Videomessaggio contro decadenza: Berlusconi mette in onda la replica del 1994

Il tanto atteso, quanto annunciato, videomessaggio di Silvio Berlusconi alla fine è arrivato, e proprio nel giorno del voto della Giunta per le elezioni del Senato sulla relazione Augello. Il Cavaliere ha deciso di rompere un silenzio mediatico durato più di un mese e lo ha fatto a modo suo: con un monologo ovattato in stile “discesa in campo” del 1994, trasmesso a reti unificate dai mass media affamati di scoop. Il primo obiettivo non dichiarato, probabilmente, era proprio quello di oscurare il voto della Giunta che, come da copione, ha bocciato la relazione contro la decadenza di Berlusconi presentata da Andrea Augello. Poco male perché, appena poche ore prima, nel corso del videomessaggio di 16 minuti, proprio il Cavaliere aveva pensato di disinnescare gli effetti della sua prossima decadenza da parlamentare con una frase inquietante, ma inequivocabile: “Io sarò sempre con voi, decaduto o no. Non è un seggio a fare un leader politico”.

La maggioranza in Giunta non se ne è comunque data per inteso e ha tirato dritto bocciando Augello con 15 voti contro e nominando nuovo relatore pro-decadenza il presidente Dario Stefàno. Plateale uscita dall’aula, invece, per i gruppi di Pdl, Lega e Gal che hanno messo come scusa la mancata accettazione delle pregiudiziali di costituzionalità sulla legge Severino. Tutto concordato con il capo, come il rinvio della riunione dei vertici Pdl annunciata appena la sera prima a Porta a Porta dal segretario Angelino Alfano. Augello è rimasto solo a votare se stesso, ma almeno, stando al regolamento del Senato, è riuscito ad evitare il voto all’unanimità che avrebbe sancito l’impossibilità per l’imputato Berlusconi di difendersi di fronte alla Giunta. La seduta pubblica ci sarà, tra una decina di giorni, e il Cavaliere avrà così la possibilità di monopolizzare ancora una volta telecamere e taccuini.

 

Tornando al vero fatto del giorno, il videomessaggio, l’unica certezza è che gli addetti ai lavori si stanno ancora interrogando sul significato politico di quella che è sembrata una nuova “discesa in campo” in stile 1994, con tanto di doppiopetto scuro e foto di famiglia. Berlusconi farà cadere il governo, oppure ha interesse a rimanere azionista di maggioranza con potere di veto su Enrico Letta? Due scuole di pensiero agli antipodi. Creare confusione, proprio quello che voleva Berlusconi. A dire la verità il richiamo teatrale al ritorno al vecchio amore, Forza Italia, lascia intendere che la campagna elettorale di Berlusconi sia già cominciata: “È arrivato il momento di svegliarci di preoccuparci, di ribellarci, di indignarci, di reagire. Credo che la cosa migliore da fare sia quella di riprendere in mano la bandiera di Forza Italia”.

E sullo stesso piano dialettico si pone l’acrimoniosa invettiva, peraltro già anticipata nei giorni scorsi, contro la magistratura e i giudici politicizzati. Un atto destabilizzante pubblicizzato con parole di fuoco. “Siamo una democrazia dimezzata, alla mercè di una certa magistratura politicizzata che, unica fra Paesi civili, gode di una totale irresponsabilità e immunità dice con toni da comizio il pregiudicato di Arcoresubito dopo la mia discesa in campo i pm di Magistratura Democratica si sono scatenati contro di me. Certi magistrati hanno frugato ignobilmente e morbosamente nel mio privato”. E giù accuse e improperi che profumano tanto di campagna elettorale, così come il solito riferimento alla sinistra rimasta ancora comunista e l’attacco, già sentito, contro il troppo Stato e le tasse che strangolano i cittadini. “Con la sinistra al potere il programma sarebbe invece, come sempre, altre tasse, un’imposta patrimoniale sui nostri risparmi, un costo più elevato dello Stato e di tutti i servizi pubblici”.

Come se non ci fosse pure lui al potere, al governo, ancora, da quasi vent’anni. Una fiera dell’ipocrisia che però lascia un filo di speranza all’ambizione di Enrico Letta, se non altro perché il governo, i problemi nella maggioranza, Berlusconi non li nomina proprio. Una rivoluzione senza fare la rivoluzione. Poco credibile. E infatti, le voci di Palazzo riportano che nel nome di Forza Italia il Cavaliere potrebbe far cadere il pavido Letta entro il 1 ottobre, giorno in cui il governo delle larghe intese non riuscirà a mantenere fede alla promessa di non aumentare l’Iva. Chiedere a Brunetta sull’argomento.

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Lodo Mondadori, 500 mln a De Benedetti. E Marina Berlusconi si infuria

La Terza sezione civile della Corte di Cassazione ha messo la parola fine dopo più di 20 anni alla guerra di Segrate, scoppiata tra la Fininvest di Silvio Berlusconi e la Cir di Carlo De Benedetti per il controllo della Mondadori. Respinto il ricorso Fininvest e vittoria netta per De Benedetti. Gli ermellini hanno stabilito in circa 500 milioni di euro il danno provocato all’Ingegnere dalla mancata acquisizione del gruppo editoriale a causa del sistema corruttivo architettato dal Cavaliere. Il cosiddetto Lodo Mondadori si chiude così, con Berlusconi costretto a digerire, oltre al danno patrimoniale da mezzo miliardo, anche la beffa di doversi veder restituiti una settantina di milioni dall’odiato editore del Gruppo Repubblica-Espresso. La Fininvest, infatti, aveva già dovuto mettere mano al portafoglio dopo la sentenza di Appello. 564 milioni di euro sull’unghia.

Ieri, invece, i giudici hanno fissato un piccolo sconto di 23 milioni, che dovrebbero salire appunto a 70 perché i saldi di fine stagione sono stati calcolati sui 180 milioni riconducibili al danno netto. La Cir dovrà quindi restituire a Berlusconi anche una parte degli interessi che avevano fatto lievitare il debito alla cifra astronomica di 564 milioni (in primo grado il giudice dai calzini turchesi, Raimondo Mesiano, ne aveva calcolati quasi 750). Soldi, soldi, soldi, tanti soldi, diceva una vecchia canzone degli anni ’60. Un fiume di denaro che per la prima volta nella storia della Fininvest risente del fenomeno carsico della sparizione, ma non verso le casse di Casa, bensì dritto dritto nelle tasche di uno dei più acerrimi rivali del presidente della rinascente Forza Italia.

 

Forse è per questo che, appena venuta a conoscenza delle motivazioni della sentenza, Marina Berlusconi  non ci ha visto più dalla rabbia ed è sbottata a taccuini unificati. “Questa sentenza non è giustizia, è un altro schiaffo alla giustizia. Rappresenta la conferma di un accanimento sempre più evidente. E la sua gravità lascia sgomenti ha commentato a caldo la presidente FininvestDa vent’anni certa magistratura assieme al gruppo editoriale di Carlo De Benedetti tentano di eliminare dalla scena politica mio padre aggredendolo su tutti i fronti”. Fulmini e saette come nemmeno il giorno successivo alla sentenza della Suprema Corte sul processo Mediaset, che il 1 agosto aveva sancito la natura di frodatore fiscale, altro che statista, di papà Silvio. La paura più grande di Marina è quella di perdere la “roba”, di dover rinunciare all’impero che si è ritrovata sotto ai piedi. Si spiegherebbero così i continui appelli fatti al padre, e filtrati in questo ultimo mese da Arcore, per sotterrare l’ascia di guerra politica, accettare sentenza dei giudici e Grazia di Napolitano, salvando così l’azienda di famiglia dagli squali del Mercato mondiale.

Forse. Ma le parole di Marina cementano questo dubbio: “E ora la magistratura ci impone definitivamente di finanziare proprio il gruppo De Benedetti, per un importo spropositato, infinitamente superiore al valore della partecipazione Fininvest nella Mondadori. Tutto ciò è compatibile con la democrazia? Davvero si può far finta di niente di fronte ad una simile anomalia?”. Quasi una chiamata alle armi, magari dell’armata Brancaleone chiamata Esercito di Silvio, e tutto per difendere l’indifendibile. Sono ormai diventati pezzi di storia, anche giudiziaria, gli incontri di Cesare Previti, allora avvocato di Berlusconi, con il giudice Vittorio Metta al fine di “aggiustare” la sentenza Mondadori in favore del capo del Biscione. E come dimenticare la mitica frase “A Renà, te stai a scordà questa (busta ndr)”, con cui Previti richiamò l’attenzione di un altro giudice, Renato Squillante, al Circolo Canottieri Lazio?

Intanto Carlo De Benedetti se la gode smargiasso: “Prendo atto con soddisfazione che dopo più di vent’anni viene definitivamente acclarata la gravità dello scippo che la Cir, attraverso la mia persona, subì a seguito della accertata corruzione di un giudice da parte della Fininvest di Berlusconi”. I servi devoti del Pdl (da stasera messo in soffitta da Forza Italia 2.0), invece, sono costretti a recitare la parte delle prefiche. I soliti Alfano, Brunetta, Schifani e Bondi blaterano di magistratura politicizzata e golpe rosso. Tutto in nome del dio denaro.

Arrestata la “squadra” Lorenzetti: le mani dei Casalesi sul Tav Firenze

Nelle 450 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla procura di Firenze che indaga sul Tav Firenze, il gip Angelo Antonio Pezzuti ha voluto mettere in risalto il ripetuto riferimento ad una vera e propria “squadra” di presunti corrotti fatto da Maria Rita Lorenzetti. L’attuale presidente della società Italferr -un trascorso nel Pci dal 1975, 4 legislature in parlamento e già due volte presidente della Regione Umbria- si trova da lunedì agli arresti domiciliari nella sua casa di Foligno, colpita dalle accuse di corruzione, associazione per delinquere e truffa. La misura restrittiva si è resa necessaria, secondo gli inquirenti, per il pericolo della reiterazione del reato che la Lorenzetti avrebbe potuto mettere in atto visto che, dal 17 gennaio scorso, giorno dell’avvio dell’inchiesta sul Tav fiorentino, non avrebbe dato alcun segno di ravvedimento.

La trama è sempre la solita, all’italiana: favori (presunti, repetita iuvant) alle società degli Amici degli Amici impegnate nei lavori, in cambio di  vantaggi professionali per il marito. Scrive il gip:  “La Lorenzetti ha messo a disposizione le proprie conoscenze personali, i propri contatti politici e una vasta rete di contatti grazie ai quali era in grado di promettere utilità ai pubblici ufficiali avvicinati, nell’interesse e a vantaggio della controparte Nodavia e Coopsette, da cui poi pretendeva favori per il marito nell’ambito della ricostruzione dell’Emilia”. In pratica, due delle società che si sono aggiudicate l’appalto del Tav, Nodavia e Coopsette appunto, avrebbero usufruito di un trattamento di favore nel pagamento delle loro spettanze, bloccate dalla elefantiaca burocrazia italica.

Bisogna ricordare che l’Italferr, di cui la Lorenzetti si onora di esserne il presidente dal 2010, è la società di ingegneria del gruppo Ferrovie dello Stato che si occupa di sviluppare la rete ferroviaria italiana, leggi Alta Velocità. Una gallina dalle uova d’oro, se si pensa che il predecessore della Lorenzetti è stato l’ad di FS Mauro Moretti, uno che di lauti guadagni se ne intende. Una porta dove è permesso bussare sempre, ma solo agli amici. Sono altre 5, infatti, le persone ristrette ai domiciliari: Gualtiero (detto Walter) Bellomo, membro della commissione Valutazione impatto ambientale del ministero dell’Ambiente; Furio Saraceno presidente di Nodavia; Valerio Lombardi, tecnico di Italferr; Alessandro Coletta, consulente, ex membro dell’Autorità di vigilanza sugli Appalti pubblici; Aristodemo Busillo, della società Seli di Roma. Per altri 6, tra cui i dirigenti della CoopSette (quella che una volta si chiamava Cooperativa Rossa), il giudice ha disposto l’interdizione per due mesi dall’attività.

Il dispositivo con cui il gip Pezzuti descrive il sistema utilizzato da quella che la stessa Lorenzetti, intercettata, ha definito una “squadra”, è uno spaccato indimenticabile della povera Italia del 2013, e merita di essere riproposto testualmente: “L’appartenenza alla “squadra” più volte richiamata da Maria Rita Lorenzetti riporta ad un articolato sistema corruttivo per cui, ognuno nel ruolo al momento ricoperto, provvede all’occorrenza a fornire il proprio apporto per conseguimento del risultato di comune interesse, acquisendo meriti da far contare al momento opportuno per aspirare a più prestigiosi incarichi, potendo contare sul fatto che i relativi effetti positivi si riverbereranno, anche se non nell’immediato, sui componenti della squadra medesima sotto forma anche di vantaggi di natura economica. In questa cornice, che prevede la contestuale ripartizione dei funzionari pubblici interessati ai procedimenti amministrativi di interesse, in amici e nemici, sono stati rilevati scambi di favore di varia natura”.

Ma c’è di più, molto di più. È da gennaio che i pm fiorentini sospettano che siano stati utilizzati materiali scadenti per costruire la galleria e che lo smaltimento dei fanghi e dei rifiuti del cantiere sia stato subappaltato illegalmente a ditte riconducibili al clan dei Casalesi, maestri inarrivabili nell’arte del sotterramento della monnezza, soprattutto se altamente inquinante. Il sospetto è che i dirigenti dell’Italferr pagassero gli elevati costi di smaltimento alle ditte in regola, che poi puntualmente giravano le tonnellate di materiali di risulta alla camorra. L’avvocato difensore della Lorenzetti, Luciano Ghirga, naturalmente nega tutto. Non c’erano dubbi e non c’è altro da aggiungere.

Letta usa l’Imu per non cadere, ma rischia di inciampare sul “Two pack”

Sono ormai 48 ore che agenzie di stampa, tv e siti internet rilanciano le dichiarazioni sull’Imu che Enrico Letta ha pronunciato sabato scorso alla festa nazionale dell’Udc di Chianciano Terme. Di fronte alla sparuta platea di profughi casiniani, il premier ha tagliato corto su quale sia il suo pensiero in merito alla questione della decadenza di Silvio Berlusconi e alla connessa crisi della maggioranza Pd-Pdl: “Se cade il governo gli italiani dovranno pagare l’Imu, nessuno si prenderà la responsabilità di mandare il governo a gambe all’aria”. Una frase che molti hanno interpretato come una minaccia verso chi, i falchi del Pdl soprattutto, cercherà in ogni modo di forzare la mano per salvare il Cavaliere dall’uscita definitiva dalla scena politica italiana.

Strali lettiani che hanno tutta l’aria di assomigliare ad una pistola scarica o, al massimo, caricata a salve. Innanzitutto perché gli italiani, sempre più poveri e disincantati, hanno già capito che la copertura finanziaria della prima rata Imu 2013 è a dir poco ballerina e quella per la seconda al momento non esiste nemmeno. Secondo poi, l’antifona su una tassa in meno che ci lascerà qualche moneta in più in tasca grazie al governo Letta, non regge al confronto con la realtà: quando nel 2014 si dovrà pagare la Service Tax, quei denari si dovranno tirare fuori lo stesso, anche se “la parola tassa si pronuncerà in Inglese”, come ha ben colto con una delle sue innumerevoli battute il sindaco di Firenze, nonché candidato alla segreteria Pd, Matteo Renzi.

 

Insomma, Letta Nipote sembra con le spalle al muro, attaccato alla canna del gas della volubilità dell’anziano inquilino di Arcore, peraltro da più di un mese recluso volontariamente a villa San Martino, quasi come in una prova generale degli arresti domiciliari che potrebbero scattare dal 15 di ottobre. La situazione politica è drammatica. Proprio ieri, ospite di Lucia Annunziata, il falco-colomba Renato Schifani ha ribadito: “Il Pd ha un disegno preciso: vuole fare cadere il governo e andare al voto”. Mercoledì prossimo la Giunta del Senato dovrebbe sancire la bocciatura della relazione Augello, favorevole alla conservazione della cadrega da senatore per Berlusconi. A quel punto, prima ancora che il presidente Stefàno riesca a nominare un nuovo relatore, i berlusconiani potrebbero far saltare il banco del governo. Tre le ipotesi di scuola: ritiro dei ministri Pdl e appoggio esterno a Letta; Letta bis senza Berlusconi ma con qualche “responsabile”; governo di scopo senza Letta ed elezioni anticipate. Tre scenari da brivido per il placido animatore di VeDrò.

Ma il peggiore incubo alla Nightmare di Letta, con Berlusconi nei panni di Freddy Krueger, è niente rispetto alla nera sagoma dell’Unione Europea che si fa sempre più minacciosa alle sue spalle. Se il governo Letta rischia di cadere per colpa di Berlusconi, è l’Italia intera che potrebbe inciampare nelle trappole nascoste da Bruxelles, l’ultima delle quali si chiama “Two pack”. I lettori più giovani staranno pensando che si tratti del nome di qualche cantante di musica rap, ma il “Two pack” non è altri che un pacco (in tutti i sensi) formato da due regolamenti, approvati dal Consiglio europeo il 13 maggio scorso al fine di introdurre nell’Eurozona più coordinamento, e soprattutto più vigilanza, nel processo di formazione delle politiche fiscali nazionali. In pratica, da oggi in poi la legge di Stabilità (ex Finanziaria) che il governo dovrà presentare al parlamento entro la metà di ottobre, dovrà prima essere vagliata dalla Commissione europea per verificarne la compatibilità con il Patto di Stabilità (rapporto deficit-pil al 3%).

Per controllare i compiti a casa svolti dall’Italia, martedì sbarcherà a Roma il Commissario del Popolo, pardon, agli Affari Economici Ue, Olli Rehn. Un altro pezzo di sovranità nazionale mangiato dai cannibali di Bruxelles, come ben precisato dal Sole24ore. Ecco così spiegato il senso della conclusione del pensiero lettiano su Imu e caduta del suo governo: “La Legge di Stabilità la scriverebbero a Bruxelles e la scriverebbero diversa da noi”. Servi dell’Europa, ma fieri di esserlo. Il nuovo motto della classe dirigente italiana.

Caos Ilva, lo specchio del fallimento italiano

Procura di Taranto contro la famiglia Riva; i Riva che per ritorsione mandano a casa migliaia di operai: gli operai disperati che se la prendono con i magistrati per il blocco dei beni dei rampolli della dinastia dell’acciaio; i governi italiani (prima Monti e adesso Letta) che sembrano impotenti, o peggio, collusi, di fronte al disastro ambientale e occupazionale che sta distruggendo l’Italia. È questo il quadro più che sconfortante che emerge dall’analisi del caso Ilva, un vero e proprio caos che rischia di trascinare dietro di sé l’intero Sistema Paese.

La decisione della famiglia Riva di chiudere 7 stabilimenti del gruppo Riva Acciai -licenziando di fatto circa 1400 operai- dopo il sequestro da parte della Guardia di Finanza di quasi 8 miliardi di euro tra liquidi e beni immobili, rischia di far precipitare la situazione non solo nel comparto siderurgico del belpaese ma, come in un effetto domino, potrebbe trascinarsi dietro quel poco che resta dell’industria pesante italiana, già falcidiata dalla crisi della Chimica e della produzione automobilistica (fuga della Fiat). La cronaca delle ultime ore riporta di un tentativo di mediazione messo in piedi dal ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato che, secondo notizie ancora non confermate, lunedì prossimo dovrebbe incontrare il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante. Sul tavolo del ministro restano due ipotesi. La prima prevede di “gestire Riva Acciai indipendentemente dal sequestro oppure approvare una norma che salvaguardi la volontà dei giudici e non blocchi l’attività”. In pratica, il governo Letta potrebbe legiferare per decreto al fine di sbloccare la situazione, almeno nel breve periodo.

 

La seconda possibilità è quella più drastica: il commissariamento di Riva Acciai, così come in parte sta già accadendo con il commissario Enrico Bondi a Taranto. Extrema ratio a cui Letta non vorrebbe ricorrere ma, a giudicare dalla presa di posizione dei Riva –secondo i quali la chiusura non è stata una scelta aziendale, ma un “atto dovuto”- dovrà sicuramente mettere mano. Uno squallido teatrino giocato come sempre sulla pelle degli operai, usati come scudi umani dai cinici Riva e, per giunta, mal tutelati dalle istituzioni che nel goffo tentativo di difenderli rischiano di farli morire tutti di fame. Di chi è la responsabilità allora per il caos Ilva? Dei magistrati “giacobini”, o dei proprietari “negrieri”? Secondo il segretario della Cgil, Susanna Camusso, e non ci sono dubbi: “I lavoratori di Riva Acciaio -ha detto al Tg3- sono presi in ostaggio da un’azienda che improvvisamente dichiara la messa in libertà e la chiusura degli stabilimenti e che se invece voleva far valere delle ragioni aveva altri strumenti”. Un ricatto bello e buono insomma.

Anche Raffaele Bonanni della Cisl parla di “ignobile ritorsione nei confronti dei lavoratori”. Ancora più catastrofica la previsione dell’Ugl secondo cui  non bastano gli ammortizzatori e la cig subito promessi dal duo Letta-Zanonato, ma serve “una soluzione decisiva e strutturale per evitare una tragedia tutta l’industria”. Intanto, con una nota congiunta, Fiom, Fim e Uilm annunciano una mobilitazione dei lavoratori degli stabilimenti interessati, tutti del nord, per lunedì alle 9.30. Una situazione esplosiva che viene letta in maniera diametralmente opposta dal poeta berlusconiano Sandro Bondi: “Quando i magistrati italiani avranno completato la propria missione di pulizia morale e di rinnovamento politico l’Italia sarà finalmente ridotta ad un cumulo di macerie e a una felice povertà”. Pensiero che riprende, in parte, la vox populi che gira tra gli (ex) operai del Gruppo Riva secondo i quali sarebbe l’accanimento giudiziario l’unica causa della perdita del posto di lavoro. Reazione più che comprensibile, ma è chiaro che prima o poi dovessero venire al pettine decenni di mancati investimenti nell’innovazione, la distruzione sistematica dell’ambiente, l’avvelenamento e la morte di migliaia di persone (provato dalle registrazioni delle infami conversazioni avvenute tra i dirigenti Ilva). Questo lo specchio della decadenza e del fallimento italiano.

Amato giudice costituzionale: bufera politica su Napolitano

La scelta compiuta dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di nominare Giuliano Amato giudice della Corte Costituzionale sta lasciando dietro di sé una lunga scia di polemiche e contestazioni, sia da destra che da sinistra. La mossa di Re Giorgio rientra di certo nell’ambito delle attribuzioni che la Carta costituzionale assegna all’inquilino del Quirinale. Spetta al presidente, infatti, nominare 5 dei 15 giudici costituzionali e la sostituzione di Franco Gallo, giunto al termine del mandato di 9 anni, non era altro che una scelta obbligata. Non altrettanto scontata, però, è stata l’indicazione del nome di Amato, l’ex socialista e due volte presidente del Consiglio, molto stimato in campo giuridico, ma altrettanto odiato in quello politico. Il sospetto è che Napolitano voglia giocare d’anticipo sul tavolo del salvacondotto per Berlusconi.

La prima reazione scomposta è arrivata proprio da dove non ti aspetti. “Si dice la ciliegina sulla torta. In questo caso è più opportuno dire la ciliegina sul pacco. Cioèha detto Maurizio Bianconi del Pdlsulla fregatura rifilata agli italiani con la nomina dei quattro senatori a vita utili ai giochi della sinistra. La ‘ciliegina’ è la nomina di Amato a giudice della Corte Costituzionale”. Secondo Bianconi il nome di Amato non sarebbe altro che parte della strategia quirinalizia di infilare uomini “suoi” sia al Senato -dove i numeri del governo Letta sono più ballerini e non è detto che non ritorni utile il voto dei senatori a vita-, sia alla Consulta che nei prossimi mesi potrebbe essere chiamata ad esprimersi sul Porcellum e sulla legge Severino. Ma è proprio su questo punto che vanno a scontrarsi le due anime pidielline, visto che la colomba Fabrizio Cicchitto la vede in maniera diametralmente opposta: “La nomina di Giuliano Amato è ineccepibile da tutti i punti di vista”.

 

Amato sì, Amato no, è un dubbio che invece non si è insinuato tra i banchi del M5S, apparso per una volta compatto nel derubricare come l’ennesima mossa della casta la nomina del braccio destro di Craxi su una poltrona così delicata. Da Riccardo Fraccaro a Alessandro Di Battista, da Carlo Sibilia a Paola Taverna, in queste ore è tutto un susseguirsi di dichiarazioni al vetriolo 5Stelle sui social network. È Sibilia a riassumere in poche parole l’opinione che nel Movimento si ha di Amato: “Giuliano Amato rappresenta degnamente lo schifo, il disgusto, l’indecenza, l’obbrobrio, l’orrore, il ribrezzo perpetrato negli anni dalla Casta politica italiana”. Anche secondo Di Battista “vogliono farci vergognare di essere italiani”, e Fraccaro rincara la dose: “Giorgio Napolitano ha nominato Giuliano Amato, ex tesoriere di Craxi e pensionato d’oro, giudice della Corte costituzionale. Ad insaputa della Costituzione”. Per chi non lo avesse ancora capito, l’idea del M5S di Amato è quella di un personaggio colpevole di essere stato “ex cassiere del Psi degli scandali craxiani”, e simbolo dell’Italia della casta perché destinatario di una pensione d’oro da decine di migliaia di euro al mese.

Ma Amato è anche colui che, con un decreto dell’11 luglio 1992, impose il prelievo forzoso del 6% dai conti correnti degli italiani quando già Tangentopoli stava facendo emergere le ruberie compiute dal suo principale e dal resto della politica (Pci compreso). In quell’occasione il dottor Sottile (definizione coniata da Eugenio Scalfari) vestiva i panni di presidente del Consiglio, indossati poi nuovamente nel 2000 per sostituire Massimo D’Alema a Palazzo Chigi. I 5Stelle, insomma, sentono puzza di salvacondotto per Berlusconi, considerando la personalità da larghe intese di Amato e la lucidità della scelta di Napolitano, non certo compiuta per caso. Opinione simile si registra anche dalle parti della Lega. È l’eterna promessa Matteo Salvini a farsi vivo sul suo profilo facebook: “Il signor Napolitano, che non è il mio presidente, ha appena nominato un volto nuovo, un giovane in gamba, come giudice della Corte Costituzionale. Giuliano Amato”. Tace per il momento il Pd, ridotto al ruolo di servo sciocco di Re Giorgio, ma anche degli interessi di Berlusconi.

Barbara Berlusconi difende Silvio, ma per Renzi è game over

Per Silvio Berlusconi “non c’è più niente da fare”. A parlare in questo modo non è il solito comunista annidato nella Giunta per le elezioni del Senato che entro pochi giorni dovrebbe dare solo un’accelerata al destino già segnato del leader Pdl. A mettere una pietra tombale sulla sua agibilità politica è invece una voce non sospetta, quella di Vittorio Feltri, già direttore e adesso editorialista di punta del Giornale di famiglia. Intervistato mercoledì dal Fatto Quotidiano, Feltri non si è premurato di mettersi qualche pelo sulla lingua e ha sentenziato: “Berlusconi è in uno stato psicologico confusionale, è proprio nel pallone. E non perché sia scemo, ma perché la situazione è talmente incasinata che non se ne esce”.

Il cinico Feltri ce l’ha con quegli “schizofrenici” del Pdl, incapaci di difendere Silvio in maniera adeguata e talmente impreparati da votare in blocco la legge Severino e quella sulla violenza ai minori che hanno contribuito ad affossare il capo (condanna definitiva per Mediaset e primo grado per Ruby). Una sentenza senza appello quella del giornalista bergamasco che lascia come unica àncora di salvezza per il Cavaliere la fuga all’estero. Mentre Feltri si proietta già sul dopo, sono i figli di Berlusconi, i piezz’e core, ad offrire il petto in difesa del padre. Forse per difendere l’azienda di famiglia, o forse solo per un istintivo affetto. Fatto sta che Barbara Berlusconi proprio ieri si è sentita in dovere di comunicare all’ANSA i suoi pensieri.

“Qualcuno cerca di rappresentare la storia di mio padre come quella di un criminale. Non è cosìha detto l’ex fidanzata di Pato uscendo dalla sede del “suo” Milan- La sua è invece una storia imprenditoriale e politica. Si possono usare tanti aggettivi per descrivere Silvio Berlusconi, ma non quello di delinquente”. Uno sfogo inaspettato e dettato forse dalla rabbia per il post pubblicato da Beppe Grillo sul suo blog. “Ieri, alla Camera (martedì ndr), alla richiesta del M5S di espellere i delinquenti, si è levato alto il grido “Moralisti del cazzo!”, ha postato il guru del M5S. Alla parola delinquente, chiaramente riferita al padre, Barbara non ci ha visto più e ha risposto come sopra, tralasciando il piccolo particolare che per la Giustizia italiana Silvio Berlusconi è un delinquente, condannato in via definitiva per l’odioso reato di frode fiscale.

 

Certo che, a parlare del caro leader con il cuore, al momento sono rimasti solo i pargoli attaccati alla “roba” (e forse la cagnetta Dudù, ma non la fidanzata Francesca Pascale). Di fronte alla ineluttabilità della decadenza di Silvio da parlamentare –se non sarà la legge Severino ci penserà la pena accessoria dell’interdizione ricalcolata tra poco più di un mese dalla Corte di Appello di Milano- a poco a poco tutti gli stanno voltando le spalle, a cominciare dagli alleati di governo del Pd che, una volta sentito l’odore del sangue, come un branco di squali si gettano sulla preda ferita.

Simbolo del voltafaccia piddino sono state le parole di Matteo Renzi, protagonista di una ospitata nel salotto di Porta a Porta.- Incalzato da Bruno Vespa, il prossimo candidato alla segreteria dell’ex Partito Comunista ci è andato giù pesante: “Ora è arrivata una sentenza definitiva che ha detto che è colpevole. Berlusconi la ritiene una sentenza ingiusta, altri pensano che sia sacrosanta. Ma in un qualsiasi Paese dove un leader politico viene condannato, la partita è finita. Game over”. Una pugnalata alle spalle di Silvio, proprio dal giovane Matteo così stimato dal vecchio Cavaliere. Ma il tempo scorre inesorabile e Renzi è ormai destinato a diventare il nuovo Berlusconi.

Riforme costituzionali, lite Boldrini-Di Battista (M5S): “Fuori i ladri dal parlamento”

Martedì sera tutti gli occhi dei mass-media erano puntati sul cortile di S. Ivo alla Sapienza, splendida location (direbbero Santanchè e Briatore) proprio a due passi dal Senato, in cui i membri della Giunta per le elezioni di Palazzo Madama avrebbero dovuto decidere sulle sorti parlamentari del condannato Silvio Berlusconi. Nulla di fatto, come da copione, e votazione sulla decadenza del Cavaliere rinviata di qualche settimana, quando ormai anche la Corte di appello di Milano avrà quantificato la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici da comminare al riconosciuto frodatore fiscale. Una gazzarra politico-mediatica che non si è però rivelata così inutile per la casta.

Infatti, mentre i senatori inciucisti distraevano la folla di giornalisti, intanto nell’aula di Montecitorio andava in scena il secondo atto dell’iter che dovrebbe portare all’approvazione del ddl di riforma costituzionale, compresa quella dell’articolo 138, fortemente voluta dal pentapartito di governo e opposizione formato da Pd, Pdl, Scelta Civica, Lega e Fratelli d’Italia. Questa maggioranza super blindata ha portato a casa un testo che istituisce il Comitato dei 40, giuristi e riconosciuti luminari del diritto, che avranno il compito di rivoltare la Carta costituzionale come un calzino e la possibilità di modificarne i titoli I, II, III e V della seconda parte. 397 voti favorevoli, 132 contrari e 5 astenuti per un testo che adesso dovrà passare in seconda lettura in entrambi i rami del parlamento.

L’obiettivo del legislatore inciucista è quello di mettere mano ad una serie di temi, tra cui la giustizia, affidandone lo studio a 42 giuristi di fama nazionale e provvedendo a disinnescare l’articolo 138 della Costituzione che prevede la doppia lettura a distanza di almeno tre mesi di una legge di riforma, proprio al fine di impedire la cannibalizzazione della “Carta più bella del mondo”. Un vero e proprio colpo di mano da parte di una maggioranza nata intorno a Enrico Letta per provvedere alle emergenze, ma trasformatasi subito in un mostro a due teste, Pd e Pdl, pronto a rimanere in sella per tutta la legislatura contando sull’appoggio a giorni alterni di Silvio Berlusconi.

 

Le sole forze politiche ad opporsi a questo scempio costituzionale sono state Sel e il Movimento5Stelle. Ma sono stati soprattutto i pentastellati ad usare le maniere forti per farsi sentire. Ieri pomeriggio a Montecitorio sono state le parole del cittadino Alessandro Di Battista  a tenere alta la tensione e a far infuriare il presidente della Camera Laura Boldrini. Pochi giorni fa, invece, era stato il gesto clamoroso di 12 grillini, tra cui lo stesso Di Battista,  a mobilitare telecamere e coscienze, Per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana alcuni parlamentari hanno occupato il tetto di Montecitorio per una notte intera, srotolando un mega striscione su cui era scritto in caratteri cubitali: “La Costituzione è di tutti”. Invece di ottenere la solidarietà delle Istituzioni i 12 bolscevichi saranno sicuramente condannati a risarcire le spese che il Palazzo avrebbe sostenuto a causa della loro bravata.

Ma il M5S non si è fatto intimorire e ieri Di Battista ha deciso di prendere la parola, proprio in concomitanza del voto bulgaro della Camera. “Quanto a lei presidente Boldrini, lei ha tutto il diritto e il dovere di punire noi che abbiamo occupato il tetto della Camera perché evidentemente quando si compiono dei gesti di disobbedienza civile si va incontro alle conseguenzeha detto il grillino in modo serio ma volutamente provocatorioLa invitiamo ad essere dura e a darci una sanzione a 5 Stelle perché evidentemente ce la meritiamo. L’abbiamo fatto coscienti delle conseguenze, non ce ne siamo pentiti, la prossima volta vi occuperemo qualche auto blu e lo rifaremo mille volte”. Parole che hanno provocato prima la reazione violenta dell’aula, documentata dai 5Stelle e subito postata in video sul blog di grillo. Ma Di Battista non si è dato per vinto e ha continuato: “Abbiamo sbagliato, siamo andati contro il regolamento. Però il male dell’Italia, quello vero, oggi è l’ipocrisia. L’ipocrisia. Quando noi sosteniamo che il Pd è uguale al Pdl non è vero. Ci siamo sbagliati. Il Pd è peggio del Pdl perché se il malaffare ha rovinato questo Paese, è l’ipocrisia che ha ucciso la speranza. Puniteci, sanzionateci se ce lo meritiamo, ma prima sbattete fuori dalle Istituzioni i ladri”. Di fronte alla parola “ladri” Laura Boldrini, ex commissario Onu per i rifugiati e sedicente amica dei poveri e degli oppressi, non ci ha visto più e ha reagito con una gaffe che entrerà negli annali. Il Pd come il Pdl? “Non offenda”. E poi giù con minacce di sanzioni e penitenze varie. Esilarante difesa di casta.

La Giunta impallina Augello e spinge Letta verso la caduta

Il voto finale della Giunta per le elezioni di Palazzo Madama sulla relazione esposta lunedì dal senatore Andrea Augello dovrebbe arrivare, ma il condizionale è d’obbligo, nella serata di martedì al termine di un nuovo incontro previsto per le 20. La versione di Augello sulla questione della decadenza di Silvio Berlusconi da parlamentare non è stata ancora bocciata ufficialmente. Allo stato dei fatti, però, il governo Letta non esiste più, messo in soffitta dalla furente reazione pidiellina alla dura presa di posizione degli esponenti Pd in Giunta i quali, spalleggiati dai duri e puri del M5S, hanno deciso di forzare i tempi chiedendo e ottenendo un unico voto valido per la relazione fiume di 71 cartelle e le tre pregiudiziali presentate da Augello.

Già, perché la novità gettata sul tavolo dal relatore Augello, aiutato si immagina dalla solita manina di Ghedini, è stata la richiesta di sospendere i lavori della Giunta al fine di esaminare non una ma ben tre questioni pregiudiziali che vieterebbero la cacciata di Berlusconi dal parlamento. La prima freccia nell’arco di Augello era la richiesta alla Giunta di verificare la possibilità di un ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge Severino. La seconda, tanto per non farsi mancare nulla, sarebbe un ricorso diretto (l’ennesimo) dell’interessato alla Consulta per verificare i dieci profili di incostituzionalità della Severino. Una richiesta quasi grottesca se si pensa che solo nel dicembre 2012 Augello firmò di corsa il testo della legge senza accorgersi del guazzabuglio giuridico che lui e i suoi colleghi avevano cucinato.

 

Messa per il momento da parte la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), pur di mantenere un profilo internazionale il paffuto Augello non si è fatto però mancare la richiesta, pregiudiziale, di rinvio interpretativo della legge Severino alla Corte Ue di Giustizia del Lussemburgo per verificarne, ancora una volta, la conformità ai principi legislativi comunitari. Insomma, alzi la mano chi ancora non ha capito che il volatile Augello è stato mandato in prima linea a collezionare schioppettate e figuracce per il solo motivo di prendere tempo e far slittare la decisione finale della Giunta.  L’obiettivo di Berlusconi è quello di arrivare almeno al 19 di ottobre, giorno in cui la Corte di appello di Milano dovrà ricalcolare la durata della sua interdizione dai pubblici uffici (da 1 a 3 anni), quando il Cavaliere avrà già dovuto decidere se scontare il residuo di pena di un anno ai domiciliari oppure nei servizi sociali.

Il perché dell’accanimento berlusconiano a restare attaccato alla poltrona, invece di diventare un guru extraparlamentare alla Grillo, resta per il momento un mistero. Fatto sta che ieri si è scatenata la guerra tra le placide mura di S. Ivo alla Sapienza, sede della Giunta. I 4 esponenti del M5S, guidati da Michele Giarrusso e Vito Crimi, hanno infatti trovato un insperato terreno fertile negli 8 rappresentanti del Pd in Giunta. I 12 uomini (e donne), insieme a Benedetto Della Vedova di Scelta Civica, non hanno fatto buon viso a cattivo gioco alla strategia dilatoria messa in campo dal figurante Augello, ottenendo così a maggioranza di esprimere un voto unico sia sulla relazione che sulle 3 pregiudiziali esposte dal relatore Pdl.

Augello leggerà un’integrazione al suo lavoro già alle 20 di oggi, e non è escluso, anzi sembra ormai probabile, che la Giunta opterà per la votazione finale proprio nella serata di oggi. Logico che di fronte a questa accelerata dei membri del Pd come Felice Casson e Stefania Pezzopane (forse senza l’assenso del partito e di Letta stesso) gli alleati del Pdl abbiano subito gridato al tradimento e minacciato di far cadere il governo Letta. Così parlava ieri sera a Porta a Porta Renato Schifani: “Se si voterà ad oltranza sulle pregiudiziali valuteremo attentamente se partecipare a questo tipo di lavori che ritengo illegittimo. Se la Giunta vota la decadenza il governo cade”. Ma il finale della storia del berlusconismo è ancora tutto da scrivere.

Ricorso a Strasburgo: la strategia di Berlusconi allontana la decadenza

Il B-day è finalmente arrivato. Il giorno tanto atteso della convocazione della Giunta per le elezioni del Senato, che dovrà pronunciarsi sulla decadenza di Silvio Berlusconi da parlamentare in base alla legge Severino, si risolverà di certo in una bolla di sapone, nel solito rinvio a data da destinarsi della decisione. Il clan berlusconiano, infatti, non ne vuole sapere di accettare senza reagire l’estromissione “per via giudiziaria” del Cavaliere dalla vita politica. Si spiega così il ricorso depositato sabato scorso dai suoi legali niente di meno che alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, il tribunale istituito nel 1959 e formato da 47 giudici, uno per ogni paese membro del Consiglio d’Europa.

Nel documento di 33 pagine dattiloscritte, titolato “Berlusconi contro l’Italia” e già trasmesso alla Giunta presieduta da Dario Stefano di Sel, si chiede ai giudici europei di verificare la compatibilità della legge Severino con le norme del diritto comunitario. Secondo l’ardita tesi avanzata da Ghedini e colleghi, la legge approvata nel dicembre del 2012 da tutto il Pdl -con la firma e la faccia dell’ex ministro della Giustizia Paola Severino– non sarebbe niente altro che un coacervo di norme formulate in maniera dilettantesca, anticostituzionali e addirittura contrarie ai diritti dell’uomo Berlusconi. In particolare, il pasticcio Severino andrebbe a cozzare contro gli articoli 3, 13 e 7 della Convenzione europea sui diritti dell’Uomo. Contrario ai primi due per il presunto mancato diritto della parte lesa Berlusconi di impugnare una sentenza peraltro definitiva e a potersi ricandidare. Evidentemente avverso all’articolo 7 per lo smaccato ricorso alla retroattività della pena, la decadenza da Senatore, in barba al noto assunto giuridico che “nessuno può essere condannato per un’azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale”.

 

Se si volesse dare credito agli onorevoli-avvocati di Arcore, o alle nidiate di falchi, pitonesse e colombe estremiste che popolano la giungla Pdl, il punto sarebbe proprio questo: la “Severino” è divenuta legge nel 2012, ma colpisce Berlusconi con 8 anni di ritardo, visto che il Cavaliere ha la sola colpa di essere stato condannato definitivamente dalla Cassazione per il reato di frode fiscale commesso nel 2004. È più o meno questa la conclusione a cui sono giunti anche i pareri pro veritate (berlusconiana) offerti da giuristi di specchiata onestà intellettuale come Giovanni Guzzetta, Nicolò Zanon, Giorgio Spangher, Antonella Marandola, Domenico Nania e Gustavo Pansini.

Messa in questo modo non ci sarebbe nemmeno da discutere sul diritto dei berlusconiani di ricorrere al lodo Violante (ovvero il diritto di Berlusconi di difendersi a oltranza fino alle calende greche). Ma è proprio sul punto “retroattività” che si è schierata l’altra metà del cielo dell’universo giuridico italiano. “Berlusconi non ha speranze a Strasburgo. Non siamo di fronte a una sanzione, ma ad un limite oggettivo a candidarsi”, ha tagliato corto il costituzionalista Stefano Ceccanti, seguito a ruota da altri esimi luminari come Alessandro Pace, convinti che la decadenza sia solo una sanzione amministrativa. A chi dare ragione dunque? Ai posteri e agli storici l’ardua sentenza.

Intanto però la macchina di Arcore continua a macinare terreno in vista del traguardo del rinvio della decadenza. Berlusconi, infatti, nonostante gli anni che avanzano, non ha perso lucidità ed è ben consapevole che il suo futuro di onorevole è precluso per sempre non solo dalla scure Severino, ma anche dall’interdizione dai pubblici uffici in arrivo in autunno (da 1 a 3 anni) e soprattutto dal veto posto dal presidente Napolitano, disponibile a concedere la Grazia in cambio di una trasformazione di Silvio in guru stile Beppe Grillo. Fuori dal Palazzo. E allora? Perché non accettare la proposta di pace di Re Giorgio? Ci sarebbe l’onore da difendere, e poi, gli interessi di Mediaset e i voti della Nuova Forza Italia. Ecco allora che il ricorso a Strasburgo si riduce ad essere solo l’ennesimo escamotage per prendere tempo. Sono già pronti nell’ordine: la richiesta di revisione del processo Mediaset a Brescia, il ricorso alla Consulta, quello alla Corte di Giustizia di Lussemburgo, la richiesta di Grazia, di commutazione della pena e, last but no least, la canonizzazione del perseguitato di Arcore.