Alfano e i diversamente berlusconiani scoprono il “metodo Boffo”

“Con i ministri abbiamo chiarito”. Così ieri Silvio Berlusconi (il poliziotto buono) durante una drammatica riunione dei gruppi parlamentari Pdl. Ma la resa dei conti tra falchi e colombe del partito sembra ormai inevitabile. Poche ore prima, infatti, era stato proprio il vicepremier dimissionario, nonché segretario del Pdl estinto, Angelino Alfano, a tirare fuori dall’armadio lo scheletro del “metodo Boffo” per controbattere agli attacchi ricevuti dal direttore de Il Giornale, Alessadro Sallusti (il poliziotto cattivo), in uno dei suoi soliti editoriali al vetriolo. Excursus necessario: è passata alla storia come “metodo Boffol’arte di abbattere con una feroce persecuzione mediatica chi manifesta critica o dissenso politico nei confronti della linea ufficiale (di Berlusconi). La definizione prende le mosse dal caso Dino Boffo, il giornalista che nel 2009, da direttore del quotidiano Avvenire, si permise di commentare pubblicamente le vicende personali (il “ciarpame senza pudore” coniato da Veronica Lario) dell’allora premier.

La risposta dei berlusconiani fu affidata a Vittorio Feltri che, proprio dalle colonne del quotidiano di Paolo Berlusconi, diffuse un certificato del casellario giudiziale da cui risultava una condanna di Boffo per molestie e una presunta informativa di polizia che certificava l’ancor più presunta omosessualità dello stesso Boffo. Tutto falso, fu accertato in seguito. I dubbi però erano rimasti, insieme alle dimissioni rassegnate da un umiliato Boffo. Ma l’attuale direttore di TV2000 era da sempre ritenuto un profano dai falchi berlusconiani. Un possibile traditore. Non così i destinatari degli strali di Sallusti, i 5 ministri in quota Pdl fatti dimettere in fretta e furia con una lettera di poche righe firmata dal Capo. Quagliariello, Lupi, Lorenzin, De Girolamo e lo stesso Alfano -pur obbedendo seduta stante all’ordine di dimissioni giunto da Arcore- avevano osato manifestare il loro dissenso su una Forza Italia caduta in mano ai falchi Verdini, Bondi, Santanchè e Capezzone.

 

Ingenui se pensavano di passarla liscia. Al direttore Sallusti domenica sera prudevano le mani mentre scriveva il suo pezzo da prima pagina. L’editoriale dal titolo Eversivo alzare tasse. Liberale non farlo, colpisce il bersaglio sin dalle prime righe. “Alfano, Quagliariello, Lorenzin, Lupi e Di Girolamo, con qualche distinguo di forma e di sostanza –verga Sallusti- si adeguano ma non condividono, al punto di ventilare un loro futuro fuori da Forza Italia, non si capisce se sulle orme di quel genio di Gianfranco Fini”. Ecco la parola che fa saltare i nervi, il nome dell’innominabile Gianfranco Fini, altra vittima del “metodo Boffo”, traditore affondato dall’affaire “casa di Montecarlo” dopo aver puntato il dito contro il boss di Arcore gridando pubblicamente “che fai, mi cacci?”. Risultato: Fini cacciato dal Pdl e defenestrato anche dal parlamento. Carriera politica finita.

Chi di Boffo ferisce, di Boffo perisce. Ecco perché i 5 hanno stilato in fretta e furia una nota congiunta anti-Sallusti. “È bene dire subito al direttore del Giornale, per il riguardo che abbiamo per la testata che dirige e una volta letto il suo articolo di fondo di oggi, che noi non abbiamo paura. Se pensa di intimidire noi e il libero confronto dentro il nostro Movimento politico, si sbaglia di grossoscrivono i diversamente berlusconianise il metodo Boffo ha forse funzionato con qualcuno, non funzionerà con noi”. Un errore tattico grosso come una casa, quello di riconoscere l’esistenza del “metodo Boffo”, che offre il fianco alla reazione del falco Sallusti che pure qualcosa di sensato l’aveva scritto. “Alfano non può non sapere che Berlusconi non è uomo condizionabile –continua il direttore- come dimostra la sua vita di politico e imprenditore che nei momenti decisivi, dopo aver ascoltato tutti fino alla nausea, ha sempre deciso di testa propria, a volte smentendo i pareri di consiglieri storici, figli e potenti di turno. Attribuire ai falchi un tale, inedito potere è ridicolo”.

Interpretazione inoppugnabile che inchioda Alfano e i diversamente berlusconiani. Dare la colpa ai falchi è solo una scusa per cercare di salvare la poltrona da ministri. Anche se i 5 certificano che “noi che eravamo accanto a Berlusconi quando il direttore del Giornale lavorava nella redazione che divulgò informazioni di garanzia al nostro presidente, durante il G7 di Napoli nel 1994”, questa specie di contro-minaccia non nasconde la paura della penna di Sallusti: “Se intende impaurirci con il paragone a Gianfranco Fini, sappia che non avrà case a Montecarlo su cui costruire campagne”. Proprio sicuri?

Forza Italia verso la spaccatura. Ecco la lista degli scissionisti

Il piano di Silvio Berlusconi per tornare alle urne alla guida di Forza Italia, prima di decadere dalla carica di senatore e diventare incandidabile, rischia di fallire proprio a un passo dalla meta. La causa dello stop alla corsa verso le elezioni anticipate è clamorosa e inaspettata: il tradimento da parte di buona parte del cerchio magico di Palazzo Grazioli. Lo scontro intestino scatenatosi tra le due anime del fu Pdl per la conquista delle posizioni di vertice nel rinascente partito –con al centro la discussione sul giudizio politico e sulla fiducia da assegnare al governo di larghe intese guidato da Enrico Letta- sembra ormai essere giunto ad una svolta decisiva. Da Giovanardi a Cicchitto, passando per i ministri Quagiariello e Lupi per arrivare a lambire persino il delfino Angelino Alfano,i big del centrodestra non ci stanno a fare la fine dei Filistei e a morire insieme a Sansone-Berlusconi. E, miracolo italiano, cominciano a parlare con una voce diversa da quella del Padrone.

Il primo a uscire fuori dal coro era stato Carlo Giovanardi, esperto navigatore parlamentare di scuola democristiana. “Non ho firmato e non firmerò le dimissioni da senatore”, aveva detto a caldo, smarcandosi dalla commedia delle dimissioni di massa. Ma da un battitore libero come Giovanardi c’era da aspettarselo. La pugnalata che Silvio non si aspetta arriva invece dal delfino senza quid Angelino Alfano. Il vicepremier ci ha pensato su una notte intera, ma alla fine ha deciso di fare outing. “Non possono prevalere nel partito posizioni estremistiche estranee alla nostra storiascrive in una nota un Alfano dal quid ritrovato-  Se prevarranno quegli intendimenti, il sogno di una nuova Forza Italia non si avvererà. So bene che quelle posizioni sono interpretate da nuovi berlusconiani ma, se sono quelli i nuovi berlusconiani, io sarò diversamente berlusconiano”. Tutta colpa dei falchi, alias Denis Verdini e Daniela Santanchè– salvando Berlusconi nel segno del “se lo avesse saputo Lui” di mussoliniana memoria.

 

Partito Alfano, la valanga azzurra ha cominciato a montare. Il fronte governativo dei ministri trombati loro malgrado sembra compatto. Gaetano Quagliariello, amico di Napolitano e già in odore di fronda, annuncia con tono ultimativo: “Se Forza Italia è questa, io non aderirò”. Decisa fino al martirio anche Beatrice Lorenzin, ministro della Sanità a sua insaputa: “Non condivido una linea di partito che spinge verso una destra radicale”. Appena più accomodante il “ciellino sempre” Maurizio Lupi: “Noi vogliamo stare con Berlusconi, con la sua storia e con le sue idee, ma non con i suoi cattivi consiglieri”. La lista dei ministri si chiude con Nunzia De Girolamo, anche lei snocciola la litania “con Berlusconi sì, con i falchi no”. Prima di loro, era stato il sottosegretario al Tesoro, Alberto Giorgetti a parlare col fegato in mano: “Non lascio da deputato”.

Ma la lista dei “Bruto” si allunga di ora in ora. A dire la verità, per dare a Bruto quel che è di Bruto, il secondo congiurato dopo Giovanardi era stato uno che di intrighi ne ha vissuti fin troppi per non pensare di vendere cara la pelle. Fabrizio Cicchitto, l’ex socialista e piduista ritenuto fino a ieri un fedelissimo del Cavaliere. Proprio lui. “Una decisione come quella di far cadere il governo Letta-Alfano in un momento economico e sociale così delicatoha commentato in una nota con la solita ambiguità-  non può essere assunta da un ristretto vertice del Pdl. Berlusconi non ha bisogno di un partito di alcuni estremisti che nelle occasioni cruciali parlano con un linguaggio di estrema destra”. Non un benservito a Forza Italia, ma qualcosa di molto simile. A proposito, nelle ultime ore diverse indiscrezioni giornalistiche hanno dato forma addirittura al nome del nuovo partito di transfughi, responsabili, venduti o traditori che dovrebbe nascere per dare la fiducia a un Letta-bis e conservare così l’indennità parlamentare per tutta la legislatura. Si chiamerebbe Italia Popolare, un contenitore misterioso di cui dovrebbero far parte, oltre ai già nominati, anche Maurizio Sacconi, Osvaldo Napoli e una quindicina di senatori siciliani e campani come Naccarato, Compagna, Castiglione, Torrisi, Pagano, Falanga. Fantapolitica? Si attendono conferme e smentite.

Letta sfida Berlusconi: senza Fiducia aumenta l’Iva

Berlusconi mette sul tavolo della maggioranza le dimissioni di massa dei suoi parlamentari? Letta risponde non facendo approvare dal consiglio dei ministri il decreto sulle misure economiche che, tra le altre cose, avrebbe dovuto evitare l’aumento dell’Iva di un punto percentuale dal 1 ottobre. È questo il primo atto della riscossa lettiana rispetto al ricatto politico di Forza Italia, naturalmente con l’approvazione e sotto l’attenta guida del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, incontrato nel pomeriggio. L’azione governativa, se mai ce n’è stata una, rimarrà bloccata in attesa del tanto atteso “chiarimento”, concetto politichese che potrebbe essere tradotto con un voto di fiducia su una mozione governativa all’inizio della prossima settimana.

Ma quello visto e sentito venerdì sera in Cdm è un Letta inedito, furioso per lo sgarbo istituzionale subito mentre si trovava negli Usa, per giunta di fronte al consesso dell’Onu. Troppo grande l’ego di Letta Nipote per non perdere le staffe, lui che dell’aplomb da burocrate europeista ne ha fatta una ragione di vita, di fronte a quella sottospecie di colpo di stato rappresentato dalla raccolta firme forzista per costringere Napolitano, o chi per lui, a concedere l’agognato lasciapassare giudiziario al Cavaliere (a proposito, clamoroso, (Carlo Giovananrdi si rifiuta di firmare). “Avete compiuto un’operazione vergognosa annunciando le dimissioni dei parlamentari mentre ero all’Onuavrebbe urlato Letta in Cdm rivolto ai ministri FIavete umiliato l’Italia. Ma dove caspita è il vostro senso della responsabilità?”.

Sfogo più che comprensibile, se non fosse per il piccolo particolare che sia Letta, sia Napolitano sapevano benissimo di firmare un patto con il diavolo quando hanno deciso di formare un governo di larghe intese con il Caimano, inseguito dai processi e prossimo alla condanna definitiva (come poi è stato sul caso Mediaset). Che cosa si aspettavano i due? Non era logico pensare che il Berlusconi di sempre avrebbe fatto saltare il tavolo del governo, ma anche quello dell’Italia, pur di salvare il suo “culo flaccido” (Minetti dixit) dalla decadenza e, soprattutto, dalla galera? Ingenuità e stupore un po’ pelosi quelli del duo Letta-Napolitano, campioni di ipocrisia. Al culmine del suo contrattacco Letta ha comunque scoperto un coraggio prima sconosciuto: “Se non ci fosse questa legge elettorale mi sarei già dimesso –ha continuato il premier– comunque non ho alcuna intenzione di vivacchiare o di farmi logorare. O si rilancia il governo o è finita”.

 

Un bagno di chiarezza, in attesa del chiarimento, che è servito a lanciare il blocco della manovrina da 3 miliardi già preparata dal ministro economico Saccomanni. Niente pareggio di bilancio (il rapporto deficit-pil è schizzato al 3,2%, un’onta per Letta l’amico di Bruxelles), niente blocco dell’aumento dell’Iva dal 21 al 22% e rischio per gli italiani di dover pagare l’Imu a dicembre. Il tutto condito da parole di fuoco. “Non sarebbe serio fare un provvedimento che vale miliardi senza garanzie di continuità dell’azione di governoha aggiunto Letta jr in un crescendo rossinianoAl momento non ci sono le condizioni politiche per andare avanti, prima di ogni cosa deve avvenire in Parlamento un chiarimento inequivoco.

La strategia aggressiva del premier sembra però sbattere sul solito muro delle irricevibili richieste dei berlusconiani. In assenza del titolare, è stato il vicepremier Alfano a tentare di scrollare di dosso da FI l’accusa di essere responsabile dello sfascio del governo. “Inserire la questione della giustizia nel chiarimentoavrebbe preteso Angelinoaltrimenti non si va da nessuna parte, altrimenti il chiarimento sarebbe ipocrita e servirebbe solo per tirare a campare”. Dove per “questione giustizia” si intende quella dell’agibilità politica di Berlusconi. Richiesta che già Napolitano aveva giudicato irricevibile. Premier e ministri del Pd hanno però ribadito che non interferiranno sul voto della Giunta del 4 ottobre che sancirà la decadenza del Cavaliere. Tutto sembra portare verso una crisi di governo, ma con la casta mai dire mai.

Aventino Forza Italia: Napolitano e Letta giocano le ultime carte

Procede a gonfie vele la raccolta firme tra i parlamentari di Forza Italia per partecipare all’evento storico per la democrazia italiana delle dimissioni in massa di Onorevoli e Senatori di uno stesso partito dalle aule istituzionali. Proprio ieri il capogruppo forzista a Palazzo Madama, Renato Schifani, ha annunciato raggiante che “già 87 senatori su 91” hanno depositato nelle sue mani il modulo prestampato che certifica, oltre alla disponibilità a trasferirsi sull’Aventino, la fedeltà cieca nel Cavaliere e un attestato di stima nei suoi confronti, perseguitato da un “colpo di Stato” del potere giudiziario comunista e prossimo alla decadenza e, forse, anche all’arresto. Alla Camera, invece, Brunetta ha già raggiunto il 100% di adesioni.

Raccontato così, potrebbe sembrare l’ennesimo tentativo para-eversivo e tragicomico dei berlusconiani di alzare la posta alla ricerca di un lasciapassare giudiziario per il capo. Tentar non nuoce, visto che Letta e Napolitano hanno le mani legate dal dover difendere ad ogni costo la sopravvivenza del governo delle larghe intese, unico argine, a loro parere, ad una rovinosa accentuazione della crisi economica che, in realtà, è pilotata comodamente dalla troika Bce-Fmi-Ue e orchestrata a colpi di spread, di mercati e di rigore economico germanico. Ma questa volta qualcosa sembra essersi rotto nel perverso meccanismo che teneva in equilibrio le istanze personali e giudiziarie di Berlusconi con le esigenze di tenuta dei conti così tenacemente perseguita dal duo Letta-Saccomanni sotto l’attenta supervisione di Napolitano.

 

La botta, l’annuncio delle dimissioni in massa dei forzisti, ha funzionato come sempre, ma è stata la risposta, ovvero la nota ufficiale vergata di proprio pugno dall’inquilino del Quirinale, a colpire sotto la cintura l’avversario. Una reazione forse cercata e voluta dallo stesso Berlusconi. Il tono scelto dal Capo dello Stato è comunque inedito. “Non posso che definire inquietante l’annuncio di dimissioni in massa dal Parlamento, ovvero di dimissioni individuali, le sole presentabili, di tutti gli eletti nel Pdlscrive Re GiorgioNon meno inquietante sarebbe il proposito di compiere tale gesto al fine di esercitare un’estrema pressione sul Capo dello Stato per il più ravvicinato scioglimento delle Camere”. La parola “inquietante” diventa la definizione chiave: per una volta Napolitano decide di smettere i panni da pompiere per evocare, come sembra, lo spettro di un golpe strisciante. Non quello dei giudici contro il Potere Politico, ma di un pregiudicato per frode fiscale che usa tutto il Suo potere politico ed economico per cavarsela.

E infatti, continua il presidente, “non occorre neppure rilevare la gravità e assurdità dell’evocare un “colpo di Stato” o una “operazione eversiva” in atto contro il leader del Pdl”. In questo senso, quello di una tardiva ma salvifica ribellione del Colle al ricatto berlusconiano, va letta l’indiscrezione riportata da La Stampa che vorrebbe Napolitano pronto alle dimissioni con relativo messaggio alla nazione. Una iattura per la corsa elettorale con la quale Berlusconi pensa ancora di salvarsi da processi e nuove gole profonde (Ruby a Milano, De Gregorio e Lavitola a Napoli, Tarantini a Bari).

Intanto, l’ologramma di Napolitano a Palazzo Chigi, Enrico Letta, è tornato dalla visita ufficiale negli Usa con le ossa rotte, ridotto al ruolo dello Spaventapasseri del Mago di Oz di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite. Tutta colpa del contemporaneo annuncio di dimissioni di massa preteso dal Cavaliere con aggiunta di ovazione bulgara dei suoi servi devoti. Oggi Letta incontra il suo datore di lavoro al Quirinale per cercare almeno di capirci qualcosa, e intanto ha annunciato che “serve un chiarimento nel governo e in parlamento: voglio decidere insieme a Napolitano le modalità. Voglio che tutto accada davanti ai cittadini”. Solo un chiarimento dunque, ma da un presidente del Consiglio senza quid, che ha commentato mestamente le drammatiche vicende delle ultime ore (“Quanto accaduto ieri è un’umiliazione per l’Italia”), non ci si poteva certo aspettare uno scatto di orgoglio, l’imposizione di un voto di fiducia immediato per inchiodare Berlusconi e i suoi alle proprie responsabilità.

Paura delle manette: Berlusconi ordina dimissioni di massa a Forza Italia

Forza Italia atto primo. Dopo ore di drammatiche riunioni tra Palazzo Grazioli e Montecitorio il risorto partito tricolore ha deciso: un minuto dopo l’avvenuta decadenza di Silvio Berlusconi dal Senato, i parlamentari (per la legge ancora Pdl) si dimetteranno in blocco in segno di protesta. Una riedizione riveduta e aggiornata in uno stile un po’ più pecoreccio della storica Secessione dell’Aventino, luogo scelto dagli Onorevoli oppositori del governo fascista di Mussolini per riunirsi, in segno di protesta, dopo l’avvenuto omicidio di Giacomo Matteotti nel 1924. Oggi, per il momento, non ci sono cadaveri sul campo, ma le indiscrezioni provenienti dall’entourage berlusconiano descrivono il caro leader convinto che gli avversari politici vogliano toglierlo di mezzo con le maniere forti.

“Ormai ne sono sicuro: i giudici vogliono arrestarmi, vogliono umiliarmi –avrebbe tuonato il Cavaliere- dobbiamo denunciare che è in atto un colpo di Stato”. Un’accelerazione improvvisa, che ha colto in contropiede anche i servi devoti di FI, dovuta alle indiscrezioni su una possibile richiesta di arresto che potrebbe arrivare da Napoli (De Gregorio-compravendita dei senatori) o da Milano (presunta corruzione dei 32 testimoni del processo Ruby), quando Berlusconi non potrà più ripararsi dietro lo schermo protettivo dell’immunità parlamentare. La data segnata in rosso sul calendario dovrebbe essere quella del 4 ottobre, quando la Giunta per le Elezioni del Senato sancirà la sua decadenza da Palazzo Madama, ma è logico pensare che la partita più importante si stia giocando sul tavolo del Quirinale, avversario Giorgio Napolitano.

Non è un caso, infatti, che i gruppi parlamentari forzisti siano stati chiamati a raccolta in fretta e furia, a poche ore dall’incontro avvenuto tra Angelino Alfano e il presidente Napolitano. Evidentemente non ha fatto breccia l’ennesimo tentativo di ottenere un lasciapassare giudiziario per il capo in nome della stabilità di governo. Napolitano continua a pretendere che Berlusconi accetti la sentenza Mediaset che lo ha etichettato come frodatore fiscale e inizi a svolgere i servizi sociali come residuo di pena. Solo allora l’ipotesi Grazia verrebbe presa in considerazione. Un atteggiamento equivoco che non è di certo piaciuto al Cavaliere del “non sa chi sono io”. Impossibile per lui piegarsi di fronte ad una “magistratura comunista che mi vuole ammazzare da vent’anni” e alle beghe del presidente il cui unico interesse è quello di mandare avanti il carrozzone del governo Letta.

 

Ecco così spiegato il ricorso alla Forza (Italia) per cercare di far saltare il banco. Certo, al momento nessuno tranne il protagonista può sapere se la minaccia di dimissioni in blocco rappresenti l’ennesima boutade, un altro grido di “al lupo, al lupo”, oppure non sia veramente l’ultimo spuntone di roccia a cui si aggrappa un Cavaliere in precario equilibrio politico. A sentire il falchetto Renato Brunetta, questa volta calato nel ruolo del poliziotto buono, ci sarebbe ancora uno spiraglio per la trattativa Stato-Mediaset. “Non c’è nessuna ‘direttiva’, non ci sono dimissioni di massaha detto in serata il bulldog forzistama c’è stata una domanda del capogruppo rivolto ai singoli parlamentari su come reagirebbero di fronte al vulnus democratico rappresentato dal voto per la decadenza, e quindi la privazione delle garanzie per Silvio Berlusconi. Ognuno deciderà secondo la propria coscienza”.

La decisione dei parlamentari berlusconiani è stata ovviamente per un’adesione in massa, con tanto di adulatoria acclamazione,  all’ipotesi di una gita su uno dei colli più belli di Roma. D’altronde, chi avesse osato togliere il freno alla lingua per denunciare la follia di un atto eversivo dell’ordine repubblicano, compiuto solo per difendere gli interessi personali di un condannato in via definitiva che comincia persino a fare pena (bontà sua), sarebbe stato linciato sul momento con le cornici dei numerosi ritratti del Salvatore (di poltrone e privilegi). Le sorprese comunque non sono finite qui perché fonti interne al Quirinale lasciano trapelare l’irritazione di Napolitano che si sarebbe detto pronto alle dimissioni ma fermamente contrario a sciogliere le Camere di fronte a “un atto eversivo delle istituzioni repubblicane” come le dimissioni di massa (peraltro non previste dal codice). Berlusconi sembra dunque arrivato al capolinea. Riuscirà a smentire tutti per l’ennesima volta?

Telecom parla spagnolo, Alitalia francese: l’italianità emigra all’estero

Le mani degli spagnoli di Telefonica già saldamente sulla Telecom. Quelle dei francesi di Airfrance molto presto su Alitalia. È questo il desolante destino del mito dell’italianità, sbandierato a più riprese sin dal 2008 dal governo Berlusconi e dai sedicenti capitani coraggiosi dell’industria italiana –Riva, Caltagirone, Ligresti, Benetton, Tronchetti e Colaninno (due volte Capitani anche con Telecom), Gavio, Marcegaglia– pronti a offrire petto e portafoglio per servire gli interessi del Paese, dell’italianità dei nostri fiori all’occhiello imprenditoriali, insomma. Peccato che l’italianità, così come la intendevano i protagonisti del decadente capitalismo d’accatto di casa nostra, non si sia dimostrata niente altro che un coacervo di interessi di bottega, rivolti esclusivamente al soddisfacimento della brama di potere e di denaro di una casta politico-affaristica dolosamente incompetente.

Ma non di solo Berlusconi si nutre il capitalismo italiano. Durante questi ultimi decenni di spolpamento del patrimonio economico, finanziario, culturale e persino sociale del Belpaese, a fare la parte del leone (quella del Caimano era già stata assegnata) è stata di certo anche la cordata affaristica legata al centro-sinistra. Ultimo esempio dell’impotenza complice della macchina organizzativa dell’ex Pci sono le parole che Enrico Letta avrebbe potuto fare a meno di pronunciare dagli Stati Uniti dove si trova in visita ufficiale. “Guardiamo, valutiamo, vigileremo sul fronte occupazionaleha detto il premierma bisogna ricordare che Telecom è una società privata e siamo in un mercato europeo”.

Prima di lui, il diluvio per la Telecom era cominciato già nel 1999 quando, padrone di casa Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, l’azienda di telecomunicazioni pubblica venne privatizzata nelle mani di Roberto Colaninno, detto il Padre, il quale, dopo due anni di allegra gestione insieme al compare Emilio Gnutti, nel 2001 passò il malloppo Telecom a Tronchetti Provera, alleggerito di molti miliardi, ma sempre più carico di debiti. Il manager della Milano da bere avrebbe poi pensato a spolpare la preda fino all’osso prima di scaricarla sulla cordata Mediobanca, Generali, Intesa, Telefonica presieduta da Franco Bernabè attraverso la Telco, i cui protagonisti italiani hanno messo ieri una storica firma sulla svendita vergognosa ai partner iberici. Bernabè ha comunque provato a buttare la palla in tribuna: “Cambia l’assetto azionario di Telco e non di Telecom. Telecom non diventa spagnola, è solo Telco che ha avuto un riassetto azionario”. Grottesco, avvilente e persino provocatorio che a caldo Matteo Colaninno, responsabile Politiche economiche Pd, detto anche il Figlio, se ne sia uscito con un commento da marziano: “Quando l’Italia resta priva di un pezzo industriale importante, è una perdita. A rischio c’è la garanzia dei dipendenti e del piano industriale. Viene meno un imprenditore che comunque risponde al Paese”. Con tanti saluti al caro papà.

 

È tutta la politica italiana, comunque, a (fare finta di) svegliarsi troppo tardi e ad accorgersi di avere le mani legate. Suonano ipocrite e propagandistiche le sguaiate richieste di Cicchitto e Brunetta da una parte, di Zanda e Speranza dall’altra, affinché Letta riferisca presto in Parlamento sull’accaduto. Ma dove si trovavano questi signori negli ultimi 20 anni? Risposta scontata: proprio nei Palazzi del Potere. E comunque Letta ha già risposto dalla patria del capitalismo che sono solo i soldi a contare, non certo i guaiti elettorali dei paladini ad orologeria dell’italianità. Tutti contrari al regalo a Telefonica, sindacati compresi, tranne Confindustria che, ligia alla sua vocazione ultraliberista, segue senza indugio il mantra lettiano. “Noi della Confindustria siamo neutri rispetto alla soluzione, nel senso che quello che rileva non è la nazionalità del capitale né le bandiere”, ha detto il direttore generale Marcella Panucci. Unica voce fuori dal coro il solito Beppe Grillo che, a modo suo, invoca una Commissione di inchiesta e propone di bloccare i saldi Telecom drenando i fondi destinati alla Tav. La via crucis che porterà presto alla dipartita del Sistema Italia riprenderà già giovedì, quando il ministro dei trasporti Maurizio Lupi incontrerà il suo omologo francese per discutere sul dossier Alitalia.

Caso Saccomanni: Letta pretende un Patto politico per il 2014

“Stabilità e riforme”. Dopo le roventi polemiche su Iva e Imu che hanno portato il ministro dell’Economia Maurizio Saccomanni sulla soglia delle dimissioni, è tutta l’Italia che conta –il presidente della Bce Mario Draghi, quello di Confindustria Giorgio Squinzi, della Repubblica Giorgio Napolitano, la Cgil e addirittura il cardinal Bagnasco– a scendere in campo in favore del governo Letta. L’ultimo a spezzare una lancia in favore della continuità del governo delle larghe intese è stato proprio il premier in carica che, da quel di Ottawa in Canada dove è in visita ufficiale (da oggi negli Usa), ha deciso di passare al contrattacco prima che il logoramento imposto da Berlusconi e da Forza Italia lo porti al collasso, e ad una sonora sconfitta elettorale.

“La Legge di Stabilità sarà il passaggio chiave, il momento in cui chiameremo i partner della coalizione ad assumersi gli impegni per il futuro, per tutto il 2014”, ha affermato Letta durante la conferenza stampa canadese che ha preceduto la sua partenza per gli States. Quella che una volta si chiamava legge Finanziaria, ha poi aggiunto, “conterrà un vero e proprio patto politico fino a tutto il 2014; i documenti di Confindustria e sindacati ne formeranno parte integrante”. Il premier è costretto dunque a scoprire le sue carte e passare al contrattacco dopo le minacce subite in questi giorni dal responsabile del Tesoro Saccomanni. Soprattutto da Forza Italia che con i falchi Brunetta, Santanchè e Gasparri minaccia un giorno si e l’altro pure di togliere la fiducia a Letta “un minuto dopo l’aumento dell’Iva” previsto dal primo ottobre. Ma era stato anche lo stesso Pd durante l’Assemblea Nazionale, per bocca del segretario Guglielmo Epifani, a sollecitare il tecnico di via XX settembre a non toccare l’Iva, a tutti i costi.

 

Ultimatum che hanno fatto perdere la pazienza perfino al serafico Letta che ha atteso lo sbarco nel Nuovo continente per togliersi qualche sassolino dalle scarpe per lanciare lui un controultimatum consistente in una verifica di maggioranza, magari con un voto di Fiducia alle Camere. Facendo riferimento alle elezioni tedesche e alla seria possibilità di una riedizione della Grosse Koalition Cdu-Spd, il premier italiano ha colto la palla al balzo per affermare che “sarebbe un fatto positivo anche per l’Italia, perché sarà un modello di cooperazione assai simile a quella che in Italia stiamo sperimentando da qualche tempo”. Letta ha così ventilato l’ipotesi di un Letta-bis, ma senza crisi di governo, provando a blindare il suo esecutivo con la motivazione che “ognuno vorrebbe vincere e governare da solo, ma se dalle elezioni si esce che bisogna fare una grande coalizione, per il bene del Paese bisogna impegnarsi a rendere il tutto più utile e produttivo possibile”.

Letta il Nipote passa dunque al contrattacco forte, come sempre nella sua vita, dell’appoggio di quasi tutti i pezzi da 90 dell’Italia politica ed economica. Il primo a farsi sentire è stato il presidente della Bce Mario Draghi assicurando che “la politica monetaria resterà accomodante per tutto il tempo necessario”, ma a patto che i governi (leggi quello italiano) mantengano una stabilità politica. Dopo di lui è toccato al numero uno di Confindustria, Giorgio Squinzi: “Noi siamo preoccupatissimi, non preoccupati, per la stabilità del Governo perché riteniamo che questo sia l’unico Governo possibile in questo momento, le cose da fare sono tantissime e sarebbe meglio concentrarci sui problemi dell’economia reale”. Con lui, per una volta alleati come ai tempi di Lama e Agnelli, anche il segretario Cgil Susanna Camusso (“giù le tasse sul lavoro”). Sponsor lettiani di lusso ai quali si è aggiunto l’ennesimo monito di Napolitano: “I primi segni di ripresa si vedono, la politica proceda senza incertezze e tantomeno rotture”. Difficile che Berlusconi decida di staccare la spina adesso, ma dal 15 ottobre, giorno dell’esecuzione della sua pena, ogni colpo di scena sarà possibile.

In Germania trionfa la Merkel, in Italia il rigore di Bruxelles

Elezioni tedesche. Angela Merkel ha trionfato al di là di ogni più rosea previsione: 42,5% dei consensi e la maggioranza assoluta, o quasi, dei seggi al Bundestag per la sua creatura, la Cdu, orfana felice degli ex alleati Liberali (meno del 5%). Tutta Europa era da mesi col fiato sospeso, in attesa del risultato delle elezioni politiche in Germania. Una conferma delle attese di “Mutti” Merkel avrebbe significato il mantenimento della linea del rigore finanziario per i paesi dell’Unione Europea. Una eventuale, ma ormai naufragata, bocciatura dei rigoristi merkelliani avrebbe ridato fiato alle campane di tutti quei membri dell’Ue, a cominciare dai Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), che sperano in un allentamento dei vincoli economici imposti dai burocrati di Bruxelles per far respirare i propri conti pubblici giunti da tempo al collasso.

Ebbene, i tedeschi hanno scelto e lo hanno fatto senza lasciare spazio a sogni di grande coalizione o a pretese antieuro e antieuropeiste (il partito Afd ha sfiorato la soglia minima del 5%, fermandosi al 4,8). Il popolo, il volk tedesco, vuole una Germania strettamente ancorata all’Unione, ma da una posizione di forza, in modo da poter continuare a spolpare gli altri partner, soprattutto i più deboli come l’Italia, con il peso di un euro forte sui mercati internazionali. L’Spd di Peer Steinbruck, in pratica il Pd in salsa teutonica, ha interpretato solo un ruolo da comprimario, fermandosi poco sopra il 26%. L’unico possibile avversario dello strapotere della tre volte cancelliera è rimasto vittima della sua stessa paura di formare una coalizione con Verdi e Linke (la Sinistra-sinistra) con l’obiettivo di allentare i rigori del Trattato di Maastricht e le regole stringenti del Fiscal compact e del Two-pack. La parola d’ordine di Steinbruck durante la campagna elettorale è stata “mai con i comunisti”, perché l’Spd sarebbe comunque stata una solida stampella per europeisti convinti e spietati del calibro di, tanto per capirci, Olli Rehn e Manuel Barroso.

 

E l’Italia? Già, l’Italia. Come avranno preso da noi i risultati in arrivo da Berlino i fiduciari dei Palazzi mitteleuropei che di nome fanno Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni? Lo sanno ormai anche i bambini –e la recente visita a Roma del Commissario economico Rehn ne è la prova- che in Europa non si muova più foglia economica che Bruxelles non voglia. Ecco così spiegato il ruolo da passacarte a cui è stato ridotto il nostro governo, commissariato non solo da Giorgio Napolitano, ma monitorato costantemente dall’Ue in attesa dell’approvazione della Legge di Stabilità in ottobre. In fondo in fondo, anche Letta e Saccomanni speravano in una scivolata della Merkel e in un rovesciamento del tavolo del rigore economico per dare fondo allo sperpero di altri denari pubblici e salvare così pelle e carriera. Ma che la Mutti (o Mamma) uscisse di scena era meno probabile di vedere Berlusconi ai giardinetti a dar da mangiare ai piccioni.

Si spiega così, con la sottomissione ai forzieri della Bce, l’allarme lanciato da Letta su un nuovo sforamento al 3,1% del rapporto deficit-pil così caro agli amici d’oltralpe. Tutta “colpa dell’instabilità di governo” ha detto il premier. Una strategia seguita anche dal ministro del Tesoro Saccomanni che proprio ieri ha confermato i dati snocciolati da Letta e ha addirittura minacciato le dimissioni nel corso di una intervista rilasciata al Corriere della Sera. “Dobbiamo trovare subito 1,6 miliardi per rientrare di corsa nei limiti del 3 per cento –ha detto l’inquilino di via XX settembre- Poi si dovrà concordare una tregua su Iva e Imu, rinviando la questione al 2014 con la legge di Stabilità che va presentata entro il 15 ottobre”. Accontentare subito le ignobili pretese di Rehn, Merkel e compagnia “altrimenti non ci sto”, ha aggiunto Saccomanni tirandosi dietro le ingiurie e lo scherno degli italiani che di questa Europa, e solo di questa, cominciano ad averne le tasche piene.

Assemblea Nazionale Pd: le regole le detta Renzi

Sembra ormai inarrestabile la marcia di Matteo Renzi verso la conquista della segreteria del Partito Democratico. La due giorni rosso-verde all’Auditorium della Conciliazione di Roma non si era aperta sotto i migliori auspici per il sindaco di Firenze, visto che anche la fissazione della data del Congresso era ancora in alto mare. Dopo mesi di estenuanti tira e molla la segreteria di Guglielmo Epifani ha dovuto però cedere alla mediazione e concedere, è proprio il caso di dirlo, la data dell’8 dicembre come primo traguardo delle ambizioni renziane. Ma non solo, perché, già durante la notte, gli sherpa delle varie correnti –bersaniani, dalemiani e lettiani per Cuperlo, renziani vecchi e nuovi per Renzi- sono riuscite finalmente a trovare l’accordo sulle regole, anche se i giochi non sono ancora chiusi.

Prima regola: il nuovo segretario del Pd, chiunque dovesse essere, sarà automaticamente iscritto alle primarie per la premiership in caso di elezioni politiche. Proprio come voleva Renzi. Seconda regola: le elezioni delle rappresentanze regionali si terranno entro tre mesi dalla celebrazione del congresso. Tutto secondo i piani del Renzi-pensiero. La sensazione, confermata dal tono dell’annuncio di Epifani, è che l’ala “governativa” del partito abbia dovuto cedere all’enorme appeal elettorale di Renzi. “Da statuto spetta al presidente fissare la data –ha detto a denti stretti il segretario pro tempore– ho parlato con i due vice-presidenti e propongo, a nome loro, di fissare la data dello svolgimento finale del congresso per l’8 dicembre”. Finalmente una data certa, a meno di clamorosi colpi di scena ancora possibili, che ha fatto esclamare a Renzi “basta che il congresso non si faccia a Natale”.

 

A salire oggi sul palco, sono stati invece Roberto Gualtieri della commissione congresso e lo stesso Renzi. Il primo doveva sostanzialmente confermare la data dell’8 dicembre e i risultati delle febbrili trattative occorse nella notte. Il secondo, invece, doveva fare il primo passo per prendersi il partito. Ora che anche il premier Enrico Letta si è svegliato e ha capito che Berlusconi lo sta solo logorando, in attesa del momento opportuno per staccare la spina al governo, nel Pd si è diffuso il panico di perdere un’altra volta le elezioni contro la rinata Forza Italia. Da una parte ci sono le forche caudine del possibile aumento dell’iva e del nuovo sforamento del rapporto deficit-pil (siamo già al 3,1% secondo Letta Jr), dall’altra la tortura di dover chinare la testa ogni giorno di fronte alle pretese del Pdl-FI di menare la danza sulle scelte dell’esecutivo.

L’unica àncora di salvezza sembra essere rimasto proprio il giovane Renzi che con una sola battuta è riuscito a sverniciare, asfaltare e rottamare il sogno di una nuova avventura di Letta a Palazzo Chigi. Ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo, il mattatore fiorentino ha messo in evidenza tutte le contraddizioni di un giovane-vecchio chiamato Enrico Letta. “La mia generazione era convinta che si dicesse ‘non ho scritto in fronte Giocondo’”, ha detto Renzi facendo riferimento alla battuta del rivale su un vecchio Carosello in cui compariva il personaggio di Jo Condor. Un’affermazione vera come il fatto che la terra è tonda. Tutti gli italiani al di sotto dei 40 anni, infatti, o non hanno idea di chi sia l’ammuffito Jo Condor, oppure avevano sempre pensato, come Renzi, che la misteriosa parola fosse “Giocondo”. Praticamente uno scontro di civiltà tra generazioni in cui la vecchia è destinata a soccombere.

Ma, metafore a parte, è chiaro l’intento di Renzi di passare per la segreteria Pd per gettarsi subito dopo nella rincorsa al Potere, quello vero. Il giovane “berluschino”, così come lo ha apostrofato il cantante, anche lui fiorentino, Piero Pelù, dovrà adesso affrontare la formalità di sconfiggere gli altri candidati: Pippo Civati, Gianni Cuperlo e Gianni Pittella. Un semplice allenamento per il Giovane Renzi in vista dello scontro finale con Berlusconi. Sempre che il Vecchio riesca ancora a tirare a campare prima di tirare le cuoia.

Inchiesta mazzette Equitalia: Ufficio Riscossione Tangenti

Invece di riscuotere tributi Equitalia riscuoteva mazzette. È questa l’ipotesi investigativa che ha dato il via all’inchiesta condotta dalla procura di Roma su un presunto giro di tangenti tra alcuni dirigenti dell’ufficio di riscossione delle tasse più odiato dagli italiani e diversi imprenditori e professionisti che avrebbero ottenuto vantaggi finanziari fraudolenti, pur non possedendo i requisiti, per l’accoglimento delle loro istanze di rateizzazione di cartelle esattoriali. Il pool guidato dal procuratore aggiunto della Capitale, Nello Rossi, ha disposto al momento 29 perquisizioni in tutta Italia, ma la Guardia di Finanza è ancora al lavoro e non è detto che l’inchiesta non possa allargarsi a macchia d’olio.

Allo stato dell’arte gli indagati per concorso in corruzione sono 5, sospettati dagli inquirenti di essere protagonisti di “un’attività di corruzione diffusa e sistemica, che aveva come area di riferimento Equitalia Sud spa”. Il nome più chiacchierato è quello di Roberto Damassa, ex dirigente di Equitalia sud spa il quale, insieme ad un attuale dipendente, Salvatore Fedele, avrebbe svolto la parte del collettore di tangenti con la dolosa collaborazione del commercialista Domenico Ballo e di due imprenditori, Romolo Gregori e Alberto Marozzi, quest’ultimo definito anche “intermediario”. Un piccolo giro di tangenti di pochi spiccioli, qualche migliaio di euro. Bruscolini se messi al confronto con lo sport preferito dal Sistema Italia: la tangente istituzionalizzata.

 

Se i fatti fossero solo questi, ci sarebbe ben poco da speculare sulle enormi falle presenti nella gioiosa macchina da guerra chiamata Equitalia. Ma l’inchiesta romana potrebbe presto avviarsi verso una svolta. Come detto, i Finanzieri mandati in giro per l’Italia da Rossi e colleghi, stanno effettuando perquisizioni e acquisendo documenti scottanti. Perquisite le sedi Equitalia di Roma e Tivoli. Stessa sorte anche per la sede romana dell’Inps. Gli uomini in grigio hanno fatto anche visita a numerosi uffici di imprenditori a Napoli, Caserta e Venezia. Ma il colpo di scena dell’inchiesta Equitalia potrebbe arrivare da Genova dove sono stati perquisiti gli uffici di Francesco Pasquini, direttore regionale per la Liguria di Equitalia Nord. Un pesce grosso, insomma, che, secondo le intercettazioni da tempo disposte, “dimostrava in più occasioni di agevolare la situazione debitoria delle persone fisiche e giuridiche che gli venivano sottoposte, di volta in volta, da Roberto Damassa”. In pratica, sotto la supervisione di Pasquini, “i favoritismi raggiungevano l’apice”.

Difficile pensare che, di fronte a sospetti di tale gravità, Pasquini non possa finire indagato al più presto. Con lui, in bella compagnia, altre 13 persone, tra riscossori di Equitalia e imprenditori collusi, per il momento non iscritti nel registro degli indagati. Un sistema molto ben oliato che permetteva ai fortunati partecipanti alla banda dei 5 (presto molti di più) di “interferire nelle procedure di versamento dei contributi previdenziali, alterando così sia la correttezza dei dati relativi ai pagamenti sia la loro visibilità, con l’obiettivo di ottenere la rinuncia dell’ente di riscossione ad adottare procedure di esecuzione immobiliare” nei confronti degli imprenditori che pagavano mazzette. Le certezze dei pm romani su un possibile allargamento a macchia d’olio dell’inchiesta Equitalia è data dal fatto che gli attuali accertamenti sono il frutto di un precedente procedimento penale, risalente all’aprile 2013 e denominato All inclusive, che vede come protagonista la famiglia di albergatori romani Roscioli.

Di fronte a una possibile catastrofe la reazione minimizzatrice di Equitalia è stata scontata. “Equitalia sta già collaborando con gli inquirenti –si legge in una nota pubblicata dalla società- perché venga fatta piena luce sui fatti oggetto di indagine e sulle eventuali responsabilità”. Hanno invece avuto gioco facile i suoi molti detrattori a cominciare dal Codacons (“illeciti gravissimi”), e continuando con Osvaldo Napoli di FI a cui si sono aggiunti la Lega e il M5S (“chiudere il carrozzone mangiasoldi”). Il resto degli italiani, invece, non ha dubbi nel definire Equitalia un “Ufficio di riscossione mazzette”.