Arrestata la “squadra” Lorenzetti: le mani dei Casalesi sul Tav Firenze

Nelle 450 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla procura di Firenze che indaga sul Tav Firenze, il gip Angelo Antonio Pezzuti ha voluto mettere in risalto il ripetuto riferimento ad una vera e propria “squadra” di presunti corrotti fatto da Maria Rita Lorenzetti. L’attuale presidente della società Italferr -un trascorso nel Pci dal 1975, 4 legislature in parlamento e già due volte presidente della Regione Umbria- si trova da lunedì agli arresti domiciliari nella sua casa di Foligno, colpita dalle accuse di corruzione, associazione per delinquere e truffa. La misura restrittiva si è resa necessaria, secondo gli inquirenti, per il pericolo della reiterazione del reato che la Lorenzetti avrebbe potuto mettere in atto visto che, dal 17 gennaio scorso, giorno dell’avvio dell’inchiesta sul Tav fiorentino, non avrebbe dato alcun segno di ravvedimento.

La trama è sempre la solita, all’italiana: favori (presunti, repetita iuvant) alle società degli Amici degli Amici impegnate nei lavori, in cambio di  vantaggi professionali per il marito. Scrive il gip:  “La Lorenzetti ha messo a disposizione le proprie conoscenze personali, i propri contatti politici e una vasta rete di contatti grazie ai quali era in grado di promettere utilità ai pubblici ufficiali avvicinati, nell’interesse e a vantaggio della controparte Nodavia e Coopsette, da cui poi pretendeva favori per il marito nell’ambito della ricostruzione dell’Emilia”. In pratica, due delle società che si sono aggiudicate l’appalto del Tav, Nodavia e Coopsette appunto, avrebbero usufruito di un trattamento di favore nel pagamento delle loro spettanze, bloccate dalla elefantiaca burocrazia italica.

Bisogna ricordare che l’Italferr, di cui la Lorenzetti si onora di esserne il presidente dal 2010, è la società di ingegneria del gruppo Ferrovie dello Stato che si occupa di sviluppare la rete ferroviaria italiana, leggi Alta Velocità. Una gallina dalle uova d’oro, se si pensa che il predecessore della Lorenzetti è stato l’ad di FS Mauro Moretti, uno che di lauti guadagni se ne intende. Una porta dove è permesso bussare sempre, ma solo agli amici. Sono altre 5, infatti, le persone ristrette ai domiciliari: Gualtiero (detto Walter) Bellomo, membro della commissione Valutazione impatto ambientale del ministero dell’Ambiente; Furio Saraceno presidente di Nodavia; Valerio Lombardi, tecnico di Italferr; Alessandro Coletta, consulente, ex membro dell’Autorità di vigilanza sugli Appalti pubblici; Aristodemo Busillo, della società Seli di Roma. Per altri 6, tra cui i dirigenti della CoopSette (quella che una volta si chiamava Cooperativa Rossa), il giudice ha disposto l’interdizione per due mesi dall’attività.

Il dispositivo con cui il gip Pezzuti descrive il sistema utilizzato da quella che la stessa Lorenzetti, intercettata, ha definito una “squadra”, è uno spaccato indimenticabile della povera Italia del 2013, e merita di essere riproposto testualmente: “L’appartenenza alla “squadra” più volte richiamata da Maria Rita Lorenzetti riporta ad un articolato sistema corruttivo per cui, ognuno nel ruolo al momento ricoperto, provvede all’occorrenza a fornire il proprio apporto per conseguimento del risultato di comune interesse, acquisendo meriti da far contare al momento opportuno per aspirare a più prestigiosi incarichi, potendo contare sul fatto che i relativi effetti positivi si riverbereranno, anche se non nell’immediato, sui componenti della squadra medesima sotto forma anche di vantaggi di natura economica. In questa cornice, che prevede la contestuale ripartizione dei funzionari pubblici interessati ai procedimenti amministrativi di interesse, in amici e nemici, sono stati rilevati scambi di favore di varia natura”.

Ma c’è di più, molto di più. È da gennaio che i pm fiorentini sospettano che siano stati utilizzati materiali scadenti per costruire la galleria e che lo smaltimento dei fanghi e dei rifiuti del cantiere sia stato subappaltato illegalmente a ditte riconducibili al clan dei Casalesi, maestri inarrivabili nell’arte del sotterramento della monnezza, soprattutto se altamente inquinante. Il sospetto è che i dirigenti dell’Italferr pagassero gli elevati costi di smaltimento alle ditte in regola, che poi puntualmente giravano le tonnellate di materiali di risulta alla camorra. L’avvocato difensore della Lorenzetti, Luciano Ghirga, naturalmente nega tutto. Non c’erano dubbi e non c’è altro da aggiungere.

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