Sfiducia ad Alfano: Renzi sfida Epifani

Il voto sulla mozione di sfiducia nei confronti del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, previsto per questa mattina al Senato ha avuto un esito scontato: il segretario Pdl rimane saldamente ancorato alla sua poltrona, nonostante il polverone internazionale alzato dalla scriteriata gestione del caso Kazakistan. L’alternativa sarebbe stata la crisi di governo e la caduta di Enrico Letta, custode del grande inciucio con Berlusconi. A certificare l’intoccabilità di Letta Nipote era stato ieri persino il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che aveva blindato l’esecutivo da una crisi che sembrava imminente durante il tradizionale discorso tenuto durante la cerimonia del Ventaglio.

“E’ indispensabile, nell’interesse generale, proseguire nella realizzazione degli impegni di governo sul piano della politica economica, finanziaria, sociale e dell’iniziativa europea”, ha scandito forte e chiaro il presidente, tanto per far capire bene a chi è un po’ duro di orecchie che non c’è caso Kazakistan che tenga. Il governo delle larghe intese deve andare avanti a tutti i costi, anche astraendosi da una logica di democrazia parlamentare per trasformarsi, di fatto, in un Governo del Presidente. Alfano & company si gettano dunque alle spalle, almeno per il momento, la sconcertante vicenda che anche le autorità europee hanno definito una extraordinary rendition come quella di Abu Omar.

 

Ma la figuraccia fatta in mondovisione si sta lasciando comunque dietro degli strascichi pesanti. A farne le spese è il solito Partito Democratico, talmente democratico da ritrovarsi sempre diviso, quasi polverizzato, di fronte ad ogni decisione importante. Sul voto di sfiducia ad Alfano previsto al Senato, dopo che mercoledì  la conferenza dei capigruppo ha deciso di votare solo a Palazzo Madama, l’assemblea dei senatori piddini si è spalmata quasi all’unanimità (80 voti favorevoli, 7 astenuti) sulla mozione del segretario Guglielmo Epifani, già rinominata salva-Alfano. Dei 13 renziani presenti in Senato solo tre hanno optato per l’astensione, lanciando un chiaro segnale di tregua, dopo che il leaderino Matteo Renzi aveva fatto finta di sbattere i pugni sul tavolo per farsi un po’ di pubblicità.

“Se Alfano sapeva ha mentito e questo è un piccolo problema, se non sapeva è anche peggio”, ha detto il sindaco di Firenze, senza rendersi però conto che le parole hanno un peso e che le sue presupponevano un convinto voto di sfiducia contro Alfano. Ma Renzi è uno che paura di perdere la faccia non ne ha, visto che nel suo partito va di moda indossare sempre una maschera per non far capire ai propri elettori in fuga cosa si voterà prossimamente. Pace fatta dunque tra Renzi ed un raggiante Epifani? Ieri il segretario esclamava soddisfatto: “Mi pare che il gruppo, praticamente all’unanimità con sette astenuti, ha condiviso l’idea per la quale il governo deve andare avanti”. Ma Renzi non è un politico che si accontenta di sedere in seconda fila e ieri sera si è prontamente presentato di fronte alle telecamere (sempre accese) di Bersaglio Mobile condotto da Enrico Mentana su La7 per sparigliare ancora una volta le carte.

“Io logoro il governo? Non c’è bisogno: il governo si logora da solo”, ha detto il Gianburrasca Fiorentino, apparso ansioso di conquistare il partito nel congresso autunnale e, da lì, spiccare il volo verso Palazzo Chigi dopo aver cucinato a fuoco lento l’amico Enrico Letta. “Il governo vive una fase un po’ difficile – ha poi concluso – si è presentato come il governo del ‘fare’. Spero che non diventi il governo del ‘rinviare’ e che non si chieda sempre quanto durare”. Renzi o non Renzi, i malumori nel Pd restano comunque. Sono i soliti Puppato e Civati ad andare controcorrente, con quest’ultimo che ha accusato il ministro per i Rapporti con il parlamento, Dario Franceschini, di aver minacciato di espulsione chi non si fosse adeguato a votare per “Alfano ministro a sua insaputa”, un po’ come fece il Pdl su “Ruby nipote di Mubarak”.

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