Alfano e il “Manifesto politico di Palazzo Chigi”

La conferenza stampa convocata mercoledì pomeriggio a Palazzo Chigi dai cinque ministri Pdl del governo Letta, gli alfaniani, ha rappresentato per Angelino Alfano l’occasione per alzare la posta nella partita interna che si sta giocando per la conquista del movimento berlusconiano. Più che una conferenza stampa, l’inedita riunione di ministri di uno stesso partito è sembrata la presentazione di un vero e proprio manifesto politico. Certo, il rassicurante scenario di Palazzo Chigi scelto dai governativi del Pdl, tradisce un dato di fatto abbastanza singolare: la truppa degli alfaniani è un movimento politico talmente innovativo e in divenire da non avere a disposizione neppure una sede adeguata per pubblicizzare le proprie idee.

Alla storica sede di Forza Italia-Pdl di Via dell’Umiltà, al centro di Roma, le porte sono sprangate e nessuno risponde al citofono. Chiusa, per sempre. Sostituita dagli stanzoni dipinti di fresco dell’elegante palazzo che affaccia su Piazza San Lorenzo in Lucina. Sempre al centro, sempre a due passi dal Potere, ma più economico, più cool. Peccato che sul portone ci sia scritto (Nuova) Forza Italia e che il padrone di casa, Silvio Berlusconi, abbia pagato come sempre tutto con i soldi suoi (o chi sa di chi) e non sia per niente d’accordo a regalare sede e partito al segretario senza quid e all’ala governista-alfaniana di quello che fu il Pdl. “Traditori” che non si riconoscono in Forza Italia, cioè nella leadership indiscussa del Cavaliere Decadente.

 

Si diceva della location scelta per lanciare il nuovo prodotto, il manifesto politico degli alfaniani, da spendere in favore della stabilità e della lunga durata del governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. Le prime frasi pronunciate da Alfano nella veste di “padre politico” hanno tratto in inganno un po’ tutti, lasciando intendere che il nuovo Pdl (o come si chiamerà) continuerà a svolgere il grato ruolo di “sentinella antitasse” all’interno del governo. Una riproposizione del brunettismo più spinto, ma solo in un’altra veste? Sicuramente no, anche se Alfano è in qualche modo costretto a porgere la carota e non il bastone ai lealisti, i fedelissimi berlusconiani. Gli alfaniani, infatti, non hanno né il potere, né le televisioni, né soprattutto il denaro di Berlusconi, per compiere adesso uno strappo clamoroso con il passato, abbandonando il Cavaliere al suo destino di esodato dalla politica. Ancora troppo alto il rischio di metodo Boffo.

Smessa prontamente la maschera del falco, l’ambizioso Angelino ha indossato quella da governista rivendicando –seduto al centro dei sorridenti colleghi Quagliariello, Lorenzin, Lupi e De Girolamo– il merito di aver reso il governo “più forte e coeso”, azzerando il rischio di “ricatti” da parte dell’anima nera del Pdl. In maniera molto soft, alla democristiana, Angelino ha poi lanciato una sorta di OPA su un Pdl a rischio implosione affermando che “noi non solo non siamo qui per parlare di regole interne al Pdl ma per ribadire che il nostro scopo è tenere unito il partito”. Unito sì, ma nelle sue mani. Dopo la solita lisciata di pelo al mentore Berlusconi, ancora vitale e quindi pericolosissimo, Alfano ha poi ribadito l’unica intenzione sua e dei Suoi ministri “che intendono realizzare nei limiti di una grande coalizione gli altri punti programmatici su cui ci siamo impegnati in campagna elettorale”. Niente più strappi, trappole o diktat come successo con l’Imu, ma il diritto di rivendicare i risultati ottenuti “insieme ai colleghi di governo e in rappresentanza del nostro movimento politico”.

Gli alfaniani, in pratica, si autonominano veri rappresentanti del proprio movimento politico. Gli unici su cui fare affidamento per il futuro. Gli altri? I vari Brunetta, Santanché, Verdini, Capezzone e Bondi? Solo un passato da dimenticare. I “condannati” non ci stanno e provano ad alzare la voce, ma Alfano ha già lo sguardo rivolto al futuro, verso “un grande centrodestra che riunisca tutti i moderati alternativi alla sinistra italiana”.

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