Letta rifonda la Democrazia Cristiana, ma Berlusconi non è sconfitto

Solo l’ennesimo e inaspettato colpo di teatro di Silvio Berlusconi, l’annuncio del sì al voto di fiducia al governo Letta , ha reso nuovamente incerto quello che sembrava un risultato politico ormai acquisito: la formazione di un grande contenitore di Centro, deberlusconizzato, nato intorno al sostegno incondizionato alla linea di governo ribadita ieri mattina al Senato da Enrico Letta. La Democrazia Cristiana del XXI secolo. Il piano del presidente del Consiglio -che evidentemente ha appreso l’arte della Politica dallo Zio molto meglio di quanto dimostra- era ben congegnato, quasi diabolico, tanto riuscire ad andare quasi in porto. L’intenzione del premier che tutti vogliono (Napolitano, Merkel, Bce, Europa, Banche e perfino l’America) era quella di mettere all’angolo un Berlusconi ormai prossimo alla decadenza, forte di un accordo carbonaro siglato con i ministri del Pdl, conosciuti fino a ieri come “colombe” e da oggi come alfaniani.

Troppo facile sfruttare il passo troppo lungo fatto dal Cavaliere con la richiesta di far dimettere tutti i suoi parlamentari e l’intera delegazione ministeriale Pdl. La tensione per le stringenti vicende giudiziarie personali deve per forza aver condizionato la lucidità mentale di Berlusconi, anche se l’Uomo possiede risorse infinite. Gli scissionisti guidati da AlFini (Alessandra Mussolini dixit) hanno subito risposto al segnale concordato con Letta, mettendo Berlusconi con le spalle al muro: o voti la fiducia con noi, oppure il partito si spacca. Anzi, ormai si spaccherà comunque. Un sfida suicida che il Capo aveva accettato. Poi, però, nel corso della drammatica nottata di trattative tra martedì e mercoledì, sondaggi sfavorevoli e nomi dei traditori alla mano, qualcosa deve essere cambiato. Pur di non rimanere chiuso all’angolo, l’imprevedibile Cavaliere ha preso la parola a Palazzo Madama e in 2 soli minuti ha mandato in frantumi il sogno DC del duo Letta-Alfano.

 

Risultato: Sì alla fiducia al governo Letta con 235 voti, due in più dell’esordio. Tutto da rifare dunque. Niente maggioranza “più ristretta, ma coesa” auspicata dal premier. Rimarranno nei libri di storia –oltre all’inevitabile, lento addio alla scena di Mister B.- i volti segnati da un ghigno di terrore misto a stupore esibiti dai due giovani democristiani (lì, all’ombra dello scudo crociato, sono cresciuti entrambi) nel momento in cui il vecchio rivale pronunciava le fatidiche parole: “…per queste ragioni voteremo la fiducia al governo Letta”. Certo, una mossa disperata da parte di un Berlusconi conscio dei ristretti spazi di manovra e dei prossimi conti con la giustizia da saldare. Comunque spiazzante, e non è detto che il putsch non riesca ancora una volta.

Il piano di avvicinamento alla nuova DC prevedeva e prevede ancora la formazione di gruppi autonomi di centrodestra sia al Senato che alla Camera, una terza gamba per il “governo di Bruxelles” tenuto in piedi da Letta. Liberi da Berlusconi, ma liberi anche dalle pressioni dell’ambizioso Matteo Renzi, annichilito dall’obbligo mediatico di sostenere un governo a guida PD. A questo proposito, i diversamente berlusconiani, quelli cioè che hanno pugnalato alle spalle Silvio, sono rimasti completamente sorpresi dalla mossa del Cavaliere e adesso sono nel panico. I più duri, Roberto Formigoni e Carlo Giovanardi, tengono ancora la posizione di un gruppo autonomo al Senato (tra 25 e 35 membri, dicono loro). Ma pezzi grossi come Maurizio Sacconi e il ministro Quagliariello (di nome e di fatto) già cominciano a frenare, timorosi del metodo Boffo. “Nei prossimi giorni si aprirà un processo di riflessione”, ha smorzato i toni Quagliariello intervistato dal Tg3.

Stessa situazione alla Camera, dove Fabrizio Cicchitto, bastonato martedì sera da “Berja” Sallusti a Ballarò, ha perso il suo proverbiale senno annunciando la richiesta di un gruppo autonomo di cui farebbero parte 12 alfaniani, presto moltiplicati fino a 26. Ma nella lista Cicchitto risultano anche i ministri Alfano, Lupi, De Girolamo e Lorenzin i quali, tranne quest’ultima, hanno già smentito la fronda. La formazione dei gruppi è al momento congelata .“Sono nel Pdl e rimango nel Pdl”, ha detto decisa la De Girolamo. E chi sa se “l’offerta che non si può rifiutare” Berlusconi la sta già facendo agli altri emuli del figliol prodigo. Addio sogno DC.

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