Parma, prosciutto e parmigiano alla diossina: polemica Grillo-De Girolamo

Questa volta il post pubblicato da Beppe Grillo sul suo blog sembra proprio aver colto nel segno, almeno a giudicare dalla reazione furiosa avuta dal ministro dell’Agricoltura (sic!) Nunzia De Girolamo non appena presa visione di una sola frase incriminata, quella che segue, riferita alla reazione dei politici dopo l’apertura dell’inceneritore di Parma: “Esultano per le neoplasie future degli abitanti di Parma, per il cibo avvelenato della Food Valley. Chi mangerà in futuro parmigiano e prosciutti imbottiti di diossina? L’inceneritore è inutile e brucerà rifiuti provenienti da ogni dove, ma loro sono contenti”.

Va bene il governo dell’inciucio col Pd, va benissimo la pretesa di un salvacondotto politico-giudiziario per il condannato Berlusconi, ma mettere in dubbio la sacralità di due marchi doc della ristorazione italiana, il Prosciutto di Parma e il Parmigiano Reggiano, questo proprio no. Per il ministro dell’Agricoltura a sua insaputa, Nunzia De Girolamo, personificazione stessa delle larghe intese perché sposata con il braccio destro di Enrico Letta, Francesco Boccia, sarebbe stata meglio una bestemmia sparata in diretta che questo colpo basso a ciò che resta del cibo di qualità made in Italy.

Scontata la reazione mediatica della De Girolamo, non troppo incisiva (per usare un eufemismo) nelle previsione di politiche agricole per il nostro paese, ma utile parafulmine per le grandi aziende legate a doppio filo al potere politico. “Grillo è un incoscienteha detto il ministro a denti strettile sue affermazioni sulla Food Valley e su due dei principali prodotti del Made in Italy come il Parmigiano reggiano e il Prosciutto di Parma sono gravissime e prive di ogni fondamento”. Risposta di facciata che ovviamente non scende nel merito del problema inceneritore, ma si limita a difendere il settore dell’agroalimentare che, parola di De Girolamo, “di tutto ha bisogno tranne che di affermazioni gratuite dai toni apocalittici che rischiano di screditare uno dei comparti più importanti della nostra economia e il duro lavoro dei nostri produttori che hanno saputo conquistare e mantenere in tutti questi anni una posizione di leadership e di grande reputazione internazionale”.

Eppure il problema dell’inceneritore, entrato in funzione nonostante l’impegno dell’amministrazione a 5Stelle per bloccarlo, esiste e come. Anche se la vera portata dell’impatto inquinante sull’ambiente dell’incenerimento dei rifiuti non è ancora chiaro, il sindaco di Parma Federico Pizzarotti decide di tenere una linea un po’ più morbida rispetto a quella grillina. “L’impegno sarà quello di controllare in modo sistematico le emissioni prodotte dall’Inceneritoreafferma PizzarottiLa Pianura Padana è un territorio unico al mondo, ma anche uno dei più inquinati a causa di decisioni politiche scellerate, per questo è assurdo aver aggravato la situazione con la costruzione dell’ennesimo inceneritore”.

Più che scontata anche la reazione dei diretti interessati, terrorizzati dall’aspettativa della fuga dei consumatori dalla diossina. Ci va giù duro Giuseppe Alai, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, che dichiara: “Un atto di terrorismo nei confronti dei consumatori, originato da affermazioni gratuite legate alla politica e prive di qualsiasi fondamento scientifico”. Toni meno apocalittici quelli utilizzati dal collega presidente del Consorzio Prosciutto di Parma, Paolo Tanara, al quale “dispiace prendere atto che le discussioni politiche coinvolgano inopportunamente e vadano a ledere un prodotto come il Prosciutto di Parma, fiore all’occhiello del nostro agroalimentare”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche la condanna grillina del presidente dell’Unione Parmense Industriali, Giovanni Borri, difensore di interessi miliardari. Liceità o meno delle affermazioni di Grillo, il problema dello smaltimento dei rifiuti, e del pericolo diossina quando questi vengono inceneriti, resta sul piatto della bilancia del futuro dell’Italia. Grillo potrà risultare pure antipatico e anti-Italiano, ma sull’inceneritore di Parma ha colto nel segno.

Ndrangheta: l’ex deputato di Forza Italia Matacena arrestato a Dubai

La latitanza dell’ex parlamentare di Forza Italia, Amedeo Matacena, si è drammaticamente interrotta a Dubai dove le autorità degli Emirati Arabi Uniti hanno notificato all’uomo politico l’ordine di arresto spiccato dalla procura di Reggio Calabria. Le accuse sono gravissime, concorso esterno in associazione mafiosa, la ndrangheta calabrese, e la condanna definitiva è già stata pronunciata dalla Cassazione: 5 anni e 4 mesi di reclusione. Se non fosse per il nome, la storia dell’ex onorevole berlusconiano potrebbe fungere da infausto presagio proprio per il futuro prossimo di Silvio Berlusconi in persona, ridotto a fare il latitante pur di sfuggire alla Giustizia italiana.

Ma il caso Matacena presenta dei risvolti ben più oscuri rispetto al processo Mediaset. Eletto per ben due volte a Montecitorio nelle liste di Forza Italia, nel 1994 e nel 2001, Amedeo Matacena si è fatto conoscere negli anni come un enfant prodige del berlusconismo a causa del vizietto di attaccare frontalmente la magistratura per difendersi dai processi e non nei processi. La lingua del parlamentare era talmente sciolta da riuscire a beccarsi numerose denunce per diffamazione, compresa quella del magistrato della Dna Enzo Macrì. Matacena, sospettato dai pm antimafia di aver sempre favorito la cosca Rosmini, nel 2005 aveva definito Macrì “un soggetto neurolabile e ho chiesto al Guardasigilli che venga sottoposto ad una visita medica collegiale”. Accuse gravissime lanciate sotto la protezione del muro di gomma dell’immunità parlamentare e archiviate dalla Giunta per le autorizzazioni della Camera come “una critica di natura sostanzialmente politica”.

 

Questa la premessa per comprendere il passato di Matacena, il piccolo Berlusconi di Calabria. I fatti contestati all’uomo politico sono invece definiti e circostanziati. Secondo i giudici della Corte di Cassazione, che il 14 agosto scorso hanno depositato le motivazioni della sentenza, “evidentemente non si può stringere un accordo con una struttura mafiosa, se non avendo piena consapevolezza della sua esistenza e del suo modus operandi. Tanto basta per ritenere che Matacena ben sapesse di aver favorito la cosca dei Rosmini (e tanto lo sapeva da aver preteso la esenzione dal ‘pizzo’)”. Più che concorso esterno in associazione mafiosa, dalle carte emerge una partecipazione diretta del Matacena negli affari sporchi del clan reggino. Secondo i giudici della Suprema Corte, l’appoggio di Matacena era più che gradito ai Rosmini anche a causa del “ritorno di immagine” dato dal rampollo di una ricca famiglia di imprenditori.

Prove schiaccianti, insomma, che avevano indotto il protagonista della vicenda a rendersi uccel di bosco fin da giugno, quando la condanna era stata confermata con tanto di interdizione dai pubblici uffici. I carabinieri incaricati di prendere in consegna il condannato Matacena avevano fatto tre buchi nell’acqua: il primo nella natia Reggio Calabria, il secondo a Roma e l’ultimo a Montecarlo, dove l’ex FI risiedeva ufficialmente. Quando le speranze di mettere le mani su Matacena andavano affievolendosi, considerata la possibilità che la ndrangheta avesse provveduto a nasconderlo in qualche doppiofondo di un appartamento, eccolo invece rispuntare a Dubai, ammanettato e pronto alla spedizione.

Una sconfitta non solo per le speranze di impunità del Matacena, ma soprattutto per l’augusto collegio difensivo che aveva preso a cuore la sua pratica, formato dal re dei penalisti, Franco Coppi, e dal decano dei giuristi del verbo berlusconiano, Alfredo Biondi (quello del decreto Salvaladri del 1994). Un parterre de roi che non ha evitato la condanna del proprio assistito. Doppia sconfitta per l’imbattibile Coppi, bruciato anche nel caso Mediaset dal giudice Esposito & co. Ma, come nella migliore tradizione berlusconiana, non tutte le speranze sono perdute. Adesso a Matacena non resta che giocarsi le sue carte contro l’estradizione in Italia, visto che il reato associativo, anche per quanto riguarda i casi di criminalità organizzata, non sempre viene riconosciuto dalle autorità straniere. Speranza di impunità.

Il governo Letta abolisce l’Imu: una trappola per Berlusconi

Il sorriso incontenibile mostrato dal vicepremier Angelino Alfano durante la conferenza stampa di Palazzo Chigi con cui i membri del governo Letta, premier Enrico in testa, hanno annunciato l’abolizione dell’Imu , la dice lunga sulla soddisfazione per un provvedimento atteso un po’ da tutti. Dai cittadini italiani in particolare, oberati dalla mancanza di lavoro, dallo sfruttamento, dai debiti, dalle tasse sempre più alte e, fino al consiglio dei ministri di ieri, persino dall’odiato balzello imposto da Mario Monti sulla casa, noto a tutti col terrificante acronimo di Imu. Ma non solo per loro. La cancellazione dell’imposta sugli immobili era una spada di Damocle infilata sulla strada del governo delle larghe intese o dell’inciucio Pd-Pdl.

Fino a poche ore dalla inattesa decisione del governo Letta, infatti, le opposte fazioni degli alleati Pd-Pdl se le erano date di santa ragione con, da una parte, i ministri “Rossi” Del Rio e Fassina pronti a guaire sull’ingiustizia sociale di una cancellazione totale dell’Imu che avrebbe favorito i soliti ricchi e, dall’altra, il mini Rottweiler Brunetta, spalleggiato dai sorrisi disincantati di Alfano, a mostrare i denti per difendere il cavallo di battaglia della campagna elettorale di Berlusconi, l’abolizione totale dell’Imu, appunto. Una vittoria cristallina del Cavaliere allora? Una nuova carta da giocare nella prevedibile tornata elettorale anticipata da correre sotto le insegne della risorta Forza Italia?

 

A sentire le reazioni a caldo di Berlusconi in persona parrebbe proprio di sì: “Il Popolo della Libertà ha rispettato il patto con i suoi elettori e il presidente Letta ha rispettato le intese con il Pdl. Gli effetti positivi vanno a beneficio di tutti i cittadiniha scritto in una nota il CavalierePromesso. Realizzato. Sull’Imu sulla prima casa e sui terreni e fabbricati funzionali alle attività agricole abbiamo mantenuto gli impegni. E l’etica in politica è mantenere la parola data”. Toni trionfali ma, ad analizzare bene la situazione, non sarà sfuggita di certo al commentatore più navigato la circostanza che, nella vicenda Imu, non è stato il Pdl ad andare incontro ai desiderata dell’alleato (più propenso ad una rimodulazione della tassa piuttosto che alla sua cancellazione) per ottenere in cambio, casomai, un occhio di riguardo sui tempi della decadenza di Berlusconi da senatore dopo la sentenza Mediaset (e sui modi con cui affrontare la scure della legge Severino sull’incandidabilità dei condannati, già messa in dubbio da fior di costituzionalisti e definita illegittima proprio dal condannato Berlusconi nella memoria difensiva che il Nostro dovrà presentare alla Giunta per le elezioni di Palazzo Madama il 9 settembre prossimo).

Al contrario, è stato l’intero Pd a mettere la retromarcia per sposare in toto la linea Berlusconi-Brunetta sull’Imu. Non solo, ma Letta ha annunciato entusiasta la nascita, dal primo gennaio 2014, di una service tax ispirata dai principi del federalismo fiscale, che sostituirà non solo l’Imu ma anche la neonata Tares sui rifiuti e dovrebbe prendere il nome di Taser (non era meglio direttamente Tasser?). A questo punto il cittadino medio si starà già facendo due conti su quanto risparmierà sulla casa, pronto magari anche a votare un Letta-bis. Ed è qui che casca l’Asino elettore, perché i denari da sganciare a Pantalone prenderanno altre strade (come l’aumento delle accise sulla benzina). Ma non solo, perché l’ambiguo sorriso di Alfano potrebbe essere la spia di un accordo sottobanco tra le colombe del Pdl e le quaglie del Pd per far fuori Berlusconi e continuare a governare. Ecco svelata la trappola.

La condanna Mediaset scalda Veronica: la Lario telefona a Silvio

La condanna definitiva di Silvio Berlusconi a 4 anni di carcere per frode fiscale, pronunciata il primo agosto scorso dalla Corte di Cassazione è riuscita ad addolcire persino il cuore di pietra di Veronica Lario. L’ex moglie del Cavaliere -divenuta la record-woman degli alimenti corrisposti da un coniuge separato, raggiungendo la fantasmagorica cifra di circa 3 milioni di euro al mese– non appena venuta a conoscenza dello stato di prostrazione che ha colpito il suo benefattore dopo la mazzata subita dalla Giustizia italiana, non ha esitato a sotterrare l’ascia di guerra del divorzio il cui sanguinoso iter è in corso a Monza, ed ha telefonato al capezzale di Arcore.

Non una, ma ben due volte, l’ultima delle quali il giorno di Ferragosto, come raccontato sul Messaggero dalla giornalista Maria Latella. Telefonate colme di emozioni forti e sincera preoccupazione per lo stato psicofisico del comunque marito che questa volta sembra proprio aver accusato il colpo della sua possibile uscita dalla scena politica. A pensarci bene, uno strano deja vu per Veronica, che già pochi anni fa aveva gridato pubblicamente tutto il suo strazio per le condizioni di Silvio, definito senza mezzi termini “un uomo malato”. Quella volta –eravamo nel 2008, all’apice del successo politico berlusconiano- c’era di mezzo Noemi Letizia, le notti brave di Casoria e “le vergini da sacrificare al drago”. Un’altra storia, e un’intervista a Repubblica del nemico De Benedetti da consegnare agli annali. Casus belli della richiesta di divorzio avanzata subito dopo dalla signora Lario nei confronti del miliardario Berlusconi.

 

Una classica storia di rottura di coppia come ne capitano a milioni, se non fosse stato per quel piccolo particolare degli emolumenti: la villa di Macherio e 3 milioni di euro al mese a Veronica per il disturbo di essere stata cornificata a ritmi da guinness. Una ferita che nel Cavaliere non si è ancora rimarginata, se è vero come è vero che ancora il 24 aprile scorso Berlusconi definiva la sentenza in favore della Lario “una decisione di tre giudichesse femministe e comuniste”. Altri tempi e altra storia, come detto, perché il tempo e il destino hanno la forza di modificare anche le decisioni ritenute irrevocabili.

A dare credito alla Latella, sarebbe stata la forte preoccupazione espressa da Luigi, uno dei tre figli avuti con Silvio, a sciogliere le riserve nel cuore di Veronica. Per la prima volta nella sua vita Berlusconi, prossimo alla decadenza da senatore e agli arresti domiciliari, non passava le vacanza nella sua villa in Sardegna, o in qualsiasi altro posto esclusivo. Nessun bagno di folla, niente fotografie, gossip pruriginosi o sospetti di cene eleganti. Il Re di Arcore si trova rinchiuso proprio nel castello-prigione di Villa San Martino, circondato solo dalla presenza e dall’affetto degli eredi, compresi Marina e Piersilvio, i figli di primo letto. Insomma, sarebbe bastata qualche telefonata lamentosa del timido Luigi a far scattare la leva della compassione di Veronica Lario.

“Quando un figlio ti chiama e perfino al cellulare ti trasmette la sua grande preoccupazione, puoi essere separata dal tuo ex da cento anni, ma ci stai male lo stesso. Per questo, a Ferragosto, Veronica ha chiamato Silvio ed è stata la seconda, lunga, telefonata dopo la sentenza della Cassazionescrive la Latella con inimitabile spunto romanzesco per poi chiosare- Perché la loro vicenda personale, l’iter giudiziario di un divorzio complicato, spostato a Monza e ancora lontano dall’accordo, è una cosa. Altra sono i ricordi di una vita insieme e la vicinanza in un momento difficile. Trent’anni e tre figli, ricorda spesso Veronica, non si cancellano”. Sarà pure così. Un mondo dove alla fine trionfano i buoni sentimenti. Anche quelli del Caimano Berlusconi e della Sanguisuga Lario (non se ne voglia la signora in tempi di Pitonesse e volatili di ogni sorta). Ma pecunia non olet e per Veronica vale il detto che il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ma non sarà invece una questione di eredità nel caso “il vecchio” dovesse tirare le cuoia?

Miccichè denuncia: campagna acquisti del Pd sui senatori Pdl

Il grido di allarme lanciato da Gianfranco Miccichè su un presunto tentativo di compravendita di senatori del Pdl da parte dei nemici-alleati di governo del Pd, in vista di un probabile Letta-bis, arriva proprio nel giorno in cui Silvio Berlusconi stava cercando di ricompattare il partito, mettendo la museruola alle scaramucce mediatiche tra falchi e colombe, sintomo innegabile di una spaccatura all’interno del movimento azzurro sul tema dell’agibilità politica del Padrone. A sentire l’ex plenipotenziario di Forza Italia in Sicilia -uno degli artefici dello storico 61 a 0 nelle elezioni del 2001 e adesso leader del partito satellite Forza Sud– dalle parti di via del Nazareno si starebbero scoprendo le carte prima che Berlusconi riesca a far saltare il banco, allontanando con il ricorso alle urne la discussione sulla sua decadenza da senatore.

La bomba a mano Miccichè la lancia a metà di un umido pomeriggio di fine agosto: “Da parte del Pd, ma non del premier, è in corso una campagna acquisti nel Pdl per un Letta-bis”. Parole che hanno richiamato subito alla mente una ben più famosa accusa di compravendita; quella avanzata dal “pentito” Sergio De Gregorio -l’ex senatore dipietrista passato armi e bagagli nel Pdl contribuendo a dare la spintarella decisiva alla traballante maggioranza prodiana costituitasi nel 2006- proprio nei confronti di Silvio Berlusconi. De Gregorio, secondo molti divenuto delatore per salvarsi la pelle con il patteggiamento, ha coinvolto il Cavaliere in una brutta storia di corruzione all’interno dei Palazzi romani, condita anche dalla comparsa del maggiordomo Walter Lavitola, dotato persino di capienti borse colme di denaro.

Il processo a carico di Berlusconi e soci sulla presunta corruzione di De Gregorio si terrà in autunno a Napoli, mentre il polverone alzato ieri da Miccichè (per la cronaca, sorprendente difensore da Destra della tesi della legalizzazione delle droghe leggere) viene in parte sgonfiato dallo stesso protagonista della vicenda. “Non si tratta di una compravendita basata sui quattriniha aggiunto l’attuale sottosegretario alla P.A.ma su promesse, come ad esempio un posto da sottosegretario, e che coinvolge quanti temono la crisi perché non vogliono andare a casa e hanno paura di non essere ricandidati”. Nessuna condotta da codice penale, dunque, ma semplicemente “alcune colombe del Pd che parlano con quelle del Pdl condividendo l’idea che una crisi sarebbe assurda”.

 

Corruzione o compravendita, campagna acquisti o calciomercato che sia, fatto sta che il sasso lanciato nello stagno dal navigato politico di Trinacria ha fatto un rumore molto simile a quello di un messaggio cifrato. La spaccatura tra falchi e colombe pidielline non è infatti frutto di fantasie giornalistiche, ma uno specchio fedele della realtà. Miccichè ha voluto di proposito mettere il dito nella piaga del Gesù Cristo di Arcore (copyright di Angelino Alfano) per assicurarsi un posto nel paradiso della rinascente Forza Italia. La rottura tra filogovernativi e SS berlusconiane anticipata domenica scorsa da Daniela Santanchè è stata, infatti, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, costringendo la badante Berlusconi a sgridare i riottosi pargoli.

La voce di Arcore è giunta per mezzo di una dichiarazione ufficiale pubblicata dalle agenzie di stampa. “Si smetta di fornire alibi alle manipolazioniscrive Berlusconi in persona– In questa situazione di difficoltà per il nostro Paese e di confronto tra le forze politiche, il dibattito all’interno del Popolo della Libertà, che nasce come chiaro segnale di democrazia, viene sempre più spesso alimentato, forzato e strumentalizzato dagli organi di stampa”. Il Cavaliere ha paura che le divisioni dei suoi trasformino il day after Letta in un salto nel buio e per questo conclude: “Invito tutti a non fornire con dichiarazioni e interviste altre occasioni a questa manipolazione continua che alimenta le polemiche e nuoce a quella coesione interna, attorno ai nostri ideali e ai nostri valori”. Intanto è il senatore Francesco Scoma è il primo a trovare il coraggio di fare outing antiberlusconiano. Segno dei tempi.

Santanchè annuncia la crisi di governo. 20 senatori pronti a tradire Berlusconi

La questione della decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di senatore della Repubblica italiana si fa sempre più spinosa. Risale a sabato scorso, al termine della riunione convocata ad Arcore dal Cavaliere, l’ultimatum lanciato dal segretario-vicepremier Angelino Alfano sul voto della Giunta di Palazzo Madama che dovrebbe estromettere Berlusconi dalla vita politica: “Impensabile e inaccettabile” secondo il Pdl. Ieri è toccato invece a Daniela Santanchè far segnare un nuovo punto in favore di quelli che le cronache giornalistiche definiscono i falchi del partito.

“E’ finita, finalmente. Il governo Letta cadràha reso noto la Pitonessa azzurra durante un’intervista rilasciata all’odiata RepubblicaL’ha detto anche il presidente, che non mi è mai sembrato così forte, tranquillo e determinato: non dobbiamo aspettarci niente, perché da Napolitano, da Letta e dal Pd niente avremo”. Una dichiarazione di guerra in piena regola, ma la Santanchè ha anche rincarato la dose: “Le colombe hanno ceduto, non ci sono alternative alla crisi perché gli altri hanno deciso di negare l’agibilità politica a un leader votato da milioni di italiani”. Poi, l’affondo contro gli avversari interni: “Cicchitto, Schifani, Quagliariello, Lupi fanno a gara nel dire che si può mediare, ma sbagliano. Alfano ha capito che aria tirava e si è subito allineato. E’ il più furbo di tutti”.

 

Che Silvio Berlusconi sia ormai deciso a staccare la spina a Letta Nipote non è comunque un dubbio per nessuno. La circostanza è confermata da un dato reale e tangibile: la comparsa nelle città italiane dei nuovi manifesti di Forza Italia che, forti dello slogan “Ancora in campo per l’Italia”, stanno tappezzando tutto lo Stivale. Perché spendere una fortuna per pubblicizzare un prodotto, la Nuova Forza Italia, senza invitare il cliente-elettore ad acquistarlo sugli scaffali delle urne elettorali? Il piazzista Berlusconi è pronto a giocarsi tutto il suo futuro politico in una drammatica tornata di elezioni anticipate. Non resta altro da fare che disarcionare Enrico Letta facendo ricadere sulla sinistra, ovvero sul Pd, la responsabilità di una crisi al buio. Ancora una volta sembra essere l’ Imu il Cavallo di Troia che permetterà all’Ulisse di Arcore di sorprendere il nemico e sterminarlo.

La data da segnare sul calendario è quella di mercoledì 28 agosto, giorno in cui il Consiglio dei Ministri si riunirà per discutere anche della rimodulazione dell’odiato balzello. Il mastino Renato Brunetta è già pronto a non mollare l’osso della sua abolizione totale, provocando così la spaccatura con la linea “Robin Hood” sostenuta, tra gli altri, dal ministro Graziano Del Rio e dal viceministro dell’Economia Stefano Fassina, pronti a far pagare l’Imu ai ricchi per levarla ai poveri. Bolscevichi.Tornando però alle vicende interne al Pdl, è innegabile che –nonostante il mezzo passo indietro della Pitonessa che ha parlato di “partito compatto”– la spaccatura tra falchi e colombe presto farà tornare i nodi al pettine.

La reazione di Cicchitto, Matteoli e Schifani alla provocazione della Santanchè è stata immediata, ma sono state soprattutto le parole del siciliano capogruppo al Senato a far sentire aria di fronda contro Berlusconi: “Io guido il gruppo dei senatori. E voglio dirvi che non abbiamo un gruppo compatto come quello del 2006. Se andiamo alla rottura e non c’è la sicurezza dell’esito elettorale, il gruppo chi lo tiene?”. A buon intenditor poche parole. E starebbe già circolando una lista dei possibili “Giuda” pronti a sostenere un Letta-bis. È stato Il Messaggero a snocciolare una rosa di nomi: Pietro Iurlaro, Giovanni Biliardi, Pippo Pagano, Salvatore Torrisi, Francesco Scoma, Antonio Milo, Vincenzo D’Anna, Pietro Langella, Ciro Falanga, Giuseppe Ruvolo. Tutti personaggi semisconosciuti e sicuri di non essere rieletti, inseriti all’ultimo momento nelle liste elettorali, che potrebbero –nonostante la pronta smentita- far naufragare la nave di Forza Italia prima ancora della partenza.

Berlusconi contro Epifani: la campagna elettorale si apre con l’Imu

Anche se nessuno lo confessa apertamente, con l’affondo di Silvio Berlusconi sull’Imu si è aperta ufficialmente una campagna elettorale lunga e logorante che porterà alla caduta del governo Letta. Il Cavaliere pregiudicato –inseguito dalla sentenza definitiva della Cassazione e a rischio incandidabilità- non aspettava altro che la bocciatura della cancellazione totale dell’Imu prospettata dal ministro dell’Economia, Maurizio Saccomanni, giovedì scorso, per catapultarsi nuovamente nell’agone politico. Un casus belli che rimette in moto l’arrugginita macchina di Forza Italia e che consente a Berlusconi di sviare l’attenzione mediatica dal tema della sua “agibilità politica” (leggi Grazia di Napolitano).

“La nostra battaglia sull’Imu è una battaglia di libertà.ha detto un Silvio tornato più caimano che maiPer questo non verremo mai meno al nostro impegno sull’Imu. È un impegno di fondo dell’accordo di governo con il presidente Letta, ma è anche e soprattutto lo stimolo fondamentale per far ripartire la nostra economia”. Una mano che batte sul petto e l’altra che sguaina la spada, ecco Berlusconi senior in versione estate 2013. Non più il frodatore fiscale incallito sanzionato dalla Giustizia italiana, ma il paladino della Libertà contro lo Stato di polizia che mette le mani in tasca ai cittadini onesti. “Già nel 2008prosegue l’ultimatum berlusconianoil nostro governo cancellò l’Ici e l’impegno che abbiamo preso nell’ultima campagna elettorale, quello stesso impegno che è alla base dell’accordo che ha portato alla formazione del governo di larghe intese”. Chiusura di stampo biblico: “Non verremo mai meno al nostro impegno sull’Imu”.

 

Peccato che la bella favola raccontata dall’uomo di Arcore si distacchi in parte dalla realtà, fatto tipico della narrazione berlusconiana. I problemi che il ministero di via XX Settembre cerca di risolvere sono infatti enormi, e i soldi non ci sono mai. Quello di Saccomanni è stato un tentativo di superare la tanto odiata tassa sulla casa, senza però rinunciare di colpo ai 4 miliardi che essa assicura alle casse esangui dello Stato. Il ministro aveva stilato una lista di 9 ipotesi di modifica dell’Imu, tra le quali nessuna ne prevederebbe l’abolizione totale. Va bene non far pagare la prima casa ai meno abbienti (una media di quasi 200 euro di Imu) e a chi con uno stipendio riesce a malapena a campare, ma i redditi superiori ai 100mila euro beneficerebbero di un regalo superiore ai 600 euro. Troppo per i ricchi in un momento di così grave crisi economica. Certo, Saccomanni non ci pensa proprio a ricavare denari da una tassa patrimoniale o dal mancato acquisto dei caccia F-35, ma questo è un altro discorso.

Ciò che in questa sede interessa è il ritorno forzato di Berlusconi in campagna elettorale per coprirsi anche dai processi futuri (Ruby e De Gregorio su tutti). A questa inaspettata offensiva agostana le scalcagnate truppe del Pd, comandate dal segretario Guglielmo Epifani, hanno cercato di dare una risposta convincente, ma rischiano di essere spazzate via dalla macchina da guerra Azzurra. “Berlusconi sbagliaha detto timidamente il segretario Pd–  Nel suo discorso programmatico, il premier Letta ha detto: ”superare l’attuale tassazione della prima casa e dare tempo a governo e Parlamento di elaborare una riforma che dia ossigeno alle famiglie, soprattutto a quelle meno abbienti”. La tattica epifaniana si basa sulla debole richiesta di una “soluzione equa” che, di fronte alla voracità politica di Berlusconi, è come sanguinare in mezzo a un branco di squali.

Chiudiamo con le parole del premier, Enrico Letta, sempre vestito dei panni da pompiere per tirare a campare qualche mese in più con il suo governo divenuto balneare. “Derubricherei queste polemiche a questioni di merito importanti che troveranno un loro punto di sintesi alla fine di questo mese di agosto, quando dobbiamo per forza presentare le soluzioni rispetto ai problemi in scadenza tra cui anche quello sulla tassazione della prima casa”. Letta Nipote pensa di sostituire l’Imu (ma anche la Tares) con una tassa unica, la Service Tax. Basterà a tenere buono Berlusconi? Domanda retorica.

Pd: primarie il 24 novembre. Scontro tra Renzi e Letta

Finalmente il Partito Democratico ha fissato la data delle elezioni primarie. O forse ancora no. È vero che il segretario reggente, Guglielmo Epifani, al termine dell’ennesima Direzione Nazionale –convocata eccezionalmente a Montecitorio per permettere ai propri deputati di partecipare ai lavori dell’aula- ha individuato il 20-21 settembre come data di convocazione dell’Assemblea Nazionale e il 24 di novembre come giorno adatto per chiamare i simpatizzanti alle urne (o gazebo), ma è altrettanto vero che non si è ancora parlato della data del Congresso e, inoltre, non sono state messe nero su bianco le regole della tornata elettorale in casa Pd.

La confusione è talmente alta sotto il cielo di largo del Nazzareno che le dichiarazioni rilasciate dagli esponenti del fu partito di Togliatti e Berlinguer vanno in direzioni ostinatamente opposte e contrarie. I primi a farsi sentire sono stati naturalmente i fedelissimi di Matteo Renzi, timorosi di restare schiacciati dalla gioiosa macchina da guerra messa in piedi dalla nomenklatura interna. “Epifani: save the date, 20 e 21 settembre. Non è il Congresso, solo l’Assemblea che dovrebbe fissarne le regole”, ha twittato ieri sera a caldo Paolo Gentiloni, l’ex ministro della Comunicazione, anche lui rimasto folgorato sulla via di Firenze. Evidentemente i renziani hanno fiutato l’aria che tira: nessuna regola per le primarie, dubbio se l’impegno ai gazebo serva ad eleggere il segretario o il candidato premier e ancora nessuna data per il Congresso. Questi i tre pomi della discordia che rischiano di spaccare il partito.

 

Nubi fosche che le parole pronunciate dal segretario Epifani non hanno di certo contribuito a diradare. “Confermo tutto: tempi e funzione del congressoha detto Epifanila commissione ha fatto uno sforzo molto serio di condivisione che consentirà di consegnare all’assemblea nazionale le proposte di modifica delle regole congressuali. L’Assemblea si svolgerà il 20-21 settembre e da lì partirà l’iter del nostro Congresso”. Una supercazzola alla Ugo Tognazzi che dice tutto per non dire niente. Una trappola, insomma, alla quale Renzi ha cercato di sfuggire non prendendo la parola in Direzione e lasciando la sala di Montecitorio visibilmente contrariato. A scoprire il bluff di epifaniani e lettiani è stata l’ex senatrice Magda Negri la cui precisa domanda, “Allora, 24 novembre per il Congresso?”, ha trovato un agghiacciante riscontro nella risposta di Davide Zoggia, responsabile bersaniano dell’organizzazione del partito.

“La data delle primarie, in realtà, non e’ stata stabilita per il semplice motivo che la deve fissare l’Assemblea convocata per il 20-21 settembreha confessato l’ingenuo ZoggiaL’impegno preso e ribadito dal segretario, però, è di mantenere le date previste nell’ultima Direzione. Dipenderà anche dalle regole perché se non si approvassero quelle alle quali stiamo lavorando in queste settimane le primarie rischierebbero di slittare”. Una confessione quasi alla Spatuzza, il famoso pentito di mafia, forse superflua per chi, come Pippo Civati, non è renziano ma rappresenta l’opposizione interna “da sinistra” nel partito: “Non c’è nessuna data, nessun impegno, nemmeno nella nota ufficiale del partito. Le regole ancora non ci sono, fino a quando non c’è una determinazione dell’Assemblea io resto cauto”.

Insomma, il Pd rischia di bruciarsi definitivamente prima ancora di eleggere il nuovo segretario e, soprattutto, con un Berlusconi ancora sulla scena politica. Un gioco al massacro che il premier Enrico Letta ha cercato di stoppare gettando democristianamente acqua sul fuoco. “Se viene meno l’unità del Pd in questo momento di sfilacciamentoha detto il dolce Enrico (con tutto il rispetto per Berlinguer e Venditti)- il sistema rischia di venir giù. L’Italia può farcela non è impossibile e non è propaganda. E’ alla nostra portata, dipende da noi”. Ma intanto tra lui e Renzi è calato il gelo. Vatti a fidare dei compagni del Pd.

Parlamento chiuso per ferie. E i partiti si tengono i soldi

L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti è stata rinviata a settembre. A partire da sabato prossimo, infatti, il parlamento chiude i battenti per la pausa estiva. Un lungo mese di ferie che durerà fino al 6 settembre, mentre il 10 sarà il giorno in cui l’aula di Montecitorio ha calendarizzato la discussione su quello che doveva essere uno dei cavalli di battaglia del governo Letta. Una vacanza da sogno per qualsiasi italiano normale, alle prese con il portafogli sempre più vuoto, ma non per i membri della casta che a togliersi prebende e privilegi non ci pensano proprio. Ecco spiegato il dietrofront lettiano. A questo punto l’osservatore più attento avrà già notato che il finanziamento pubblico ai partiti politici non dovrebbe esistere più già da un bel pezzo. Precisamente dal referendum Radicale del 1993 che tagliava i soldi per i politici con la ferita di Tangentopoli ancora aperta.

Si sa però come sono andate le cose: i partiti della Seconda Repubblica –se mai ci sia stata qualche differenza rispetto alla Prima– hanno fatto uscire il finanziamento pubblico dalla porta per farlo rientrare dalla finestra con l’appellativo meno imbarazzante di rimborso elettorale. Ebbene, il disegno di legge che dovrebbe dare un taglio ai contributi che i partiti si sono intascati illegalmente –si parla di centinaia di milioni di euro- se ne va al mare a prendere la tintarella, insieme alle promesse da marinaio di un governo che, già che c’era, ha rinviato alle calende greche anche la tanto attesa legge contro l’omofobia, per lasciare spazio ai provvedimenti del Fare e sul Lavoro, cartina di tornasole delle ambizioni da statista di Letta Nipote.

 

Naturalmente la responsabilità del passo da lumaca tenuto dalle aule parlamentari non poteva essere addebitata che alle opposizioni, quella del Movimento5Stelle in particolare, i cui esponenti sono stati accusati strumentalmente di fare ostruzionismo. La vittoria grillina sul rinvio della discussione sul disegno di riforma costituzionale (polemica sull’articolo 138 della Costituzione), è stata però subito ridimensionata dalla controffensiva della casta sul finanziamento ai partiti. A chiarire il punto di vista grillino è stato il capogruppo alla Camera, Riccardo Nuti, la cui dichiarazione non lascia spazio ad interpretazioni: “I parlamentari italiani sono già in vacanza, è evidente che non v’è alcuna volontà di affrontare uno dei provvedimenti maggiormente richiesti dai cittadini”. Nuti ha inoltre proposto di procedere con una seduta fiume, a partire da venerdì 9 agosto, per licenziare prima delle ferie il ddl anti-casta. Risposta: una grassa risata dell’emiciclo.

Ancora più duro, se vogliamo, è stato il giovane vicepresidente di Montecitorio in quota 5Stelle, Luigi Di Maio, pronto a infilare ancor più in profondità il coltello nella piaga. “Non solo quel disegno (di legge sul finanziamento ndr) non è mai stato votatoha detto Di Maioma addirittura è stato rinviato ancora una volta, nonostante l’avremmo dovuto votare venerdì. Questa maggioranza la scuola politica del rinvio: come fregare i cittadini con annunci e proclami”. Una linea durissima sottoscritta anche dal sindaco di Firenze in quota Pd, Matteo Renzi, pronto a cavalcare l’onda dello scontento popolare. A parere di Renzi, il rinvio della discussione sull’abolizione-riduzione del finanziamento ai partiti è stato un “clamoroso autogol”. L’attacco renziano è logicamente strumentale alla conquista del partito e a quella, prevista per la primavera prossima, di Palazzo Chigi, ma la sua ipocrisia (anche lui è membro a tutti gli effetti del Pd) riesce a cogliere nel segno: “Dobbiamo tornare ad essere orgogliosi di come i politici spendono i nostri soldi. Ad esempio lo sapete quanto spendiamo noi democratici? Solo 8,9 milioni di euro in comunicazione e ai territori vanno meno di 9 milioni”. Parola di Renzi.

Sentenza Mediaset: l’autogol di Esposito rimette in gioco Berlusconi

I commentatori politici come Paolo Mieli, intervistato ieri sera dal Tg3, possono pure seccarsi la gola a forza di ripetere che l’improvvida intervista rilasciata al giornalista del quotidiano Il Mattino, Antonio Manzo, dal Presidente della Sezione feriale della Cassazione, Antonio Esposito (colui che lesse il dispositivo della sentenza Mediaset), non avrà alcun effetto sull’esecuzione della sentenza che ha visto Silvio Berlusconi condannato a 4 anni in via definitiva per il reato di frode fiscale. Di effetti, invece, ce ne saranno e come. A cominciare da quelli pirotecnici accesi subito dai falchi del Popolo della Libertà. Certo, gli sfondoni mediatici inanellati da Esposito sul quotidiano partenopeo, non inficeranno la forma sancita dal pronunciamento della Corte di Cassazione il primo di agosto, ma andranno a incidere probabilmente sulla sostanza della pena da infliggere al Cavaliere.

Ma cosa ha detto di così grave l’alto magistrato da scatenare un tsunami politico sulle cui onde gigantesche si sono messi a fare surf gli squali berlusconiani? Per comprendere bene la portata dell’intervista bisogna però partire dalla fine, da quando cioè Esposito ha smentito ufficialmente il contenuto delle frasi pronunciate solo poche ore prima, e in particolare di una: “Berlusconi condannato perché sapeva non perché non poteva non sapere”. Una vera e propria anticipazione delle motivazioni della sentenza, vietata rigorosamente alle toghe. A smentire la smentita ci ha pensato però il direttore del mattino in persona, Alessandro Barbano, il quale, intervistato da Radio1, ha confermato: “Posso assicurare a voi e ai miei lettori che l’intervista è letterale, cioè sono stati riportati integralmente il testo, le parole e le frasi pronunciate dal presidente di cui ovviamente abbiamo prova”.

 

Un doppio autogol, quello provocato da Esposito, che ha fatto scomodare persino il Primo presidente della Cassazione, Giorgio Santacroce che -oltre a subire le pressioni del Guardasigilli Cancellieri in cerca di chiarimenti- ha dovuto dichiarare “inopportuna” la chiacchierata intrapresa dal collega togato. Secondo la Suprema Corte, comunque, la “soffiata” di Esposito “non inficia, né cambia la decisione sul processo Mediaset”. Non si può dire che sia dello stesso parere Niccolò Ghedini, l’eterno avvocato di Berlusconi, apparso in disarmo dopo la prima sconfitta subita, oltre che offuscato dalla stella di Franco Coppi. “Gli organi competenti dovranno urgentemente verificare l’accaduto che non potrà non avere dei concreti riflessi sulla valutazione della sentenza emessa”, ha sibilato con un sorriso a 64 denti l’avvocato “Mavalà”, consapevole di giocarsi il tutto per tutto.

Ma Ghedini ha puntato la sua attenzione anche su un altro passaggio misterioso dell’intervista di Esposito. “Fra l’altro il dott. Esposito –ha aggiunto- avrebbe affermato che il presidente Berlusconi sarebbe stato avvertito delle asserite illecite fatturazioni da ‘Tizio, Caio e Sempronio’”. Un fatto gravissimo, soprattutto se a tirarlo fuori è stato proprio colui che ha dovuto giudicare il suo datore di lavoro. Mistero tra i misteri. Fatto sta che i legali berlusconiani già annunciano ricorso (anche se non si capisce bene in che sede), mentre i corifei straparlano di “necessità della riforma della giustizia” in senso punitivo per la leggerezza dimostrata dalla categoria dei magistrati. A complicare ulteriormente la vicenda è stato lo stesso giudice che, nella serata di ieri, ha fatto sapere che la sua intervista sarebbe stata  “manipolata”. Una smentita della smentita della smentita che non ha impedito ai componenti laici del Csm in quota Pdl di chiedere l’apertura di una pratica nei suoi confronti.