Rischio scissione nel Pdl: i falchi bocciano la manovra economica di Alfano

Nel Pdl torna a spirare aria di scissione. L’incontro tra Berlusconi e Alfano, svoltosi ieri al ministero della Difesa, padrone di casa il ministro Mario Mauro, dovrebbe aver sancito l’ennesima pace armata tra le due anime del movimento azzurro in vista delle elezioni Europee di maggio. Ma il faccia a faccia tra il Caimano e il Delfino è giunto al termine di una giornata drammatica per i destini del partito padronale trasformatosi in una Comune anarchica. Lo scontro tra falchi e colombe questa volta si è spostato nel campo dell’economia. Ai berlusconiani duri e puri non è proprio piaciuta la manovra economica presentata attraverso la legge di stabilità da un euforico Alfano, affiancato dall’ormai inseparabile Enrico Letta.

Le sonore critiche dei cosiddetti lealisti hanno fatto da contraltare al solare ottimismo con cui il vicepremier ha intestato a sé, e indirettamente al Pdl alfaniano, i governativi, il merito di aver agito da “sentinella antitasse” all’interno del governo. Proprio il ruolo che il Pdl, ancora ad immagine e somiglianza arcoriana, si era ritagliato durante tutto il ventennio dominato da Silvio. Puntando tutto sulle quattro regole auree del berlusconismo rampante -meno spesa pubblica, meno debito pubblico, meno tasse e più investimenti- il segretario con il quid ha provato a forzare i tempi, cercando di mettere con le spalle al muro i “dissidenti”. Costringerli insomma a riconoscere in lui il successore naturale di Berlusconi alla guida del centro-destra. “Con questa manovra abbiamo iniziato a somministrare le vitamine degli investimenti senza fare debito e soprattutto senza aumentare le tasse”, si è vantato Alfano, scontrandosi non solo con la realtà di un paese in recessione, ma anche con le aspettative e le reazioni di sindacati e Confindustria.

 

Una mossa che, come si diceva, non è andata giù nemmeno ai falchi Pdl, e ha riaperto di fatto una ferita ancora sanguinante in un partito dal doppio volto: dottor Jekill e Mister Hyde, di lotta e di governo, di falchi e di colombe. Il primo a riprendere le ostilità è stato Sandro Bondi, un tempo riconosciuto come persona mite e riflessiva, ma divenuto un intransigente difensore dell’ortodossia berlusconiana doc. Prima il discorso sulla “sfiducia” a Letta, anche se puntualmente smentito da Berlusconi 5 minuti dopo. Poi la dura reprimenda verso Napolitano accusato di aver traditoil Cavaliere sulla questione decadenza. E adesso l’attacco frontale ad Alfano, pilotato di certo da mister B. in persona. “Di questa stabilità l’Italia può morireha scritto il coordinatore del Pdlsi tratta di infatti di un provvedimento che non aiuta l’economia a crescere e che prevede un aumento consistente delle tasse per ora abilmente camuffate”. Il riferimento è alla Trise, la nuova tassa che sostituirà Imu, Tares e Tari, e all’irrisorio taglio del cuneo fiscale (2,5 mld nel 2014).

Stesso concetto, ma espresso con tono ancora più tranchant, elaborato da Mara Carfagna che ha parlato di “misure minimaliste” che non sono “adeguate né alla situazione economica, che è ancora grave, né al rilancio”. È stato poi il turno di Renata Polverini che, in un crescendo di bipolarismo (inteso come malattia bipolare che fa ragionare in maniera completamente opposta i membri di uno stesso partito), ha rincarato la dose paragonando la legge di stabilità a “una manovra di galleggiamento apparente, più simile alla Concordia, però, che ad una nave davvero in procinto di salpare”. Metafora che neanche il grillino più accanito avrebbe avuto l’ardire di formulare. Chiude il “migliorista” Renato Schifani, un giorno falco e l’altro colomba, che della manovra economica dice appunto “la miglioreremo”.

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