italia, ma la sua performance oratoria non è riuscita a nascondere la sconfortante realtà dei numeri: poche migliaia di fedelissimi giunti (gratis) proprio accanto ad un’altra famigerata finestra, quella di Palazzo Venezia. Il braccio teso in segno di saluto è stato sempre un must di Berlusconi, ma l’augurio è quello di non seguire il destino del Cavaliere originale, Benito Mussolini, finito ignominiosamente appeso a Piazzale Loreto.

 

Tornando ai particolari burocratici, l’aula di Palazzo Madama  ha respinto i nove ordini del giorno contrari alle conclusioni della Giunta delle elezioni presieduta da Stefàno di Sel. I berluscones (compresi Casini e Albertini di Sc) ci hanno provato fino alla fine, in tutti i modi, a convincere Pietro Grasso della necessità del voto segreto. Urla e strepiti rivelatisi inutili. Una battaglia che ha visto uniti per l’ultima volta FI e Ncd, il partito di Alfano che, per bocca di Renato Schifani, ha parlato di “pagina buia della nostra democrazia parlamentare”. L’appello era quello al mancato rispetto dell’art. 3 della Costituzione sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Per i berlusconiani, l’ormai ex senatore è stato trattato come un cittadino meno uguale degli altri (irretroattività della legge Severino). Proprio all’art.3 della Carta, ma interpretato in maniera completamente opposta, si sono rifatti invece i “giustizieri” di Berlusconi: Pd e M5S. I primi convinti di essersi finalmente liberati (“per via giudiziaria” direbbe l’interessato) dell’avversario. Errare è umano, ma perseverare è Partito Democratico, se è vero come vero che il partito che sarà di Renzi sottovaluta le responsabilità in comune con il Caimano di fronte allo sfascio del Paese. Durissimo l’intervento in aula di Paola Taverna, capogruppo del M5S, che ha rievocato il nebuloso passato di Berlusconi (debiti Mediaset, processi subiti, rapporti con la mafia) e lo ha descritto nei termini di un “delinquente abituale”. Interpretazione giacobina, ma quantomeno coerente.

Scenari: adesso per Berlusconi si apre la fase dell’opposizione attiva ed operante, contro il governo e contro la magistratura. Grillo prepara il V-day 3, mentre Renzi affila le lame per il post 8 dicembre. Fossimo in Letta Nipote ci asterremmo dal cantare vittoria.

Forza Italia rompe le larghe intese. Letta si salva in Senato

fiducia governo LettaQuello sul voto di fiducia alla legge di Stabilità è stato il primo passaggio parlamentare in cui il governo Letta ha dovuto fare a meno dei voti di Forza Italia. La maratona notturna si è alla fine conclusa con un risultato confortante per l’esecutivo: 171 voti a favore, contro 135 contrari. Tre voti in più per Letta rispetto ai 168 calcolati dal pallottoliere degli addetti ai lavori. Evidentemente, più di un senatore dato all’opposizione ha temuto che il fallimento della Finanziaria avrebbe portato ad una caduta anticipata del governo e alla fine della legislatura, con annessa cessazione di privilegi e posti in poltrona.

Letta esulta perché vede finalmente “maggiore chiarezza” nei rapporti tra governo e maggioranza che lo sostiene. “Più coesa” secondo il premier, pericolosamente traballante secondo l’opposizione. L’uscita di Forza Italia dalle Larghe Intese resta comunque un dato di fatto che, unito alla cacciata da Palazzo Madama del leader Silvio Berlusconi, renderà la vita difficile al duo Letta-Alfano, titolari di un esecutivo divenuto improvvisamente di Piccole Intese. Per il momento comunque, al netto della vendetta mediatica e politica già messa in atto dal Caimano ferito, il governo sembra reggere. Anche perché Giorgio Napolitano si sta spendendo in prima persona come garante di queste Intese un po’ ristrette. Sua, infatti, l’idea di confermare la fiducia a Letta dopo lo strappo di FI proprio con il voto di fiducia sulla legge di Stabilità, senza la necessità di ricorrere ad una ulteriore verifica parlamentare.

Fatto sta che i numeri al Senato potrebbero non essere sempre così rosei per Letta. Da oggi nasce di fatto un governo retto da un Quadripartito (Pd, Ncd, PPI, Sc) il cui indiscusso azionista di maggioranza resta il Partito Democratico, costretto a portare sulle spalle tutto il peso di scelte economiche impopolari e di interventi insufficienti per far uscire l’Italia dalla crisi. Il rischio per l’esecutivo è quello di essere ricordato come il “governo delle tasse”, accerchiato dall’opposizione feroce di Beppe Grillo e, da oggi, anche di Berlusconi; ma pressato anche dall’interno, con gli “alleati” centristi risoluti a far pesare i loro voti decisivi anche attraverso ricatti politici.

 

Una situazione insostenibile per il Pd che dal 9 dicembre, quando con ogni probabilità Matteo Renzi ne conquisterà la segreteria, si trasformerà in un partito di lotta e di governo. Il neo-segretario è deciso a non farsi schiacciare dagli attacchi di Grillo e Berlusconi, mentre il compagno di partito Enrico Letta è disposto a cedere ai diktat sull’austerità imposti da Bruxelles pur di non farsi cacciare dall’esclusivo club del rigore a cui sono iscritti Ue, Bce e Fmi. Due posizioni inconciliabili che Renzi non vede l’ora di liquidare se il “governo del Fare” da lui preteso continuerà a rimanere “stabile come un cimitero”. “Il Pd ha la maggioranza assoluta della maggioranza, se non si fa quello che chiediamo noi… finish”, aveva minacciato ieri il sindaco di Firenze. Una maniera molto cruenta per chiedere a Letta un “patto programmatico” modellato sulle esigenze del nuovo Pd renziano.

Già da questa sera, poi, il governo delle Piccole Intese dovrà parare i colpi dell’offensiva mediatica (è saltata però la prevista ospitata da Bruno Vespa) e di piazza (manifestazione a via del Plebiscito) che Berlusconi ha scatenato per ribattere al voto sulla decadenza. Il Cavaliere ha paura di essere arrestato ed è disposto a tutto pur di evitare un’uscita di scena ingloriosa. Intanto, dal fronte grillino, gli attacchi al Colle e le bordate verso il duo Letta-Alfano aumenteranno di intensità per conquistare voti nelle prossime elezioni Europee. Una situazione drammatica che stride con lo sconfinato ottimismo mostrato da Letta in queste ore.

Berlusconi-Napolitano story: Craxi, massoneria e accuse di golpe

Napolitano Berlusconi massoniAlla vigilia del voto del Senato che il 27 novembre sancirà la decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di senatore, il rapporto tra il Cavaliere e Giorgio Napolitano giunge ai ferri corti. Il leader di Forza Italia accusa il presidente della Repubblica di essersi messo di fatto a capo di un golpe orchestrato dalla Sinistra per farlo fuori. L’inquilino del Colle si difende attaccando a sua volta, tacciando di eversione la protesta dei berlusconiani prevista sotto Palazzo Grazioli nel giorno della decadenza. Ma il rapporto tra i due grandi vecchi della politica italiana risale ai tempi di Craxi e, se pur mai idilliaco, ha attraversato anche momenti di forte e misteriosa vicinanza.

Per cercare di comprendere un nebuloso passato è necessario, però, partire dalla fine. Dalle dichiarazioni al vetriolo rilasciate dai due. A cominciare era stato il Cavaliere durante l’incontro di sabato scorso con i Giovani di FI. “Mercoledì 27 ci sarà il voto del Senato per fare fuori il presidente del centrodestra – aveva detto – dopo un periodo di vent’anni di tentativi che non erano andati in porto. Questa operazione si chiama colpo di Stato”. Concetto di golpe ribadito poi anche il giorno seguente, tanto per far capire la strategia di guerra messa in campo per difendersi dalla condanna Mediaset. Logico e scontato che, di fronte alle accuse di golpe, il Capo dello Stato fosse costretto a ribattere alla sua maniera, con la solita nota quirinalizia.

“Si sono ora manifestati giudizi e propositi di estrema gravità, privi di ogni misura nei contenuti e nei toni”, scrive Napolitano che poi lancia un “pacato appello a non dar luogo a comportamenti di protesta che fuoriescano dai limiti del rispetto delle istituzioni e di una normale, doverosa legalità”. Una controaccusa, neanche troppo velata, di considerare quelli berlusconiani comportamenti eversivi e i limiti della legalità costituzionale. Parole che non sono piaciute al Cavaliere il quale, per la verità, cercava spasmodicamente il casus belli. Secondo i dietrologi, Berlusconi si sente tradito da Napolitano che con un fantomatico patto segreto lo aveva convinto di poter ottenere il tanto agognato “lasciapassare giudiziario”, in cambio della stabilità assicurata al governo Letta.

 

È il Corriere della Sera a descrivere il retroscena di un Cavaliere furioso, che ai suoi fedelissimi avrebbe confessato di sospettare Napolitano di essere il “regista” dell’operazione decadenza. Lo scopo sarebbe quello di consegnare il potere alla Sinistra, anche con la partecipazione di Alfano e Ncd, convinti alla scissione da FI dalle promesse del Presidente. Golpe architettato già nel 2011 con i casi Merkel-Sarkozy e bunga-bunga, e con la cooptazione al governo di Mario Monti. Sospetti pesantissimi a cui si collega la dichiarazione di guerra pronunciata sul Giornale di famiglia dal direttore Alessandro Sallusti. Riferendosi al monito presidenziale, Sallusti si scaglia contro il vecchio Re Giorgio: “Siamo all’avvertimento, all’intimidazione. Perché, presidente, a che cosa dovremo stare attenti? Chi scenderà in piazza mercoledì e magari nei giorni successivi che cosa rischia? La galera, il fermo di polizia, la schedatura come sovversivo?”.

Parole pesanti come pietre al cui confronto le invettive di Grillo sembrano carezze. Ad aggiungere un tocco di mistero allo scontro Berlusconi-Napolitano si aggiunge un libro da poco pubblicato. Si tratta de I panni sporchi della Sinistra (ed. Chiarelettere), scritto da Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara. Intervistato da affaritaliani.it, Santachiara definisce Napolitano “garante dei Poteri Forti”, un “comunista borghese collaterale al Psi di Craxi e favorevole, già negli anni Ottanta, ai rapporti con Berlusconi”. Agli albori degli anni ’80, il migliorista Napolitano avrebbe spinto il Pci di Berlinguer verso posizioni vicine a quelle di Craxi. Con il futuro Cavaliere, poi, i rapporti erano strettissimi visto che “il rampante Berlusconi finanziava il settimanale della corrente migliorista, Il Moderno”.

Altra accusa mossa dagli autori del libro è quella di aver promulgato senza battere ciglio lodi e leggi ad personam (Alfano e Schifani) rivelatisi poi incostituzionali. Infine, ci sarebbe il sospetto non provato di una comune fratellanza nella massoneria. Di Berlusconi sono noti i trascorsi come tessera 1816 della P2 di Licio Gelli. Per Napolitano è una fonte anonima, un “noto avvocato figlio di un esponente del Pci”, a parlare dell’appartenenza alla massoneria atlantica delle famiglie liberal-comuniste degli Amendola e dei Napolitano (Giorgio compreso). Si spiegherebbero così gli storici rapporti di Napolitano con gli Usa. E anche quelli con Berlusconi.

Ncd, il partito low cost di Alfano nella galassia del centro-destra

Nuovo CentrodestraLa presentazione formale del Nuovo Centrodestra, il partito di Angelino Alfano, è avvenuta sabato scorso nel tempio di Adriano, nella romana piazza di Pietra. La nascita ufficiale, con tanto di presentazione del simbolo, ci sarà invece il 7 dicembre negli altrettanto suggestivi Studios di via Tiburtina, sempre nella Capitale. Le speranze degli alfaniani di assicurarsi una lunga sopravvivenza politica si riflettono tutte nella proposta di un patto in 5 punti fatta da Alfano a Letta e nelle parole del leader vicepremier, convinto di portare la sua creatura Ncd ad essere “il primo partito del centro-destra” e di rappresentare agli occhi degli italiani “l’ala moderata della coalizione”.

Programma ambizioso che si scontra con la realtà di un movimento politico, Ncd, che sta per nascere senza soldi, senza sede, senza nome (Ncd è copyright di Italo Bocchino), senza uffici parlamentari (Brunetta ha messo lo sfratto da quelli di FI) e all’interno di una compagine di centrodestra divisa ormai in mille costellazioni all’interno della galassia che fu berlusconiana. Alfano e i suoi dovranno cimentarsi in una lotta all’ultimo sangue, accerchiati sia dal Centro che da Destra, e non è detto che all’enorme spazio mediatico riservato loro corrisponderà una uguale fortuna elettorale.

Forza Italia di Berlusconi, i Popolari per l’Italia del duo Mauro-Casini, Scelta Civica di Monti, Grande Sud di Miccichè, Pid di Romano. E poi, spostandosi nel divenire magmatico della Destra, c’è la rinata Alleanza Nazionale di Storace, Menia e Poli Bortone che vola nei sondaggi; ci sono i Fratelli d’Italia di Meloni, La Russa e Crosetto che, mentre aprivano al Centro (Magdi Allam, Tremonti), sono rimasti scottati a Destra dalla fiamma riaccesa di AN. Infine, c’è Gianni Alemanno, ancora fermo a metà del guado con Officina per l’Italia.

 

Insomma, visto il traffico tentacolare che strozza il centro-destra, per Alfano e Ncd si prospettano tempi duri. Per il momento, le note liete si fermano ai dati sul numero degli aderenti vip sfoderati da Maurizio Lupi: 30 senatori, 29 deputati, 1 presidente di Regione (Giuseppe Scopelliti-Calabria), 16 assessori regionali e 88 consiglieri regionali. Sembra che le cose stiano andando molto bene per Ncd in Sicilia, feudo elettorale di due pezzi da 90 come Alfano e Schifani. Ma le buone notizie finiscono qui. Il primo problema sarà proprio quello delle alleanze, visto che Alfano non lo dice, ma punta a sostituirsi a Berlusconi rosicchiando al contempo il bacino elettorale dei Popolari e di Sc. Ma prima del Risiko elettorale delle Europee 2014, restano da risolvere problemi pratici e logistici.

Il primo è quello dei finanziamenti, l’odiato denaro di cui però non si può fare a meno. Salutato Berlusconi e il suo forziere dorato, a Ncd non conviene nemmeno rivendicare ciò che gli spetterebbe di diritto: il 25% del bilancio Pdl. Si dà il caso, infatti, che il defunto partito del Predellino nel 2012 abbia fatto registrare un buco da 33 milioni (coperti per metà dalle fidejussioni del Cavaliere). Meglio per Ncd non mettersi sul groppone quegli 8,3 Mln di debiti. Dove trovare allora i soldi? Messo nel conto lo scarno apporto offerto dalle due fondazioni Magna Carta di Gaetano Quagliariello e Costruiamo il futuro di Maurizio Lupi, gli alfaniani puntano ai 3,4 Mln assicurati dal parlamento ai gruppi parlamentari Ncd. Il 75% di questo tesoretto serve però a pagare gli stipendi dei dipendenti.

Agli alfaniani resterebbero la “miseria” 900mila euro, da sommare alla quota di contributi volontari (500mila euro secondo i più ottimisti) che dipendono però dalla generosità di onorevoli e consiglieri. Una bella scommessa quella di raggiungere il 4% alle Europee per portarsi a casa i rimborsi. Alla magra pecuniaria bisogna aggiungere il giallo sul nome, Nuovo Centrodestra, il cui marchio risulta depositato l’8 marzo 2011 dal finiano Bocchino e al quale bisognerebbe chiedere il permesso. Umiliante. In bilico, poi, anche l’individuazione di una nuova sede elegante ma economica: Piazza di Pietra e Largo Goldoni le due destinazioni più papabili. Ecco perché Alfano sta pensando ad un partito low cost.

Legge di Stabilità: Alfano non vota la fiducia e la decadenza di B. slitta

alfano berlusconi alleatiAlfano e Ncd sono contrari al voto di fiducia sulla legge di Stabilità calendarizzato al Senato per martedì. Un favore a Berlusconi la cui decadenza è prevista per il giorno successivo. Una tegola imprevista per Letta, costretto ad allungare i tempi della discussione della manovra economica. Strada aperta dunque per il rinvio del voto sulla decadenza del Cavaliere. Silvio Berlusconi e Angelino Alfano sembravano aver avviato due percorsi separati con la scissione tra Forza Italia e Nuovo Centrodestra, ma per il momento continuano a rimanere alleati all’interno di un centro-destra divenuto di lotta e di governo. Inaccettabile per gli alfaniani forzare i tempi della legge di Stabilità a Palazzo Madama solo per liberarsi al più presto possibile di Berlusconi, rinviando poi la modifica di una legge colabrodo nel passaggio alla Camera.

Il voto al Senato sulla decadenza era stato confermato per il 27 novembre dal presidente Pietro Grasso, ma la contromossa di Alfano mischia le carte in tavola. Certo, i guai per il Cavaliere sembrano non finire mai. Giovedì sono uscite le motivazioni della sentenza del processo Ruby. Una mazzata sul morale del rifondatore di FI, descritto come il libidinoso organizzatore dei bunga-bunga di Arcore a cui partecipava anche la minorenne Karima el Mahroug, e non come il munifico ospite di presunte cene eleganti. Le ragioni dei giudici di Milano, oltre a confermare, non si capisce come, che B. “ha fatto sesso con Ruby oltre ogni ragionevole dubbio”, hanno alimentato i timori del Cavaliere di essere arrestato per corruzione di testimoni (Ruby ter) non appena scatterà la decadenza.

 

“Mi convinco sempre di più che finirò in galera, solo così si fermeranno”, avrebbe commentato Berlusconi, aggrappato adesso alla speranza del rinvio della decadenza prospettato da Alfano. “Ci vuole il tempo che ci vuole – dichiara il vicepremier – la legge di Stabilità riguarda milioni di italiani e non si può mettere la fiducia e votarla in due giorni perché mercoledì il Pd vuole far decadere Berlusconi da senatore”. Quello di Ncd potrebbe però rivelarsi anche un doppio gioco visto che, anche in caso di decadenza dell’ex Padrone, non è in discussione l’appoggio al governo Letta.

Da parte sua, Forza Italia è costretta a cercare lo scontro con Grasso in punta di diritto e procedura, non potendo più sfoderare l’arma spuntata della crisi di governo. A parere del presidente del Senato “non si ravvisano gli estremi per una nuova convocazione del Consiglio di Presidenza ai fini del prosieguo di un dibattito su una questione già dichiarata formalmente chiusa il 6 novembre”. Ma i senatori forzisti la pensano diversamente, convinti che le violazioni del regolamento avvenute durante la camera di consiglio della Giunta per le Elezioni (il caso Crimi) meritino un ulteriore approfondimento. “Anche se ritenesse chiusa la faccenda della violazione del regolamento resta sul tappeto la questione di definire quale sia l’organo competente a decidere sulle violazioni del regolamento”, recita la senatrice azzurra Elisabetta Casellati con una “supercazzola” degna del miglior Ugo Tognazzi.

Intanto i falchi come Verdini, Dell’Utri, Fitto e Santanché si preparano a scendere in piazza a sostegno del leader. Una prima volta il 27 novembre con un sit-in di fronte a Palazzo Madama, e poi con una manifestazione dei club Forza Silvio prevista a Milano l’8 dicembre. Stesso giorno delle primarie Pd. Ma l’impressione, o la speranza dei fedelissimi, è che il Cavaliere stia attendendo il post 27 novembre per rovesciare il tavolo con l’ennesimo colpo a sorpresa. Intanto non resta che sperare nell’iniziativa dilatoria di Angelino il “senza quid”. Prospettiva poco rassicurante.

Orlando e Fassina bocciano la legge sugli stadi. No alla cementificazione

legge stadiLegge di Stabilità: l’emendamento sugli stadi proposto dal governo è ancora una bozza, ma rischia di essere ritirato a causa delle polemiche. Che l’Italia abbia bisogno di mandare in pensione stadi vetusti e strutture sportive fatiscenti è un dato di fatto. Ne va della sopravvivenza stessa dello sport professionistico nel nostro paese. Certo, ci sarebbero da stanziare i pochi fondi disponibili per infrastrutture più utili, come i trasporti per pendolari e lavoratori. Oppure il governo Letta potrebbe focalizzarsi sulla cura del dissesto idrogeologico che mette a rischio 6 milioni di persone. Invece l’esecutivo, non sazio dei più di 3mila emendamenti piovuti sulla legge di Stabilità, decide di presentare una bozza di emendamento sugli stadi, con il quale non solo si finanzia con 45 milioni di euro un fondo salva-stadi nel triennio 2014-2016, ma si costituisce una corsia preferenziale per quei costruttori che decideranno di cimentarsi nell’impresa.

Enrico Letta ci mette la faccia, ma questo non serve a rassicurare i molti detrattori dell’iniziativa che vedono aprirsi un’autostrada per la speculazione edilizia. L’emendamento del governo, infatti, non si limita agli impianti sportivi, ma concede permessi di edificare appartamenti, negozi, centri commerciali, cinema, anche “non contigui” ad essi. Una mano tesa ai soliti speculatori, uno scempio al cui confronto le colate di cemento di Italia ’90 impallidiscono. Almeno è questa l’opinione di una vasta platea che coinvolge Legambiente, M5S, Sel, Lega, un buon numero di parlamentari Pd, tra cui il senatore Raffaele Ranucci e l’onorevole Roberto Morassut, ma soprattutto due rappresentanti dello stesso governo Letta, due compagni di partito del premier: Andrea Orlando e Stefano Fassina.

Il ministro dell’Ambiente esprime un parere “profondamente negativo” sull’emendamento stadi perché “la norma proposta è in forte contrasto con la legge sul consumo di suolo”. Meno diplomatico il viceministro dell’Economia convinto che “così non va, potrebbe non essere ripresentata”. Per comprendere le ragioni dei contrari ad un provvedimento che sta mandando in fibrillazione il governo, è necessario rileggere la prima parte della bozza di emendamento:

“L’intervento può prevedere uno o più impianti sportivi, nonché insediamenti edilizi e interventi urbanistici entrambi di qualunque ambito o destinazione, anche non contigui agli impianti sportivi, che risultino funzionali al raggiungimento del complessivo equilibrio economico-finanziario dell’intervento e concorrenti alla valorizzazione in termini sociali, occupazionali ed economici del territorio di rifermento”.

In pratica, i soliti furbetti del quartierino avrebbero la possibilità di costruire gli stadi a patto di rientrare dall’investimento attraverso la cementificazione di aree diverse da quella dove sorge l’impianto sportivo. Una truffa che ha fatto sussultare il padre dell’iniziativa, il renziano Dario Nardella, il cui disegno di legge è stato stravolto dall’iniziativa di Letta. “Questa bozza è senz’altro molto diversa dalla nostra proposta originaria che prevedeva un modello sostenibile – dice Nardella – purtroppo il governo si è allontanato in maniera molto preoccupante da quella proposta, lì dove il punto di equilibrio fondamentale era che non si poteva derogare dalla normativa di tutela del territorio e dell’impatto ambientale”.

Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, dichiara senza mezzi termini di essere di fronte a “una vergogna, un problema di credibilità per l’intero Partito democratico”. Essendo poi la legge di Stabilità una procedura speciale, verrebbero messi da parte tutti i vincoli ambientali. Contro la “speculazione edilizia” anche Giancarlo Giorgetti della Lega. A difendere l’iniziativa sono rimasti il Coni, spesosi direttamente nella stesura dell’emendamento sugli stadi, e il ministro degli Affari regionali con delega allo Sport, Graziano Delrio, anch’egli del Pd, il quale prova ad arrampicarsi sugli specchi affermando che “né speculazione edilizia, né devastazione del territorio saranno presenti nell’emendamento governativo ufficiale, bensì la volontà di ammodernare l’impiantistica sportiva, professionistica e di base”. No a  cementificazione, speculazioni edilizie e sfruttamento del territorio, ma intanto il Pd è di nuovo spaccato.

Cancellieri e governo: partita a due tra Renzi e Napolitano

Annamaria Cancellieri ha passato indenne la prova della mozione di sfiducia presentata alla Camera dal M5S. La maggioranza Pd, (ex) Pdl, (ex) Scelta Civica ha retto compatta alla prova del voto, sposando in toto la spericolata tesi del ministro della Giustizia sulla natura “amichevole” e “umanitaria” del suo rapporto telefonico con i Ligresti. Non proprio come il voto sulla famigerata “Ruby nipote di Mubarak”, ma qualcosa di molto simile. Le cronache narrano che sia stato il diktat pronunciato da Enrico Letta durante la drammatica assemblea Pd di martedì sera (“Sfiduciare la Cancellieri significa sfiduciare il governo”), a far rientrare nei ranghi Matteo Renzi e gli altri candidati alla segreteria, costretti a piegarsi alla linea della “fedeltà al partito e al governo”. Come ai tempi di Togliatti.

I retroscena pubblicati dal Fatto Quotidiano raccontano però un’altra storia, diversa dalla favola di Letta “Palle d’acciaio”, deciso a difendere il proprio Guardasigilli fino al punto di sfidare Renzi, segretario in pectore del Pd, e rischiare la caduta dell’esecutivo. “Caro Matteo – esordisce suadente al telefono “Enrico” martedì pomeriggio – è il presidente che lo chiede, sulla Cancellieri fate un passo indietro”. Il “presidente” a cui fa riferimento Letta è, naturalmente, Giorgio Napolitano, colui che in cambio della rielezione al Colle ha preteso le chiavi del governo delle larghe intese (poi divenute un po’ più strette), affidandone poi la guida al fiduciario Letta Nipote.

 

Altro che “Palle d’acciaio”. Letta si sarebbe rifugiato sotto l’ombrello di Napolitano per far cambiare idea ad uno scalpitante Renzi che, dopo un furioso scambio di opinioni su procura di Torino, innocenza della Cancellieri e “questione politica e non giudiziaria”, aveva twittato: “Il gruppo si riunisce: o il presidente del Consiglio pone una questione di fiducia sulla vicenda Cancellieri, e fossi in lui non lo farei, oppure il Pd deve votare”. Toni bellicosi magicamente dissoltisi poche ore dopo quando, per ricompattare il partito lacerato, il sindaco di Firenze ha compiuto il richiesto “passo indietro”. Napolitano ha così esercitato per l’ennesima volta il suo potere di persuasione, immenso, perché il presidente ha legato la cattiva sorte del governo Letta alle sue dimissioni dal Quirinale.

L’ambizioso Renzi è consapevole che il suo maggiore avversario sulla strada di Palazzo Chigi non sarà il “giovane” Letta, ma ancora il “vecchio” Napolitano, deciso con il suo interventismo a garantire all’Europa la “stabilità” richiesta. Resta ancora un mistero comprendere perché, nella testa del presidente, il governo Letta sia l’unica soluzione possibile e, soprattutto, perché la caduta di un ministro divenuto impresentabile di fronte all’opinione pubblica avrebbe condotto ad una reazione a catena. In attesa di prendersi la segreteria l’8 dicembre e il governo chissà quando, Renzi è costretto ad ingoiare anche il rospo degli sfottò di Massimo D’Alema, uomo di apparato per tutte le stagioni. “Renzi ha fatto tutto questo numero contro la Cancellieri che sembrava volesse rovesciare il mondo – ha detto il Lìder Massimo – Finito twitter, il Gruppo del Pd ha deciso di votare la Cancellieri e Renzi ha incartato e portato a casa”.

La ritirata strategica di Renzi sul caso Cancellieri risveglia la vena polemica di Beppe Grillo sul vero ruolo di Napolitano. “La scissione del Pdl con un gruppo di residuati tossici è stata ispirata con tutta probabilità dal Colle a protezione del cocco di mamma Letta – posta Grillo sul blog – E come dimenticare i senatori a vita eletti da Napolitano, quattro voti sicuri per il Nipote?”. Un j’accuse, peraltro non inedito nei confronti del Quirinale (vedi la richiesta di impeachment), che si conclude scandendo che “Napolitano è il collante di questa situazione, Letta è solo un pupazzo”. Esattamente quello che pensa Renzi, pronto a dare il via allo scontro finale con Napolitano, ma solo dopo le primarie dell’8 dicembre.

Berlusconi non è più il Re della Tv. Alfano alla conquista della Rai

Berlusconi re della tvSilvio Berlusconi, il padrone di Mediaset che per 20 anni è riuscito ad imporre il suo volto e i suoi uomini anche alla concorrente Rai, non sarebbe più il signore incontrastato della televisione italiana. Angelino Alfano, dopo la lacerante scissione tra Forza Italia e Nuovo Centrodestra, avrebbe dato l’ordine di riattivarsi alle “cellule in sonno” alfaniane già operanti all’interno della tv pubblica allo scopo di conquistare viale Mazzini. Il Cavaliere, come se non bastasse, è costretto a subire la fronda interna di quanti nel Biscione rifiutano di schierarsi apertamente dalla parte del rinato partito del Padrone. Rai1, Rai2, Canale5, Italia1 e Rete4, al netto di Sky, rischiano davvero di fare la fine di Rai3 e La7 già in mano agli antiberlusconiani?

È questo il succo di una interessante analisi comparsa sul quotidiano on-line Huffington Post firmata dal giornalista Ettore Maria Colombo. Il Colombo la butta sul romanzo quando racconta di un incontro carbonaro avuto con un misterioso deputato, fresco di passaggio in Forza Italia, nell’area fumatori del Transatlantico di Montecitorio. “Berlusconi non ha più la presa sulla Rai, ormai finita nelle mani di Alfano e dei suoi, che avevano già i loro uomini e li stanno per piazzare anche lì, a viale Mazzini, nei tg e nelle trasmissioni che contano”, avrebbe confidato la gola profonda a Colombo. Una considerazione per nulla campata per aria, se si tiene conto che gli uomini (e le donne) rimasti fedeli al Cavaliere stanno progressivamente scomparendo dagli schermi di Mamma Rai.

 

Prova ne è la doppia apparizione di Alfano sulla rete ammiraglia, con una lunga intervista al Tg1 domenica 17 e la repentina comparsa nel salotto di Porta a Porta, ospite di Bruno Vespa il lunedì successivo. Per non parlare poi dell’Arena di Massimo Giletti, più che mai zeppa di alfaniani come Schifani o Quagliariello. Anche Rai2 e Tg2, così come i cugini del primo canale, starebbero ricadendo nel vizio atavico dei funzionari pubblici televisivi, sempre pronti a baciare le sottane del governo di turno. E Berlusconi adesso è di fatto all’opposizione. È così che, oltre al poco presentabile Raffaele Fitto, anche le belle presenze di Lara Comi, Mara Carfagna, Maria Stella Gelmini e Annamaria Bernini rischiano l’oblio catodico per colpa della fede berlusconiana.

Cose impensabili fino a pochi mesi fa. Fatto sta che un falco storico come Francesco Giro è stato costretto a pubblicare un comunicato stampa in cui denuncia che “la Rai ci sta sotto-rappresentando”. Per correre ai ripari di fronte all’offensiva mediatica dei giornalisti scopertisi improvvisamente con un’anima alfaniana, Berlusconi ha deciso di nominare Deborah Bergamini “responsabile media” di FI. La Bergamini, forte della sua trascorsa e discussa esperienza da vice-direttore del Marketing strategico in Rai, lo aiuterà nella scelta dei volti nuovi da far ruotare nei talk-show. Il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo e l’imprenditrice Federica Guidi sono le prime due facce pulite uscite dallo scouting che Berlusconi starebbe svolgendo personalmente.

Ma le apprensioni per il Cavaliere vengono anche dal fronte interno. Secondo Colombo, solo Paolo Del Debbio di Quinta Colonna e il doppio direttore di Tg4 e Studio Aperto, Giovanni Toti, sono pronti a morire berlusconiani. Tutti gli altri, dal Tg5 a Tgcom24, attendono vigliaccamente a metà del guado lo sviluppo degli eventi. Per il momento comunque, se pur a fronte di un calo del giro d’affari tra il 2008 e il 2012, Mediaset ha corrisposto agli azionisti dividendi per 1,19 miliardi di euro. Con un occhio di riguardo, ovviamente, per la Fininvest della famiglia Berlusconi.

Cancellieri scaricata anche da Letta e Caselli: pronte le dimissioni

Si allunga sempre di più la lista di quanti prendono le distanze da Annamaria Cancellieri, e si fanno sempre più insistenti le voci di dimissioni del ministro della Giustizia. Del M5S, di Sel e della Lega si conosceva da tempo la posizione intransigente di richiesta di dimissioni. Volontà sancita, nel caso dei grillini, dalla presentazione di una mozione di sfiducia a Montecitorio che dovrebbe essere messa ai voti mercoledì 20 novembre. “Dovrebbe”, il condizionale è d’obbligo, perché in queste ultime ore sembra che anche la granitica fiducia riposta nel Guardasigilli da Enrico Letta e dal suo governo stia cominciando a scricchiolare.

L’indiscrezione arriva addirittura dal Financial Times, l’autorevole quotidiano d’Oltremanica secondo il quale non meglio precisate “fonti interne” al governo Letta avrebbero riferito che il ministro ha cambiato linea e sta pensando seriamente alle dimissioni. Una maniera elegante e dissimulatrice, quella di Palazzo Chigi spalleggiato dal foglio anglofono, per invitare la Cancellieri a farsi da parte togliendo dall’impaccio l’esecutivo. A parte Letta, anche la procura di Torino ha deciso di forzare i tempi per sbarazzarsi della patata bollente rappresentata dall’indagine sulla Cancellieri. Ieri pomeriggio il procuratore Capo Gian Carlo Caselli ha preso carta e penna per comunicare di aver aperto un fascicolo senza indagati e senza reati e di averlo spedito subito a Roma, competente territorialmente. “Nessun soggetto è stato iscritto nel registro degli indagati – scrive Caselli – E’ stato invece formato un fascicolo modello K di atti relativi a fatti nei quali non si ravvisano reati allo stato degli atti, ma che possono richiedere approfondimenti”.

 

I magistrati piemontesi rispondono – prima con una dura nota del procuratore generale Marcello Maddalena e poi con Caselli che scarica il caso Cancellieri – all’attacco ricevuto dai collaboratori del ministro che, secondo la ricostruzione fatta dal quotidiano La Stampa, accusano la procura sabauda di aver commesso cinque gravi violazioni delle regole nella conduzione dell’inchiesta FonSai che ha coinvolto la Cancellieri. Mancata trasmissione delle carte al Tribunale dei ministri, assenza di un avvocato difensore all’interrogatorio del 22 agosto, obbligo di rispondere imposto a torto, mancata autorizzazione del Senato all’uso delle intercettazioni e assenza del filtro di un giudice tra procura e ministro. Accuse che a Caselli e colleghi saranno sembrate una rappresaglia per non aver rispettato le regole non scritte della “omertà istituzionale”. Il “fatte li cazzi tua” di Antonio Razzi, insomma.

Tornando alla lista degli “scaricatori” della Cancellieri, il Pd rischia seriamente di ricompattarsi, almeno per una volta, se anche i governativi lettiani propenderanno per la richiesta di dimissioni avanzata dai quattro moschettieri candidati alle primarie Renzi, Cuperlo, Civati e Pittella. Il viceministro dell’Economia, il Giovane Turco Stefano Fassina, si è già espresso sull’opportunità di un passo indietro del ministro. Oggi, invece, Pippo Civati presenta la sua mozione di sfiducia, mentre in serata è prevista una riunione del gruppo Pd alla Camera al termine della quale il segretario reggente Guglielmo Epifani è chiamato a prendere una posizione chiara.

Se il Pd non riesce a separare il caso Cancellieri dalle beghe precongressuali interne, Mario Monti, reduce dalla scissione della già impalpabile Scelta Civica, decide di sbarazzarsi sobriamente della Cancellieri affermando che “alcune telefonate del ministro sono state inopportune”. Un modo come un altro per non sparire dai titoli dei giornali. Anche nella rinata Forza Italia il trend anti-Cancellieri ha preso piede, come dimostrano le dichiarazioni della coppia Bondi-Repetti. A conti fatti, dunque, solo Ncd di Angelino Alfano, i lettiani (poco convinti come si è visto) e il presidente Napolitano non recedono dalla linea della fiducia. L’intento è quello di mantenere la stabilità di governo e lo status quo di cui si è fatto garante l’inquilino del Colle, attaccato per questo da Paolo Becchi sul blog di Beppe Grillo.