Scoop di Repubblica su Agenda Rossa di Borsellino. Falso o depistaggio?

Nella migliore delle ipotesi il presunto scoop giornalistico sull’Agenda Rossa di Paolo Borsellino centrato dal quotidiano Repubblica potrebbe rivelarsi un clamoroso falso. Nella peggiore, un depistaggio messo in atto dalla solita manina dei servizi segreti cosiddetti deviati. Ma veniamo ai fatti. È il giornale diretto da Ezio Mauro a rilanciare sabato scorso l’ipotesi che la famigerata, e mai ritrovata, Agenda Rossa di Paolo Borsellino si trovasse effettivamente in via d’Amelio quel 19 luglio del 1992, ma non in una delle borse del magistrato bensì a terra, vicino al suo corpo carbonizzato.

A dimostrazione di questa tesi Repubblica pubblica un fotogramma di un video girato dai Vigili del Fuoco subito dopo l’esplosione dove, a terra, risulta ben visibile un quaderno di colore rosso, individuato senza dubbio come l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino. La redazione fondata da Eugenio Scalfari sembra più che convinta (insieme ad altri autorevoli organi di stampa) della veridicità del documento tanto da rilanciare, nell’edizione on-line di oggi, anche la teoria della presenza in via D’Amelio di un uomo misterioso che “si aggirava vicino ai cadaveri carbonizzati del giudice Paolo Borsellino e dei cinque uomini della sua scorta, e che con un piede sollevava un parasole facendo scorgere quella che sembra un’agenda rossa”. La prova dell’esistenza di quest’umo sarebbe proprio il video dei Vigili del Fuoco che lo ritrarrebbe anche in viso.

 

Sulla vicenda indagano ovviamente i pm di Caltanissetta, titolari del fascicolo sulla strage di Borsellino e dei 5 uomini della scorta. Ma è proprio il procuratore capo del capoluogo nisseno, Sergio Lari, a mettere per primo in dubbio la veridicità del presunto scoop: “Vi sono molte ragioni per prendere quantomeno con il beneficio di inventario la notizia fornita da Repubblica”. Lari riesce a smontare la credibilità del fotogramma che ritrarrebbe l’Agenda Rossa usando tre motivazioni che è fondamentale riportare. La prima è che “l’oggetto somigliante a una agenda, ma in realtà di minore spessore rispetto all’Agenda Rossa di Borsellino, non si trova, come si afferma nell’articolo, accanto al corpo di quest’ultimo, bensì accanto alla salma dell’agente Emanuela Loi”.

La seconda ragione che confermerebbe la falsità dello scoop è che il corpo della Loi “si trovava accanto a un’auto Citroen Bx, parcheggiata in via D’Amelio a circa 20 metri di distanza dal luogo in cui è stato rinvenuto il corpo di Borsellino”. La terza motivazione, infine, dando per scontato che quella del video fosse proprio l’Agenda Rossa (poco probabile come abbiamo visto), è che sia “quasi impossibile fornire una spiegazione logicamente attendibile su come possa essere arrivata in quel luogo”. D’accordo con i dubbi espressi da Lari anche il procuratore aggiunto Nico Gozzo secondo il quale “l’ipotesi Agenda Rossa in via D’Amelio non è mai stata presa in considerazione a livello processuale”.

Dunque, i giornalisti di Repubblica hanno preso semplicemente un abbaglio o si sono fatti fregare? Non sembra avere dubbi Antonio Ingroia, il pm antimafia trasferito per punizione tra le montagne aostane dopo il tonfo della sua avventura elettorale: “Siamo in presenza di un ennesimo tentativo di depistaggio, o di copertura di un elemento che andava approfondito immediatamente”. Fortemente perplesso anche Salvatore Borsellino, fratello di Paolo: “Mi chiedo perché questa immagine venga fuori proprio ora: potrebbe essere un tentativo di allontanare l’attenzione dalle indagini sulla borsa”. E sono proprio i misteri legati alla borsa del giudice massacrato perché, forse, venuto al corrente della trattativa Stato-mafia, che fanno sentire puzza di depistaggio anche questa volta. Anche se nel 2009 il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli venne prosciolto dall’accusa di furto aggravato, permangono i dubbi sul fatto che qualcuno possa aver prelevato l’Agenda di Borsellino in via D’Amelio tra i cadaveri ancora fumanti. Mistero italiano che forse il processo di Palermo sulla trattativa (testimone anche Giorgio Napolitano) contribuirà a diradare.

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Vilipendio e trattativa Stato-mafia. Due problemi per Napolitano

Quando Giorgio Napolitano ha accettato, primo caso nella storia dell’Italia repubblicana, di farsi eleggere per la seconda volta Capo dello Stato sapeva benissimo che sarebbe andato incontro ad un destino di lotta politica senza esclusione di colpi. Re Giorgio ha rinunciato, forse per sempre, a godersi la pensione e a fare il nonno per il bene dell’Italia. O almeno, questo è ciò che pensano nel suo entourage, perché nel resto del Paese sono in molti a voler chiedere il conto al presidente bis, a cominciare dalla procura di Palermo.

Proprio venerdì mattina, infatti, i pm palermitani che si occupano dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia hanno depositato in tribunale una lista di 176 testimoni che vorrebbero ascoltare in aula a partire dal 27 maggio, giorno della prima udienza del processo sulla trattativa, celebrato dalla corte d’Assise del capoluogo siciliano. Tra i nomi illustri chiamati al banco dei testimoni da Nino Di Matteo e colleghi c’è naturalmente quello di Giorgio Napolitano. Con lui, in buona compagnia, ci sono anche il procuratore generale della Cassazione, Gianfranco Ciani, e l’ex procuratore nazionale antimafia, ora presidente del senato, Pietro Grasso. L’intento dei magistrati è quello di ricostruire minuziosamente la scena che ha fatto da contorno alle telefonate tra Nicola Mancino e il consigliere giuridico del Quirinale, il defunto Loris D’Ambrosio.

Quelle chiacchierate in cui un agitato Mancino chiedeva insistentemente di intervenire per aggiustare il corso delle indagini e del processo sulla trattativa erano state intercettate dagli inquirenti, mettendo così nei guai lo stesso Napolitano. Il “mancato coordinamento” lamentato da Mancino veniva così spiegato involontariamente dallo stesso D’Ambrosio in una lettera vergata il 18 giugno del 2012, poco prima di morire. D’Ambrosio aveva maturato la convinzione “di essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi, e ciò nel periodo tra il 1989 e il 1993”. Purtroppo i dubbi di D’Ambrosio sugli scellerati accordi intercorsi tra pezzi pregiati dello Stato e boss mafiosi nel biennio di sangue 1992-93 sono stati sepolti insieme a lui, mentre gli altri protagonisti di questa vicenda rimangono muti come pesci, anche di fronte a nuove prove sul furto dell’Agenda Rossa di Borsellino in via D’Amelio.

 

I guai per Napolitano, comunque, non finiscono certo con il processo di Palermo. È ancora rovente, infatti, la polemica che ha coinvolto suo malgrado il presidente nella vicenda della libertà di espressione sul web. È stato Beppe Grillo a denunciare pubblicamente durante il Tuttiacasatour l’irruzione degli agenti della polizia postale negli uffici milanesi della Casaleggio associati al fine di ottenere informazioni su 22 pericolosi criminali informatici che si sarebbero permessi di commentare non proprio oxfordianamente sul blog di Grillo alcune performances di Napolitano, ritenute poco democratiche. Il Codice Rocco, quello di epoca fascista, poi ricopiato nell’articolo 278 del Codice Penale, definisce questa manifestazione del libero pensiero come reato di “vilipendio al presidente della Repubblica”, passibile di denuncia su iniziativa autonoma della magistratura.

Ed è proprio ciò che è successo ai 22 “cyber terroristi” sulla pelle dei quali è passata la strategia di intimorire e tappare la bocca virtuale allo scomodo portavoce del M5S. Naturalmente Grillo ha reagito a modo suo: “Ho scoperto che il Presidente è d’accordo sull’abolizione dell’articolo 278. Lo ha detto in tempi non sospetti, nel 2009, come rivelato dal suo ex portavoce Pasquale Cascella secondo il quale Napolitano invitò “chiunque abbia titolo per esercitare l’iniziativa legislativa a liberamente proporre l’abrogazione”, lasciando all’opinione pubblica ogni valutazione”. Ieri un ddl per l’abolizione dell’articolo 278 è stato presentato in Senato dai grillini e lunedì sarà fatto anche a Montecitorio. Questa la contromossa del Movimento che non potrà di certo far felice un più che stressato presidente bis.

I magnifici 7 candidati alla segreteria Pd

Il congresso del Partito Democratico si terrà ad ottobre. Una data troppo lontana per essere raccontata come un fatto di cronaca, ma fin troppo vicina per gli spaesati e rissosi candidati alla poltrona di segretario, protagonisti della cupio dissolvi di un partito che avrebbe dovuto essere un faro della sinistra riformista, italiana ed europea, ma che invece si è rivelato solo un contenitore vuoto, la dimostrazione di un passaggio storico incompiuto: la fusione tra ex democristiani di sinistra (morotei) ed ex comunisti del partito che fu di Togliatti e Berlinguer.

Con il Pd impegnato a far parte della bislacca maggioranza per sostenere il governo di Enrico Letta (teoricamente uno dei suoi, ma in pratica il referente di Napolitano in persona), dalle parti di largo del Nazareno sono cominciate le grandi manovre in vista della designazione del successore del fallimentare Pierluigi Bersani e dell’attuale segretario-reggente Guglielmo Epifani. Il primo candidato a succedere proprio a se stesso sarebbe lo stesso ex numero uno della Cgil che a fare il segretario a tempo, così come vorrebbe il resto della nomenklatura del partito, non ci pensa proprio, ma punta ad ampliare potere e consenso grazie alla visibilità ottenuta in questi giorni. Primizie tattiche degne di uno che è riuscito a farsi eleggere primo segretario socialista della storia di un sindacato comunista.

 

A contendere il ruolo di favorito ad Epifani è una new entry scritturata negli ultimi giorni. Si tratta di Sergio Chiamparino, il renziano ex sindaco di Torino –votato anche da qualcuno come possibile presidente della Repubblica- che tenta il doppio salto mortale carpiato: da politico a banchiere (nella Fondazione San Paolo) e da banchiere nuovamente a politico. Praticamente una nemesi dei peggiori vizi del Pd (ricordate Fassino nella vicenda Unipol? “Abbiamo una banca”). La lista degli altri contendenti alla segreteria si apre con Gianni Cuperlo, un illustre sconosciuto che però, assicurano dal partito, è stato l’ultimo segretario della Fgci e, cosa che più conta, è un dalemiano di ferro. Questi tre sono i “candidati di corrente”.

La squadra degli outsider è capitanata invece da Fabrizio Barca. Figlio del partigiano ed esponente storico del Pci Luciano Barca, il Barca attuale è un professore di economia entrato in politica dalla porta sul retro: il governo tecnico di Mario Monti. Messo da parte l’aplomb istituzionale, di fronte all’autocombustione del Pd, Barca si è lanciato ufficialmente alla conquista della Sinistra italiana dicendosi “pronto a dare una mano” e vergando di proprio pugno addirittura un Manifesto programmatico. A puntare al seggio di segretario è anche il volto più noto (anche perché quasi l’unico) dei cosiddetti “dissidenti”. È Pippo Civati, uno dei pochi che ha avuto il coraggio di opporsi al governo dell’inciucio Pd-Pdl, ma senza uscire dal partito per dare vita all’ennesima scissione nella storia della Sinistra.

La lista degli aspiranti segretari si chiude con Goffredo Bettini, il ghost writer della repentina ascesa e della altrettanto repentina caduta di Walter Veltroni, e con Gianni Pittella, vicepresidente del Parlamento europeo già candidato, non si capisce perché, prima dell’uscita di scena di Bersani. Sulla corsa verso la poltrona più alta di largo del Nazareno pesano però come macigni alcuni fatti di cronaca che rischiano di schiacciare il Pd prima ancora che riesca a rinnovarsi. Stiamo parlando della vicenda Ilva di Taranto, dove mercoledì scorso è stato addirittura arrestato il presidente della Provincia in quota Pd, Gianni Florido, protagonista di una infinita spirale di malaffare e che, secondo i pm jonici, si sarebbe fatto corrompere dalla famiglia Riva in cambio della vita e della salute dei tarantini. Altro macigno sulla testa dei piddini è l’inchiesta Monte dei Paschi di Siena. Proprio di ieri è la notizia di nuove perquisizioni in tutta Italia da parte della Guardia di Finanza contro la banda del 5%. Chi sa se il Pd riuscirà ad arrivare al congresso tutto intero.

Legge bavaglio e Porcellum, le armi di Berlusconi nella guerra ai giudici

Come valutare politicamente l’iniziativa presa dal Popolo della Libertà di ripresentare in parlamento il disegno di legge sulle intercettazioni ideato da Angelino Alfano nell’ottobre del 2011? L’ingrato compito di riproporre la cosiddetta legge bavaglio è toccato ad Enrico Costa, capogruppo berlusconiano in commissione giustizia e la risposta obbligata da parte degli “alleati” del Pd non si è fatta attendere. “Sulle intercettazioni telefoniche il Pdl vuole arrivare allo scontro”, ha commentato a caldo il senatore ed ex magistrato Felice Casson, consapevole come tutti che l’ennesima bordata alla pacificazione nazionale il Pdl l’ha sparata all’indomani dei fatti di Brescia, della requisitoria della Boccassini nel processo Ruby e proprio in concomitanza con la richiesta, presentata alla giunta per le autorizzazioni della Camera, per l’autorizzazione all’ascolto di conversazioni telefoniche di Denis Verdini, Nicola Cosentino e Marcello dell’Utri.

Una consecutio temporum non certo casuale che è stata per questo definita “una scelta politica” dallo steso Costa, come a certificare che il clima di larghe intese terminerà quando Berlusconi non si sentirà più sicuro di essere protetto dall’immunità regalatagli dall’inciucio del governo Letta. Ma l’offensiva del Pdl non si ferma certo qui, come assicura lo stesso Costa: “Proprio ieri (martedì ndr), nell’ufficio di presidenza della commissione, ho chiesto che sia data la priorità a quei provvedimenti che erano già stati approvati da una parte del Parlamento, in primis le intercettazioni e la responsabilità civile dei magistrati, in materia di giustizia”. Intercettazioni e responsabilità civile dei giudici, la campagna di primavera berlusconiana è già cominciata e non si fermerà fino all’ottenimento di un salvacondotto.

 

A questo proposito, è il solito Beppe Grillo a postare sul suo blog: “Il silenzio catacombale delle istituzioni sui processi a Berlusconi è preoccupante. Vuol dire che questo signore ha strumenti di pressione ignoti, che usa come salvacondotto”. Il guru del M5S si chiede chi protegga e garantisca l’immunità al Caimano visto che “Capitan Findus” Enrico Letta e “Morfeo” Napolitano non hanno proferito un monosillabo per condannare l’attacco eversivo portato alla magistratura da metà del governo in carica. Il dubbio che Berlusconi possa godere della protezione di qualche santo nel paradiso delle Istituzioni è avvalorato, secondo Grillo, anche dalla sensazione di un potere ricattatorio su tutti i membri della casta.

L’Italia sta attraversando la più dura crisi economica della sua storia ma i politici pensano alle intercettazioni di cui al 99,9% degli italiani non frega nulla. Perché? E perché il Pdl si rifiuta ancora di mettere mano alla legge elettorale, al Porcellum, che la casta si era impegnata a modificare fin dai tempi del governo Monti? La risposta è semplice: i sondaggi danno in testa il vecchio Cavaliere che, disperato e decadente, crede ancora di potersi attaccare all’ennesimo trionfo elettorale per sfuggire al suo destino di condannato o latitante. Una strategia appannata che rischia di trascinare nella rovina tutto il paese. Ma il Pd in frantumi è come paralizzato di fronte al disastro imminente e preferisce farsi menare per il naso da Berlusconi pur di salvare il salvabile di qualche poltrona di governo mentre intorno tutto crolla.

I retroscena parlano di un senatore Berlusconi terrorizzato da una maggioranza ostile nella giunta per le autorizzazioni di Palazzo Madama (il cui presidente infatti non è stato ancora assegnato, come da prassi, alle opposizioni). Il Caimano punterebbe ad uno scioglimento anticipato delle Camere per ricandidarsi a Montecitorio e blindarsi in commissione grazie all’ampia maggioranza regalata dal Porcellum. Un piano diabolico e quasi perfetto. Quasi, perché Berlusconi, come gli altri eletti della casta, non tiene conto della rabbia popolare montante che vede nel governo Letta l’ennesimo tentativo di prendere tempo da parte di una classe dirigente arrivata al capolinea.

Beppe Grillo denuncia: vogliono chiudere il blog

La sua denuncia Beppe Grillo l’ha resa nota al pubblico durante un comizio elettorale tenuto a Barletta martedì scorso, ennesima tappa del “Tutti a casa tour” organizzato in vista delle elezioni amministrative: il sito beppegrillo.it, il blog punto di riferimento per l’intero Movimento5Stelle, potrebbe essere chiuso dalla polizia postale. “Stamattina è venuta la polizia nel nostro ufficio di Milanoha detto Grillo rivolto ad una platea incredula- a chiedere dove sono i server di questi 22 ragazzi che sono stati indagati per vilipendio, ma noi non lo sappiamo nemmeno”.

La vicenda è quella, al momento sconosciuta al grande pubblico, dell’inchiesta avviata dalla procura della Repubblica di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, per il reato di “offesa all’onore e al prestigio del Presidente della Repubblica” a carico di 22 persone che, secondo gli inquirenti, avrebbero postato sul blog di Grillo frasi lesive della rispettabilità del Capo dello Stato Giorgio Napolitano. A dare ufficialmente il via alle indagini è stato il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, a cui appartiene la prerogativa di autorizzare l’avvio di un’inchiesta nel caso specifico di offese e ingiurie rivolte alla massima carica del paese.

Beppe Grillo al momento non risulta indagato, né dovrebbe esserlo in futuro, ma uno dei blog più letti in Italia (e nel mondo), nonché piattaforma programmatica del primo partito italiano, rischia comunque l’oscuramento (per responsabilità oggettiva, si direbbe nel calcio) a causa dei commenti, magari volgari e ingiuriosi, ma molto democratici, apparsi nel maggio del 2012 per commentare le vicende giudiziarie e telefoniche che hanno coinvolto l’oggi appena rieletto presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Torna così alla ribalta il tema della violenza verbale su internet e dei molti tentativi di mettere un bavaglio alla rete attraverso la censura della libera espressione del pensiero, ritenuta da molti penalmente rilevante se vengono superati certi limiti.

 

Era stato proprio il presidente della Camera, Laura Boldrini, a sollevare il tema nei giorni scorsi, collegandolo però al problema della violenza di genere sulle donne. Ma era stata lei stessa a imporsi una successiva e subitanea marcia indietro sul diritto all’espressione del libero pensiero virtuale, anche se a volte un po’ indigesto. “Se ci chiudono il blog resteremo senza informazione, non lo hanno fatto neanche in Cina”, ha tuonato Grillo di fronte agli esterrefatti barlettani. E, in effetti, l’adozione di leggi speciali contro il web esiste solo nel paese asiatico e in qualche altra dittatura sparsa qua e là per il globo. In Italia il rischio censura di internet è presente ma ancora non all’ordine del giorno dei voleri della casta. La polizia postale che fa il suo ingresso negli uffici milanesi di Casaleggio per ottenere informazioni sui cyber-vilipendiatori di Napolitano è una scena che colpisce molto negativamente l’immaginario collettivo delle persone perché fa sentire puzza di dittatura.

Per questo Beppe Grillo ha potuto denunciare pubblicamente che “Se fanno una cosa simile e ci chiudono il blog se ne assumeranno la responsabilità perché noi siamo la democrazia”. Il rischio oscuramento resta comunque aperto, anche se il reato contestato, il vilipendio, risulta di stampo papalino-ottocentesco e “non c’azzecca niente” con il mondo 2.0 di Grillo & co. In passato, infatti, altri blogger erano stati condannati per aver ospitato commenti troppo calienti sulla loro piattaforma. In questo caso però -complice l’opportunità politica di non chiudere la bocca in maniera così plateale all’intero M5S per non scatenare una guerra civile non virtuale- le autorità costituite potrebbero chiudere un occhio nei confronti dei cyber terroristi grillini.

Scontro Berlusconi-Boccassini. Governo Letta già in crisi

Sei anni di reclusione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. A suonare la campana a morto per la vita politica del quasi 80enne Silvio Berlusconi è stato l’odiato magistrato “comunista” Ilda Boccassini. Ieri, durante la requisitoria del processo Ruby, Ilda la Rossa non ha avuto riguardo per il clima di “pacificazione” che si respira nel paese (o meglio, nei Palazzi) e ha deciso di tenere un atteggiamento “divisivo” pur di non stravolgere la realtà al fine di non coinvolgere il neonato governo Letta-Alfano nelle beghe giudiziarie del Cavaliere.

A sentire la Boccassini, Berlusconi sarebbe colpevole del reato di concussione di pubblico ufficiale –per il quale rischia 5 anni di galera- per aver chiamato la questura di Milano nella notte tra il 26 e il 27 maggio 2010 al fine di “liberare” Ruby e consegnarla alla briffatrice ministeriale Nicole Minetti. Il fatto che Ruby fosse la nipote di Mubarak, poi, secondo Hildita non era altro che “una colossale balla” della quale sarebbero stati a conoscenza sia il clan Berlusconi che i funzionari della questura i quali consegnarono Karima el Marrough alla Minetti (e successivamente alla Conceicao) solo per assecondare il volere dell’allora presidente del Consiglio. Logico per la Boccassini che Berlusconi fosse al corrente della minore età di Ruby (un altro anno di gattabuia) perché il fidato Emilio Fede “sa che la ragazza è minorenne”.

 

La reazione del Caimano non si è fatta attendere: “Che devo dire? Teoremi, illazioni, forzature, falsità ispirate dal pregiudizio e dall’odio, tutto contro l’evidenza, al di là dell’immaginabile e del ridicolo. Ma tutto è consentito sotto lo scudo di una toga. Povera Italia”. Una cocente delusione mitigata però dall’insopprimibile voglia di continuare a rodere l’osso della politica italiana. A Berlusconi, che ha bisogno come il pane di un governo di larghe intese per continuare ad interpretare con successo la parte dello statista perseguitato, non conviene per il momento dare una spallata a Enrico Letta. È per questo che il giovane premier è uscito trionfante dal ritiro spirituale nell’abbazia di Spineto, facendo credere ai mass-media di aver rimesso in riga, proprio lui, il nipote di Gianni, i riottosi ministri berlusconiani.

“La decisione che abbiamo assuntoha comunicato frate Letta ai giornalistiè di attenersi a una regola per la quale i ministri si occupano del governo, attraverso i loro settori specifici, con un impegno a stare fuori dalla vicende più prettamente politiche e partitiche a partire dalla campagna elettorale per le amministrative”. Parole all’apparenza coraggiose che non cancellano però la presenza del ministro dell’Interno Angelino Alfano alla manifestazione di Brescia, definita “eversiva” da più parti. L’ordine di riappacificazione è partito ovviamente da Arcore e non da un premier che conta quanto un “pupo” nel teatro delle marionette siciliano.

Quel trascinatore nato di folle che è Enrico non ha fatto altro che cogliere l’occasione per rimanere un altro po’ attaccato al respiratore che tiene in vita il suo arlecchinesco governo. Ecco perché il premier si è sentito di annunciare un programma di 4 punti in 100 giorni e la nomina dell’ennesima commissione di esperti esterni che si occupi di riforme costituzionali. Lavoro per i giovani (il solito refrain), Imu e questione casa, “agevolazioni fiscali per gli italiani che vogliono fare” e avvio di una riforma della politica (compresa legge elettorale Porcellum). Queste le promesse da marinaio di un Letta trascinante come Al Bano di fronte ad una platea di attempate fans. Peccato che la golden share di governo ce l’abbia in mano Berlusconi a cui conviene fare buon viso a cattivo gioco fino alle prossime condanne (allora sarà guerra civile) oppure fino all’ottenimento del tanto agognato salvacondotto giudiziario.

Ruby ultimo atto: dopo Brescia il Pdl non va a Milano

Oggi è il giorno della requisitoria di Ilda Boccassini al processo Ruby. Ilda la Rossa inchioda Silvio Berlusconi a quelle che, secondo la procura di Milano, sono le responsabilità penali del leader del Pdl e azionista di minoranza del governo Letta. Prostituzione minorile e concussione sono le accuse, pesantissime, che entro fine mese potrebbero essere trasformate in una condanna. Intanto, nell’ambito della strategia berlusconiana di difendersi dai processi e non nei processi, nella serata di domenica Canale5 ha mandato in onda in prima serata uno speciale di approfondimento giornalistico dal titolo inequivocabile: La guerra dei 20 anni. Ruby ultimo atto.

Una tirata di due ore in cui vengono mostrate per la prima volta al popolo le stanze che avrebbero ospitato il bunga-bunga: la sala del cinema, quella della musica e quella da pranzo di villa San Martino. Nulla di diverso da cene eleganti e divertenti e, soprattutto, niente sesso e men che meno con la allora minorenne Karima el Marrough. Questa la versione del clan Berlusconi che, per l’occasione, ha mobilitato tutti i direttori dei servizi giornalistici Mediaset: Giovanni Toti (direttore dei quasi identici Tg4 e Studio Aperto), Clemente Mimun e Andrea Pamparana (direttore e caporedattore del Tg5), e il versatile Claudio Brachino del Tgcom24. L’intento è quello di abituare il pubblico alla “normalità” della vita del satrapo di Arcore, suscitando indignazione verso i giudici prima ancora che sia stata emessa una sentenza sulla vicenda di Ruby la Rubacuori.

 

Intanto non si placano ancora le polemiche sui fatti di Brescia di sabato scorso. Anche se parlamentari e ministri azzurri hanno deciso di non incontrarsi oggi a Milano, con il rischio di bissare la manifestazione eversiva (perché tra poteri dello Stato) di un mese fa, la tensione tra devoti del Cavaliere e quelli che invece vorrebbero vederlo pagare per le sue (presunte) malefatte resta altissima. I gruppi parlamentari Pdl si incontrano invece a Roma con un orecchio rivolto al palazzo di Giustizia di Milano, pronti naturalmente a difendere col proprio petto le sorti del loro datore di lavoro.

Quello che è accaduto a Brescia, però, rischia di dimostrarsi uno spartiacque della recente storia italiana. Assistere all’ubiquo spettacolo di alcuni ministri della Repubblica (Alfano, Lupi, Quagliariello, De Girolamo, Lorenzin) costretti a partecipare ad una manifestazione in cui il capo di un partito della maggioranza disconosce per l’ennesima volta una sentenza pronunciata dal potere Giudiziario, in teoria libero e indipendente, rappresenta un vulnus per la vita democratica. Fatto ancor più grave se si considera che Angelino Alfano è anche il ministro degli Interni del governo Letta. È aberrante pensare che, mentre sabato pomeriggio in piazza del Duomo pidiellini e centri sociali se le davano di santa ragione, gli uomini di Alfano (ovvero la polizia) potessero parteggiare per una parte a scapito di un’altra.

Un corto circuito istituzionale e democratico a cui –oltre a Napolitano e Vietti– ha dovuto porre rimedio lo stesso Enrico Letta durante il viaggio in pullman per raggiungere il buen retiro toscano di Spineto. Riporta Il Messaggero che Letta junior abbia democristianamente perso la pazienza di fronte ad Alfano, Lupi e Franceschini. “Sappiate che io non mi faccio logorare, se siete al governo per fare campagna elettorale, me ne vado. Non resto a palazzo Chigi a ogni costo”, avrebbe detto il premier a denti stretti. Lo scoop del quotidiano romano parla di urla e strepiti nel bel mezzo dell’autostrada e di un Letta che con poche parole avrebbe chiarito la situazione: “Ciò che è accaduto a Brescia è inaccettabile, non si può più ripetere. Le ricadute negative sul governo sono superiori alla sua capacità di tenuta”. Ecco perché, di fronte alla possibile frana del governo Letta, Berlusconi ha dato il suo assenso per spostare a Roma l’incontro di Milano e un Letta falsamente trionfante ha potuto riferire a favore di telecamere che i ministri non parteciperanno più ad alcun talk show o manifestazione, ma solo fino ai ballottaggi delle amministrative del 10 giugno. Quando si dice governo ad orologeria.

Grillo contro il golpe di Enrico Letta

È stato un botta e risposta senza esclusione di colpi quello consumatosi venerdì scorso tra il portavoce del Movimento5Stelle, Beppe Grillo, e il presidente del Consiglio del governo di Grande Coalizione Pd-Pdl, Enrico Letta. Due mondi agli antipodi che, più che confrontarsi, si scontrano sul concetto stesso di democrazia rappresentativa e sull’abuso dell’assenza di vincolo di mandato per i parlamentari, così come scritto nella Costituzione. Pressato da frotte di giornalisti al termine dell’incontro di Montecitorio con i parlamentari 5Stelle, Grillo non si è fatto pregare e ha svuotato il caricatore: “Ci hanno messo in un angolo. Hanno fatto non un golpettino, ma un golpe, un colpo di stato. In quattro si sono riuniti in una notte per verificare, ma questa e’ la continuazione dell’agenda Monti”.

Il comico genovese prestato alla politica torna così a paventare l’ipotesi che, dietro l’inciucio Pd-Pdl sponsorizzato da Napolitano bis, si possa nascondere un vero e proprio golpe che ha disinnescato il primo partito uscito dalle urne di febbraio, togliendogli persino la libertà di manovra sacrosanta per l’unica opposizione presente in parlamento (Sel, Lega e Fratelli d’Italia si sono presentati insieme a Berlusconi e Bersani). Accuse su cui riflettere, ma che sembrano cadere a fagiolo per Enrico Letta, già in evidente difficoltà a tenere unita l’Armata Brancaleone di governo, divisa tra una democristiana brama di potere e poltrone e le bizze del Caimano, impegnato nella sua guerra personale contro giudici e “persecuzione giudiziaria”.

 

“Respingo al mittente la parola colpo di stato –ha detto un falsamente indignato premier durante una conferenza stampa col presidente del parlamento europeo Martin Schulzferisce le istituzioni del nostro Paese, è una parola totalmente inaccettabile”. Una replica priva anche del pur minimo segno di fantasia, visto che la parola “inaccettabile” risulta ultra-inflazionata in politica, ma priva di un significato concreto. Ma Letta il Giovane ha mille risorse e almeno quattro facce. Eccolo allora arrivare a strumentalizzare persino il golpe cileno di Pinochet nel 1973 pur di non soccombere all’attacco grillino: “Quando ha usato la parola colpo di Stato, una giornalista cilena, che sa cosa è un colpo di Stato, gli ha fatto fare una figuraccia” (episodio non immortalato dalle telecamere). Il camaleonte Letta si è trasformato persino in grillino pur di tenere botta, parlando di cancellazione del doppio stipendio dei ministri per contrapporlo alle polemiche dei “cittadini” grillini verso Grillo in merito alla restituzione della diaria.

Letta più grillino di Grillo? Evidentemente no. Impossibile per un membro doc della casta parare l’ennesimo affondo del Robespierre de Noantri. A sentire Grillo, Enrico Letta “per 20 anni ha fatto il nipote di suo zio. Come lo devo vedere, uno che fa nipote di suo zio di professione? Sono paradossi ed equivoci della politica per portare avanti la solita gente”. È a questo punto che Letta, colpito e affondato, si richiama ad una autorità superiore: “(Maestra!, maestra! ndr) Grillo la butta sull’insulto personale perché non ha altri argomenti”.

Errore grave perché scatena la risposta finale di Grillo, pubblicata naturalmente sul blog: “Un mantenuto dalla politica dal 1996, Enrico Letta, ci fa lezioni di morale. Non accettiamo lezioni da una persona che si tiene stretti 46 milioni di euro di rimborsi elettorali del pdmenoelle, mentre il Movimento ha rinunciato a 42, e i cui parlamentari prendono lo stipendio pieno, mentre quelli del M5S se lo sono già dimezzato. Piglia e porta a casa capitan Findus”. Tra Grillo, Berlusconi e la crisi economica, Letta non sa più a chi dare i resti. Provvidenziale la trovata di tumularsi per due giorni nel convento di Spineto. Chi sa che l’atmosfera monacale non aiuti a trovare una soluzione per il disastro chiamato Italia.

Sabato il Pdl in piazza a Brescia contro i giudici

“In un qualsiasi Paese democratico un personaggio come Berlusconi sarebbe in carcere o allontanato da ogni carica pubblica”. Lo ha scritto Beppe Grillo sul suo blog per commentare la vicenda della condanna in appello a 4 anni di reclusione per Silvio Berlusconi, accusato di frode fiscale nell’ambito del processo Mediaset. Ma Berlusconi, invece di stare in galera come vorrebbe Grillo –e come toccherebbe in sorte a qualsiasi italiano “normale” che si trovasse nella sua stessa situazione processuale- se ne andrà a Brescia sabato 11 maggio per partecipare ad una manifestazione contro la “magistratura rossa” alla quale prenderanno parte anche i suoi deputati, già eroi della simbolica occupazione del Palazzo di Giustizia di Milano.

Dunque, l’appuntamento è fissato per le ore 16.00 in piazza Duomo. Manifestazione anti-toghe che i pidiellini mascherano come un evento già previsto in occasione delle elezioni amministrative, ma che vedrà la presenza invasiva dello stesso condannato Berlusconi, salvo rinunce tattiche dell’ultimo momento. È stato lo stesso ospite elegante di Arcore, però -comparso già 6 volte in tv tra Rai e Mediaset dopo la condanna- a smorzare i toni della polemica e a rassicurare un atterrito Enrico Letta, già con le valigie pronte per il ritiro new age nell’abazia toscana di Spineto. “Ora abbiamo fatto molto per dare un governo forte e stabile all’Italiaha confermato ieri il Cavalieree non metteremo certamente in discussione il governo per una sentenza assolutamente iniqua e infondata”.

 

Una apparentemente inspiegabile corrispondenza di amorosi sensi tra il Caimano e Letta 2 che Grillo, reduce dal summit anti-rimborsi a Montecitorio e dalla cacciata del siciliano Venturino, riassume in termini molto poco lusinghieri: “Da noi questo tizio passa da statista. Fa dichiarazioni. Si propone come Padre della Patria. E’ il tempo della Conciliazione di Capitan Findus. Delle Larghe Intese alla luce del sole tra vecchi compari che si frequentano da vent’anni. Berlusconi è il garante dell’osceno connubio tra illegalità e democrazia”. Parole di pietra che non riescono però a scalfire di un millimetro la granitica certezza dei berluscones, convinti di trovarsi di fronte ad una persecuzione giudiziaria senza precedenti.

I deputati-impiegati di Berlusconi si dimostrano talmente devoti da incorrere, come nel caso di Sandro Bondi, in clamorosi autogol. È sempre di ieri, infatti, la notizia della richiesta di rinvio a giudizio del Cavaliere da parte dei pm di Napoli per la vicenda De Gregorio e della presunta compravendita di parlamentari nel 2008. Il poeta della corte arcoriana non è riuscito a tenere a freno la lingua, arrivando a confessare un “delitto” probabilmente mai commesso: “…e comunque tutte le responsabilità dell’opera di convincimento politico che abbiamo esercitato, così come del resto fu fatto analogamente da parte di tutte le altre parti politiche, nei confronti di esponenti politici si deve ricondurre alla mia responsabilità di coordinatore di Forza Italia e successivamente del Pdl”. Quando si dice offrire il corpo come scudo al proprio padrone.

Intanto, la capogruppo alla Camera dei 5Stelle, Roberta Lombardi, rilancia su facebook la questione ineleggibilità (“Il Movimento 5 Stelle chiederà l’ineleggibilità di Silvio Berlusconi in Parlamento”). Una provocazione per il resto della casta, Pd compreso, che non verrà di certo raccolta. Dunque, domani a Brescia ci sarà Berlusconi, ma non i ministri del governo Letta per opportunità istituzionale. Se poi le cose dovessero peggiorare –lunedì è attesa la richiesta di rinvio a giudizio di Ilda Boccassini nel processo Ruby– la palla passerebbe in mano ai falchi Pdl, già pronti a spostare la protesta sulle scale del tribunale di Milano.

Processo Mediaset. Il condannato Berlusconi conferma la fiducia a Letta

Per la prima volta nella sua lunga e travagliata storia giudiziaria Silvio Berlusconi ha subito una condanna di secondo grado, in sede di processo d’appello. Il dibattimento era quello sui diritti tv Mediaset, celebrato a Milano, nel quale il capo del Biscione era accusato di frode fiscale, nonché già condannato a 4 anni di reclusione e 5 di interdizione dai pubblici uffici nel corso del processo di primo grado. Ieri, mercoledì 8 maggio 2013, data già entrata nella storia, la seconda sezione della Corte di Appello del tribunale meneghino ha confermato in toto la pena, al netto dei 3 anni condonati per l’indulto, con tanto di pena accessoria che rappresenterebbe la pietra tombale sulla carriera politica del Cavaliere.

È stato proprio il collegio presieduto da Alessandra Galli -la figlia del magistrato ammazzato da Prima Linea durante gli anni di Piombo e già al centro di uno strumentale polverone alzato dai legali-deputati berlusconiani Longo e Ghedini– a riconoscere Berlusconi colpevole del reato di frode fiscale per la compravendita “gonfiata” dei diritti tv di molti film e serie tv americane, quelli che fecero la fortuna catodica del fondatore di Canale5. Le conseguenze della condanna restano naturalmente congelate in attesa del pronunciamento della Cassazione. I tempi di prescrizione si avvicinano ma sono ancora lontani: luglio 2014.

 

È per questo che il Cavaliere per il momento non ci pensa proprio a staccare la spina al governo di Enrico Letta. Il governo dell’inciucio rappresenta infatti per lui una sorta di assicurazione sulla vita (politica). Fin quando Berlusconi vestirà i panni di salvatore della patria, disposto ad un governo di coalizione pur di salvare il paese dalla bancarotta, la persecuzione giudiziaria non potrà spingersi oltre le colonne d’Ercole dei moniti del presidente rieletto Giorgio Napolitano. Certo, le parole scritte nero su bianco dagli odiati e “antropologicamente diversi dal resto della razza umana” giudici di Milano pesano come macigni. Al Cavaliere viene infatti addebitata “la particolare capacità a delinquere dimostrata nell’esecuzione del disegno delittuoso” che lo avrebbe portato ad organizzare una “scientifica e sistematica evasione fiscale”.

Di fronte alla dissacrazione del corpo e della credibilità del fondatore e capo indiscusso del centro-destra italiano i suoi fidati pasdaran non potevano certo esimersi da una reazione rabbiosa quanto la paura di perdere la poltrona su cui siedono da decenni. Va bene salvare il governo democristiano di Letta Nipote, ma i giudici proprio no. Oltre all’avvocato-deputato Ghedini, secondo il quale c’era già “la consapevolezza che sarebbe andata così”, a sparare mediaticamente contro i giudici ci ha pensato prima Renato Brunetta: “Accanimento disgustoso. La sentenza contro Silvio Berlusconi è politica, anzi anti politica, perché colpendo lui si favoriscono i disegni disgregatori del nostro Paese”. Ad adombrare l’accusa di golpe giudiziario è anche la pasionaria Daniela Santanchè secondo la quale “ieri qualcuno voleva impedire a Berlusconi di governare e pretendeva di sovvertire la volontà popolare degli italiani per via giudiziaria, oggi qualcuno sta operando per fare saltare il governo Letta e l’ipotesi di pacificazione nazionale”.

Secondo la signora Sallusti il colpo di stato giudiziario sarebbe quindi permanente, indipendentemente da chi c’è a Palazzo Chigi. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone anche il sempre sorridente Maurizio Gasparri (“contro Berlusconi una sentenza frutto di pregiudizi, priva di ragioni, lesiva della verità e della vita democratica”), seguito a ruota dal siciliano Renato Schifani: “Continua la persecuzione giudiziaria nei confronti del presidente Berlusconi, leader politico che ha il consenso di dieci milioni di elettori”. Ululati, rantoli e alti lai destinati ad assopirsi già nelle prossime ore perché al Cavaliere conviene insabbiare le polemiche e trovare una soluzione definitiva ai suoi guai. Bocciata personalmente la Convenzione costituzionale, ritenuta inutile, al Caimano non resta che puntare al governo di solidarietà nazionale o, in alternativa, quando avrà più convenienza a staccare la spina, ad una campagna elettorale permanente dalla quale potrebbe uscire ancora vincitore.