In Germania trionfa la Merkel, in Italia il rigore di Bruxelles

Elezioni tedesche. Angela Merkel ha trionfato al di là di ogni più rosea previsione: 42,5% dei consensi e la maggioranza assoluta, o quasi, dei seggi al Bundestag per la sua creatura, la Cdu, orfana felice degli ex alleati Liberali (meno del 5%). Tutta Europa era da mesi col fiato sospeso, in attesa del risultato delle elezioni politiche in Germania. Una conferma delle attese di “Mutti” Merkel avrebbe significato il mantenimento della linea del rigore finanziario per i paesi dell’Unione Europea. Una eventuale, ma ormai naufragata, bocciatura dei rigoristi merkelliani avrebbe ridato fiato alle campane di tutti quei membri dell’Ue, a cominciare dai Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), che sperano in un allentamento dei vincoli economici imposti dai burocrati di Bruxelles per far respirare i propri conti pubblici giunti da tempo al collasso.

Ebbene, i tedeschi hanno scelto e lo hanno fatto senza lasciare spazio a sogni di grande coalizione o a pretese antieuro e antieuropeiste (il partito Afd ha sfiorato la soglia minima del 5%, fermandosi al 4,8). Il popolo, il volk tedesco, vuole una Germania strettamente ancorata all’Unione, ma da una posizione di forza, in modo da poter continuare a spolpare gli altri partner, soprattutto i più deboli come l’Italia, con il peso di un euro forte sui mercati internazionali. L’Spd di Peer Steinbruck, in pratica il Pd in salsa teutonica, ha interpretato solo un ruolo da comprimario, fermandosi poco sopra il 26%. L’unico possibile avversario dello strapotere della tre volte cancelliera è rimasto vittima della sua stessa paura di formare una coalizione con Verdi e Linke (la Sinistra-sinistra) con l’obiettivo di allentare i rigori del Trattato di Maastricht e le regole stringenti del Fiscal compact e del Two-pack. La parola d’ordine di Steinbruck durante la campagna elettorale è stata “mai con i comunisti”, perché l’Spd sarebbe comunque stata una solida stampella per europeisti convinti e spietati del calibro di, tanto per capirci, Olli Rehn e Manuel Barroso.

 

E l’Italia? Già, l’Italia. Come avranno preso da noi i risultati in arrivo da Berlino i fiduciari dei Palazzi mitteleuropei che di nome fanno Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni? Lo sanno ormai anche i bambini –e la recente visita a Roma del Commissario economico Rehn ne è la prova- che in Europa non si muova più foglia economica che Bruxelles non voglia. Ecco così spiegato il ruolo da passacarte a cui è stato ridotto il nostro governo, commissariato non solo da Giorgio Napolitano, ma monitorato costantemente dall’Ue in attesa dell’approvazione della Legge di Stabilità in ottobre. In fondo in fondo, anche Letta e Saccomanni speravano in una scivolata della Merkel e in un rovesciamento del tavolo del rigore economico per dare fondo allo sperpero di altri denari pubblici e salvare così pelle e carriera. Ma che la Mutti (o Mamma) uscisse di scena era meno probabile di vedere Berlusconi ai giardinetti a dar da mangiare ai piccioni.

Si spiega così, con la sottomissione ai forzieri della Bce, l’allarme lanciato da Letta su un nuovo sforamento al 3,1% del rapporto deficit-pil così caro agli amici d’oltralpe. Tutta “colpa dell’instabilità di governo” ha detto il premier. Una strategia seguita anche dal ministro del Tesoro Saccomanni che proprio ieri ha confermato i dati snocciolati da Letta e ha addirittura minacciato le dimissioni nel corso di una intervista rilasciata al Corriere della Sera. “Dobbiamo trovare subito 1,6 miliardi per rientrare di corsa nei limiti del 3 per cento –ha detto l’inquilino di via XX settembre- Poi si dovrà concordare una tregua su Iva e Imu, rinviando la questione al 2014 con la legge di Stabilità che va presentata entro il 15 ottobre”. Accontentare subito le ignobili pretese di Rehn, Merkel e compagnia “altrimenti non ci sto”, ha aggiunto Saccomanni tirandosi dietro le ingiurie e lo scherno degli italiani che di questa Europa, e solo di questa, cominciano ad averne le tasche piene.

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