Ruby ultimo atto: dopo Brescia il Pdl non va a Milano

Oggi è il giorno della requisitoria di Ilda Boccassini al processo Ruby. Ilda la Rossa inchioda Silvio Berlusconi a quelle che, secondo la procura di Milano, sono le responsabilità penali del leader del Pdl e azionista di minoranza del governo Letta. Prostituzione minorile e concussione sono le accuse, pesantissime, che entro fine mese potrebbero essere trasformate in una condanna. Intanto, nell’ambito della strategia berlusconiana di difendersi dai processi e non nei processi, nella serata di domenica Canale5 ha mandato in onda in prima serata uno speciale di approfondimento giornalistico dal titolo inequivocabile: La guerra dei 20 anni. Ruby ultimo atto.

Una tirata di due ore in cui vengono mostrate per la prima volta al popolo le stanze che avrebbero ospitato il bunga-bunga: la sala del cinema, quella della musica e quella da pranzo di villa San Martino. Nulla di diverso da cene eleganti e divertenti e, soprattutto, niente sesso e men che meno con la allora minorenne Karima el Marrough. Questa la versione del clan Berlusconi che, per l’occasione, ha mobilitato tutti i direttori dei servizi giornalistici Mediaset: Giovanni Toti (direttore dei quasi identici Tg4 e Studio Aperto), Clemente Mimun e Andrea Pamparana (direttore e caporedattore del Tg5), e il versatile Claudio Brachino del Tgcom24. L’intento è quello di abituare il pubblico alla “normalità” della vita del satrapo di Arcore, suscitando indignazione verso i giudici prima ancora che sia stata emessa una sentenza sulla vicenda di Ruby la Rubacuori.

 

Intanto non si placano ancora le polemiche sui fatti di Brescia di sabato scorso. Anche se parlamentari e ministri azzurri hanno deciso di non incontrarsi oggi a Milano, con il rischio di bissare la manifestazione eversiva (perché tra poteri dello Stato) di un mese fa, la tensione tra devoti del Cavaliere e quelli che invece vorrebbero vederlo pagare per le sue (presunte) malefatte resta altissima. I gruppi parlamentari Pdl si incontrano invece a Roma con un orecchio rivolto al palazzo di Giustizia di Milano, pronti naturalmente a difendere col proprio petto le sorti del loro datore di lavoro.

Quello che è accaduto a Brescia, però, rischia di dimostrarsi uno spartiacque della recente storia italiana. Assistere all’ubiquo spettacolo di alcuni ministri della Repubblica (Alfano, Lupi, Quagliariello, De Girolamo, Lorenzin) costretti a partecipare ad una manifestazione in cui il capo di un partito della maggioranza disconosce per l’ennesima volta una sentenza pronunciata dal potere Giudiziario, in teoria libero e indipendente, rappresenta un vulnus per la vita democratica. Fatto ancor più grave se si considera che Angelino Alfano è anche il ministro degli Interni del governo Letta. È aberrante pensare che, mentre sabato pomeriggio in piazza del Duomo pidiellini e centri sociali se le davano di santa ragione, gli uomini di Alfano (ovvero la polizia) potessero parteggiare per una parte a scapito di un’altra.

Un corto circuito istituzionale e democratico a cui –oltre a Napolitano e Vietti– ha dovuto porre rimedio lo stesso Enrico Letta durante il viaggio in pullman per raggiungere il buen retiro toscano di Spineto. Riporta Il Messaggero che Letta junior abbia democristianamente perso la pazienza di fronte ad Alfano, Lupi e Franceschini. “Sappiate che io non mi faccio logorare, se siete al governo per fare campagna elettorale, me ne vado. Non resto a palazzo Chigi a ogni costo”, avrebbe detto il premier a denti stretti. Lo scoop del quotidiano romano parla di urla e strepiti nel bel mezzo dell’autostrada e di un Letta che con poche parole avrebbe chiarito la situazione: “Ciò che è accaduto a Brescia è inaccettabile, non si può più ripetere. Le ricadute negative sul governo sono superiori alla sua capacità di tenuta”. Ecco perché, di fronte alla possibile frana del governo Letta, Berlusconi ha dato il suo assenso per spostare a Roma l’incontro di Milano e un Letta falsamente trionfante ha potuto riferire a favore di telecamere che i ministri non parteciperanno più ad alcun talk show o manifestazione, ma solo fino ai ballottaggi delle amministrative del 10 giugno. Quando si dice governo ad orologeria.

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