Parlamento chiuso per ferie. E i partiti si tengono i soldi

L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti è stata rinviata a settembre. A partire da sabato prossimo, infatti, il parlamento chiude i battenti per la pausa estiva. Un lungo mese di ferie che durerà fino al 6 settembre, mentre il 10 sarà il giorno in cui l’aula di Montecitorio ha calendarizzato la discussione su quello che doveva essere uno dei cavalli di battaglia del governo Letta. Una vacanza da sogno per qualsiasi italiano normale, alle prese con il portafogli sempre più vuoto, ma non per i membri della casta che a togliersi prebende e privilegi non ci pensano proprio. Ecco spiegato il dietrofront lettiano. A questo punto l’osservatore più attento avrà già notato che il finanziamento pubblico ai partiti politici non dovrebbe esistere più già da un bel pezzo. Precisamente dal referendum Radicale del 1993 che tagliava i soldi per i politici con la ferita di Tangentopoli ancora aperta.

Si sa però come sono andate le cose: i partiti della Seconda Repubblica –se mai ci sia stata qualche differenza rispetto alla Prima– hanno fatto uscire il finanziamento pubblico dalla porta per farlo rientrare dalla finestra con l’appellativo meno imbarazzante di rimborso elettorale. Ebbene, il disegno di legge che dovrebbe dare un taglio ai contributi che i partiti si sono intascati illegalmente –si parla di centinaia di milioni di euro- se ne va al mare a prendere la tintarella, insieme alle promesse da marinaio di un governo che, già che c’era, ha rinviato alle calende greche anche la tanto attesa legge contro l’omofobia, per lasciare spazio ai provvedimenti del Fare e sul Lavoro, cartina di tornasole delle ambizioni da statista di Letta Nipote.

 

Naturalmente la responsabilità del passo da lumaca tenuto dalle aule parlamentari non poteva essere addebitata che alle opposizioni, quella del Movimento5Stelle in particolare, i cui esponenti sono stati accusati strumentalmente di fare ostruzionismo. La vittoria grillina sul rinvio della discussione sul disegno di riforma costituzionale (polemica sull’articolo 138 della Costituzione), è stata però subito ridimensionata dalla controffensiva della casta sul finanziamento ai partiti. A chiarire il punto di vista grillino è stato il capogruppo alla Camera, Riccardo Nuti, la cui dichiarazione non lascia spazio ad interpretazioni: “I parlamentari italiani sono già in vacanza, è evidente che non v’è alcuna volontà di affrontare uno dei provvedimenti maggiormente richiesti dai cittadini”. Nuti ha inoltre proposto di procedere con una seduta fiume, a partire da venerdì 9 agosto, per licenziare prima delle ferie il ddl anti-casta. Risposta: una grassa risata dell’emiciclo.

Ancora più duro, se vogliamo, è stato il giovane vicepresidente di Montecitorio in quota 5Stelle, Luigi Di Maio, pronto a infilare ancor più in profondità il coltello nella piaga. “Non solo quel disegno (di legge sul finanziamento ndr) non è mai stato votatoha detto Di Maioma addirittura è stato rinviato ancora una volta, nonostante l’avremmo dovuto votare venerdì. Questa maggioranza la scuola politica del rinvio: come fregare i cittadini con annunci e proclami”. Una linea durissima sottoscritta anche dal sindaco di Firenze in quota Pd, Matteo Renzi, pronto a cavalcare l’onda dello scontento popolare. A parere di Renzi, il rinvio della discussione sull’abolizione-riduzione del finanziamento ai partiti è stato un “clamoroso autogol”. L’attacco renziano è logicamente strumentale alla conquista del partito e a quella, prevista per la primavera prossima, di Palazzo Chigi, ma la sua ipocrisia (anche lui è membro a tutti gli effetti del Pd) riesce a cogliere nel segno: “Dobbiamo tornare ad essere orgogliosi di come i politici spendono i nostri soldi. Ad esempio lo sapete quanto spendiamo noi democratici? Solo 8,9 milioni di euro in comunicazione e ai territori vanno meno di 9 milioni”. Parola di Renzi.

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