L’errore palese del Pd sulla decadenza di Berlusconi

L’ultima puntata della telenovela sulla decadenza di Silvio Berlusconi si è chiusa nella Giunta per il Regolamento del Senato con la decisione di votare in aula con il voto palese, anche se con data da destinarsi. Il voto segreto, comunque, codice di Palazzo Madama alla mano, è ancora possibile, se richiesto da almeno 20 senatori e in seguito approvato dai colleghi. Dunque, il Cavaliere è destinato ad uscire dalla scena dei Palazzi del Potere sia a causa dell’interdizione dai pubblici uffici, quantificata in 2 anni dai giudici di Milano, sia per la decadenza decisa in base alla legge Severino alla quale i berlusconiani sembrano non avere i numeri per opporsi. Ma è proprio a questo proposito che i conti non tornano.

Il bizzarro comportamento tenuto dal Pd, appoggiato dal voto decisivo in Giunta della montiana di Scelta Civica, Linda Lanzillotta, rischia infatti di trasformare la doverosa cacciata del Cavaliere in una crociata contra personam. Sul piano mediatico, infatti, sta prendendo corpo la versione della congiura dei Democratici, incapaci di sconfiggere Berlusconi nelle urne, ma desiderosi di liberarsene al più presto attraverso un “frettoloso voto politico”. Il ragionamento è questo: perché il Pd -forte della sentenza definitiva su Mediaset che estromette il Caimano, e soprattutto in netta maggioranza (insieme al M5S) al Senato quando si voterà la decadenza- ha voluto forzare la mano per esprimersi con un voto palese quando con il voto segreto il risultato dovrebbe essere lo stesso?

 

Le risposte a questo harahiri mediatico che sta consegnando alle cronache l’immagine di un Berlusconi martire non possono essere che tre. La prima, improbabile ma non impossibile, è che il Pd stia commettendo degli errori dovuti all’incapacità dei suoi dirigenti, divisi e confusi. La seconda, molto suggestiva e avanzata anche da diversi esponenti del Pdl come Renato Schifani, si riferisce ad una ipotetica strategia mefistofelica che vedrebbe i piddini nel ruolo di provocatori per costringere l’ala governativa e alfaniana del Pdl a rompere con i falchi per andare poi ad elezioni in cui il partito che sarà di Renzi la farà da padrone. E la durezza dimostrata dal segretario reggente Epifani (“la legge Severino va applicata”) lo dimostrerebbe. La terza risposta, la più probabile alla luce della guerra per bande in atto nel Pd, è che i Democratici non si fidino per niente dei Democratici. Cioè, il Pd ha paura del voto segreto che potrebbe scuotere la coscienza garantista (ma solo per i membri della casta) dei suoi senatori, consegnando alla storia il clamoroso salvataggio del Cavaliere.

A confermare i dubbi sulla scelta del voto palese –coerente con quanto sempre dichiarato dai grillini, ma assurda per il Pd che con il Pdl sostiene il governo Letta- è l’esponente centrista dei democrats Beppe Fioroni secondo il quale la decisione del partito potrebbe rivelarsi “l’ennesimo regalo a chi griderà all’esecuzione politica e alla vittima in virtù di un voto che, anche se segreto avrebbe avuto lo stesso esito perché si tratta del rispetto delle leggi e delle norme. Gli uomini di Berlusconi vedono nel comportamento del Pd, questa volta non a torto, una inutile provocazione che renderà di certo più difficile il cammino del già traballante governo Letta-Bruxelles-Alfano.

Ed è proprio il segretario azzerato del Pdl, riberlusconizzato anche grazie al metodo Boffo, a guidare la riscossa dei suoi, nuovamente uniti in nome della salvezza del capo. “La decisione di Sc e Pd di sostenere il voto palese col M5S –ha detto a caldo il vicepremier– è la violazione del principio di civiltà che regola, da decenni, il voto sulle singole persone e i loro diritti soggettivi. E ora, innanzitutto in sede parlamentare, lì dove si è consumato il sopruso, sarà battaglia per ripristinare il diritto alla democrazia”. E con lui questa volta ci sono anche Bondi, Santanché e il resto dei falchi e delle colombe. Potere dell’errore palese commesso dal Pd.

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