Sanitopoli: 10 anni a Del Turco. Un nuovo caso Tortora?

Ottaviano Del Turco condannato a quasi 10 anni di galera (9 anni e 6 mesi per la precisione) per corruzione. Il politico ex socialista non è stato graziato dai giudici del tribunale di Pescara che, evidentemente, lo hanno ritenuto responsabile di essere uno dei terminali istituzionali di un presunto giro di tangenti milionarie nella sanità privata abruzzese. Oltre il danno, la beffa per Del Turco, che si è visto pure infliggere una pena sbagliata durante la lettura del dispositivo della sentenza da parte del giudice Carmelo De Santis (9 anni e 9 mesi invece di 6). La lettura politica di questa pesante condanna non è ovviamente univoca: giudici e pm credono alla versione di un imprenditore “pentito”, mentre la difesa di Del Turco parla senza mezzi termini di “teorema giudiziario basato sul nulla”.

È stato lo stesso Del Turco ad evocare per se stesso la riproposizione del caso Tortora, il famoso volto della tv finito in carcere negli anni ’80 per una brutta storia di spaccio di droga, poi rivelatasi una montatura. Anche Tortora venne condannato a 10 anni nel 1985 per colpa di 3 pentiti di camorra, Giovanni Pandico, Giovanni Melluso (soprannominato “Gianni il bello”) e Pasquale Barra, che lo accusarono di far parte attiva della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Da quella terribile storia Enzo Tortora ne uscì pulito, ma a costo della salute e della vita. Anche se il paragone azzardato da Del Turco non sembra reggere il giudizio della storia, il rischio in questo caso è che anche l’ex socialista possa uscire annientato nel corpo e nello spirito da una drammatica vicenda iniziata nel 2008.

 

Basta guardare le immagini delle interviste rilasciate ieri a caldo da Del Turco per capire che il sindacalista delle larghe intese non se la passa troppo bene. Volto emaciato, pallore diffuso e difficoltà nel parlare. Il rischio è che la sua presunta colpevolezza passi in secondo piano rispetto ai danni irreversibili che la detenzione carceraria comporta. Passando invece ai particolari della condanna, c’è da dire che l’ex presidente della Regione Abruzzo si trova proprio in bella compagnia. Insieme a lui sono stati condannati Lamberto Quarta, Camillo Cesarone, Antonio Boschetti, Bernardo Mazzocca, Francesco Di Stanislao, Pierluigi Cosenza, Vincenzo Maria Angelini, che dovranno adesso risarcire milioni di euro alle casse abruzzesi.

Il personaggio chiave dell’inchiesta è proprio l’ultimo citato, Vincenzo Maria Angelini, imprenditore nel ramo della sanità ed ex titolare della clinica Villa Pini che, messo alle strette dagli inquirenti, si è deciso a scoperchiare il vaso di Pandora della cosiddetta Sanitopoli abruzzese, dove compiacenti pubblici amministratori distribuivano appalti in cambio di “mele”. Proprio così perché, in questa vicenda, la madre di tutte le tangenti è quella che gli investigatori ritengono nascosta in una busta di mele consegnata il 2 novembre 2007 da Angelini a Del Turco in quel di Collelongo in provincia dell’Aquila. Oltre alla confessione di Angelini (condannato a 3 anni e mezzo), a provare l’illecita dazione di denaro ci sarebbero alcune fotografie, già periziate dal tribunale, che ritraggono l’imprenditore con in mano la famosa busta.

Niente di più però, perché la magistratura non è riuscita a trovare traccia dei soldi sporchi. “È una sentenza che condanna un protagonista morale della vita politica istituzionale sindacale del nostro paese accusato di aver incassato sei milioni e 250 mila euro a titolo di corruzione dei quali non si è visto un solo euro”, ha tuonato il legale di Del Turco, Giandomenico Caiazza, che ha poi rincarato la dose parlando della versione di Angelini come di un “film di un calunniatore di professione”. Secondo Caiazza ci troviamo di fronte a “un precedente assoluto nella storia giudiziaria perché si possono non trovare i soldi, ma si trovano le tracce dei soldi. Qui stiamo parlando di sei milioni e 250 mila dei quali un solo euro non è stato rintracciato”. Se la ragione è dalla parte di Del Turco (ma i dubbi permangono) l’Appello farà giustizia, ma non cancellerà mai il dolore di una tortura che solo la privazione della libertà può provocare.

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