Parmalat-Ciappazzi, la vendetta di Tanzi: Geronzi e Arpe condannati in appello

Nel 2002 la storica ditta siciliana di imbottigliamento di acque minerali Ciappazzi, divenuta proprietà del Gruppo Ciarrapico, versava in condizioni disastrose: non era in possesso della concessione demaniale per captare le acque, i macchinari ormai d’epoca non permettevano agli operai di svolgere il loro lavoro e, inoltre, si poteva imbottigliare solo in contenitori di plastica perché non c’erano le condizioni igieniche minime per autorizzare l’uso del vetro. Un disastro imprenditoriale che ha dovuto per giunta subire la sfortuna (in Sicilia si dice così) della rottura della condotta che trasportava il prezioso liquido trasparente nello stabilimento. Perché allora la Parmalat decise di investire su un capannone arrugginito?

Racconta Calisto Tanzi -l’ex patron della Parmalat caduto in disgrazia dopo il crack dell’azienda di Collecchio- che la “sua” Parmalat fu costretta ad acquistare l’azienda Ciappazzi, ormai bollita, per la modica cifra di 15,2 milioni di euro. Regista del ricatto imprenditoriale fu, secondo Tanzi, Cesare Geronzi in persona, all’epoca patron di Capitalia (già Banca di Roma e in seguito Unicredit). Il banchiere romano avrebbe puntato sulle disastrose condizioni contabili del gruppo della famiglia Tanzi per costringere Calisto a sborsare quei 15 milioni (con tassi da usura) con i quali Capitalia sarebbe rientrata facilmente dalle sofferenze bancarie dell’amico storico Giuseppe Ciarrapico. In cambio, Parmalat avrebbe potuto usufruire di un prestito da 50 milioni da girare alla consociata Parmatour, talmente nei guai da rischiare di trascinare nel baratro, come poi effettivamente avvenne, l’intera azienda parmigiana.

 

Una versione a cui i giudici hanno dato credito in due gradi di giudizio. Risale a venerdì scorso la sentenza della prima sezione penale della Corte d’appello di Bologna che ha confermato in toto quanto stabilito in Primo grado dai giudici del tribunale di Parma. Cesare Geronzi, allora presidente di Capitalia, è stato condannato a 5 anni di carcere con le accuse di bancarotta fraudolenta ed usura, mentre Matteo Arpe, all’epoca dg del Gruppo romano, si è visto ribadire i 3 anni e 7 mesi per il solo reato di bancarotta fraudolenta. Una doccia fredda per gli avvocati Ennio Amodio e Franco Coppi, difensori del banchiere arrivato “vicino a Dio”, che adesso puntano sulla Cassazione, e per lo stesso Geronzi che lo scorso 6 maggio si era difeso in aula definendo Tanzi “un falsario”. La stessa linea negazionista è stata intrapresa anche dai legali di Arpe, Sergio Spagnolo e Mauro Carelli, che si sono detti “sorpresi” dalla sentenza.

Fino a qui i fatti. Ma la politica? Risulta infatti che l’ormai anziano Cesare Geronzi fosse una delle colonne economico-finanziarie della Prima Repubblica. Entrato nel ristretto entourage degli “amici” di Giulio Andreotti negli anni ’80 (insieme al camerata Ciarra), riuscì ad intrecciare ottimi rapporti con i vertici di Bankitalia nei ’90. Banca di Roma (poi Capitalia, poi Unicredit), Mediobanca e Assicurazioni Generali nel suo curriculum. Un pesce grosso della casta insomma che però, come racconta Luigi Bisignani nel suo libro, L’uomo che sussurra ai potenti, arrivò solo a sfiorare la vetta più alta, quella dello Ior. “Vaticano che ora vede malinconicamente dalla terrazza del suo ufficio di presidente della Fondazione Generali in via XX settembre a Roma –scrive il Grande Faccendiere- Sì, perché un pensierino di insediarsi Oltretevere, allo Ior, Cesare l’ha sicuramente fatto”.

Ma i tempi cambiano rapidamente e la morte del Divo Giulio, avvenuta pochi giorni fa, ha accelerato i tempi facendo perdere potere ad un grumo di interessi di cui fa parte, oltre a Geronzi, lo stesso Bisignani che ora sta cercando di riposizionarsi. Troppo tardi invece per Geronzi, destinato ad una pensione d’oro e non di certo al carcere. Discorso in parte diverso per il più giovane Matteo Arpe che, nonostante i guai del caso Unicredit-Parmalat-Ciappazzi, ha già fondato nel 2007 il gruppo finanziario Sator.

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1 Commento

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