Ruby-bis: la conversione spirituale di Gabriele Mora

Da oggi non chiamatelo più Lele Mora. Il talent scout più famoso e spregiudicato della tv, l’uomo che poteva cambiarti la vita solo invitandoti come ospite nella sua villa in Sardegna, il co-protagonista di Videocracy, non esiste più. Al suo posto si è materializzato Gabriele, così come lo chiamava la mamma, o, se preferite, Dario, il nome con cui Mora è stato iscritto all’anagrafe. Artefice del percorso di vera e propria conversione spirituale del reprobo, accusato di induzione e favoreggiamento della prostituzione, anche minorile, è stato il processo in corso a Milano, il cosiddetto Ruby-bis, in cui Mora si trova alla sbarra in compagnia della briffatrice Nicole Minetti e dell’appassionato di meteo Emilio Fede.

Di fronte alla richiesta di 7 anni di reclusione da parte dell’accusa -ma soprattutto alla luce dell’avvenuta condanna in Primo grado del boss Silvio Berlusconi a 7 anni nel procedimento gemello scaturito dai guai causati a Silvio da Karima el Mahroug, in arte Ruby la Rubacuori-, Lele Mora è rimasto fulminato come Paolo di Tarso sulla via di Damasco. Troppo drammatica la prospettiva di andare al fresco per aver fatto qualche favore e aver rimediato qualche amica per le cene eleganti di Berlusconi. Ecco allora giungere le sirene della conversione. Prima che sia troppo tardi.

“È vero, ho partecipato alle feste di Silvio Berlusconi ad Arcore –queste le dichiarazioni spontanee lette da “Gabriele” in aula- è vero, ho accompagnato alle cene alcune ragazze, ed è anche vero che ho ricevuto un prestito da Berlusconi tramite Emilio Fede che avrebbe salvato la mia società. Ma non ho mai voluto condizionare le ragazze, non ho mai giudicato i loro comportamenti e non ho mai orientato le loro condotte con costrizione”. Fino a qui niente di nuovo, la professione di innocenza di un padre che accompagna le figlie a scuola. Ma, subito dopo, il colpo di scena. Per il redivivo Mora le cene eleganti di Arcore assumono improvvisamente un altro significato: “Ho letto ieri su un quotidiano come vi siano tre parole per definire quanto è successo e quanto è oggi al vostro giudizio: “dismisura, abuso di potere, degrado”. È vero, così è stato. Io non ne sono stato un passivo concorrente”.

 

Una confessione in  piena regola che neanche Tommaso Buscetta nel Maxi-processo alla mafia. Il quotidiano in questione citato da Mora non è poi altri che l’odiata Repubblica, mentre il giornalista autore delle tre parole è quel Giuseppe D’Avanzo che lo stesso Berlusconi aveva definito in tempi non sospetti “signor Stalin”. Un tradimento vile quello perpetrato da Mora nei confronti del suo più grande foraggiatore Silvio Berlusconi. Un voltafaccia senza scusanti, se si esclude la paura della galera che Gabriele ha già dovuto affrontare per la bancarotta della sua società, la LM spa. Una pugnalata alle spalle di Silvio insomma per cercare di portare a casa la pellaccia. “Oggi non voglio più mangiare cibo avariato né offrirlo ai miei amici”, questa la frase chiave della conversione.

Ecco però che a smentire l’angelico Gabriele Mora torna dagli inferi il diabolico Lele Mora che si materializza fuori dal tribunale di Milano, al termine dell’udienza di venerdì. “Ad Arcore non c’è stato niente di male, l’amicizia non è una cosa che uno ti dà, ma si sceglie. Berlusconi non è uno che fa prostituire la gente. Allora, io che lavoro ho fatto per 35 anni, il magnaccia?”, ha detto Lele di fronte ad una schiera di giornalisti, per la verità rimasti interdetti dall’ultima considerazione uscita dalla bocca del talent scout. Dunque, ricapitolando, Berlusconi è colpevole ma innocente, e ad Arcore c’era un giro di prostituzione ma anche cene eleganti. Uno sdoppiamento di personalità degno del film L’Esorcista.

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