Delitto Moro: Cossiga informato 2 ore prima della telefonata di Morucci

“Cossiga sapeva già della morte di Moro e di via Caetani almeno 2 ore prima che Morucci chiamasse Franco Tritto”. La rivelazione che riapre il caso mai chiuso del delitto Moro arriva a 35 anni di distanza per bocca di Vitantonio Raso, artificiere che per primo aprì la Renault 4 rossa. Chi però non ha stampata nella mente la voce di Valerio Morucci, membro delle Brigate Rosse, che il 9 maggio 1978 verso le 12 e 13 telefona al professor Franco Tritto, amico intimo della famiglia Moro, per dargli la terribile notizia dell’avvenuta esecuzione del presidente della Dc e indicargli il luogo dove ritrovare il corpo, via Caetani, all’interno di una Renault 4 di colore rosso? Eccone l’incipit:

– Pronto?

– E’ il professor Franco Tritto?

– Chi parla?

– Il dottor Niccolai.

– Chi Niccolai?

– E’ lei il professor Franco Tritto?

– Sì…

Morucci, alias il compagno Matteo, è poi costretto a cambiare tono di fronte alla sorpresa di Tritto:

– Ma chi parla? -continua a chiedere Tritto- Sì, ma io voglio sapere chi parla…

Morucci respira nervosamente nella cornetta: –Brigate Rosse. Va bene? Ha capito?

– Sì.

 

La drammatica telefonata prosegue poi con le indicazioni del brigatista: “Allora, lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole Aldo Moro in via Caetani…”.

Fino a questo momento, o meglio, fino a pochi giorni fa, la verità storica provata da immagini e registrazioni era che il povero professor Tritto fosse stata la prima persona, esterna all’organizzazione del Partito Armato, a ricevere la notizia dell’omicidio e conoscere il luogo dove poter recuperare le spoglie dello statista democristiano. Ebbene, anche queste certezze (per gli ingenui che ne avevano) vanno adesso invece a bollire nell’opaco calderone dei Misteri Italiani.

L’antisabotatore Raso, recentemente autore di un libro (La bomba umana), è miracolosamente guarito da una malattia quasi incurabile, l’amnesia istituzionale (stesso morbo da cui si sono “salvati” Martelli, Violante ed altri pezzi grossi riguardo alla “trattativa Stato-mafia” all’indomani delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino), ed ha ritrovato la memoria per trasformarsi finalmente in una bomba umana. Le parole di Raso riportate dall’Ansa e dal sito vuotoaperdere.org sono agghiaccianti: “La telefonata delle Br delle 12.13 fu assolutamente inutile. Moro era in via Caetani da almeno due ore quando questa arrivò. Chi doveva sapere, sapeva. Ne parlo oggi per la prima volta, dopo averne accennato nel libro, perché spero sempre che le mie parole possano servire a fare un po’ di luce su una vicenda che per me rappresenta ancora un forte choc. Con la quale ancora non so convivere”.

La scusa della patimenti spirituali (“un forte choc…non so convivere”) non regge proprio alla prova della ragione umana. Raso l’eroe, così almeno si pensava, diventa protagonista di un deja vu, “Non sono mai stato interrogato”, che ha rappresentato un classico della storia d’Italia. Quello che invece desta una morbosa attenzione, vista la caratura del personaggio, sono la accuse dirette al Picconatore, il defunto Francesco Cossiga: “Quando dissi a Cossiga, tremando, che in quella macchina c’era il cadavere di Aldo Moro, Cossiga e i suoi non mi apparvero né depressi, né sorpresi come se sapessero o fossero già a conoscenza di tutto”.

Dichiarazione da terremoto, supportata anche dal collega Giovanni Circhetta, che va a cozzare con quanto dichiarato all’Huffington post dall’81enne generale Antonio Cornacchia, nel 1978 comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri: “Me lo ricordo perfettamente quel 9 maggio del 1978. Quando mi dissero di andare in via Caetani erano le 13,20. Quando arrivammo, non c’era nessuno. La Renault era chiusa”. Cossiga ovviamente non può più difendersi, così come Andreotti non potrebbe più aiutarlo con l’archivio dei suoi ricordi, ma si ha la netta impressione che la morte dei Big della Prima Repubblica abbia riaperto dei sepolcri che sembravano saldati per sempre.

Ruby-bis: la conversione spirituale di Gabriele Mora

Da oggi non chiamatelo più Lele Mora. Il talent scout più famoso e spregiudicato della tv, l’uomo che poteva cambiarti la vita solo invitandoti come ospite nella sua villa in Sardegna, il co-protagonista di Videocracy, non esiste più. Al suo posto si è materializzato Gabriele, così come lo chiamava la mamma, o, se preferite, Dario, il nome con cui Mora è stato iscritto all’anagrafe. Artefice del percorso di vera e propria conversione spirituale del reprobo, accusato di induzione e favoreggiamento della prostituzione, anche minorile, è stato il processo in corso a Milano, il cosiddetto Ruby-bis, in cui Mora si trova alla sbarra in compagnia della briffatrice Nicole Minetti e dell’appassionato di meteo Emilio Fede.

Di fronte alla richiesta di 7 anni di reclusione da parte dell’accusa -ma soprattutto alla luce dell’avvenuta condanna in Primo grado del boss Silvio Berlusconi a 7 anni nel procedimento gemello scaturito dai guai causati a Silvio da Karima el Mahroug, in arte Ruby la Rubacuori-, Lele Mora è rimasto fulminato come Paolo di Tarso sulla via di Damasco. Troppo drammatica la prospettiva di andare al fresco per aver fatto qualche favore e aver rimediato qualche amica per le cene eleganti di Berlusconi. Ecco allora giungere le sirene della conversione. Prima che sia troppo tardi.

“È vero, ho partecipato alle feste di Silvio Berlusconi ad Arcore –queste le dichiarazioni spontanee lette da “Gabriele” in aula- è vero, ho accompagnato alle cene alcune ragazze, ed è anche vero che ho ricevuto un prestito da Berlusconi tramite Emilio Fede che avrebbe salvato la mia società. Ma non ho mai voluto condizionare le ragazze, non ho mai giudicato i loro comportamenti e non ho mai orientato le loro condotte con costrizione”. Fino a qui niente di nuovo, la professione di innocenza di un padre che accompagna le figlie a scuola. Ma, subito dopo, il colpo di scena. Per il redivivo Mora le cene eleganti di Arcore assumono improvvisamente un altro significato: “Ho letto ieri su un quotidiano come vi siano tre parole per definire quanto è successo e quanto è oggi al vostro giudizio: “dismisura, abuso di potere, degrado”. È vero, così è stato. Io non ne sono stato un passivo concorrente”.

 

Una confessione in  piena regola che neanche Tommaso Buscetta nel Maxi-processo alla mafia. Il quotidiano in questione citato da Mora non è poi altri che l’odiata Repubblica, mentre il giornalista autore delle tre parole è quel Giuseppe D’Avanzo che lo stesso Berlusconi aveva definito in tempi non sospetti “signor Stalin”. Un tradimento vile quello perpetrato da Mora nei confronti del suo più grande foraggiatore Silvio Berlusconi. Un voltafaccia senza scusanti, se si esclude la paura della galera che Gabriele ha già dovuto affrontare per la bancarotta della sua società, la LM spa. Una pugnalata alle spalle di Silvio insomma per cercare di portare a casa la pellaccia. “Oggi non voglio più mangiare cibo avariato né offrirlo ai miei amici”, questa la frase chiave della conversione.

Ecco però che a smentire l’angelico Gabriele Mora torna dagli inferi il diabolico Lele Mora che si materializza fuori dal tribunale di Milano, al termine dell’udienza di venerdì. “Ad Arcore non c’è stato niente di male, l’amicizia non è una cosa che uno ti dà, ma si sceglie. Berlusconi non è uno che fa prostituire la gente. Allora, io che lavoro ho fatto per 35 anni, il magnaccia?”, ha detto Lele di fronte ad una schiera di giornalisti, per la verità rimasti interdetti dall’ultima considerazione uscita dalla bocca del talent scout. Dunque, ricapitolando, Berlusconi è colpevole ma innocente, e ad Arcore c’era un giro di prostituzione ma anche cene eleganti. Uno sdoppiamento di personalità degno del film L’Esorcista.

Compravendita senatori: De Gregorio patteggia e incastra anche Verdini

L’udienza preliminare svoltasi di fronte al gup di Napoli, Amelia Primavera, in cui si doveva decidere se rinviare a giudizio Sergio De Gregorio, Walter Lavitola e la guest star Silvio Berlusconi per la vicenda della presunta compravendita di senatori nel 2008, non fa che riservare continui colpi di scena. Protagonista dell’ennesima battaglia giudiziaria del Cavaliere è l’ex senatore Sergio De Gregorio, autore di un misterioso cambio di casacca dall’Idv di Di Pietro al centro-destra Berlusconiano (con gli Italiani nel mondo) con il chiaro intento di far cadere il governo di Romano Prodi.

Ebbene, De Gregorio ha deciso di prendere la strada del patteggiamento che, tradotto dal linguaggio giuridico, significa che l’imputato ha ammesso il reato compiuto e ha chiesto (e ottenuto) di ricevere una pena inferiore (1 anno e 8 mesi). Ma non solo, perché l’ex presidente della commissione Difesa (scelto dal centro-destra per estromettere la comunista Lidia Menapace) si è messo in testa anche di fare il pentito, la gola profonda insomma. “Il coordinatore Pdl Denis Verdini fu il bomber di Berlusconi per il mercato parlamentare” afferma Sergione senza peli sulla lingua, tirando dentro al processo anche lo sherpa più scaltro di Casa Arcore.

In realtà che Verdini fosse deputato alla campagna acquisti (secondo le regole) nel mercato delle vacche dei senatori è un fatto risaputo; la novità è che, secondo il pentito della casta, era Verdini a offrire i denari di Berlusconi a quelli ritenuti più corruttibili. “Verdini comprò deputati per Berlusconi nel 2010. Un milione, ufficiale, al mio movimento, e due in nero”, questo il prezzo del tradimento che De Gregorio afferma di aver incassato. Fosche nubi si addensano dunque sulla testa del Cavaliere, accusato di essersi aggiudicato i favori di De Gregorio e di altri parlamentari nell’ambito di quella che era stata definita Operazione Libertà.

 

Adesso i destini del “traditore” e quelli del duo Berlusconi-Lavitola si dividono perché  a De Gregorio la pena verrà sospesa in quanto inferiore ai 2 anni. Potere dell’accordo raggiunto con il pm Henry John Woodcock & co. Contro gli altri imputati, invece, i pm hanno raccolto diverse testimonianze. Da quella di Italo Bocchino (“Berlusconi era molto legato a Lavitola per il fatto che si era prodigato in quella che fu chiamata Operazione Libertà”), a quella dell’imprenditore, oggi in galera per bancarotta, Bernardo Martano secondo il quale De Gregorio gli riferì che “Berlusconi era l’uomo più ricattabile d’Italia”. Contro Berlusconi ci sono anche le testimonianze di Gennaro Ammendola, uno dei finanziatori di De Gregorio, di Giovanni Cimmino, ma soprattutto quella di Patrizia Gazulli, segretaria di Big Sergio: “Dal 2006 le cose cambiarono, cominciò a darmi somme in contante e sempre con banconote da 500 euro. Un giorno mi diede circa 150mila euro in contanti e banconote da 500, prelevò la somma da un cassetto dove c’erano altri soldi e mi disse, sorridendo, che da lì in poi non avremmo avuto più problemi, dal momento che Berlusconi gli aveva dato del denaro”.

Il 19 luglio il gup Primavera deciderà il destino processuale del Caimano ma, a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate ieri da De Gregorio, le previsioni non sono di certo positive. “Sono stato conseguente alla mia decisione. Racconterò queste vicende in aula come testimone, se ci sarà un processo. Mi avevano offerto di restare in Senato il 19 dicembre, ma al coordinatore del Pdl Denis Verdini ho detto no. Non credo alla possibilità di sfuggire alla giustizia rifugiandosi in Parlamento; non lo credo per me, non lo credo per altri”. Sincero pentimento o messaggio trasversale lanciato a qualcuno? Corrado Guzzanti risponderebbe: “La seconda che hai detto”.

Dinasty Berlusconi: Marina smentisce la notizia della sua discesa in campo

L’ufficio stampa del presidente Fininvest, Marina Berlusconi, si è precipitato a smentire con una nota ufficiale la notizia montata in questi ultimi giorni di una possibile staffetta politica tra papà (o papi) Silvio e la figlia Marina. “Di fronte al ripetersi di indiscrezioni su un impegno in politica di Marina Berlusconi, non possiamo che ribadire quanto già più volte detto in passato: si tratta di ipotesi che non hanno alcun fondamento”, recita seccamente il comunicato del Biscione.

Ciò che lascia comunque intatte le perplessità dei commentatori è il fatto che la “notizia” della discesa in campo dell’infanta di Arcore l’ha data in anteprima una vecchia volpe del giornalismo e dei Palazzi italiani: Luigi Bisignani. Noto come faccendiere, ma anche ex cronista dell’Ansa, amico dei potenti, e adesso schizzato fuori nella ribalta mediatica per pubblicizzare la sua ultima fatica editoriale, L’uomo che sussurra ai potenti. Ebbene, il Bisi si è fatto ospitare dalla trasmissione radiofonica di Radio2 Un giorno da pecora e, di fronte alle pressioni dei conduttori Lauro e Sabelli Fioretti non ha resistito a sparare le sue cartucce: “Ieri sera ad Arcore (lunedì 24 ndr) c’è stata una cena e credo che lì Berlusconi si sia convinto che la figlia Marina sia la sua erede”.

 

“Io non ero presente alla cenacontinua poi un Bisignani come sempre (chi sa perché) informatissimoma c’erano i familiari, Piersilvio, Marina e Barbara. Poi Francesca Pascale e l’avvocato Ghedini. Il piglio e la forza che Marina Berlusconi ha messo in quella cena ha convinto tutti che il vero erede è lei. D’altra parte, in tutte le grandi democrazie, per esempio negli Stati Uniti, ci sono delle dinastie: quella dei Bush, quella dei Kennedy”. I Berlusconi come i Kennedy o Marina B. nei panni di Marine Le Pen? Sia come sia, Bisignani conclude il suo ragionamento spiegando che il nome di Marina sia stato tirato fuori per testarlo nei sondaggi, peraltro rivelatisi positivi.

Una Nuova Forza Italia con Marina al posto di Silvio. In fondo, quale modo migliore per un imprenditore di difendere le proprie ricchezze ed interessi se non metterli nelle mani più fidate che esistano, quelle cioè di un figlio? I servi devoti del Cavaliere si dividono sulla questione, con le amazzoni Biancofiore e Santanchè sono già proiettate verso un futuro rappresentato dalla Donna di Arcore, mentre altri big come Brunetta e Alfano ci vanno con i piedi di piombo. “Il Pdl non c’è più. Marina Berlusconi è bravissima”, ha tagliato corto la pasionaria compagna di Alessandro Sallusti alla quale ha fatto da eco Michaela da Bolzano: “Noi un Renzi, molto più serio, preparato e affidabile, lo abbiamo e si chiama Marina Berlusconi”.

Sul fronte opposto, un sempre nervoso Renato Brunetta ci va invece giù duro: “Non mi piacciono le dinastie, né quelle monarchiche né quelle democratiche. Se la dottoressa Marina Berlusconi vuole fare politica, e ne ha tutte le capacità, faccia pure. Ma non penso che sia plausibile un’investitura a carattere ereditario”. Con lui Angelino Alfano, rimasto però innamorato dell’originale: “Berlusconi gode di sana e robusta costituzione e non sarebbe la prima volta che un leader longevo scende di nuovo in campo”. Fatto sta che il Cavaliere è costretto a pensare al futuro (dei suoi interessi) visto che, dopo le sentenze Ruby e Mediaset, oggi è il turno di Lodo Mondadori e De Gregorio (compravendita senatori). Ecco così spiegati i tete a tete a distanza di poche ore sostenuti con il premier Letta e con il presidente Napolitano dai quali il Caimano ha cercato, e probabilmente ottenuto, rassicurazioni in merito ad una protezione istituzionale (amnistia, decreto svuota carceri, Cassazione, salvacondotto, esilio volontario) in cambio del sostegno al governo dell’inciucio.

Mozione F-35: gli Alleati Pd-Pdl vanno alla guerra

“Mi piacciono gli italiani, vanno alla guerra come fosse una partita di calcio e vanno a una partita di calcio come fosse la guerra…”. Sulla grottesca vicenda dei caccia F-35 che sta dividendo la politica italiana è addirittura il caso di citare Winston Churchill, primo ministro inglese durante la II Guerra Mondiale. E infatti, se li si dovesse valutare per l’effetto distruttivo che hanno avuto sui Palazzi del Potere, si potrebbe tranquillamente affermare che gli F-35 progettati dalla Lockheed Martin sono un’arma micidiale.

Ma procediamo con ordine. Martedì scorso, 25 giugno, era prevista la discussione in parlamento sulla possibilità che l’Italia acquisti 90 (131 secondo i più arditi sognatori) cacciabombardieri F-35, spacciati per quanto di più tecnologico sia stato mai architettato da mente umana. Naturalmente la votazione è stata rinviata (per il momento ad oggi, o forse sine die) a causa delle divisioni che tanto per cambiare stanno lacerando il Pd. L’azionista di maggioranza del governo Letta sarebbe teoricamente favorevole a spendere 12 miliardi per sostituire i più di 230 apparecchi modello “Barone Rosso” costituenti la flotta dell’Aeronautica italica. Peccato che 14 parlamentari piddini, tra cui il solito Pippo Civati, abbiano firmato una mozione presentata dal duo Sel-M5S che, se votata ieri, avrebbe bloccato l’intero programma F-35 per destinare quel fiume di denaro alle vere emergenze del paese (lavoro e imprese).

 

Il panico del Pd ha partorito un immediato rinvio della discussione. Gli alleati di Berlusconi non sono solo spaccati al loro interno tra pacifisti e guerrafondai, ma rischiano di provocare una crisi di governo perché gli Alleati del Pdl, ma soprattutto il ministro della Difesa montiano Mario Mauro, tengono la posizione di trincea favorevole alle richieste dei vertici delle Forze Armate. La confusione regna sovrana se si pensa che il ministro degli Affari Regionali del Pd, Graziano Del Rio, ha detto che “dobbiamo fare di tutto per recuperare risorse per l’emergenza vera che non è quella della Difesa ma del lavoro per i giovani. Non ha senso spendere risorse nel comparto militare”. Secca la rappresaglia di Mauro: “Pd e Pdl quando erano separati hanno votato gli F35 e mi sembrerebbe strano che ora da uniti non li votino più. Evidentemente c’è stata una crisi di governo e io non me ne sono accorto”.

Una guerra civile insomma, per giunta provocata da una flotta di aerei che non si sa nemmeno se vedrà mai la luce, dopo il rapporto del Pentagono che ne ha messo in risalto i gravissimi difetti di progettazione. Comunque sia, il bombardamento preventivo messo in atto dalla vicenda F-35 ha fatto già le prime vittime. Stiamo parlando di Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio alla Camera, salito agli onori della cronaca planetaria (più di Berlusconi per il caso Ruby) per aver pubblicato un tweet letteralmente disarmante: “In sostanza non si tratta di fare guerre, con gli elicotteri si spengono incendi, trasportano malati, salvano vite umane #F35”. Il suo maldestro tentativo per far passare una macchina di morte per un’ambulanza dei cieli è stato travolto dalla feroce ilarità della Rete. “Colpa dello stagista che cura il profilo”, si è giustificato il marito del ministro De Girolamo. Vergogna.

Chi punta in alto, ma senza voler pilotare un F-35, è invece Nichi Vendola, convinto che all’ombra del cappello pacifista possa nascere una maggioranza alternativa Pd-Sel-M5S. Per salvare se stesso, il Pd punta invece su una sua mozione che sospenda per 6 mesi l’acquisto per permettere un’indagine conoscitiva. Stessa tattica già utilizzata per Iva e Imu: rinviare e poi aspettare per vedere quello che succede. Ma i falchi capitanati dal maresciallo dell’aria Mario Mauro non vogliono mollare di un millimetro.

7 anni per Ruby: Berlusconi tiene in ostaggio il governo Letta

I 7 anni di reclusione a cui è stato condannato Silvio Berlusconi dal Tribunale di Milano rappresentano un segno dei tempi: la crisi del berlusconismo e la fine di un ventennio di equilibri politici legati alle sorti del Cavaliere. L’onta della condanna in primo grado per prostituzione minorile e concussione per coscrizione (e non per induzione come aveva chiesto l’accusa) non solo mette in discussione il futuro del governo dell’inciucio Letta-Alfano, ma seppellisce definitivamente la credibilità del capo del Pdl all’estero, considerando che la stampa straniera lo paragona ormai ad un furfante qualsiasi, ma con un tocco di bunga-bunga in più degli altri.

Berlusconi, dal canto suo, ha reagito nell’unico modo che gli era strategicamente possibile, rinnovando per il momento la fiducia all’esecutivo di Letta Nipote: “Non è soltanto una pagina di malagiustiziaha detto il Cavaliere–. È un’offesa a tutti quegli italiani che hanno creduto in me e hanno avuto fiducia nel mio impegno per il Paese. Ma io, ancora una volta, intendo resistere a questa persecuzione perché sono assolutamente innocente e non  voglio in nessun modo abbandonare la mia battaglia per fare dell’Italia un Paese davvero libero e giusto”. A rendere più chiare le intenzioni del clan Berlusconi ci ha pensato a caldo Maurizio Gasparri che, invece di minacciare l’Aventino come aveva fatto mercoledì scorso dopo la decisione della Consulta sul processo Mediaset, ha cambiato canzone e ha dichiarato: “Il governo durerà se opererà bene sull’economia”.

 

Battaglia su Iva e Imu usata come una foglia di fico che serve a coprire l’evidente necessità di Berlusconi di prendere tempo, riparandosi sotto il cappello della solidarietà istituzionale garantita dal presidente Napolitano e personificata dal governo dell’inciucio Letta-Alfano. Un Cavaliere ancora statista che lascia che a mordere siano i suoi servi devoti i quali si stanno esibendo in un circo di acrobazie dialettiche pur di apparire più lealisti del re e conquistarsi, così, un posto nel ristretto Pantheon berlusconiano. Una carrellata di dichiarazioni da trattato di psicologia. Santanchè: “È una vergogna, c’è un disegno criminale nei confronti del nostro leader”. Brunetta: “Oggi in Italia abbiamo paura di questa giustizia aberrante. La giustizia è morta a Milano”. Ghedini:“Sentenza al di fuori della realtà”. Alfano: “L’ho invitato a tenere duro”. Cicchitto: “Una sentenza da tribunale speciale, gravissima, lo Stato di diritto è finito” (per informazioni chiedere ai tanti Stefano Cucchi). Fa ancora di più Giuliano Ferrara che ha convocato per oggi a piazza Farnese a Roma una manifestazione dal titolo eloquente: “Il giorno del pentimento e della solidarietà”. Amen.

Non il minimo dubbio riesce a scalfire la granitica fede dei berlusconiani nel prescelto di Arcore. Neppure il fatto che 32 dei testimoni chiamati da Ghedini –tra i quali gli onorevoli Ronzulli, Puricelli, Rossi e Valentini, la funzionaria della questura Iafrate e molte olgettine– rischiano adesso un’accusa di falsa testimonianza in merito alle “cene eleganti”. Mercoledì prossimo è prevista comunque una riunione dei vertici Pdl per decidere sul da farsi. Hanno invece le idee chiare i nemici storici del Cavaliere. Il Pd, nel frattempo diventatone amico e alleato, decide di non decidere e rimanere nel guado delle larghe intese affidandosi ad una fredda nota: “Il Pd prende atto della sentenza ed esprime rispetto per l’autonomia della magistratura”. Toni apocalittici, invece, per Niki Vendola: “Penso che si conclude qui la storia di un conflitto con la magistratura durato 20 anni”. Cocludiamo con le dichiarazioni della cittadina Ruocco del M5S. Punto di vista grillino che riassume il pensiero dell’italiano medio: “L’Italia è ostaggio dei problemi personali di un signore e intanto la crisi economica provocata dai partiti si fa sempre più drammatica”.

M5S verso il Restitution Day: la fuga dei dissidenti. Sospetti su Zaccagnini

Il Movimento5Stelle ha iniziato il conto alla rovescia in attesa del Restitution Day, il giorno della restituzione allo Stato di diarie e stipendi in eccedenza da parte dei “cittadini” pentastellati. Martedì prossimo, 25 giugno, i grillini presenti in Parlamento dovranno far partire i bonifici verso un Iban della Banca d’Italia per restituire parte della diaria non spesa, rendicontazione alla mano e al netto degli scontrini smarriti. Niente di più che il mantenimento delle promesse su quanto scritto nel programma a 5Stelle, ma per alcuni una vera e propria esca per riuscire a stanare i dissidenti all’interno del Movimento, quelli disposti a tutto pur di intascarsi interamente le prebende spettanti per legge ai membri della casta.

Era stato Grillo in persona ad imprimere una svolta tattica al Movimento a seguito delle polemiche che la scorsa settimana hanno spaccato il web dopo la decisione di espellere la “traditrice” Adele Gambaro. Lo scontro tra talebani e dissidenti rischiava di frantumare quanto di buono costruito fino ad ora. Ecco così spiegato il motivo delle telefonate del guru in persona ai rivoltosi come Paola Pinna e Tommaso Currò, sedicenti difensori della democrazia interna, e l’ammissione di aver commesso errori di comunicazione ed organizzazione alle recenti elezioni amministrative (disastrose se si eccettua Pomezia e, forse, Ragusa).

Il nuovo orizzonte grillino di liberarsi delle mele marce aveva dato i suoi frutti già nella giornata di sabato scorso quando la senatrice Paola De Pin ha deciso di compiere il grande balzo in avanti con la scusa della dittatura Grillo-Casaleggio che aveva avuto l’ardire di spedire ai forni crematori la Gambaro solo perché quest’ultima si era fatta un’idea del tutto personale del M5S. Il numero dei caduti a 5Stelle sale così a 6. Quattro dimissioni (De Pin, Furnari, Labriola e Mangilli) e due espulsioni (Gambaro e Mastrangeli). Ma l’elenco degli anti-sistema pentiti potrebbe allungarsi nelle prossime ore. Logico che la stampa di Regime foraggiata con soldi pubblici si stia scatenando per mettere i bastoni tra le ruote ai Grillo-boys. I più efferati sono i giornalisti dell’Unità, il giornale fondato da Antonio Gramsci che una volta era la voce dei comunisti italiani e ora si è ridotto a fare il cane da riporto del Pd.

 

Secondo il quotidiano diretto da Claudio Sardo sarebbe compreso tra 30 e 40 il numero dei grillini con la valigia in mano. A dare la dritta al Sardo sarebbe stato il “cittadino” Andrea Cecconi che ha ammesso: “Le previsioni dicono che ne perderemo una ventina, tra Camera e Senato”. Le previsioni dell’Unità dicono anche di più, anche se Cecconi “snocciola nomi di colleghi che per rispetto della privacy è giusto non riportare”. Più che una certezza, una speranza da parte della stampa corrotta, protagonista di un “attacco mediatico senza precedenti per l’Italia repubblicana, spaventoso”. Parola di Gianroberto Casaleggio intervistato dal Corriere della Sera.

Un’altra intervista l’ha rilasciata il deputato Adriano Zaccagnini al Fatto Quotidiano. “Sono sempre a disagio”, risponde il cittadino a 5Stelle alle domande di Paola Zanca; “Hanno fatto un processo a me e a Tommaso Currò. Hanno portato i ritagli di giornale con le nostre interviste. La mozione per la nostra cacciata era già pronta”. Zaccagnini come il nuovo Dreyfus insomma; un goffo tentativo di farsi passare per vittima (“non è vero che l’aria è cambiata, il clima è ancora irrespirabile”) per poter così fuggire con tutto il bottino. Da quando però i grillini si sono rimessi a fare i grillini in Parlamento (opposizione sul decreto emergenze, voto su F-35 e No Tav) ai traditori comincia a mancare il terreno sotto ai piedi. Le proprie idee si difendono con il sangue, sul campo, non tradendo le aspettative di milioni di elettori a 5Stelle che dal web pretendono un partito di lotta e non una sfilata di primedonne.

Nuova Giunta a Roma: Pd e Sel chiedono il conto a Marino

Ignazio Marino e il paradosso di essersi presentato ai romani come il sindaco della mobilità (intesa come servizi pubblici), per poi ridursi all’immobilità, intesa come tempi di nomina della nuova Giunta capitolina. Il dramma politico del primo cittadino della città più bella del mondo (se non ci fossero i romani) si sta consumando in queste ore. Lo scontro è tutto interno alla coalizione che ha stracciato la destra di Gianni Alemanno nelle elezioni del 9-10 giugno. Entro 20 giorni da quella data la legge impone di dare un nome e un volto ai 12 assessori che affiancheranno Marino nella Giunta comunale, ma il sindaco ha promesso una lista ufficiale entro domenica.

E mai nomina fu più sofferta. L’idea del chirurgo prestato alla politica sarebbe quella di servirsi di una decina di collaboratori esterni, di tecnici insomma. Ai partiti che lo hanno appoggiato alle elezioni, anche se senza dare troppo nell’occhio per non fargli perdere voti, rimarrebbero solo le briciole di 2 o 3 assessorati; 2 per il Pd (girano i nomi di Enzo Foschi e Michela Di Biase) e 1 per Sel (il solito Luigi Nieri). Un po’ pochino per chi, nonostante sia responsabile della fuga dalle urne dei romani (più del 50% di astensioni), pretende di mettere il cappello sulla vittoria dell’esterno Ignazio Marino. Ma l’uomo che ha promesso di pedonalizzare i Fori Imperiali entro Ferragosto da quell’orecchio non ci sente proprio, a costo di andare allo scontro frontale con gli uomini della casta.

 

“Non abbiamo chiesto niente, siamo pronti a sostenere Marino con lealtà. Ci aspettiamo lo stesso trattamento” dicono i dirigenti locali del Pd che intanto, però, serra le fila dei suoi 19 consiglieri comunali, elegge Francesco D’Ausilio come capogruppo e manda un chiaro segnale al sindaco sulla volontà di pescare tra quei nomi alcuni assessori. Dal versante di Sel si registra l’incontro di ieri tra Marino e gli uomini/le donne di Nichi Vendola a Roma che pretendono due caselle con i nomi di Nieri e di Gemma Azuni. Nessuna complicazione arriva invece, e ci mancherebbe pure, dal Centro Democratico di Bruno Tabacci che, dopo aver incontrato Marino in Campidoglio, se ne è uscito con la solita frase alla democristiana: “Noi non chiediamo mai nulla”.

Per sbloccare la situazione il sindaco ha incontrato il vertice del Pd laziale: Nicola Zingaretti, presidente della Regione, il candidato alle primarie Paolo Gentiloni e il segretario regionale Enrico Gasbarra. Ci sono da riempire le caselle che vanno da Bilancio, Mobilità e Urbanistica all’innovativo e misterioso assessorato allo Stile di Vita (migliorare la qualità della vita attraverso cultura, ambiente, antiproibizionismo e sanità). Dai tecnici intanto sono arrivati solo dei niet per Marino, come quelli di Marino Sinibaldi, del Sottosegretario Giovanni Legnini e di Cristina Comencini. Le male lingue dicono che i rifiuti eccellenti siano motivati dall’annunciato taglio agli stipendi dei politici. Poco conveniente fare l’assessore di questi tempi.

Comunque sia Ignazio Marino aveva promesso di dare una svolta a Roma al grido di “daje”, ma per il momento è riuscito solo a scontentare la comunità omosessuale disertando il Gay Pride, si muove con i mezzi pubblici ma è immobilizzato dall’ambizione poltronista della casta e, dulcis in fundo, è incastrato dall’annosa polemica tra animalisti e conducenti delle famose botticelle romane. Gli invasati sedicenti difensori degli animali del Partito Animalista Europeo -il cui presidente Stefano Fuccelli ha scritto una lettera dai toni minacciosi al sindaco- con la scusa della canicola pretenderebbero, con la violenza, di rinchiudere cavalli e botticelle in un recinto (vedi villa Borghese) in nome di una città a misura di auto e di smog in cui non c’è posto per gli animali. Invece di puntare ad una pedonalizzazione totale del centro della Capitale i protetti del senatore Monica Cirinnà se la prendono con i lavoratori. Ma Marino ha promesso su Twitter di incontrare anche i “cavallari”. Meglio pensare prima alla Giunta.

Processi e ineleggibilità: Berlusconi invoca la protezione di Napolitano

Il concetto di “lasciapassare giudiziario” per Silvio Berlusconi è tornato prepotentemente sulle bocche dei commentatori all’indomani della deliberazione della Corte Costituzionale che ha dato torto alle ragioni dei legali berlusconiani nell’ambito del processo Mediaset. Si dice che Berlusconi abbia attivato tutti i suoi canali, dal Giornale di Sallusti all’intramontabile Zio Gianni Letta per cercare una sponda salvifica nell’azione del presidente della Repubblica Napolitano. Per il momento una telefonata diretta del Caimano non è giunta al Colle, ma la strada della protezione del Quirinale sembra l’ultima battibile per il clan di Arcore.

La decisione della Consulta di mercoledì 20 giugno ha rappresentato infatti uno spartiacque in quella che i fedeli di Berlusconi si ostinano a definire “la guerra dei 20 anni” tra Silvio e le procure italiane. Respingendo il conflitto tra poteri dello Stato sollevato dal leader Pdl nel 2011 contro il collegio giudicante presieduto da Edoardo D’Avossa, a causa di un legittimo impedimento negato nel 2010, la Corte ha dato finalmente un taglio alla pretesa di immunità sostenuta dall’ex premier. Una svolta storica che apre le porte innanzitutto al passaggio in Cassazione del processo Mediaset nel quale il Cavaliere, come tutti sanno, è stato condannato in appello a 4 anni di carcere e, sciagura tra le sciagure, a 5 di interdizione dai pubblici uffici. La fine sua, del Pdl e di tutto il suo esercito di fedelissimi.

 

Come se non bastasse, le prossime scadenze ravvicinate del calendario giudiziario di Arcore mettono i brividi: oggi 21 giugno il processo Ruby-bis con Fede, Minetti e Mora; lunedì 24 giugno la sentenza sul caso Ruby; mercoledì 26 giugno la Giunta per le elezioni del Senato avvia la discussione sull’eventuale ineleggibilità di B. in base ad una legge del 1957; giovedì 27 giugno, infine, la Cassazione stabilirà definitivamente se i 560 milioni versati dai Berlusconi per il lodo Mondadori debbano prendere definitivamente la via delle tasche di De Benedetti.

Un cronoprogramma da incubo per Silvio Berlusconi che, dopo aver riunito lo stato maggiore del partito a Palazzo Grazioli per decidere sul da farsi, come sempre ha deciso in perfetta solitudine. Per prima cosa continuare a vestire i panni del Berlusconi statista slegando, per il momento,  il destino del governo Letta da quello giudiziario che lo aspetta. “Non credo ci saranno conseguenze, il governo è stabile e concentrato sui suoi obiettivi”, ha detto Silvio, costretto persino a masticare amaro per l’atteggiamento di Letta il Giovane apparso disinteressato al destino dell’alleato di governo. Certo, la tentazione di mandare tutto per aria e ributtarsi in una campagna elettorale permanente c’è, sostenuta anche dai falchi del partito come Santanchè, Biancofiore e Verdini, ma il rischio è che una volta caduto Letta Napolitano decida di trovare una maggioranza alternativa.

In questo modo Berlusconi verrebbe sorpreso dalla sentenza autunnale della Cassazione senza il cappotto del seggio parlamentare a proteggerlo. Un rischio da calcolare prima di fare qualche mossa sbagliata. Lisciare il pelo a Napolitano anche se non è piaciuto il suo immobilismo nello stoppare l’azione dei giudici, questa la parola d’ordine uscita da Palazzo Grazioli. Ecco così spiegato l’intervento di Alessandro Sallusti sul FattoQuotidiano di ieri per ribadire che Berlusconi deve salire al Colle per chiedere se sia ancora valido il patto che ha permesso la formazione del governo Letta per volere di Napolitano. Il presidente “deve dare assicurazioni, bisogna che i due si incontrino di persona”. In pratica, Sallusti pretende un lasciapassare, infischiandosene della giustizia uguale per tutti. L’altro ambasciatore di Arcore pare sia il solito Gianni Letta che i retroscena descrivono già in missione per conto di Dio nelle stanze del Quirinale.

Grillo rilancia il M5S: espulsa la Gambaro, Pinna salvata da una telefonata.

La notizia del giorno è che Grillo ha telefonato a Paola Pinna riuscendo a posticipare, per il momento, la sua cacciata. Dell’espulsione della senatrice Adele Gambaro dal Movimento5Stelle, invece, i lettori sapranno già tutto fin nei minimi particolari, visto che il 99% della stampa italiana si è fiondata come un branco di squali su questa vicenda, oscurando in parte il trionfale (a parole) G8 con Enrico Letta e, persino, la notizia del respingimento da parte della Consulta del ricorso dei legali di Berlusconi per legittimo impedimento nel processo Mediaset. Il governo dell’inciucio è appeso al filo delle sentenze giudiziarie del Caimano, ma lo sport preferito dai media di Regime sembra quello del tiro all’opposizione, l’unica, presente nel paese e in Parlamento.

Dunque, Adele Gambaro non è più un rappresentante dei cittadini a 5Stelle. A deciderlo, come da accordi pentastellati, è stata la Rete, gli iscritti al blog di Grillo entro il 31 dicembre 2012. Un esercizio di democrazia pura, diretta che, ovviamente, va perfezionato soprattutto nel numero degli aventi diritto la cui platea è al momento ristretta a circa 50mila fedelissimi grillini. Ma, tant’è, le regole sono regole anche se non piacciono alle Adele Gambaro della situazione che, nonostante le smentite di facciata, rilasciando l’ormai famigerata intervista a Sky ha deciso autonomamente di porsi al di fuori del M5S come precisato dallo stesso Grillo sul blog: “La senatrice Adele Gambaro ha rilasciato dichiarazioni lesive per il M5S senza nessun coordinamento con i gruppi parlamentari e danneggiando l’immagine del M5S con valutazioni del tutto personali e non corrispondenti al vero”. Altro che cacciata per aver criticato Beppe.

 

C’è un noto detto romanesco (o forse italiano) che recita “ma ce sei o ce fai?”. E in questa storia di presunti traditori, dissidenti e doppie lingue che sta travolgendo il Movimento, si fa largo il sospetto che le comparse che si alternano sul palco mediatico come Adele Gambaro, Paola Pinna e, prima di loro, Marino Mastrangeli, Alessandro Furnari e Vincenza Labriola non “ci sono”, ma “ci fanno” proprio. Nel senso che non sono degli stupidi sprovveduti, ma recitano la parte delle vittime, fintamente ignare di consegnare loro stessi e il M5S alla casta e ai suoi mass-media da riporto che non vedono l’ora di gettarsi sui resti di chi minaccia di cancellare loro e i loro privilegi (i fondi pubblici all’editoria). Ultima testimonianza della paura della casta nei confronti del M5S sono le minacce proferite da un deputato Udc nei confronti del cittadino Tofalo (guarda il video).

Fatto sta che Beppe Grillo ha deciso di cambiare tattica con i traditori: non più bastone ma solo carota. Ecco così spiegato il motivo della telefonata a Paola Pinna e al dissidente storico Tommaso Currò. “Paola, che succede? Parla con me. Chiariamoci, dai”, questo il tono mellifluo usato da Grillo che, così facendo, è convinto di spuntare i pugnali dei congiurati, costringendoli ad uscire allo scoperto per cercare lo scontro e una scusa per essere cacciati e tenere così per sé, come denunciano i “talebani”, stipendi, diarie e prebende varie. Che la Pinna sia in malafede lo dimostrano comunque le sue stesse parole su rimborsi e diarie riportate dal Fatto Quotidiano: “Ma chi mi obbliga a restituire? Dove sta scritto? A chi lo faccio fare?”.

Tanta è la smania di far fuori Grillo da parte del Sistema con l’aiuto degli Yago a 5Stelle da spingere l’onorevole Pino Pisicchio -vecchia volpe della casta iscritto nel Gruppo Misto- ad una analisi della situazione a dir poco spericolata: “Espulsioni e processi sommari all’interno del Movimento 5 Stelle prefigurano una lesione dell’Art. 67 della Costituzione, un serio problema di rapporto con le istituzioni democratiche e di rispetto del regolamento della Camera, che prevede che ogni gruppo adotti un regolamento democratico”. Battaglia ancora aperta.