Mediaset: la sentenza su Berlusconi in diretta tv

La camera di consiglio che deciderà sulle sorti processuali di Silvio Berlusconi si riunirà alle ore 12.00 di giovedì 1 agosto 2013. I giudici della Corte di Cassazione hanno ufficializzato la notizia poco dopo le 19.00 di oggi, al termine di una interminabile giornata passata ad ascoltare le arringhe tenute dagli avvocati difensori degli imputati nel processo Mediaset. Quando anche l’avvocato degli avvocati, Franco Coppi, stava terminando la sua esibizione, è iniziata a girare persino la voce che tutto si sarebbe chiuso entro la serata con il pronunciamento della sentenza. Ma a raffreddare i bollenti spiriti di giornalisti e politici ci ha pensato la comunicazione della Suprema Corte: la sentenza arriverà domani pomeriggio, trasmessa in diretta tv nonostante la prassi contraria del Palazzaccio.

Nelle prossime ore, dunque, tutto rimarrà sospeso sull’orlo del precipizio della crisi del Pdl, del governo Letta e dell’intero Sistema Italia. La sorte giudiziaria e politica di Silvio Berlusconi -per il quale il sostituto procuratore generale Antonio Mura ha chiesto la conferma della condanna a 4 anni, anche se con una riduzione da 5 a 3 anni dell’interdizione- ha assunto i toni del giorno della resa dei conti per l’intera Seconda Repubblica, considerando che i partiti della strana maggioranza Pd-Pdl non potrebbero sopportare il salto nel buio di una politica senza Berlusconi. Da una parte ci sono i falchi del partito di Arcore, pronti a manifestare la loro solidarietà al Padrone con un sit-in di fronte a Palazzo Grazioli, sede romana del Cavaliere. A confermare l’allegro ritrovo dei pidiellini per giovedì alle 17.00 è stato Osvaldo Napoli, ospite di Enrico Mentana. Ma niente sembra scontato e anche il corteo pro-Silvio potrebbe saltare (Verdini ha prontamente smentito la notizia).

 

Il panico che sta tappando le bocche ai big del Pdl ha però già contagiato anche gli alleati del Pd. Le Voci dei corridoi di Montecitorio riferiscono che gli uomini di Letta ed Epifani sarebbero disposti a dare un braccio pur di vedere cancellata la condanna del fraterno nemico Berlusconi. Difficile sostenere, soprattutto a livello internazionale, la liceità di un governo di coalizione con il partito di un uomo condannato definitivamente per evasione fiscale. E poi, l’eventuale colpo di coda del Caimano ferito a morte fa ancora una paura nera ai disorientati membri del partito che avrebbe dovuto smacchiare il giaguaro, ma che ha finito per legare il proprio destino al suo. Il rischio è quello di un voto anticipato in cui il Cavaliere vorrebbe correre dietro le insegne di una rinata Forza Italia, anche in caso di assoluzione, scusa buona per gridare al complotto dei giudici contro Silvio. Non è un caso che il parlamento abbia calendarizzato proprio oggi l’iter per la modifica del Porcellum.

Tornando al Palazzaccio, Coppi ha chiesto la cancellazione della sentenza o, in alternativa, la non comminabilità dell’interdizione dai pubblici uffici per il suo assistito e l’annullamento con rinvio in corte d’Appello, anche se quest’ultima decisione porterebbe il processo Mediaset dritto dritto verso il porto delle nebbie della prescrizione. Ipotesi prescrizione che l’ex legale di Andreotti ha accolto con un poco elegante “ma non sarebbe mica colpa nostra!”. Secondo Coppi l’ipotesi di reato che si poteva al limite contestare al suo datore di lavoro sarebbe stata quella di abuso di diritto, derubricabile facilmente in un illecito amministrativo e tributario. Quasi una presa in giro delle ragioni dell’accusa. L’aria che tira è comunque quella della condanna, ma non della fine dell’impero berlusconiano perché un Berlusconi come Grillo, ovvero fuori dal parlamento, potrebbe comodamente continuare a comandare dal salotto di Arcore.

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Cassazione Mediaset, sentenza rinviata: le quote dei bookmakers

L’udienza in Corte di Cassazione del processo Mediaset è iniziata questa mattina come da programma. La sentenza però arriverà prima di mercoledì o, forse, giovedì, come confermato anche dall’avvocato di Silvio Berlusconi, Franco Coppi: “La sentenza oggi no, domani o dopodomani”, ha gridato Coppi rivolto all’esercito di giornalisti e telecamere che sta assediando il Palazzaccio di piazza Cavour a Roma, sede storica della Suprema Corte. L’appuntamento, infatti, è di quelli che possono fare la storia, visto che una condanna definitiva, completa di interdizione dai pubblici uffici, precluderebbe al Cavaliere la strada di una nuova candidatura e la decadenza dalla carica di senatore (solo dopo il pronunciamento dei colleghi di Palazzo Madama).

Ma questa volta la Giustizia sembra voler fare il suo corso fino in fondo. La cronaca della fatidica giornata del 30 luglio si è aperta di buon’ora nell’aula Brancaccio –priva di aria condizionata, raccontano i presenti- con l’intervento del relatore del Collegio, Amedeo Franco, durato circa due ore. Al termine di una salomonica pausa pranzo, la parola è poi passata al sostituto procuratore generale della Cassazione , Antonio Mura, che si è perso in una relazione apparsa per la verità di un tono abbastanza retorico in alcuni passaggi come quello che segue: “È questo un processo carico di aspettative e che suscita passioni ed emozioni esterne che sono manifestazione del libero dibattito e della vita democratica, ma aspettative e passioni devono rimanere confinate fuori dallo spazio dell’Aula giudiziaria”.

 

Mura ha comunque sgombrato il campo da fraintendimenti puntando su una requisitoria che ha cercato di “evitare i colori ad effetto” e si è focalizzata “sulle verifiche di legittimità sul processo Mediaset e sul rispetto delle regole e del principio della legalità probatoria”, smontando nel contempo la tattica di Berlusconi del ricorso al legittimo impedimento con motivazioni incomplete come l’uveite o gli impegni elettorali. Vista la dialettica ciceroniana del Mura, e la necessità di chiudere i battenti del Palazzaccio entro le 19.00 per non meglio precisati motivi di sicurezza, le arringhe dei difensori degli imputati (Agrama, Galetto e Lorenzano, oltre a Silvio) sono slittate giocoforza a mercoledì. Un insolitamente logorroico Franco Coppi non ha comunque lesinato commenti sulla relazione del giudice Amedeo Franco, definendola “completa”, e si è poi soffermato a snocciolare la strategia e le umane speranze del collegio difensivo berlusconiano. Intanto, nessuno dei difensori dei 4 imputati ha chiesto il rinvio della sentenza (troppo rischioso, visti i tempi strettissimi della prescrizione). Per il resto, Coppi non si accontenterebbe di salvarsi in calcio d’angolo, ma punta a sbancare il Casinò della Giustizia italiana. “Vado in giro con le corna, sono superstizioso e non faccio previsioni. Ma è chiaro che puntiamo all’annullamento radicale –ha dichiarato durante una pausa dell’udienza, aggiungendo che- Noi diciamo che il reato di frode non è configurabile, mi aspetto di vincere 11 a zero, o 47 a zero”.

In queste ore i Palazzi della politica sembrano congelati. Da una parte ci sono i servi devoti del Cavaliere. Quelli che, come Daniela Santanchè e Michaela Biancofiore (la Pitonessa e l’Amazzone), sanno che caduto il capo cadranno anche loro e che, quindi, minacciano di abbandonare il parlamento e vaneggiano di dieci milioni di italiani pronti a fare le barricate per Silvio (magari in costume da bagno e con la sabbia del mare, se non direttamente dal Billionaire). Sul fronte opposto il Pd potrebbe invece salvarsi dall’implosione solo con “una reazione eversiva del Pdl che faccia saltare il governo”. Tutti fermi ad attendere una condanna o una assoluzione che potrebbero cambiare la storia d’Italia. Tutti tranne i bookmakers che in queste ore si sono scatenati nel pronosticare il futuro del Cavaliere. Considerata la fama di infallibilità degli allibratori, tira una brutta aria per Silvio che fino a ieri vedeva l’assoluzione quotata a 1 e 25, praticamente salvo, e che oggi la trova schizzare a 20, mentre la conferma in toto della condanna viene pagata solo 1,42 volte la posta. Unica speranza a cui aggrapparsi è la sentenza con rinvio quotata a 1 e 70. Tra poche ore la risposta.

Congresso Pd: Pannella candidato, un problema in più per Renzi

Marco Pannella candidato alla segreteria Pd. Ci mancava solo questa notizia imprevista a turbare i sogni di gloria di Matteo Renzi e il suo tentativo di scalare il Partito Democratico diventandone segretario attraverso il Congresso, per poi spiccare il volo verso Palazzo Chigi. In realtà, al momento non c’è niente di sicuro. Né l’ufficialità dell’iscrizione dello storico leader Radicale nella lista dei pretendenti alla segreteria di largo del Nazzareno, né tantomeno una data certa in cui celebrare l’assise del fu Partito Comunista, anche se il segretario reggente Guglielmo Epifani ha parlato di “24 novembre”. E poi, la strada della premiership è tutt’altro che spianata per Renzi, visto che l’inamovibile nomenklatura del partito sta facendo ricorso anche al gioco sporco pur di mettere i bastoni tra le ruote del carro del sindaco di Firenze che tutti i commentatori danno per vincente.

Ricapitolando. Le ultime notizie uscite dalla Casa Democratica al termine della Direzione del 27 luglio scorso riferiscono del solito “rinvio”. Parola divenuta un tormentone per il duo di governo Pd-Pdl in questa torrida estate 2013. Nessuna decisione definitiva sulle regole e tutto rimandato al Comitato del 31 luglio a cui, il primo di agosto, seguirà la seconda parte della Direzione. Una confusione da manicomio originata dalla guerra senza quartiere scoppiata tra le varie correnti del Pd sulle regole che dovranno portare all’elezione del segretario. I renziani vorrebbero una votazione “aperta” anche ai non iscritti al partito, motivandola con la necessità di coinvolgere più cittadini possibile nel boccheggiante progetto Democratico.

 

La risposta della vecchia guardia -bersaniani, lettiani, dalemiani etc.- non si è fatta attendere durante la Direzione di sabato con quello che lo stesso Renzi ha definito un “blitz fallito”. A tentare la sortita sono stati il segretario Epifani in persona e il ministro per i Rapporti col Parlamento, Dario Franceschini, divenuti impettiti portabandiera di una corrente di pensiero che vorrebbe vedere il nuovo segretario del Pd dedicarsi esclusivamente al partito e , di conseguenza, eletto solo da chi del partito fa parte integrante: gli iscritti. Un messaggio chiaro e preciso diretto al clan Renzi che invece punta proprio sul voto agli esterni, meno controllabili, per far fuori una volta per tutte il politburo degli ex Ds e Margherita. Non è un caso che Matteo Renzi si sia mostrato alle telecamere mentre abbandonava stizzito la riunione piddina, portandosi però in tasca la promessa di Epifani sul 24 novembre.

Il vero dramma per il Pd, che appare sempre più un partito allo sbando, è che le sue sorti non sono legate alla fatidica data del Congresso, ma ad un giorno del calendario ben più vicino e che potrebbe sconvolgere gli equilibri dello stesso governo Letta: il 30 luglio, giorno della prevista sentenza della Cassazione –salvo rinvii o colpi di scena- sul caso Mediaset e sul conseguente destino politico di Berlusconi, già calatosi nei panni del Silvio Pellico della situazione con un’intervista rilasciata a Maurizio Belpietro su Libero. Caduto il Cavaliere verrebbe meno la stessa ragione di esistere di quello che Beppe Grillo chiama il Pdmenoelle.

Tornando però a bomba sulla stretta cronaca della corsa alla segreteria Pd, c’è da aggiungere che il provocatore Pannella dai microfoni di Radio Radicale ha sì dichiarato che sta “riflettendo sulla possibilità e doverosità di rinnovare la mia iscrizione e la mia eventuale nuova candidatura alla segreteria del Pd”, ma che la sua ennesima discesa in campo è subordinata all’accettazione delle sue battaglie libertarie da parte dell’ammuffita segreteria rosso-verde. Pura utopia. Un giovanotto (del pensiero), Marco Pannella, rispetto ai nomi dei papabili segretari che al momento circolano tra gli allibratori politici. Oltre al sovraesposto Renzi, sulla lista troviamo l’eterno sconosciuto Gianni Cuperlo, il governatore siciliano Rosario Crocetta, il finto oppositore Pippo Civati e l’europarlamentare Gianni Pittella, autocandidatosi su twitter. Ma gli altri saranno stati avvertiti?

Il Decreto del Fare passa alla Camera: tutte le misure economiche

Il Decreto del Fare è stato approvato alla Camera dopo il voto di fiducia imposto dal governo Letta. 344 i voti a favore contro 136 contrari. Ora toccherà al Senato prima della definitiva conversione in legge. Il provvedimento è stato fortemente voluto dalla maggioranza Pd-Pdl perché dovrebbe dare un po’ di ossigeno alla nostra disastrata economia. Fino all’ultimo momento, però, il rischio era di veder slittare a settembre anche questa misura palliativa per colpa –o per merito, dipende dai punti di vista- del feroce ostruzionismo parlamentare messo in atto dai rappresentanti del Movimento5Stelle. Alla fine Letta e i suoi hanno dovuto capitolare alle richieste grilline e, in cambio della fine dell’ostruzionismo, il governo ha deciso di rinviare a settembre la discussione sulle riforme costituzionali.

Il voto sul ddl costituzionale che, a detta del M5S, vorrebbe stravolgere l’articolo 138 per manomettere poi l’intera Carta Costituzionale, si terrà il 7 e 8 settembre. Esultano i Grillo-boys, ma festeggia pure quel sornione di Letta che potrà fregiarsi del merito di aver messo in moto il meccanismo che dovrebbe portare l’Italia fuori dalle secche della crisi economica. Impignorabilità della prima casa, bollette meno salate, indennizzi ai cittadini per i ritardi della Pubblica Amministrazione e poi, per tenere a galla le piccole e medie imprese, la previsione di un credito agevolato e lo stanziamento di un bonus da 5 mld per l’acquisto di nuovi macchinari. Questi alcuni dei provvedimenti più “popolari” contenuti nel decreto approvato nella serata di ieri dal Consiglio dei ministri dopo una riunione durata alcune ore.

 

“Un provvedimento completo, segno di coesione in consiglio del ministri, perché gli italiani che vogliono fare possano rilanciare l’economia del nostro Paese”, ha esultato il Nipote di Gianni. Ma vediamo nello specifico quali conigli ha potuto tirare fuori dal cilindro il governo Letta, visto che i cordoni della borsa della Spesa Pubblica tenuta dal ministro dell’Economia Saccomanni sono stretti come mai prima d’ora nella storia dell’Italia repubblicana. Secondo il parere autorevole del Sole24Ore, il Decreto del Fare si presenta come un provvedimento omnibus, formato da un esercito di 117 articoli che spaziano dalle infrastrutture alle imprese, dalle scuole alle università, passando per l’edilizia, l’energia, il fisco, la giustizia civile e le semplificazioni burocratiche.

Si dice che chi troppo vuole nulla stringe, ma il duo Letta-Alfano pare fermamente convinto di trovarsi di fronte ad una svolta, forse immemore che la vera svolta arriverà il 30 luglio con la sentenza della Cassazione sul caso Mediaset. Oltre agli interventi già citati in precedenza, comunque, il decretone contiene la modifica dei poteri di Equitalia che dovrà essere percepita dai cittadini come rappresentante di un fantomatico “fisco amico”. Altro scopo dichiarato è quello di sbloccare i cantieri per realizzare piccole e grandi opere per un totale di circa 3 miliardi di euro e 30mila nuovi posti di lavoro.

Un lungo capitolo, come detto, è dedicato alle imprese, mentre anche la lumaca burocratica dei processi civili subirà una brusca accelerazione grazie allo smaltimento di 1 milione e 200mila pratiche arretrate. Tante aspettative sta riservando poi la liberalizzazione totale di internet, ovvero la possibilità di utilizzare la tecnologia wi-fi dovunque e senza la fastidiosa identificazione personale degna della Stasi della Germania Est. Collegata al wi-fi è la prevista digitalizzazione del paese, la cosiddetta agenda digitale. Misure che andranno a incidere direttamente su educazione e scuola (100 milioni previsti per l’edilizia scolastica) e che interesseranno le università (3000 assunzioni tra professori e ricercatori). Presentato mediaticamente dal governo Letta come il miglior Berlusconi non avrebbe potuto immaginare, il Decreto del Fare solleva enormi aspettative. Se son rose, tra breve si vedrà se fioriranno.

Mafia a Roma: arrestati i vertici della Cupola di Ostia

Decapitata la mafia di Ostia. L’operazione degli uomini della Squadra Mobile della Capitale, guidati da Renato Cortese (lo stresso funzionario implicato nel caso Shalabayeva), si è svolta nella notte tra giovedì 25 e venerdì 26 luglio. Un blitz in grande stile a cui hanno partecipato circa 500 poliziotti che ha portato alla cattura di 51 persone ritenute implicate a vario titolo nella gestione di stampo mafioso degli affari sporchi nel quartiere romano di Ostia. “Stamani Ostia si è risvegliata un po’ più pulita”, ha detto Cortese riferendosi al fatto di aver assestato un duro colpo alle famiglie che la fanno da padroni sul litorale romano: i Fasciani, i “siciliani” Cuntrera-Caruana e gli “zingari” Spada.

Una spartizione capillare del territorio dissanguato da usura, traffico di droga, gioco d’azzardo (soprattutto slot machines), estorsioni e, soprattutto, dal controllo delle fiorenti attività balneari, conquistate a suon di molotov e pestaggi. A finire in manette è stato mammasantissima della Famiglia Fasciani, Carmine, insieme ai fratelli Giuseppe e Terenzio Nazzareno, tutti sospettati di essere gli eredi di quel sottobosco criminale definito come Banda della Magliana che, dagli anni ’70, non ha mai smesso in realtà di essere operativa. Non è un caso che, proprio ad Ostia, il 23 novembre del 2011vennero freddati a colpi di pistola Giovanni Galleoni e Franco Antonini, Baficchio e Sorcanera, due ex della Magliana desiderosi di allargare nuovamente il loro giro. Troppo, evidentemente.

 

A fare compagnia ai Fasciani è tornata anche la Mafia, quella vera, con la M maiuscola. Tra gli arrestati figurano infatti anche Vito e Vincenzo Triassi, considerati esponenti di spicco della famiglia di Cosa Nostra dei Cuntrera-Caruana fin dagli anni ’90. I Triassi furono protagonisti nel tentativo di fuga in Canada del boss Pasquale Cuntrera, divenuto uno degli “scappati” insieme agli Inzerillo e ai Bontade a seguito della feroce guerra di mafia persa con i Corleonesi di Riina e Provenzano. Passata la tempesta scatenata da Totò “u curtu” i Cuntrera-Caruana hanno deciso di svernare comodamente nella ridente Ostia, terreno ideale per coltivare quel clima mafioso fatto di violenza, omertà e paura dei cittadini.

A completare il quadro dei clan di Ostia ci sono poi gli zingari della famiglia Spada, originari dell’Abruzzo ma anche loro radicati da un pezzo sulla caratteristica sabbia nera del mare dei romani. I tre gruppi comandavano (e comandano) da decenni a Ostia, partendo dalla “base” di piazza Gasparri per arrivare a controllare le piazze di spaccio persino nella Capitale. Il punto oscuro della vicenda è infatti proprio questo: che a piazza Gasparri non ci si potesse mettere piede senza tenere lo sguardo basso e stando attento a quello che si dice è un fatto che i romani hanno ben stampato nella mente da decenni. Tutti al mare, quindi, ben consapevoli però che Ostia potrebbe essere una qualsiasi cittadina calabrese o siciliana, dove non si muove foglia che boss non voglia.

Logico che le forze dell’ordine vogliano mettere enfasi sul buon esito del blitz, ma intanto bisogna vedere se accuse e arresti si trasformeranno in condanne e poi, fatto ancora più dirimente, se si riuscirà finalmente a spezzare il filo della collusione che lega i Fasciani-Cuntrera-Spada a pezzi delle istituzioni e della politica locale. Fino ad ora questa scellerata connivenza ha portato all’ottenimento di concessioni edilizie e balneari e, di fatto, al pieno controllo del territorio da parte delle organizzazioni criminali. Anche se il pm Pignatone ha contestato l’associazione mafiosa agli arrestati, la soddisfazione dimostrata da Cortese ci sembra quantomeno azzardata, visto che estirpare la malapianta della mafia è un po’ come cercare di operare un tumore andato da tempo in metastasi. Vittoria di Pirro.

Caso Shalabayeva: Bonino rischia la crisi diplomatica col Kazakistan

Critica ufficiale del comportamento tenuto dall’ambasciatore kazako e scarico delle eventuali responsabilità delle autorità italiane sugli uomini del ministro dell’Interno Angelino Alfano. È questa, in sintesi, la linea politica sostenuta dal ministro degli Esteri, Emma Bonino, di fronte alle commissioni Esteri di Camera e Senato, per fornire chiarimenti in merito al caso della extraordinary rendition verso il Kazakistan di Alma e Alua Shalabayeva. L’animo Radicale della Bonino sembra dunque essere passato alla riscossa dopo lunghe settimane di accuse, giustificate peraltro da una serie incredibile di errori di comunicazione compiuti dalla Farnesina.

Secondo il ministro degli Esteri, il caso Kazakistan non può di certo considerarsi chiuso. La rabbia della Bonino è rivolta soprattutto verso Adrian Yelemessov, l’ambasciatore di Astana a Roma, ritenuto autore di una condotta a dir poco fuori dagli schemi diplomatici, quasi di matrice gangsteristica. “Astana ci ha fatto sapere di volere buoni rapporti con l’Italia.ha detto il ministroritengo evidente che, dopo questo episodio, la qualità dei rapporti dipenderà dalla disponibilità dei responsabili di Astana a fornire una imprescindibile collaborazione  e pieni diritti e libertà di movimento ad Alma”. Poi, la stoccata al diplomatico: “L’intrusivo atteggiamento dell’ambasciatore kazako è stato reso noto solo con il rapporto Pansa. Valuteremo tempestivamente le misure più opportune da adottare nei confronti dell’ambasciatore Yelemessov”.

 

Una dichiarazione di guerra vera e propria verso il paese musulmano guidato col pugno di ferro da Nursultan Nazarbayev che, infatti, ha subito reagito minacciando ritorsioni in caso di provvedimenti anti-kazaki da parte del governo di Roma. “Aspettiamo la decisione ufficiale che verrà presa dall’Italia e quando sarà presa reagiremo”, ha dichiarato  il vicepremier kazako Yerbol Orynbayev a margine del Consiglio di cooperazione Ue-Kazakistan di Bruxelles. “Se l’Italia è pronta a dare garanzie che Shalabayeva tornerà in Kazakistan in caso venga chiamata a testimoniare in un processo, il governo kazako non ha nessun problema a lasciarla ripartire”, ha continuato morbidamente Orynbayev, salvo poi irrigidirsi per aggiungere che “in Italia rischia quattro anni di prigione per il suo passaporto falso: quindi il suo rientro è in dubbio”. Diabolica trappola alla kazaka.

Messo da parte per un attimo il giallo del falso/vero passaporto della Repubblica Centrafricana mostrato dalla signora Shalabayeva-Ayan, c’è da dire che Emma Bonino, da vecchia volpe della politica internazionale, non si è limitata solo a bastonare gli irascibili kazaki, ma li ha blanditi con parole più distensive, ben consapevole che una sola mossa sbagliata potrebbe compromettere “la nostra struttura diplomatica ad Astana”. Per sedare i bollenti spiriti dei cugini ex sovietici di Putin, la Bonino ha ribadito la volontà di seguire la strada umanitaria e della diplomazia: “La priorità è la tutela delle due cittadine è quanto che ci sta più a cuore. Stiamo svolgendo e continueremo a fare con forte determinazione interventi, a Astana, Bruxelles, Vilnius, per la piena libertà di movimento di Alma e la figlia: lo sento come obbligo morale, prima che politico”.

Ma a turbare il buon esito dei colloqui multilaterali è piombato il suddetto giallo del passaporto centrafricano. Intervistato dal Fatto Quotidiano, è il ministro della Giustizia del paese africano in persona, Arsène Sende, a confermare la piena validità del documento: “Il passaporto che abbiamo rilasciato alla signora Ayan è regolare. Il 30 maggio la nostra ambasciata a Ginevra aveva avvertito con una lettera la polizia italiana”. Fatto ribadito con un’altra missiva spedita il 21 giugno proprio al Viminale di Alfano (in quel momento forse assente). Ma una spy story internazionale non sarebbe tale se non ci si mettesse di mezzo la solita Interpol (quella dell’ispettore Zenigata) a dare del bugiardo al ministro che aveva appena confermato la regolarità del passaporto. Grottesco come i politici italiani.

Caldoro come Casaleggio: “Rischio rivolte in Campania”

“Ha ragione Casaleggio, ci saranno rivolte popolari. E partiranno da Napoli”. Questa volta non è stato Beppe Grillo, o il solito grillino irrequieto, a rilanciare l’allarme sulla tenuta dell’ordine pubblico in Italia nei prossimi mesi che Gianroberto Casaleggio aveva adombrato durante un’intervista rilasciata a Gianluigi Nuzzi e poi pubblicata sul blog del Movimento. A pronunciare questa frase inquietante è stato il governatore della Campania Stefano Caldoro, pidiellino e, quindi, al di sopra di ogni sospetto rivoluzionario o antisistema.

L’occasione è stata una capatina fuori programma del premier campano alle rovine sempre più in rovina di Pompei, proprio nel giorno, lunedì scorso, in cui due ministri del governo Letta, Bray e Trigilia, hanno visitato gli scavi per annunciare il solito piano di salvataggio di uno dei patrimoni dell’umanità che sta letteralmente cadendo a pezzi (il crollo della Domus dei gladiatori è solo la punta dell’iceberg di una tragedia annunciata). Una giornata sonnolenta e nel complesso noiosa, scossa dalle dichiarazioni al vetriolo di Caldoro. “Siamo ai limiti della rottura sociale, l’ho detto un anno faha denunciato il governatoreè una valutazione politica, non ho sentito questore e prefetto, ma non posso non essere d’accordo con la previsione di Casaleggio quando parla di disordini e rivolte, penso che disordini e rivolte inizieranno qui da noi, inizieranno a Napoli e in Campania”.

 

Parole che fanno paura perché pronunciate da un amministratore di primo piano della Cosa Pubblica, ma che vanno a fare il paio con quanto temuto da Casaleggio. “Io penso che il Paese avrà nei prossimi mesi, non so quanti, uno shock economico – aveva detto il guru indiscusso della cosiddetta democrazia digitale – Uno shock che potrebbe portare a una ridefinizione della rappresentanza politica oppure a uno spostamento della politica da problemi politici a problemi di carattere sociale: disordini, rivolte. Quindi qualcosa che non può essere dominato dalla politica”. Previsione fondata su dati di fatto, ma impregnata di quei toni apocalittici che al politico di professione, desideroso di restare membro a vita della casta, di solito non piacciono proprio.

Stefano Caldoro, invece, ha deciso di rompere gli indugi e di dire finalmente pane al pane e vino al vino: “Ci saranno disordini e rivolte per effetto di una povertà che aumenta, di una tensione sociale e sfiducia che aumenta legata alla crisi economica e socialeha poi aggiuntoIl punto di attacco dei disordini e di rivolte sarà qui, basta far riferimento a dei focolai aperti che non esistono in altre città italiane”. Una reazione quantomeno fuori dagli schemi per uno abituato a tenere la bocca cucita persino durante la guerra civile scoppiata con gli uomini di Nick Cosentino per la conquista della Regione. Caldoro ha concluso la sua arringa da nuovo Masaniello dicendo di attendersi per oggi una risposta del governo in merito ad un importante “dossier lavoro” presentato dal suo staff.

Una consecutio temporum, quella delle sparate di Caldoro, che non convince però fino in fondo perché va ad intrecciarsi con un’altra vicenda che ha interessato il governatore nei giorni scorsi. Stefano Caldoro è, infatti, ufficialmente indagato dalla procura di Napoli per turbativa d’asta nell’ambito dell’inchiesta sulla Coppa America, in bella compagnia di Luigi De Magistris e Luigi Cesaro. La notizia ha preceduto di poche ore la visita del presidente a Pompei, per questo le male lingue non hanno esitato ad attribuire a Caldoro la volontà di sviare l’attenzione mediatica dai suoi guai giudiziari. E quale migliore argomento se non il rischio di rivolte causate dalla crisi economica? Solo che questa volta Caldoro e Casaleggio potrebbero avere ragione.

Sanitopoli: 10 anni a Del Turco. Un nuovo caso Tortora?

Ottaviano Del Turco condannato a quasi 10 anni di galera (9 anni e 6 mesi per la precisione) per corruzione. Il politico ex socialista non è stato graziato dai giudici del tribunale di Pescara che, evidentemente, lo hanno ritenuto responsabile di essere uno dei terminali istituzionali di un presunto giro di tangenti milionarie nella sanità privata abruzzese. Oltre il danno, la beffa per Del Turco, che si è visto pure infliggere una pena sbagliata durante la lettura del dispositivo della sentenza da parte del giudice Carmelo De Santis (9 anni e 9 mesi invece di 6). La lettura politica di questa pesante condanna non è ovviamente univoca: giudici e pm credono alla versione di un imprenditore “pentito”, mentre la difesa di Del Turco parla senza mezzi termini di “teorema giudiziario basato sul nulla”.

È stato lo stesso Del Turco ad evocare per se stesso la riproposizione del caso Tortora, il famoso volto della tv finito in carcere negli anni ’80 per una brutta storia di spaccio di droga, poi rivelatasi una montatura. Anche Tortora venne condannato a 10 anni nel 1985 per colpa di 3 pentiti di camorra, Giovanni Pandico, Giovanni Melluso (soprannominato “Gianni il bello”) e Pasquale Barra, che lo accusarono di far parte attiva della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Da quella terribile storia Enzo Tortora ne uscì pulito, ma a costo della salute e della vita. Anche se il paragone azzardato da Del Turco non sembra reggere il giudizio della storia, il rischio in questo caso è che anche l’ex socialista possa uscire annientato nel corpo e nello spirito da una drammatica vicenda iniziata nel 2008.

 

Basta guardare le immagini delle interviste rilasciate ieri a caldo da Del Turco per capire che il sindacalista delle larghe intese non se la passa troppo bene. Volto emaciato, pallore diffuso e difficoltà nel parlare. Il rischio è che la sua presunta colpevolezza passi in secondo piano rispetto ai danni irreversibili che la detenzione carceraria comporta. Passando invece ai particolari della condanna, c’è da dire che l’ex presidente della Regione Abruzzo si trova proprio in bella compagnia. Insieme a lui sono stati condannati Lamberto Quarta, Camillo Cesarone, Antonio Boschetti, Bernardo Mazzocca, Francesco Di Stanislao, Pierluigi Cosenza, Vincenzo Maria Angelini, che dovranno adesso risarcire milioni di euro alle casse abruzzesi.

Il personaggio chiave dell’inchiesta è proprio l’ultimo citato, Vincenzo Maria Angelini, imprenditore nel ramo della sanità ed ex titolare della clinica Villa Pini che, messo alle strette dagli inquirenti, si è deciso a scoperchiare il vaso di Pandora della cosiddetta Sanitopoli abruzzese, dove compiacenti pubblici amministratori distribuivano appalti in cambio di “mele”. Proprio così perché, in questa vicenda, la madre di tutte le tangenti è quella che gli investigatori ritengono nascosta in una busta di mele consegnata il 2 novembre 2007 da Angelini a Del Turco in quel di Collelongo in provincia dell’Aquila. Oltre alla confessione di Angelini (condannato a 3 anni e mezzo), a provare l’illecita dazione di denaro ci sarebbero alcune fotografie, già periziate dal tribunale, che ritraggono l’imprenditore con in mano la famosa busta.

Niente di più però, perché la magistratura non è riuscita a trovare traccia dei soldi sporchi. “È una sentenza che condanna un protagonista morale della vita politica istituzionale sindacale del nostro paese accusato di aver incassato sei milioni e 250 mila euro a titolo di corruzione dei quali non si è visto un solo euro”, ha tuonato il legale di Del Turco, Giandomenico Caiazza, che ha poi rincarato la dose parlando della versione di Angelini come di un “film di un calunniatore di professione”. Secondo Caiazza ci troviamo di fronte a “un precedente assoluto nella storia giudiziaria perché si possono non trovare i soldi, ma si trovano le tracce dei soldi. Qui stiamo parlando di sei milioni e 250 mila dei quali un solo euro non è stato rintracciato”. Se la ragione è dalla parte di Del Turco (ma i dubbi permangono) l’Appello farà giustizia, ma non cancellerà mai il dolore di una tortura che solo la privazione della libertà può provocare.

Rimpasto di governo: il Pdl vuole più ministri, ma litiga sull’omofobia

Sono passati solo pochi giorni da quando il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha salvato la pelle dallo scandalo Ablyazov che ha portato alla extraordinary rendition verso il Kazakistan della signora Shalabayeva e della figlia. Un caso internazionale che potrebbe portare, questa l’opinione del magistrato Bruno Tinti sul Fatto, all’incriminazione per sequestro di persona di molti pezzi grossi appartenenti al nostro apparato di sicurezza. Per il segretario Pdl senza quid è stato invece un gioco da ragazzi superare le forche caudine delle mozioni di sfiducia presentate da M5S e Sel, vista la compattezza granitica dimostrata in aula dalla strana maggioranza Pd-Pdl.

Se cade Alfano cade il governo Letta. È questo il mantra che i corazzieri del pensiero berlusconiano vanno ripetendo da giorni. Adesso che la testa di Alfano è rimasta al Viminale serve però qualche altro argomento per tenere alta la tensione in vista del 30 luglio, giorno della sentenza della Cassazione sul caso Mediaset e spartiacque decisivo per il futuro del Cavaliere e della sua corte di servi devoti, considerata la possibilità concreta, adombrata persino dall’avvocato Ghedini, che Berlusconi venga condannato e quindi buttato fuori dai Palazzi della politica. Ecco così spiegato l’affondo del corazziere numero 1 (almeno nello spirito) Renato Brunetta che ha avuto il coraggio di alzare la posta dell’accordo con il Pd per chiedere addirittura un riequilibrio nel numero dei ministri,“visto che tra Pd e Pdl c’è stato solo uno scarto dello 0,3% nelle elezioni di febbraio”.

 

I rumors di Montecitorio dicono che il furioso Brunetta abbia assunto questa posizione indifendibile solo per controbattere alle parole del segretario Pd Guglielmo Epifani che venerdì sera al Tg3 aveva parlato di un “tagliando” per il governo, lasciando intendere che il caso Kazakistan non sia ancora chiuso. A questo punto Brunetta non si è fatto pregare e ha colto la palla al balzo per deviare ancora una volta l’attenzione mediatica dal B-day del 30 luglio. Sostituire alcuni ministri in quota Democratica con altri provenienti dalle file azzurre; una sparata utopica che ha coinvolto emotivamente il solito, stupefacente, Maurizio Gasparri che ha colto l’assist di Brunetta per proporre addirittura di “sostituire il ministro Saccomanni conferendo a Letta Nipote l’interim all’Economia”.

Per rispondere al sempre politicamente alticcio Gasparri, si è dovuto scomodare persino l’etereo Francesco Boccia –amico intimo di Enrico, nonché dolce metà del ministro Pdl Nunzia De Girolamo- che alle agenzie ha dichiarato: “Rimpasti, sostituzione di ministri, l’assalto a Saccomanni? Ai cittadini interessa la soluzione dei loro problemi. Il resto piace agli attempati protagonisti della politica”. Messaggio cifrato subito raccolto dal capogruppo azzurro alla Camera che si è avventurato a proporre ”un patto di legislatura che duri fino al 2018” (con annesso lasciapassare giudiziario per Silvio, si intende). La strategia dei berlusconiani resta comunque sempre la stessa: tenere in vita il governo Letta grazie a quegli imbelli del Pd fino a quando farà comodo al Cavaliere, ma tenersi pronti a staccare la spina puntando sul mancato conseguimento di alcuni punti programmatici come la cancellazione dell’Imu e il mancato aumento dell’Iva.

Il Pdl si trova però in uno stato di fibrillazione talmente alto da rischiare l’implosione (idem i colleghi del Pd). A far saltare gli equilibri interni nel partito è un tema che non ti aspetti: la legge sull’omofobia. Alcuni parlamentari di spicco come Maurizio Lupi, Mara Carfagna, Mariastella Gelmini e Maurizio Sacconi hanno proposto “una moratoria sui temi etici” (legge contro l’omofobia compresa) per dare priorità all’economia. Mossa azzardata che ha fatto saltare sulla sedia l’ala libertaria del partito rappresentata da Sandro Bondi, Stefania Prestigiacomo e Giancarlo Galan che ha così chiuso la bocca ai colleghi: “È nostro preciso dovere trovare soluzioni, dare risposte, predisporre misure in grado di abbattere le barriere che quotidianamente incontrano i cittadini. Questo vale tanto in termini economici che civili”. Confusione sotto il cielo del berlusconismo al tramonto.

Ruby bis: il bunga-bunga di Ghedini e Longo

Adesso che anche il trio Minetti-Fede-Mora ha subito una pesante condanna in primo grado nel processo  Ruby bis, le carte da giocare rimaste in mano alla difesa di Silvio Berlusconi cominciano a diventare sempre di meno. Accuse di induzione e favoreggiamento della prostituzione, anche minorile (quella di Ruby, 17enne nel 2010 all’epoca dei fatti contestati), che sono valse 7 anni di carcere all’ex agente dei vip Lele Mora. Anche il vecchio Emilio Fede, orfano del suo Tg4 e dello scouting di ragazze da “offrire al drago” (Veronica Lario dixit), si è beccato 7 anni  di disgrazie. I giudici hanno sentenziato che Fede con le minorenni non c’entrava niente, anche se era stato proprio lui a “scoprire” la giovane Karima.

Dei 5 anni a Nicole Minetti si è detto e scritto già tutto: lei non sfruttava le prostitute destinate a sopire la fame del Caimano, ma le “briffava” solamente, limitandosi a gestire il traffico di via Olgettina. Fino a qui la conferma di un impianto accusatorio che è già valso la condanna a 7 anni del protagonista delle serate bunga-bunga, Silvio Berlusconi, giudicato colpevole in primo grado in uno stralcio dello stesso procedimento. Il bello, o il brutto, è che la brama di impunità di Silvio ha finito per trascinare nel baratro dell’illegalità anche i suoi fedeli avvocati-parlamentari Niccolò Ghedini e Piero Longo. Due principi del foro al di sopra di ogni sospetto, almeno fino a ieri quando i giudici milanesi hanno ordinato la trasmissione degli atti alla procura “in relazione agli indizi di reità ravvisati con particolare riguardo a quanto accaduto il 6-7 ottobre 2010, il 15 gennaio 2011”.

 

Tradotto in Italiano: Longo, Ghedini e il boss Berlusconi sono sospettati di aver tentato di inquinare la regolarità del processo e adesso rischiano un infamante rinvio a giudizio (l’ennesimo per B.). Gli azzeccagarbugli di Arcore avrebbero prima convinto le ospiti delle cene eleganti a firmare dei verbali pre-compilati, spacciati per indagini difensive. Gli inquirenti ne trovarono alcune copie proprio nel residence Olgettina durante una perquisizione il 14 gennaio 2011. Documenti talmente taroccati da confondersi tra loro, visto che la dichiarazione scritta di Barbara Guerra fu scovata a casa di Marystelle Garcia Polanco. Ma il lavoro sporco del foro berlusconiano non si sarebbe esaurito qui.

Sempre durante il fatidico 15 gennaio 2011, frotte di ragazze vennero convocate a villa San Martino con l’intento di mettere a punto una strategia difensiva. Questa almeno la versione di Ghedini e Longo che, invece, non ha convinto i magistrati secondo i quali la volontà del clan Berlusconi sarebbe stata quella di indirizzare le testimoniante in direzione della versione “burlesque” o “cene eleganti”. Per oliare il sistema ci si sarebbe serviti di tanto denaro, necessario per pagare la “retta” alle ragazze e, soprattutto, per fare tenere loro la bocca chiusa (possibilmente per sempre). L’ultimo punto attenzionato dagli inquirenti è l’interrogatorio privato di Ruby, avvenuto il 6 ottobre 2010, quasi un mese prima che scoppiasse sui media lo scandalo bunga-bunga.

Semplici, e legali, indagini difensive, hanno sempre ripetuto Ghedini e Longo. Ma a quei tempi nessuna indagine era ancora partita ufficialmente. A spiegare meglio di qualsiasi giro di parole quella serata “allucinante” sono comunque le parole (intercettate) pronunciate al telefono da Luca Risso, divenuto poi il padre della figlia di Ruby. Insomma, proprio una bella gatta da pelare per i due avvocati ancora convinti di essere chiusi nella loro bolla dorata. “La decisione del Tribunale di Milano nel processo cosiddetto Ruby bis di inviare gli atti per tutti i testimoni che contrastavano la tesi accusatoria –scrivono i due legali- già fa ben comprendere l’atteggiamento del giudicante. Ma inviare gli atti ai fini di indagini anche per il presidente Berlusconi e per i suoi difensori è davvero surreale”. Già, perché, dimenticavamo, i giudici invitano la procura ad indagare per falsa testimonianza tutti i testimoni della difesa nel processo Ruby bis. Da Mariano Apicella a Barbara Faggioli, passando per i nomi noti delle Olgettine come Iris Berardi, le gemelle Concetta ed Eleonora De Vivo, Raissa Skorkina, Alessandra Sorcinelli e le altre. Proprio una bella compagnia per Longo e Ghedini.