La telefonata che salva dalla galera (Ligresti): M5S e renziani chiedono le dimissioni della Cancellieri

Rischia di assumere i contorni dello scandalo politico, mediatico e morale il caso della telefonataintercettata per ordine della procura di Torino– che il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, ha ricevuto il 17 luglio scorso da Gabriella Fragni per discutere delle condizioni di salute della detenuta Giulia Maria Ligresti. Definita sua “buona amica” dalla stessa Cancellieri, la signora Fragni è la compagna di Salvatore Ligresti, il costruttore e faccendiere siculo-milanese arrestato nel luglio scorso per ordine dei giudici di Torino nell’ambito dell’inchiesta FonSai. Insieme al capo famiglia erano finite al fresco le figlie Jonella e Giulia Maria, mentre l’altro figlio, Paolo, si era reso uccel di bosco grazie alla cittadinanza svizzera. Tutti i Ligresti sono accusati di aver fatto una cresta multimilionaria sui conti del colosso assicurativo frutto della fusione tra Fondiaria e Sai.

La giovane Ligresti fu effettivamente scarcerata ai primi di agosto e trasferita ai domiciliari per una presunta anoressia, comunque certificata dai medici. Secondo la Cancellieri, spalleggiata dal procuratore capo del capoluogo piemontese, Gian Carlo Caselli, non c’è stata nessuna pressione per fornire una corsia preferenziale ad un detenuto vip come Giulia Maria Ligresti. Anche se era stato lo stesso Guardasigilli, sentito ad agosto nella veste di testimone e non di indagato, ad ammettere un paio di telefonate a due vice capi del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria (DAP) al fine di “sensibilizzarli” sulle condizioni di tutti i detenuti. E un’altra chiamata ricevuta dallo zio di Giulia, Giuseppe Ligresti. Quel vecchio vizietto di alzare un po’ troppo la cornetta per scambiarsi favori tra potenti che ha rovinato non poche carriere politiche.

 

La versione della Cancellieri non convince, soprattutto alla luce del contenuto della telefonata con la Fragni. “Comunque guarda, qualsiasi cosa io possa fare conta su di me, non lo so io cosa posso fare, però guarda sono veramente dispiaciuta –dice la Cancellieri all’amica e poi continua– Se tu vieni a Roma, proprio qualsiasi cosa adesso serva, non fate complimenti, guarda non è giusto, non è giusto”. Hai voglia a dire che poi non c’è stata alcuna “spintarella” al DAP. Ma ve lo immaginate il ministro della Giustizia che, invece di interessarsi della condizione carceraria di un potente come Ligresti, si mettesse a parlare al telefono con la moglie di Ciruzzo Malacarne, capoclan di Scampia, arrestato per decine di omicidi ma sofferente di emicrania?

I primi a non essere convinti delle spiegazioni fornite dalla Cancellieri sono Beppe Grillo e il M5S. I grillini attaccano dal blog: “Su 63.000 e rotti detenuti su chi si è posato l’occhio benevolo della ministra Cancellieri? Giulia Ligresti, un nome, anzi un cognome, a caso, che è uscita dal carcere dopo l’interessamento della Cancellieri”. E dalla commissione Giustizia chiedono al ministro una spiegazione diversa dalle addotte “ragioni umanitarie”, altrimenti non restano che le dimissioni. Si muovono Lega e Sel, ma anche il sonnolento Pd viene svegliato dalle parole del renziano Carboni per il quale la Cancellieri “dovrebbe fare un passo indietro e rassegnare le dimissioni”.

Insomma, anche se il ministro per ora non è indagato, e forse non lo sarà mai, l’impressione che si ricava è che ai condannati di serie A basta farsi amico qualcuno dei Piani Alti per evitare la galera, mentre per quelli di serie B non ci sono amicizie e presunte malattie che tengano. Per la loquace Cancellieri si aggiunge anche un’aggravante: il figlio Piergiorgio Peluso –ex Unicredit, adesso in Telecom- nel 2012 ha incassato una buonuscita di 3,6 milioni di euro dopo un solo anno di lavoro come direttore generale della compagnia assicurativa Fondiaria Sai, proprio quella di don Salvatore Ligresti.

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L’errore palese del Pd sulla decadenza di Berlusconi

L’ultima puntata della telenovela sulla decadenza di Silvio Berlusconi si è chiusa nella Giunta per il Regolamento del Senato con la decisione di votare in aula con il voto palese, anche se con data da destinarsi. Il voto segreto, comunque, codice di Palazzo Madama alla mano, è ancora possibile, se richiesto da almeno 20 senatori e in seguito approvato dai colleghi. Dunque, il Cavaliere è destinato ad uscire dalla scena dei Palazzi del Potere sia a causa dell’interdizione dai pubblici uffici, quantificata in 2 anni dai giudici di Milano, sia per la decadenza decisa in base alla legge Severino alla quale i berlusconiani sembrano non avere i numeri per opporsi. Ma è proprio a questo proposito che i conti non tornano.

Il bizzarro comportamento tenuto dal Pd, appoggiato dal voto decisivo in Giunta della montiana di Scelta Civica, Linda Lanzillotta, rischia infatti di trasformare la doverosa cacciata del Cavaliere in una crociata contra personam. Sul piano mediatico, infatti, sta prendendo corpo la versione della congiura dei Democratici, incapaci di sconfiggere Berlusconi nelle urne, ma desiderosi di liberarsene al più presto attraverso un “frettoloso voto politico”. Il ragionamento è questo: perché il Pd -forte della sentenza definitiva su Mediaset che estromette il Caimano, e soprattutto in netta maggioranza (insieme al M5S) al Senato quando si voterà la decadenza- ha voluto forzare la mano per esprimersi con un voto palese quando con il voto segreto il risultato dovrebbe essere lo stesso?

 

Le risposte a questo harahiri mediatico che sta consegnando alle cronache l’immagine di un Berlusconi martire non possono essere che tre. La prima, improbabile ma non impossibile, è che il Pd stia commettendo degli errori dovuti all’incapacità dei suoi dirigenti, divisi e confusi. La seconda, molto suggestiva e avanzata anche da diversi esponenti del Pdl come Renato Schifani, si riferisce ad una ipotetica strategia mefistofelica che vedrebbe i piddini nel ruolo di provocatori per costringere l’ala governativa e alfaniana del Pdl a rompere con i falchi per andare poi ad elezioni in cui il partito che sarà di Renzi la farà da padrone. E la durezza dimostrata dal segretario reggente Epifani (“la legge Severino va applicata”) lo dimostrerebbe. La terza risposta, la più probabile alla luce della guerra per bande in atto nel Pd, è che i Democratici non si fidino per niente dei Democratici. Cioè, il Pd ha paura del voto segreto che potrebbe scuotere la coscienza garantista (ma solo per i membri della casta) dei suoi senatori, consegnando alla storia il clamoroso salvataggio del Cavaliere.

A confermare i dubbi sulla scelta del voto palese –coerente con quanto sempre dichiarato dai grillini, ma assurda per il Pd che con il Pdl sostiene il governo Letta- è l’esponente centrista dei democrats Beppe Fioroni secondo il quale la decisione del partito potrebbe rivelarsi “l’ennesimo regalo a chi griderà all’esecuzione politica e alla vittima in virtù di un voto che, anche se segreto avrebbe avuto lo stesso esito perché si tratta del rispetto delle leggi e delle norme. Gli uomini di Berlusconi vedono nel comportamento del Pd, questa volta non a torto, una inutile provocazione che renderà di certo più difficile il cammino del già traballante governo Letta-Bruxelles-Alfano.

Ed è proprio il segretario azzerato del Pdl, riberlusconizzato anche grazie al metodo Boffo, a guidare la riscossa dei suoi, nuovamente uniti in nome della salvezza del capo. “La decisione di Sc e Pd di sostenere il voto palese col M5S –ha detto a caldo il vicepremier– è la violazione del principio di civiltà che regola, da decenni, il voto sulle singole persone e i loro diritti soggettivi. E ora, innanzitutto in sede parlamentare, lì dove si è consumato il sopruso, sarà battaglia per ripristinare il diritto alla democrazia”. E con lui questa volta ci sono anche Bondi, Santanché e il resto dei falchi e delle colombe. Potere dell’errore palese commesso dal Pd.

Grillo in Parlamento: voto subito e impeachment per Napolitano

Beppe Grillo invade Roma senza preavviso e occupa per due giorni i Palazzi della politica. Lunedì era in Senato, ieri invece è stato il turno della Camera. Pace fatta con i “cittadini” a 5Stelle e archiviate le polemiche interne sulla vicenda del discusso emendamento sulla abolizione del reato di clandestinità presentato dai senatori Maurizio Buccarella e Andrea Cioffi. Le impressioni, quasi tutte negative, raccolte nei corridoi di Palazzo Madama e Montecitorio, Grillo decide di metterle subito on-line attraverso un video in cui è lo stesso Buccarella a fargli da spalla.

“Come fate a resistere” esordisce Grillo rivolto a Buccarella “in questo mondo completamente distante dal mio si apre l’ascensore ed esce Gasparri. Calderoli è un animatore di un club mediterranee”. Il guru del M5S ha assistito dal loggione del Senato al dibattito sulla decadenza di Berlusconi e sul nodo del voto palese/voto segreto. “È una seduta di psicoterapia” aggiunge “hanno rinviato ancora il voto sulla decadenza di Berlusconi. C’è un Casini che parla, non pensavo potesse ancora parlare, e con della gente che lo stava a sentire, è questo che mi turba”. Secondo Grillo alla casta dei politici non resta che aggrapparsi ai regolamenti e ai commi per sopravvivere, l’unica cosa viva che resta dentro il Parlamento sono i cittadini a 5Stelle descritti come degli “eroi”, anche se tutte le loro proposte –finanziamento ai partiti, reddito di cittadinanza, rilancio delle PMI, taglio dell’IRAP- sono state bloccate dai partiti che si sono coalizzati.

 

“Non posso assolutamente stare a Roma, qua io non ci vengo più” continua con la solita ironia “altrimenti potrebbe starmi simpatico anche uno del Pdl”. Ma il problema posto da Grillo è tutto politico, anche se la sua promessa di ritornare a fare il comico in caso di sconfitta alle prossime elezioni sembra credibile. L’intenzione di Grillo e dei grillini è infatti quella di andare al voto subito, comunque il prima possibile, per cercare di salvare il salvabile di un’Italia diretta verso il baratro del fallimento. Anche con il Porcellum se necessario. Sempre meglio del Napolitanellum che la maggioranza che sostiene il governo Letta si appresta a varare sotto la supervisione del presidente Giorgio Napolitano per far fuori il M5S ignorando, dice Grillo, “9 milioni di italiani”. Enrico Letta che, a parere del 5Stelle, “va in televisione a dire balle”, mentre il paese affonda.

Dopo l’ufficializzazione della richiesta di impeachment, Grillo attacca ancora l’inquilino del Colle quando afferma che “questo presidente della Repubblica firma delle leggi che non hanno copertura finanziaria”. Ma l’ottantottenne presidente porge l’altra guancia e per il momento decide di non replicare. “Sono venuto qui per una riflessione su Mezzogiorno e cultura, di altro non mi occupo”, dice il presidente da Bari dove si è recato in visita ufficiale. L’oggetto del contendere con Napolitano resta comunque l’accusa di cospirazione sulla legge elettorale, pronunciata sabato scorso dal palco di Bolzano. Per inchiodare Re Giorgio alle proprie responsabilità, Grillo tira fuori un documento del 1991 con cui il Pds di Occhetto chiedeva l’impeachment di Cossiga. È vero che il migliorista Napolitano in quell’occasione optò per la richiesta di dimissioni, ma è gioco facile per il guru genovese lanciarsi in un appropriato paragone: “Napolitano faccia come Cossiga, si dimetta”.

Leadership di Forza Italia: Silvio lancia Marina e Alfano si adegua

Con il ritorno a Forza Italia Silvio Berlusconi sembra aver vinto la battaglia contro le colombe governiste, etichettate anche come alfaniani o innovatori. Il capo era ed è ancora lui, ma il nodo della sua successione al vertice del partito di plastica resta ancora da sciogliere. Dopo il Predellino 2 con cui il Cavaliere ha mandato in soffitta il Pdl nato sul Predellino di piazza San Babila, hanno ricominciato a correre insistentemente le voci di un passaggio di testimone tutto in famiglia, da Silvio a Marina. Lei, l’Infanta di Mediaset, si limita per il momento a mantenere un profilo basso, negando decisamente ogni ipotesi che a un Berlusconi possa succedere un altro Berlusconi.

Ma la macchina mediatica pro discesa in campo di Marina è già partita. Poderosa, irruente e inclusiva come sempre, tanto da mettere nell’angolo i tentativi del figliol prodigo Angelino Alfano di farsi spazio per accreditarsi quale unica e legittima ruota di scorta del Cavaliere alla guida di Forza Italia. Un confronto talmente impari (di immagine, di seguito, di disponibilità economiche) da far impallidire l’ex segretario dal quid ritrovato e poi perso nuovamente tra le stanze di Palazzo Grazioli.

 

“Non ho mai avuto e non ho alcuna intenzione di impegnarmi in politica”, ha risposto con una nota Marina alle “ennesime voci e a ricostruzioni giornalistiche totalmente lontane da ogni pur minimo collegamento con la realtà”. Ma la primogenita di Berlusconi recita ormai il copione “negazionista” senza più molta convinzione quando aggiunge che “per la politica ho grande rispetto, ma amo moltissimo il mio lavoro e le aziende nelle quali sono impegnata da ormai oltre vent’anni. Questo è il mio passato e il mio presente, e questo sarà anche il mio futuro. Vi prego di prenderne atto”. Ma il primo a non prenderne atto, stando almeno alla ricostruzione fatta da Repubblica, è proprio il padre che ieri ha preteso la sua compagnia nella consueta riunione tenuta ogni lunedì con i direttori di tg e televisioni Mediaset. Gli incontri con Paolo Del Debbio e colleghi dovrebbe servire a Marina come palestra per allenarsi a gestire la comunicazione e il rapporto con i media quando sarà candidata alla premiership contro Matteo Renzi.

Il cerchio magico dei Berlusconi si chiuderebbe con Silvio a capo di Forza Italia, Marina presidente del Consiglio e l’altra figlia, Barbara, al comando dell’impero Mediaset. A proposito, i titoli Mondadori e Mediaset volano al solo pensiero di un Berlusconi ancora a Palazzo Chigi. Il piano di Berlusconi senior prevede anche di anticipare il Consiglio Nazionale previsto per l’8 dicembre a prima del voto del Senato sulla decadenza, in modo tale da mettere Alfano e i suoi con le spalle al muro e non permettergli di raccogliere le firme di 1/3 dei delegati al Consiglio che farebbe saltare il passaggio a Forza Italia. Di fronte a questo spiegamento di forze da D-day, gli alfaniani sono costretti ad arretrare e sembrano quasi vicini alla rotta.

Intervistato da Bruno Vespa, Alfano prima smentisce una raccolta di firme dei governativi: “Non è vero che circola un documento degli ‘innovatori’ già da far sottoscrivere per il prossimo consiglio nazionale”. E poi si esibisce in una piroetta dialettica quando prova ad immaginare il giorno del Consiglio nazionale: “I sottoscritti consiglieri nazionali si riconoscono nella leadership di Silvio Berlusconi, ovviamente a cominciare da me. Questo sarebbe il primo rigo di ogni documento che io dovessi sottoscrivere”. Per il pavido Angelino si prospetta una sconfitta ignominiosa. Niente gruppi autonomi, niente partitino di centro e abbandono al loro triste destino dei compagni di viaggio come Formigoni, Giovanardi, Cicchitto e Quagliariello. Alfano troverà invece il perdono di Silvio e le braccia aperte di Marina.

Renzi scarica Letta e punta a prendersi segreteria Pd e Palazzo Chigi

Matteo Renzi chiude la convention della Leopolda 2013 con il bagno di folla che voleva e, in poco meno di un’ora, presenta il suo programma da futuro e quasi certo segretario del Pd. Ma Renzi è uno che pensa ancora più in grande, alla presidenza del Consiglio. 4 i punti fondamentali del credo renzista che spaziano in tutto lo scibile della politica: Italia, Europa, lavoro ed educazione. La sostanza della discesa in campo del Berlusconi di Sinistra, però,  è la bocciatura del governo delle larghe intese guidato dal collega di partito Enrico Letta e la decisa presa di posizione in favore del bipolarismo.

“Noi siamo i custodi del bipolarismo e dell’alternanza. Mai più inciuci e larghe intese”, ha detto il segretario in pectore. La tentazione di far saltare il banco del governo dell’inciucio per prendersi anche Palazzo Chigi con una campagna di primavera traspare chiaramente, rafforzata dalla coda di paglia che lo stesso Renzi non riesce a nascondere quando aggiunge che “dire questo non è contro il governo”. La sensazione però è che Renzi abbia rotto gli indugi e si sia messo proprio contro il governo guidato dall’amico Enrico. C’è chi dice che il sindaco di Firenze sarebbe disposto anche a tenersi il Porcellum pur di far naufragare l’accordo su un sistema proporzionale benedetto da Giorgio Napolitano che consegnerebbe l’Italia nelle mani delle eterne larghe intese. In questo senso è significativa anche la giravolta del segretario provvisorio, Guglielmo Epifani che, proprio dal palco della stazione Leopolda, ha condiviso la linea maggioritaria e bipolarista sostenuta da Renzi, iscrivendosi lui stesso al partito dei renziani. Ma Renzi sembra comunque avere le idee chiare: “La legge elettorale che funziona è quella dei sindaci: è educativa, responsabilizza”.

 

Dopo aver liquidato il Vecchio Berlusconi con una gelida battuta (“non si è parlato di Berlusconi perché si è scelto di parlare del futuro”), il Giovane Renzi ha puntato il mirino contro Letta decidendo di sparargli alle spalle con l’idea che “la sinistra che non cambia si chiama destra”. Secondo Renzi un governo di Sinistra è quello che aumenta i posti di lavoro e che risponde ai bisogni della gente. Guarda caso, l’esatto contrario di quello che sta facendo Letta il quale, appoggiando senza condizioni l’austerità imposta da Bruxelles, si sta dimostrando un uomo di Centro o, tutt’al più, di Destra. Con toni da campagna elettorale, Renzi proclama la sua visione di Europa quando afferma di voler rimettere in discussione i parametri europei. Azione da compiere “dopo aver dimostrato che l’Italia mostra di saper affrontare i problemi: i conti a posto non li deve mettere per la Merkel ma per noi stessi”. Altra stoccata a Letta, descritto praticamente come il portaborse di Angelona.

Intanto si sono aperte le scommesse su chi tra Berlusconi e Renzi riuscirà per primo a far cadere il governo. Renzi fa il modesto quando dice di non credere che Letta e Alfano cadranno un minuto dopo che il Senato avrà votato la decadenza del Cavaliere. Ma in cuor suo la speranza arde ancora dopo la cocente delusione rimediata il 2 ottobre, giorno della Fiducia, quando sembrava inevitabile che la situazione dovesse precipitare. Dal canto loro i berlusconiani si dicono convinti che sarà proprio il nuovo leader del Pd a fare il lavoro sporco, logorando Letta dall’interno. L’appuntamento Renzi lo dà comunque alla Leopolda 2014, ma chi sa se tra un anno l’ambizioso “conducator di Ponte Vecchio” avrà già spiccato il volo.

Torna Forza Italia, azzerato Alfano. Il Predellino 2 di Berlusconi

Silvio Berlusconi ha deciso: il Pdl non esiste più, si torna al primo amore Forza Italia. È un Cavaliere raggiante quello che si concede un bagno di folla (di giornalisti) in via del Plebiscito, al termine di un Ufficio di presidenza che a Palazzo Grazioli ha visto trionfare i lealisti per 19 a 0. Dopo quello del 2007, un Predellino 2 per Berlusconi. Sepolte, probabilmente per sempre, le ambizioni di Angelino Alfano di mettere le mani sul partito. Anzi, il delfino dal quid ritrovato si ritrova senza la poltrona di segretario perché Berlusconi ha deciso di sposare in pieno la “linea Fitto” ed ha azzerato tutte le cariche del partito, in attesa che il Consiglio Nazionale convocato per l’8 dicembre sancisca ufficialmente la rinascita di Forza Italia.

A quel punto sarà il Cavaliere, titolare delle fidejussioni che tengono in vita il centrodestra, a proporre nomi nuovi e volti giovani per Forza Italia 2.0. Da tempo si parla della discesa in campo della figlia Marina. Ma tra un mese e mezzo è probabile che i conti con gli alfaniani, o gli innovatori come li chiama Formigoni, siano già stati fatti. Alfano si trova adesso con le spalle al muro. Sembra già un pallido ricordo la tracotanza con cui il 2 ottobre, giorno della fiducia al governo Letta, l’ex segretario sventolava la lista dei nomi degli scissionisti e minacciava la formazione di gruppi autonomi. Fino a ieri c’era la scusa della crisi economica da affrontare, oggi la motivazione sarebbe la mancata adesione a Forza Italia. Praticamente un tradimento che porterebbe i congiurati a fondare un partitino di centro con risultati elettorali alla Fini: lo zero virgola.

 

La mossa di Berlusconi manda all’aria i piani dei governativi. Formigoni, Giovanardi e Sacconi non hanno partecipato alla riunione e hanno già fatto intendere, soprattutto Giovanardi, che in Forza Italia non ci entreranno mai. La delegazione ministeriale formata, oltre che dal vicepremier Alfano, da Quagliariello, Lupi, Lorenzin e De Girolamo mantiene al momento uno sbigottito silenzio, mentre i pontieri Schifani e Gasparri provano a ricucire lo strappo, ma con un piede già ben saldo sul carro di Forza Italia. Adesso non resta che attendere le prossime mosse. Molti commentatori sono sicuri che il redde rationem tra lealisti e governativi ci sarà l’8 dicembre, data fatidica in cui si terrà anche il congresso Pd, ma la cacciata dei centristi filo lettiani potrebbe avvenire anche prima, magari con una Notte dei lunghi coltelli meno cruenta e aggiornata al teatrino della odierna politica italiana.

Il prossimo Consiglio Nazionale vedrà Alfano partecipare con le mani legate ed una palla di piombo attaccata al piede. Se la matematica non è un’opinione, infatti, degli 800 delegati autorizzati a parteciparvi, 600 avrebbero già sottoscritto un documento pro Forza Italia fatto girare da Raffaele Fitto. I 200 rimasti non hanno nemmeno i numeri per arrivare a 1/3 dei votanti e bloccare così il passaggio dal Pdl a Forza Italia.

Nel corso della conferenza stampa Berlusconi si è tolto qualche sassolino dalla scarpa. Ha lasciato la porta aperta ad Alfano (“se vorrà potrà mantenere l’incarico”), ma allo stesso tempo ha bollato i ministri come poltronisti (“Sono invece prevalse in questi ministri umane preoccupazioni per una mancata loro rielezione in caso di crisi”). La sensazione è che l’abbraccio mortale del Caimano, così come anticipato da Informazioneweb, voglia soffocare il traditore Alfano e che la rivolta degli innovatori si concluderà in un bagno di sangue, tra defezioni, pentimenti e abbandoni più o meno forzati. La carriera di Angelino non sembra avere invece alternative: o maggiordomo al servizio di Berlusconi, oppure capo di un partito centrista, un “centrino”, dall’appeal elettorale di poco superiore al Nulla.

Corruzione De Gregorio: Renzi rottama Berlusconi da Radio Deejay

Sarà stato un caso, o molto più probabilmente una dichiarazione studiata. Fatto sta che Matteo Renzi ha scelto la platea degli ascoltatori di Radio Deejay, che si presume giovane e abbastanza disinteressata alla “vecchia” politica, per rottamare in diretta quel che resta del berlusconismo e dello stesso Silvio Berlusconi. All’indomani della decisione del gup di Napoli, Amelia Primavera, di rinviare a giudizio il Cavaliere e Walter Lavitola per la presunta corruzione del senatore ex Idv Sergio De Gregorio, Renzi ha deciso di segnare un confine netto tra quella che considera l’Italia del passato e quella rivolta verso il futuro, possibilmente guidata da lui stesso.

Intervistato da Fabio Volo, il sindaco di Firenze ha detto senza mezzi termini che “sono 20 anni che non parliamo altro che di Berlusconi. Chi fosse, era e sarà lo sappiamo. Nessuno può dire: strano, da lui non me l’aspettavo”. Un attacco frontale al ventennio berlusconiano con il quale Renzi vuole dare appositamente ad intendere che lui dia per scontato il fatto che Berlusconi sia colpevole. Una furia giustizialista giustificata dalla smania renziana di archiviare le larghe intese, dipingendo il Pdl come un partito di impresentabili e il berlusconismo come il male assoluto. “Chi sia Berlusconi è chiaro, con tutte le critiche che gli si possono fare. Berlusconi è uno molto trasparente, tra virgolette, e chiaro –ha aggiunto poi ironicamente- E’ il motivo per cui io non l’ho mai votato e mai lo voterò. E’ totalmente altro rispetto a uno come me”.

 

Il rottamatore Matteo Renzi rischia però di venir tradito dall’entusiasmo e da quella punta di arroganza e presunzione tipici proprio del Berlusconi che lui vorrebbe rottamare. Il rinvio a giudizio del Cavaliere per la presunta corruzione di De Gregorio fornisce infatti a Renzi il pretesto per fare una dichiarazione che più berlusconiana non si potrebbe: “In Italia ci vorrebbe una rivoluzioncina, un cambiamento nella burocrazia, giustizia, Pubblica amministrazione, nel modo di concepire il Paese e anche nell’establishment finanziario”. Sembra quasi di risentire i versi della discesa in campo del 1994, l’unica e l’originale.

Mentre Renzi sogna la sua “rivoluzioncina”, dall’altre parte della barricata, nel Pdl, c’è chi la rivoluzione anti-berlusconiana sta già cercando di metterla in atto. Si tratta ovviamente dell’ala governativa del partito, i membri del governo e i parlamentari raccolti intorno ad Alfano che non ci pensano proprio a staccare la spina al governo Letta, anche dopo il conclamato “tradimento” di Napolitano sulla concessione di un salvacondotto giudiziario e a costo di spaccare il partito, abbandonando il Capo al suo triste destino di decadenza politica. Gaetano Quagliariello, Fabrizio Cicchitto e Roberto Formigoni sono le tre “colombe” che più di tutti hanno assunto l’aspetto degli “avvoltoi”.

Ospite di Agorà su Raitre, il ministro delle Riforme ha prima mostrato una pelosa solidarietà con il vecchio leader parlando di “persecuzione giudiziaria”, smentendosi però qualche parola più tardi confermando che la difesa di Berlusconi “va coniugata con ciò che serve al Paese, che in questo momento non si può permettere una crisi di governo”. Delle due l’una: o in Italia c’è un complotto dei giudici e della Sinistra per abbattere il Cavaliere, quindi è impossibile rimanere alleati del Pd, oppure quelle di Berlusconi sono solo manie di persecuzione che non meritano di essere ascoltate di fronte agli immensi problemi che deve affrontare il governo dell’inciucio Letta-Alfano. Roberto Formigoni, conosciuto come l’amico di Daccò e autodefinitosi “innovatore”, conferma che “non faremo cadere il governo perché si difende meglio il Cavaliere dall’interno della maggioranza” Come dire che in galera si sta bene perché c’è molta compagnia. L’ex piduista Cicchitto, intervistato dal Mattino, spergiura di stare “facendo di tutto per procrastinare la decadenza di Berlusconi, ma sapendo bene che nell’eventualità peggiore non si debba far cadere il governo”. Praticamente, gli sta scavando la fossa.

Kerry in Italia: Letta succube degli Usa sul Datagate

Il Segretario di Stato americano John Kerry è sbarcato ieri in Italia proprio nel mezzo della bufera diplomatica e mediatica scatenata dalle nuove rivelazioni del quotidiano francese Le Monde sul Datagate, lo scandalo “intercettazioni” scoppiato grazie alle rivelazioni di Edward Snowden. Obbligato l’incontro al vertice con il premier Enrico Letta che tuttavia, al contrario dei colleghi del governo francese di Hollande, non si è permesso di mettere i bastoni tra le ruote all’amministrazione americana. D’altronde, Kerry è arrivato nel Belpaese non certo per rendere conto al governo italiano delle milioni di comunicazioni private che la Nsa, la National Security Agency, avrebbe intercettato coperta dal Patriot Act firmato da George Bush. Il Segretario di Stato Usa ha, infatti, avuto un faccia a faccia con il presidente israeliano Benjamin Netanyahu per discutere di argomenti ben più incalzanti: il processo di pace tra Israele e Palestina.

Logico che Enrico Letta, reduce da un doppio viaggio negli States -l’ultimo per un vertice ufficiale con Barack Obama che gli ha portato una enorme visibilità internazionale-, non si sarebbe permesso di disturbare il manovratore della politica mondiale per una faccenda di sì poco conto che riguarda l’italietta e il trascurabile argomento delle intercettazioni. Meglio non far arrabbiare il proprio protettore politico offrendo però alla stampa, per salvare almeno la faccia, la versione di comodo della “richiesta di chiarimenti”, magari avvenuta pure a muso duro. La cifra della sottomissione italiana al gigante americano l’ha data l’incontro di Palazzo Chigi, presente anche il ministro degli Esteri Emma Bonino, raccontato ai media attraverso un freddo comunicato e non con una scomoda ma doverosa conferenza stampa.

 

Letta ha fatto presente a Kerry la “necessità di verificare la veridicità delle indiscrezioni” su una eventuale violazione della privacy degli italiani. Kerry, dal canto suo, ha tagliato corto confermando che l’obiettivo dell’amministrazione Usa è quello di “trovare il giusto equilibrio tra la protezione della sicurezza e la privacy dei nostri cittadini”. Tradotto: gli americani continueranno a fare quello che gli pare. Secondo fonti del governo italiano l’atteggiamento del ministro degli esteri di Obama sarebbe stato “collaborativo”. Non la pensano di certo così i francesi. Il ministro degli Esteri Laurent Fabius ha definito “inaccettabili” le “pratiche di spionaggio” messe in atto dalla Nsa e ha convocato l’ambasciatore americano, dando credito allo scoop di Le Monde secondo il quale, tra il 2012 e il 2013, sarebbero state intercettate 70 milioni di telefonate su territorio francese.

Non da meno è stata la reazione del Parlamento europeo che ha approvato una risoluzione, dal valore non vincolante, che chiede alla Ue di sospendere l’accordo con gli Usa per il programma anti-terrorismo sul tracciamento delle finanze. Quella che Nicola D’Angelo sul fattoquotidiano.it ha definito “una sistematica e dettagliata attività di spionaggio dei cittadini di molti paesi” che “è stata ed è attuata dalla principale agenzia di intelligence americana, la Nsa”, per il governo italiano, invece, non è altro che un fastidioso ostacolo sulla strada dell’asservimento alla politica statunitense. A questo proposito fanno sorridere, ma ci sarebbe da piangere, le dichiarazioni rilasciate al Copasir da Marco Minniti. Il sottosegretario con delega all’intelligence ha garantito che “mi sento di escludere che i servizi sapessero” dello spionaggio americano. Oltre che cornuti, pure mazziati, visto che i servizi segreti italiani, in passato utili esecutori del rapimento di Abu Omar, questa volta sono divenuti addirittura ospiti in casa propria.

A mettere la ciliegina sulla torta della perduta autorevolezza del governo italiano ci aveva pensato il vicepremier Angelino Alfano poco prima dell’incontro Letta-Kerry. “Noi abbiamo un dovere di chiarezza nei confronti dei cittadini italiani – ha detto Alfano– dobbiamo acquisire tutta la verità e dire tutta la verità senza guardare in faccia a nessuno”. Certo, come no. Intanto Kerry è già in volo verso gli States insieme ai segreti del Datagate.

I tagli del governo Letta svuotano le tasche degli italiani

La legge di Stabilità si trova parcheggiata in Senato, in attesa di subire una profonda revisione. O almeno, è questa la speranza espressa da partiti di maggioranza e opposizione, dalle parti sociali e da buona parte dei cittadini interpellati sulla questione. I buoni propositi di riempire le tasche esangui degli italiani e di portare la nave Italia fuori dalle secche della crisi economica rischiano però di infrangersi contro lo scoglio della Carta Costituzionale. Al di là delle resistenze di Letta, Alfano e Saccomanni, è infatti il vincolo del pareggio di bilanciointrodotto nella nostra Costituzione nel dicembre 2012 per fare un favore ai burocrati di Bruxelles– il vero ostacolo ad una manovra finanziaria che possa dare una scossa decisiva ad un motore economico e sociale che sembra in panne.

I primi ad essere scontenti della manovrina lettiana sono proprio i più garantiti di tutti: i dipendenti Statali. E già questo dato la dice tutta sullo stato comatoso raggiunto dal nostro Sistema. L’esercito dei più di 3 milioni di dipendenti pubblici vede rosso di fronte al prospettato blocco degli aumenti degli stipendi (fino a 4-5mila euro in meno all’anno) e alla dilazione del pagamento del tfr per chi va in pensione. Linea dura certificata dalla triplice sindacale Cgil-Cisl-Uil che ha mobilitato i suoi iscritti per uno sciopero di 4 ore previsto per i primi di novembre. Per il momento non è prevista una soluzione greca, il licenziamento di massa, per ovviare all’enorme spreco di denaro pubblico sostenuto per mantenere quelli che Renato Brunetta ha definito “fannulloni”. Ma, in assenza di serie strategie riorganizzative delle inefficienze dell’amministrazione pubblica, presto gli Statali rischieranno di fare la fine dei colleghi del settore privato: licenziati.

 

Sul fronte Pubblico, anche i pensionati cominciano a fiutare il tranello nascosto nelle pieghe della legge di Stabilità. La notizia positiva è che resta in piedi il contributo di solidarietà per tutti i redditi superiori ai 300mila euro. Quella negativa è che le pensioni superiori ai 150mila euro subiranno un maggior prelievo fiscale. E non è finita perché viene confermato il congelamento aumenti legati all’inflazione per tutte le pensioni sopra i 3mila euro mensili. Non proprio dei “Giuliano Amato” i pensionati destinatari di questa sforbiciata.

Nell’opinione del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, la nota dolente della legge di Stabilità resta l’inconsistenza del tesoretto stanziato per il taglio del cuneo fiscale. Il miliardo e 560 milioni di euro di incremento delle detrazioni per reddito di lavoro dipendente nel 2014, previsti dalla Relazione collegata alla legge, vengono considerati insufficienti dagli industriali, oltre che dagli stessi sindacati. Anche se Letta ha parlato di “errata comunicazione”, sua e dei mass media, sull’importo che ogni lavoratore si ritroverà in tasca, diversi studi indipendenti hanno stimato una cifra che si aggira tra i 14 e i 15 euro, ma solo per una ristretta platea di 16 milioni di lavoratori. Come si suol dire: meglio di niente.

Il problema è che le briciole racimolate con il taglio del cuneo fiscale, potrebbero svanire all’istante a causa delle possibili minori detrazioni fiscali su spese mediche, interessi dei mutui, erogazioni liberali, università e palestre per i figli. Tutte voci che riguardano la quotidianità delle famiglie italiane. Per non parlare poi del nodo ancora irrisolto delle tasse sulla casa. Il governo difende l’introduzione della Tasi che dovrebbe raccogliere “solo” 3,7 miliardi, a fronte dei 4,7 garantiti dalle archiviate Imu e Tares. Ma i partiti, soprattutto il Pdl, denunciano che, a conti fatti, il prezzo da pagare per gli italiani sarà molto più salato, anche perché ai Comuni è stato concesso di “giocare” sulla aliquota della nuova service tax, la Tasi, fino al 2,5% nel 2014 e ancora di più nel 2015.

La Legge di Stabilità approda in Senato tra le polemiche

La Legge di Stabilità targata Letta-Alfano-Saccomanni approda oggi in Senato. Più che l’esame di un testo di legge si tratterà di fare a fettine e rivoltare come un calzino una bozza di manovra economica che, dalle parti sociali, ai cittadini agli stessi partiti della maggioranza, è riuscita a scontentare un po’ tutti ad esclusione dei suoi estensori. Il peccato originale di quella che una volta si chiamava Finanziaria sta ovviamente nel ristrettissimo margine di manovra rispetto ai vincoli che Bruxelles pone sui bilanci degli Stati membri. Quello che invece non è andato giù a nessuno, compreso l’ultraeuropeista Mario Monti, è il poco coraggio dimostrato dalla compagine lettiana che ha partorito una manovra composta di soli interventi compensativi. Ovvero, per una cifra in uscita, come quella prevista per l’abbassamento del cuneo fiscale, c’è ne deve essere per forza una in entrata, sotto forma di nuove tasse o di tagli alla spesa pubblica.

I più decisi a scendere sul sentiero di guerra sono stati i sindacati Cgil-Cisl-Uil, per una volta concordi nel giudicare come insufficienti i provvedimenti contenuti nella Legge di Stabilità. Quattro ore di sciopero nazionale da diluire a livello territoriale  fino a metà novembre e non uno sciopero generale vecchia maniera è stata la forma di protesta approvata dai segretari Camusso, Bonanni e Angeletti. L’obiettivo è quello di varare al più presto una piattaforma programmatica dalla quale partire per cambiare il provvedimento, anzi stravolgerlo, vista la “simbolica riduzione del carico fiscale” che consegna il paese alla stagnazione. Secondo la triplice sindacale si sarebbero dovuti ridurre gli sprechi e ridurre il peso fiscale per lavoratori (pubblici) e pensionati, lo zoccolo duro dei loro iscritti.

 

Una bocciatura senza appello della manovra è arrivata anche dai “rivali” della Confindustria. È stato il presidente degli industriali italiani in persona, Giorgio Squinzi, ad usare parole inequivocabili: “Con 850 miliardi di spesa pubblica, un taglio del 2-3-4% libererebbe risorse enormi: noi chiedevamo 10 miliardi per il cuneo fiscale”. E invece i miliardi stanziati per il cuneo fiscale sono 10, ma in tre anni, e per il 2014 si parla solo di 2,5 miliardi, i famosi 15 euro in più in busta paga, ma solo per i più fortunati.

Passando alle reazioni della politica, è ancora il vecchio cavallo di battaglia dell’abolizione dell’Imu a solleticare gli istinti più bassi del Pdl. Nel 2014 è prevista la nascita della Tasi che, insieme alla vecchia tassa sui rifiuti, dovrebbe sostituire l’Imu. Secondo la relazione tecnica della legge, il gettito del nuovo tributo sarà di 3,7 miliardi, superiore ai 3,3 incassati con l’Imu prima casa. Più che una bestemmia per i falchi pidiellini del calibro di Brunetta e Capezzone che non esitano a parlare di “stangata” e non tengono conto della tesi del governo secondo il quale il gettito combinato Imu-Tarsu era di 4,7 miliardi. Comunque sia, anche se sulla prima casa si dovesse risparmiare qualcosa, sembra scontato l’aumento delle tasse sugli altri beni immobili. Spetta a Paolo Romani, invece, occuparsi dei rapporti con l’Europa per definire “stato di soggezione” quello dimostrato dal governo Letta nei confronti dell’Ue.

Sul fronte del Pd, gli uomini di Epifani, o se vogliamo di Letta, o se vogliamo ancora di Renzi, riescono a criticare la manovra persino dall’interno del governo. Stefano Fassina, viceministro quasi dimissionario dell’Economia, non usa mezzi termini e denuncia di voler combattere il rigore imposto dalla Ue”. Secondo Fassina “la politica economica prevalente è insostenibile non per l’Italia ma per l’intera eurozona. Mette a rischio la moneta unica e la stessa democrazia come dimostra il boom dei partiti xenofobi e nazionalisti in tutto il Continente”. Idee confuse e reazioni scomposte che lasciano bene intendere che fino a dicembre, data ultima per l’approvazione della Legge di Stabilità, tutto può ancora accadere.