Caos Ilva, lo specchio del fallimento italiano

Procura di Taranto contro la famiglia Riva; i Riva che per ritorsione mandano a casa migliaia di operai: gli operai disperati che se la prendono con i magistrati per il blocco dei beni dei rampolli della dinastia dell’acciaio; i governi italiani (prima Monti e adesso Letta) che sembrano impotenti, o peggio, collusi, di fronte al disastro ambientale e occupazionale che sta distruggendo l’Italia. È questo il quadro più che sconfortante che emerge dall’analisi del caso Ilva, un vero e proprio caos che rischia di trascinare dietro di sé l’intero Sistema Paese.

La decisione della famiglia Riva di chiudere 7 stabilimenti del gruppo Riva Acciai -licenziando di fatto circa 1400 operai- dopo il sequestro da parte della Guardia di Finanza di quasi 8 miliardi di euro tra liquidi e beni immobili, rischia di far precipitare la situazione non solo nel comparto siderurgico del belpaese ma, come in un effetto domino, potrebbe trascinarsi dietro quel poco che resta dell’industria pesante italiana, già falcidiata dalla crisi della Chimica e della produzione automobilistica (fuga della Fiat). La cronaca delle ultime ore riporta di un tentativo di mediazione messo in piedi dal ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato che, secondo notizie ancora non confermate, lunedì prossimo dovrebbe incontrare il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante. Sul tavolo del ministro restano due ipotesi. La prima prevede di “gestire Riva Acciai indipendentemente dal sequestro oppure approvare una norma che salvaguardi la volontà dei giudici e non blocchi l’attività”. In pratica, il governo Letta potrebbe legiferare per decreto al fine di sbloccare la situazione, almeno nel breve periodo.

 

La seconda possibilità è quella più drastica: il commissariamento di Riva Acciai, così come in parte sta già accadendo con il commissario Enrico Bondi a Taranto. Extrema ratio a cui Letta non vorrebbe ricorrere ma, a giudicare dalla presa di posizione dei Riva –secondo i quali la chiusura non è stata una scelta aziendale, ma un “atto dovuto”- dovrà sicuramente mettere mano. Uno squallido teatrino giocato come sempre sulla pelle degli operai, usati come scudi umani dai cinici Riva e, per giunta, mal tutelati dalle istituzioni che nel goffo tentativo di difenderli rischiano di farli morire tutti di fame. Di chi è la responsabilità allora per il caos Ilva? Dei magistrati “giacobini”, o dei proprietari “negrieri”? Secondo il segretario della Cgil, Susanna Camusso, e non ci sono dubbi: “I lavoratori di Riva Acciaio -ha detto al Tg3- sono presi in ostaggio da un’azienda che improvvisamente dichiara la messa in libertà e la chiusura degli stabilimenti e che se invece voleva far valere delle ragioni aveva altri strumenti”. Un ricatto bello e buono insomma.

Anche Raffaele Bonanni della Cisl parla di “ignobile ritorsione nei confronti dei lavoratori”. Ancora più catastrofica la previsione dell’Ugl secondo cui  non bastano gli ammortizzatori e la cig subito promessi dal duo Letta-Zanonato, ma serve “una soluzione decisiva e strutturale per evitare una tragedia tutta l’industria”. Intanto, con una nota congiunta, Fiom, Fim e Uilm annunciano una mobilitazione dei lavoratori degli stabilimenti interessati, tutti del nord, per lunedì alle 9.30. Una situazione esplosiva che viene letta in maniera diametralmente opposta dal poeta berlusconiano Sandro Bondi: “Quando i magistrati italiani avranno completato la propria missione di pulizia morale e di rinnovamento politico l’Italia sarà finalmente ridotta ad un cumulo di macerie e a una felice povertà”. Pensiero che riprende, in parte, la vox populi che gira tra gli (ex) operai del Gruppo Riva secondo i quali sarebbe l’accanimento giudiziario l’unica causa della perdita del posto di lavoro. Reazione più che comprensibile, ma è chiaro che prima o poi dovessero venire al pettine decenni di mancati investimenti nell’innovazione, la distruzione sistematica dell’ambiente, l’avvelenamento e la morte di migliaia di persone (provato dalle registrazioni delle infami conversazioni avvenute tra i dirigenti Ilva). Questo lo specchio della decadenza e del fallimento italiano.

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