Berlusconi conferma la fiducia a Letta ma pensa alle elezioni

Il conto alla rovescia segna meno 18 giorni al 30 luglio 2013, data in cui la Corte di Cassazione si pronuncerà sul ricorso che gli avvocati di Silvio Berlusconi, Franco Coppi in testa, hanno presentato in merito alla sentenza sul caso Mediaset. Quel giorno però rappresenterà uno spartiacque non solo per la storia giudiziaria italiana (il Cavaliere potrebbe subire la sua prima condanna definitiva), ma soprattutto per quella politica, visto che il destino del centro-destra  (ma anche quello del Partito Democratico che si è già spaccato sulla vicenda) è legato a doppio filo alla sopravvivenza nei Palazzi del tycoon di Arcore.

L’anticipo dei tempi previsti solitamente dalla Suprema Corte per deliberare (legittimo secondo l’interpretazione quasi unanime delle leggi fornita da giuristi super partes), causa il pericolo reale della prescrizione che avrebbe salvato ancora una volta Berlusconi, sembrava aver definitivamente messo con le spalle al muro l’entourage azzurro. Ma è noto che la tenacia del Cavaliere nel rimanere in sella è pari solo agli avvisi di garanzia ricevuti fino ad ora. Ecco dunque che Berlusconi decide di passare al contrattacco convocando un Ufficio di presidenza Pdl a Palazzo Grazioli nel tardo pomeriggio di giovedì.

 

Al netto dei soliti fendenti menati dai falchi come Santanché e un inedito Schifani, definite “sortite vocianti” anche dal premier Letta, il profilo tenuto dal Silvio di governo resta però ancora basso: “Quelli della cassazione sono giudici di rango e leggeranno le carte. Il governo vada avanti per il bene del Paese”, questa la linea ufficiale da presentare a mass-media ed opinione pubblica. Ma, come spesso accade, l’abito non fa il monaco e, francamente, Silvio Berlusconi nelle vesti di un uomo di chiesa non è che si senta proprio a suo agio. Ecco quindi celato dietro al piano A, quello della cosiddetta responsabilità nazionale, un ben più agguerrito piano B con il quale il Caimano spera di ribaltare il tavolo ancora una volta.

Il grimaldello che potrebbe consentire ai berluscones più fedeli di far saltare il tappo del governo dell’inciucio senza prendersi la responsabilità del concomitante sfacelo del paese, si chiama Iva e Imu, i cavalli di battaglia elettorali degli azzurri che il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta, non fa che sventolare come trofei di guerra un giorno sì e l’altro pure. In una nota dell’ufficio stampa Pdl emessa termine dell’happening di Palazzo Grazioli si ribadisce l’intenzione di non fare sconti sull’abolizione dell’Imu e il blocco dell’aumento dell’Iva. Una foglia di fico buona per coprire le vere intenzioni di Berlusconi. L’altra notizia uscita infatti dalla riunione dei vertici Pdl è la data ufficiale della rinascita di Forza Italia: sarà a settembre, in tempo in tempo per gettarsi i una eventuale campagna elettorale questa volta all’ultimo sangue.

La conferma della volontà di liberarsi della zavorra Letta per riconquistare il cuore dei liberali e dei “moderati” italiani arriva dalle dichiarazioni di Renato Schifani, considerato solitamente una colomba nel gruppo dei siciliani capitanato da Alfano, ma che ieri ha recitato la parte del poliziotto cattivo: “Se Berlusconi fosse condannato all’interdizione dai pubblici uffici, sarebbe molto difficile che un Pdl acefalo del suo leader possa proseguire l’esperienza del governo Letta”. Parole diverse, ma stesso concetto espresso il giorno precedente da Giancarlo Galan: “Se Berlusconi viene condannato il governo cade automaticamente”. Per il momento, dunque, niente Aventino e nemmeno una ritirata strategica nella ridotta della Valtellina, ma l’attesa salvifica di un segno del Divino (Silvio) che, come Adolf Hitler chiuso nel bunker di Berlino, continua a fantasticare di misteriose armi segrete come la V1 e la V2. La sensazione però è che un’epoca si stia chiudendo, e non certo solo per Berlusconi.

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