Amministrative 2013. Il Pdl crolla anche in Sicilia, la Lega scompare

Come già accaduto nel primo turno delle elezioni amministrative di 15 giorni or sono, la lettura dei dati elettorali non lascia spazio alle interpretazioni. Dato per scontato che il vero vincitore sia stata l’astensione  record che ha superato il 50% degli aventi diritto, gli sconfitti sono stati invece due: il Pdl di Berlusconi e la Lega di Maroni, già di Bossi. Il Popolo della Libertà ha visto materializzarsi il peggiore incubo a cui si potesse pensare, ovvero il cappotto 16 a 0 subito dalla Sinistra in tutti i capoluoghi di provincia chiamati alle urne. Ma non solo. Ieri la prima tornata di votazioni in Sicilia (regione a statuto speciale) ha visto evaporare in un solo giorno quello che fino a poco tempo fa era considerato l’esercito berlusconiano nel feudo della Trinacria.

I dati in arrivo dall’Isola sono sconfortanti per la dirigenza Azzurra dimostratasi già più volte incapace di vincere sia pure una gara di corsa coi sacchi senza l’aiuto e la presenza di Silvio Berlusconi. Sparito Silvio da piazze e teleschermi, ecco sparire anche i voti. Su 4 città capoluogo (Catania, Messina, Siracusa e Ragusa) quella che fu l’invincibile armata Pdl non è riuscita ad entrare nemmeno in un ballottaggio. Per chi avesse memoria corta, ricordiamo che il laboratorio siciliano ha prodotto lo storico 61 a 0 del 2001 e che siciliani sono molti esponenti di spicco dell’area berlusconiana, da Schifani ad Alfano, passando per i discussi Miccichè e Dell’Utri.

Ecco perché essere sconfitti da due Liste civiche a Siracusa e a Messina, prenderle dal M5S dato per finito a Ragusa ed essere costretti a guardare Enzo Bianco trionfare nuovamente a Catania (città già guidata da Scapagnini, il medico personale del Cavaliere) suona un po’ come una campana a morto per i destini di un Pdl ridotto ai minimi termini. Si spiega in parte anche con questi dati la ferma volontà di Berlusconi, rinnovata anche nelle ultime ore, di non voler staccare la spina al governo dell’inciucio Letta. Il trionfo elettorale sbandierato dai sondaggisti Ghisleri & co. non sembra più così scontato. Le folle oceaniche pronte ad offrire il petto per un voto a Berlusconi sembrano essersi ritirate in buon ordine. Le sentenze dei tribunali, poi, si fanno sempre più vicine e preoccupanti. Più facile rivedere Berlusconi pensionato o interdetto dai pubblici uffici piuttosto che sulla tolda di comando di Palazzo Chigi o del Quirinale.

Se per Berlusconi è arrivato uno stop inaspettato con cui si sconta, evidentemente, l’alleanza col Pd, è la Lega di Bossi e Maroni ad aver raggiunto uno stato terminale. Il voto di ieri ha mandato in soffitta per sempre il messaggio propagandato dai barbari sognanti maroniani, impadronitisi del partito dopo la vicenda Belsito che ha estromesso ingloriosamente il fondatore Umberto Bossi. La Lega è riuscita a perdere anche nella roccaforte di Treviso, dove da un ventennio il sistema Gentilini -lo sceriffo razzista e intollerante ma vera anima del leghismo laborioso prima maniera- dominava la scena con percentuali quasi bulgare. Ebbene, i trevigiani, colpiti anche loro dalla crisi, hanno voltato le spalle ad una politica abbaiata per dare fiducia al gioviale e ottimista Giovanni Manildo e per rendere Treviso una città deleghizzata.

Alla luce di questi risultati pare quasi comico il richiamo fatto da Maroni alla Macroregione del Nord. È vero che l’ex ministro dell’Interno si è da poco cadregato nel Nuovo Pirellone in Lombardia, ma intorno a lui quella della Lega è diventata una traversata nel deserto. Nel Piemonte di Cota i numeri leghisti si contano sulle dita di una mano, mentre nella culla veneta di Luca Zaia anche gli imprenditori, zoccolo duro della Lega che ce l’aveva duro, hanno deciso di astenersi o di votare Beppe Grillo il cui Movimento ha sì perso voti rispetto alle politiche, ma sembra avviato verso un destino ben diverso da quello dei derelitti Pdl e Lega.

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