Il governo Letta prigioniero dei Poteri Forti internazionali

Se si dovesse dar credito alla fantasia comunicativa del presidente del consiglio Enrico Letta, bisognerebbe dedurne che l’Italia sta finalmente giungendo alla fine del tunnel della crisi economica che già molti prima di lui, a cominciare da Mario Monti, avevano creduto di raggiungere, ritrovandosi poi schiacciati da un treno a tutta velocità dal quale invece proveniva la luce. La metafora da disastro ferroviario è farina del sacco di Beppe Grillo, ma sembra che l’avvertimento sul prossimo fallimento del Paese non abbia fatto breccia tra i rappresentanti del nuovo governo.

Il primo a non voler proprio ammettere l’incapacità del governo delle larghe intese -meglio noto come dell’inciucio- nel mettere una pezza al disastro economico incombente è stato il ministro dell’Economia Maurizio Saccomanni, uno che ha lavorato una vita ai massimi livelli della Banca d’Italia e che di conti se ne dovrebbe intendere. “Credo di essere l’unico che continua a vedere un po’ di luce in fondo al tunnel e a pensare che non sia il treno che ci sta venendo incontro” ha detto il ministro alcuni giorni fa durante un’audizione alla Camera. Peccato che ci sia rimasto solo lui ad avere il coraggio di profondere un ottimismo tanto entusiasta quanto fuori luogo, visto che a dettare le tappe forzate del risanamento italiano sono direttamente i Poteri Forti internazionali, dalla Bce al Fondo Monetario, passando per l’Ue, la Nato, ma anche per gli Stati Uniti di Obama.

 

Che gli italiani non comandino nemmeno a casa propria è cosa nota a tutti tranne che al premier Enrico Letta che, ancora nella giornata di mercoledì scorso, se ne andava in giro per il web twittando sulle meravigliose sorti e progressive del paese, merito ovviamente della sua efficace azione di governo a livello europeo e, forse, anche planetario. “Ce l’abbiamo fatta! ha cinguettato Letta jrCommissione Ue annuncia ora ok a più flessibilità per prossimi bilanci per paesi come Italia con conti in ordine. La serietà paga”. Un tweet pubblicato a pochi secondi dall’annuncio dato dal presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, sulla possibilità concessa ai paesi virtuosi sul debito pubblico di sforare il tetto del deficit del 3% nel quale eravamo appena rientrati.

Peccato che gli entusiasmi adolescenziali di un premier che si atteggia a giovane ma è nato inamidato, siano stati subito stoppati dalla severità di Olli Rehn, il commissario Ue agli Affari Economici che ha riportato con i piedi per terra il Peter Pan de’Noantri: “Non è una deroga dai vincoli sui conti ha precisato Rehn perché sarà concessa a patto che si rispetti sia il tetto del 3% di deficit sia la “regola del debito”, cioè la riduzione obbligatoria di un ventesimo all’anno richiesta dal “fiscal compact”. Altro che “ce l’abbiamo fatta”.

Sia come sia, per Letta è la comunicazione -veloce, moderna e via internet- a contare più della sostanza. Errore strategico che è costato una figuraccia, oltre che una crisi della assurda maggioranza Pd-Pdl, anche sul tema dell’aumento dell’Iva previsto per luglio, ma rinviato poi ad ottobre e su quello, altrettanto spinoso, dell’abolizione dell’Imu. “L’imposta sulla prima casa andrebbe mantenuta”, ha dichiarato il 4 luglio scorso Kenneth Kang, Assistant director of european department del Fondo Monetario Internazionale. Un ceffone in pieno volto rifilato alle aspirazioni di Letta il Nipote che, complice l’impuntatura da asino sull’argomento del capogruppo Pdl alla Camera Renato Brunetta, rischia di cadere se non riuscirà a raggranellare i miliardi necessari a disinnescare le sorelle Iva-Imu.

“La copertura di questi interventi va tutta trovata dentro il bilancio del 2013 e non è semplice” ha infine confessato Letta, schiacciato dal peso politico dell’organismo presieduto dalla francese Christine Lagarde. Una sudditanza fisica e psicologica dimostrata dall’Italia anche sul caso F-35, i costosissimi super-jet della Lockheed Martin che Nato e Usa hanno deciso di produrre e far comprare negli anni ‘90. Lo scontro istituzionale tra il parlamento, il presidente della Repubblica e il Consiglio Supremo di Difesa da quest’ultimo presieduto è scoppiata perché secondo Napolitano la scelta operata in ambito Nato non può essere messa in discussione dal parlamento. Patria Loro.

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