Oltre la rottamazione: Renzi lancia la sfida a Letta

Matteo Renzi ha lanciato ufficialmente la sua Opa sul Partito Democratico e sulla sua possibile ascesa alla guida del Paese. Lo ha fatto nei giorni scorsi, anche se le dichiarazioni di facciata rilasciate ai media amici vanno tutte nel senso di una riappacificazione all’interno di un partito uscito in pezzi dalle fallimentari elezioni politiche di febbraio. “Non sto mettendo fretta al Governoha detto il sindaco di Firenze–  non è vero che voglio accelerare ma Governo e Parlamento funzionano se fanno le riforme e non se vivacchiano”. È pur vero che “Renzie” (come lo ha soprannominato Grillo in onore alla sua passione per il Fonzie di Happy Days) è stato costretto a rinvigorire la sua vis polemica perché, proprio ieri, è uscita nelle librerie la sua ultima fatica letteraria, Oltre la rottamazione.

Libro che aveva certo bisogno di un po’ di pubblicità per convincere i lettori a sciropparsi ancora le beghe interne del Pd e il sogno ad occhi aperti di Renzi di utilizzare il partito come trampolino di lancio di una carriera politica sfavillante. Che il Pd sia atomizzato in una serie infinita di correnti, bande, clan e batterie è un dato di fatto confermato appena due giorni fa da Roberto Giachetti, parlamentare dato come “renziano”, che ha presentato alla Camera una mozione anti-Porcellum e Pro-Mattarellum a cui il resto del partito, Finocchiaro in testa, si è opposto votando invece la mozione di governo su una più ampia riforma istituzionale in cui la cancellazione del vergognoso Porcellum viene all’ultimo posto.

 

Giachetti, già protagonista di uno sciopero della fame per protestare contro il Porcellum, non se ne è però curato ed è andato avanti per la sua strada, facendo rischiare un nuovo deragliamento al Pd, appena uscito miracolato dalla tornata elettorale amministrativa. Ai giornalisti che in coro gli chiedevano se avrebbe fatto cadere il governo Letta il sempre sorridente Renzi ha risposto freddamente: “Siamo alle barzellette”. Ma nessuno si è persuaso veramente che l’ex rottamatore non sogni ad occhi aperti di fare le scarpe all’amico Enrico Letta e al suo governo di iscritti alla fondazione Vedrò (tra gli altri, Alfano, Lupi, Lorenzin e De Girolamo). Ecco infatti l’attacco sferrato da Renzi: “Non voglio fare polemiche con il governo, ma è dal novembre 2011 che centrodestra e centrosinistra votano insieme. L’Italia tornerà a crescere quando ci sarà il segno più sull’economia ma anche quando il bipolarismo tornerà ad essere una cosa normale e non un indistinta palude”.

Se non è uno sgambetto questo. Che il Pd sia corroso al suo interno, ma che voglia difendere ad ogni costo il bastione del governo dell’inciucio -che si è allungato la vita da solo spostando il dibattito sulle riforme costituzionali– lo dimostra poi l’assalto quotidiano sferrato a Beppe Grillo e al suo M5S. È di ieri, ma prosegue ancora oggi, la polemica da prima pagina dei grandi (si fa per dire) quotidiani sul duro scambio di battute tra Grillo e Rodotà, anche egli rottamato dopo le alterne vicende della sua candidatura al Quirinale da parte dei 5Stelle. Perché accendere i fari su una questione secondaria per il paese come la gestione interna del M5S quando l’Italia sta andando a rotoli anche a causa dell’incapacità del governo Letta? La risposta va da sé: spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dai disastri di governo puntando tutti i cannoni sull’unica opposizione presente nel paese, così da seppellirla sotto il peso del pensiero unico. Disinnescare Grillo per poi dedicarsi all’antropofagia del compagno di partito Enrico Letta, questa la strategia anche di Renzi che però, come il resto della casta, rischia di bruciarsi prima di raggiungere il suo scopo.

La prima volta in tv di Luigi Bisignani

Perché Luigi Bisignani -definito alternativamente faccendiere, federatore o pontiere tra poteri occulti della Prima e Seconda Repubblica- ha deciso di mostrare il suo volto in televisione per la prima volta nella sua vita? È accaduto mercoledì sera su La7 dove Bisignani si è prestato a rispondere alle domande del giornalista Gianluigi Nuzzi, già al centro delle cronache per il libro sui Vatileaks. Il perché del suo auto-smascheramento è lo stesso Bisignani a spiegarlo di fronte alle telecamere: “È cambiato il mondo”. Incalzato da Nuzzi che lo invitava a chiarire meglio questo concetto, il Grande Faccendiere non si è fatto pregare ed ha risposto secco: “È morto Giulio Andreotti”.

A sentire il Bisi la morte del Divo Giulio, avvenuta pochi giorni fa alla tenera età di 94 anni, rappresenterebbe uno spartiacque della vita repubblicana, ma anche di quella dello stesso Bisignani, nato nel 1953 e cresciuto sin dalla tenera età a pane e andreottismo. “Io non sono democristiano, sono andreottiano –ha precisato il faccendiere visibilmente sudato-, sempre pronto ad ascoltare le ragioni di tutti senza essere rancoroso e vendicativo”. Una rivendicazione piena della prossimità fisica ed intellettuale con il defunto Senatore che lascerebbe intendere che Bisignani si consideri l’erede di Andreotti e che sia lui ad aver preso in consegna il suo misterioso e temuto archivio segreto, intramontabile arma di ricatto nei confronti degli avversari politici.

Trame occulte e messaggi trasversali dunque? La spiegazione della comparsa nel tubo catodico del fantasma Bisignani potrebbe trovare però un’altra risposta logica e anche molto più terrena. Proprio oggi, infatti, è prevista l’uscita nelle librerie della fatica editoriale di Bisignani. Si intitola L’uomo che sussurra ai potenti ed è un libro intervista nel quale il protagonista si rivela al giornalista Paolo Madron. Quale modo migliore per pubblicizzare un libro se non quello di andare in tv rompendo gli schemi consolidati di silenzio e riservatezza? E, infatti, da ieri i quotidiani non fanno che rilanciare la sfida del Bisi. Sarebbe però riduttivo limitare ad una esclusiva operazione di marketing le frasi sibilline che Bisignani non si è astenuto dal pronunciare.

Alcuni osservatori fanno notare che l’uscita allo scoperto del gatto selvatico della Prima Repubblica -accusato di ambigue frequentazioni nella P2 di Licio Gelli e condannato a 2 anni e 6 mesi per la madre di tutte le tangenti, quella Enimont– non possa significare altro che la dissoluzione del sistema di coperture e di amicizie che ha permesso a Bisignani di condizionare nomine e mettere bocca in ogni campo dello scibile repubblicano per decenni. Ma gli episodi giudiziari accaduti negli ultimi anni sembrano dimostrare il contrario, come nel caso delle intercettazioni sulla P4 del 2011, quando le ministre berlusconiane in carica Prestigiacomo e Gelmini vengono pizzicate a chiedere consiglio al loro nume tutelare come se fossero due scolarette.

Stesso discorso per l’inchiesta sulla P3 del 2010. Dati eloquenti che lasciano sospettare che il potere ricattatorio del gruppo Bisignani sia ancora intatto. Il quotidiano Repubblica lo accusa addirittura di far parte di un quadrumvirato che ha deciso i destini dell’Italia negli ultimi anni: Berlusconi-Letta-Geronzi-Bisignani. Ma Bisignani non sembra dare peso alle illazioni, per lo meno in tv, e ribatte anzi a modo suo, con i dossier. La prima anticipazione della sua fatica editoriale ha infatti già messo in subbuglio il Pdl. Sono i siciliani Angelino Alfano e Renato Schifani ad essere accusati di lesa maestà nei confronti di Berlusconi: “Più che di tradimento vero e proprio parlerei di piccoli uomini creati da Berlusconi dal nulla e improvvisamente convinti di essere diventati superuomini”. Un breve passaggio che non smentisce la cifra stilistica e il modus operandi di Bisignani. Ma colpi bassi (o avvertimenti) sono riservati a D’Alema, alla famiglia Letta, a Grillo, De Bortoli, Scalfari e molti altri. Alla fine del racconto solo una domanda rimane inevasa: chi è veramente Luigi Bisignani?

Tre omicidi in 24 ore. Roma come ai tempi della Banda della Magliana

Tor Sapienza, Focene e Anzio. Questi i tre luoghi teatro della nuova catena di omicidi che sta insanguinando Roma proprio a ridosso delle elezioni comunali. Tre morti e un ferito grave, questo il tragico bilancio di un normale martedì capitolino. Tutti freddati da colpi di pistola alla testa come nella macabra tradizione dei regolamenti di conti tra malavitosi. Il primo delitto è avvenuto nel quartiere situato nel quadrante Est della città dove un uomo, Claudio D’Andria, un pensionato di 62 anni, è stato freddato con un solo colpo alla testa di un calibro 7.65 (come quello della Beretta).

D’Andria era stato indagato in passato per spaccio di stupefacenti, risultava incensurato, ma è lì che gli inquirenti cercano il movente di quella che è apparsa subito come un’esecuzione. Esecuzione che è stata riservata nel pomeriggio anche alla seconda vittima della giornata. Si chiamava Pietro Rasseni, 40 anni, abitava con la moglie e il figlio di 10 anni in una casetta di Focene, vicino Fiumicino, ed è stato lui stesso ad aprire la porta di casa al killer che non ha esitato a piantargli una palla in mezzo agli occhi. Rasseni aveva sì qualche piccolo precedente penale, ma nulla che potesse giustificare una così feroce vendetta di mala.

Il più “mafioso” degli agguati avvenuti ieri è stato però quello di Anzio, la ricca cittadina del litorale a pochi chilometri a sud della Capitale da anni infiltrata dalle mafie. Qui sono stati due ventenni, Daniele Righini e Massimiliano Cencioni a pagare probabilmente uno sgarro legato allo spaccio di droga. Due uomini in moto si sono avvicinati alla loro Peugeot e hanno aperto il fuoco, freddando sul colpo Righini e lasciando in prognosi riservata Cencioni. In tutti e tre i casi gli assassini sembrano essersi volatilizzati, le forze nell’ordine “brancolano nel buio” e i soliti quotidiani non hanno perso tempo a ritirare fuori dai cassetti l’usurato paragone con i bei tempi andati della Banda della Magliana. Un amarcord Nero buono magari per l’intreccio di un romanzo, ma la versione di un ritorno in auge della malavita organizzata nella Capitale non convince.

 

Non convince innanzitutto perché è opinione diffusa che la suddetta malavita non abbia mai abbandonato la piazza romana, nemmeno alla fine degli anni ’80 quando venne sgominata ufficialmente la Banda della Magliana. Tutto sembrava finito in via del Pellegrino nel 1990 quando, in pieno centro, Enrico De Pedis detto “Renatino” (il Dandy di Romanzo Criminale), boss storico della Banda passò a miglior vita grazie al piombo di due suoi ex compagni. La sua sepoltura nella Basilica di Sant’Apollinare e gli annessi sospetti sul rapimento di Emanuela Orlandi sono a tutt’oggi fatti di cronaca su cui la magistratura indaga. Ecco perché resta forte il dubbio che la Banda della Magliana non si sia mai sciolta definitivamente.

A dimostrarlo c’è la puntata di Report di Milena Gabanelli che ha addirittura avanzato il sospetto che Massimo Carminati (il Nero), l’estremista di destra vecchio frequentatore della Banda che gira ancora indisturbato per Roma sulla sua moto e senza cellulare, possa essere uno dei terminali della Nuova Magliana. Ipotesi giornalistica e investigativa suffragata però da un fiume di sangue, una pioggia di pallottole e una montagna di cocaina che stanno inondando Roma negli ultimi anni. Forse non tutti hanno la memoria così lunga per ricordare che appena due anni fa l’omicidio del gioielliere Flavio Simmi (figlio di un noto abitué della Magliana), in pieno giorno nel ricco quartiere Prati, segnò l’inizio di una catena di omicidi che non ha avuto soluzione di continuità fino, appunto, al triplice agguato di ieri. Decine e decine di morti ammazzati, come e più che negli anni’70 ai tempi di Giuseppucci “er Negro”, Abbatino o Abbruciati. Una commistione tra criminalità romana, mafia, camorra e ‘ndrangheta che non ha nulla da invidiare al meglio della storia noir italiana.

Crollo elettorale. Grillo assediato dalla casta

L’esito delle elezioni amministrative che hanno interessato 564 Comuni italiani è inequivocabile: hanno vinto l’astensione e il Partito Democratico e perso, invece, Grillo e Berlusconi. Il “caso” elettorale è certamente il riflusso subito dal Movimento5Stelle guidato da Beppe Grillo, e sarà dunque d’obbligo approfondire il flop grillino, ma prima bisogna cercare di delineare un quadro generale della situazione. Il vero vincitore della tornata elettorale del 26 e 27 maggio è stata l’astensione. Meno 15% rispetto alle precedenti elezioni, 62,38 contro 77 e rotti, con punte americane (inteso come Stati Uniti) raggiunti nella Capitale, dove praticamente un romano su due non si è recato alle urne.

È vero che domenica si è disputato il derby Roma-Lazio che ha assegnato la Coppa Italia ai bianco-celesti, ma questo non basta a giustificare la fuga dalla politica di più di 1 milione di romani (al mare faceva freddo). Dato politico di valore nazionale e non certo locale. Il secondo elemento da analizzare è l’incredibile filotto messo a segno da un Partito Democratico che, se il mondo avesse una logica, avrebbe dovuto subire il voltafaccia del suo popolo, deluso e arrabbiato per il governo dell’inciucio con Berlusconi. Ma la bandiera forse conta ancora qualcosa, almeno a livello locale dove il Pd, soprattutto a Roma, è ancora organizzato e radicato sul territorio. Ecco così spiegato il possibile 16 a 0 rifilato ai rivali-alleati del Pdl. 5 i capoluoghi già conquistati al primo turno tra cui Vicenza, da sempre orientata a destra) e 11 quelli dove si andrà al ballottaggio Pd-Pdl ma dove i Rossi (solo nei disegni statistici) sono ovunque in vantaggio (clamoroso il caso della roccaforte leghista Treviso dove lo sceriffo Gentilini paga dazio al candidato Pd).

 

Il terzo dato chiave di queste elezioni è la non annunciata debacle del centro-destra il cui animale elettorale per eccellenza, il giaguaro Berlusconi, sembra essersi smacchiato da solo per la gioia del dimenticato Bersani. Tutti i sondaggi danno il Pdl mattatore delle prossime elezioni politiche con l’ottuagenario Cavaliere ancora una volta in sella a Palazzo Chigi o al Quirinale. Intanto la realtà suona in modo molto diverso. Lo 0 a 16 in vista (unica speranza di evitare il cappotto resta Brescia dove il sindaco uscente pidiellino è testa a testa con il Pd) annuncia aria di tempesta anche nei Palazzi di Roma dove Berlusconi non potrà permettersi di dare altro fiato al Pd. Crisi del governo Letta in vista quindi.

Crisi che però sembra aver avvolto anche il fu lanciatissimo M5S. Che Grillo abbia puntato poco su queste elezioni e che la pochezza intellettuale dei sui “cittadini” in Parlamento abbia deluso attivisti e sostenitori è un dato incontrovertibile. Da qui a strombazzare ai 4 venti la fine del M5S, primo movimento politico italiano, come hanno fatto tutti i giornalisti di Regime, ce ne corre però. Più che la realtà, una torva speranza della casta che prova così, grazie all’aiuto della stampa amica, a dare la spallata decisiva allo scomodo avversario anti-sistema. Da Repubblica al Corriere, passando per lo spietato Sallusti sul Giornale , sembra di vedere un branco di squali che gira intorno alla preda sanguinante. Trattamento non certo riservato al Pdl in nome delle larghe intese e della pacificazione nazionale (ovvero tra Pd e Pdl). Non è la fine per il M5S, ma il campanello d’allarme è suonato: gli italiani delusi vogliono i fatti e non le chiacchiere altrimenti, almeno su questo ha ragione Beppe Grillo, chi non voterà più nemmeno il M5S, passerà direttamente all’uso della forza. Pericolo da non sottovalutare, visti i numeri mostruosi dell’astensione, ma che la casta (in questo caso il Pd) non sembra tenere in conto, obnubilata dall’ennesima messe di Poltrone.

Elezioni amministrative: crolla l’affluenza, soprattutto a Roma

Urne aperte fino alle 15.00 di oggi per le elezioni amministrative che stanno interessando 564 Comuni italiani. I primi dati giunti sull’affluenza ai seggi non lasciano però intravvedere la fine della crisi di sfiducia nei partiti da parte dei cittadini. Dei circa 7 milioni di italiani chiamati a votare solo il 44,66% lo aveva già fatto alle ore 22.00 di domenica. Un crollo clamoroso di più di 15 punti rispetto al 60% del 2008, anche se c’è da aggiungere che in quell’occasione si votò anche per le Politiche.

Ma ormai, stante la crisi economica galoppante, la sfiducia popolare nei confronti dei partiti della casta è scesa sotto lo zero. E a farne le spese è stato anche il governo Letta, precipitato nei consensi poco sopra il 40% e simbolo della dolosa incapacità della politica di risolvere la questione lavoro, divenuta questione sociale. A fare da capofila della delusione popolare è proprio la capitale Roma dove, alle 22.00 di ieri solo il 37,69 degli aventi diritto aveva infilato una scheda nell’urna. Se si pensa che nel 2008 erano stati il 57,20%, ben 20 punti in più, i peggiori incubi dei candidati al Campidoglio potrebbero presto trasformarsi in realtà.

La diserzione in massa delle urne da parte degli elettori non può significare niente di buono per chi le scorse elezioni le aveva vinte (Gianni Alemanno al ballottaggio con Rutelli), ma anche per chi, come Ignazio Marino del Pd, puntava tutto sulla mobilitazione di quello che una volta era il “popolo del Pd”. Il flop elettorale dei grandi partiti era stato comunque già sancito venerdì scorso, giorno della chiusura della campagna elettorale quando le due piazze prenotate dai partiti della strana maggioranza di governo -la piccola spianata sotto al Colosseo per Alemanno e niente di meno che piazza San Giovanni per Marino– si erano mostrate inequivocabilmente deserte agli occhi impietosi delle telecamere.

 

Un po’ meglio, ma solo un po’, era andata ad Alfio Marchini, detto “Arfio er Bello”, che era riuscito a riempire il parco Schuster della basilica di San Paolo anche grazie alla voce di Antonello Venditti. Un trionfo, infine, se paragonato ai mostruosi flop collezionati dagli avversari, era stato il raduno del M5S in piazza del Popolo, ovviamente grazie al comizio-spettacolo messo in piedi da Beppe Grillo in persona per dare una spinta al candidato Marcello De Vito. Fatto sta che il rischio astensionismo, paventato alla vigilia dagli addetti ai lavori e temuto dai candidati, si è trasformato in una terribile realtà, rendendo quasi comiche le dichiarazioni rilasciate da Marino: “Sono assolutamente convinto che tutti i romani e le romane risponderanno con la solita grande affluenza per scegliere il loro sindaco, una persona che entrerà in casa loro per i prossimi 5 anni”.

Mai candidato sindaco fu più profeta di sventura. Adesso, e lo sapremo con l’inizio dello spoglio alle ore 15.00, resta solo da capire chi sarà la vittima della bassa affluenza. Il sindaco uscente Alemanno (la cui amministrazione è stata investita dallo scandalo Parentopoli e dalle presunte tangenti sui lavori di metro e bus), oppure il mesto sfidante Marino, uno che neanche è romano e che si candida per giunta nel peggior momento della storia degli ex comunisti? Probabilmente saranno entrambi a pagare dazio, anche se il momento d’oro sembra passato anche per i grillini, mentre il volenteroso Alfio ci crede, ma non ha i numeri.

Dall’Ilva a Mps. Le ragioni della pacificazione tra Pd e Pdl

Quali sono i veri motivi che hanno convinto due forze politiche teoricamente agli antipodi, il Pd e il Pdl, a mettere da parte astio e rivalità per concorrere alla formazione di un governo di coalizione, o di inciucio che dir si voglia? La prima risposta che viene in mente sono le vicende giudiziarie che da decenni coinvolgono i due schieramenti, soprattutto Silvio Berlusconi da una parte, mentre dall’altra si registra un’alternanza di protagonisti. Il clima di “pacificazione” instaurato dalla rielezione di Napolitano al Quirinale ha permesso di mettere sotto il letto argomentazioni “divisive” e di dare il via al grande inciucio che, dietro al nome “pulito” di Enrico Letta, nasconde un mondo di corruzione e malaffare.

Il fatto di cronaca più eclatante legato ai traffici della casta è forse la vicenda dell’Ilva di Taranto. È proprio di ieri la notizia che il gip della città jonica, Patrizia Todisco, divenuta l’eroina di chi combatte contro i veleni prodotti dalla più grande acciaieria d’Europa, ha emesso un decreto di sequestro della mostruosa cifra di 8 miliardi e 100 milioni di euro. La novità assoluta sta nel fatto che questa volta la Todisco non ha imposto il sequestro dei prodotti usciti dalla fabbrica, ma direttamente del patrimonio della famiglia Riva. Il provvedimento lungo 46 pagine coinvolge come indagati i soliti nomi: Emilio Riva e il figlio Nicola, l’ex direttore Capogrosso e il tuttofare Girolamo Archinà. Le persone citate sono già in galera o agli arresti domiciliari.

Non è così per gli altri indagati come l’altro figlio di Emilio, Fabio (latitante all’estero), il presidente Bruno Ferrante, i dirigenti Andelmi, Cavallo, Di Maggio, De Felice, D’Alò, Buffo, Palmisano, Dimastromatteo. Per tutti questi galantuomini, comunque, le accuse sono gravissime e vanno dall’omissione di “un piano di emergenza nell’eventualità di un incidente rilevante”, allo “sversamento delle scorie liquide di acciaieria sul terreno non pavimentato e al rilascio di sostanze tossiche dovute allo slopping e al sovradosaggio di ossigeno”. Ma la lista delle nefandezze imputate al gruppo Riva è infinita. “Tutto ciò ha procurato negli anni un indebito vantaggio economico all’Ilva, ai danni della popolazione e dell’ambiente”, mettono nero su bianco i magistrati tarantini. E responsabile di questo scempio è la politica. Ultimo il governo Monti che ha assicurato all’Ilva l’incerta copertura dell’Aia con il ministro Clini. Ma sono tutti i partiti della casta ad aver ricevuto fiumi di denaro in questi anni in cambio di un occhio chiuso, o magari di tutti e due.

Se proviamo a mettere lo scandalo Ilva davanti ad uno specchio l’immagine che verrà riflessa è quella della vicenda Monte dei Paschi di Siena, la madre di tutti gli scandali bancari e finanziari del nostro disastrato paese. L’ultimo atto della tragedia senese lo ha interpretato ieri il presidente Alessandro Profumo che ha letteralmente scaricato la vecchia dirigenza Mussari: “Nascondevano i problemi per mantenere le posizioni”. Difficile però che il furbetto Profumo riesca ad allontanare dalla banca il sospetto che quello di Mps fosse un sistema ben oliato. Ieri intanto il capo della Banda del 5%, Gianluca Baldassarri, è stato interrogato per ore dai magistrati di Lugano e chi sa che lui o qualcun altro non cominci finalmente a vuotare il sacco  sulle complicità e le coperture assicurate dalla politica (i sospetti degli inquirenti si concentrano soprattutto sugli ex comunisti, ma anche sui berlusconiani come Denis Verdini). A fare da sfondo a questi indicibili accordi c’è un fiume di denaro illecito che una eventuale nazionalizzazione paventata anche da Beppe Grillo prosciugherebbe subito.

Provenzano via dal 41bis. Dibattito aperto da Santoro

Il padrino di Cosa Nostra Bernardo Provenzano non sarebbe più in grado di sostenere il regime di carcere duro imposto dalla legge 41bis. E in effetti, dopo aver preso visione del video diviso in due parti, mandato in onda giovedì 23 maggio dalla trasmissione de La7 Servizio Pubblico, condotta da Michele Santoro, il dubbio sulla gravità delle condizioni psico-fisiche di Zu Binnu diventa quasi una certezza. I due filmati in questione mostrano Provenzano a colloquio con i familiari. Il primo video risale al 19 maggio 2012, a dieci giorni esatti dal presunto tentativo di suicidio del boss per mezzo di una busta di plastica avvenuto il 9 maggio nel carcere di Parma.

È il figlio maggiore Angelo, già intervistato dalla giornalista Dina Lauricella alcuni mesi fa proprio per lanciare un appello sulla gravità delle condizioni di papà Bernardo, a provare a dialogare con lui attraverso il vetro di protezione. Ma Provenzano si dimostra solo una persona anziana, con molte rotelle fuori posto, incapace persino di appoggiare la cornetta dell’interfono all’orecchio in modo corretto. “Dio mio cosa ho fatto” dice Provenzano con un filo di voce al figlio e alla compagna Saveria Benedetta Palazzolo, dimostrando comunque di non ricordare nulla e di non rendersi conto di quanto accadutogli (difficile riesca a recitare come il miglio De Niro).

La versione dell’amministrazione penitenziaria è che il cosiddetto tentativo di suicidio non sia nient’altro che una messa in scena per sfuggire al 41bis. Ma le immagini mandate in onda da Santoro parlano impietosamente chiaro. Tesi supportata anche dalle decisioni prese dal tribunale di Palermo che ha stralciato la posizione del superboss, in quanto ritenuto incapace di intendere e volere, dal procedimento penale sulla trattativa Stato-mafia che si aprirà nel capoluogo siciliano il 27 maggio prossimo. Decisione presa dopo un altro “incidente” capitato allo Zio verso la fine di dicembre del 2012. Una caduta dal letto con conseguente trauma cranico, un vistoso ematoma e un coma durato alcuni giorni. Circostanza comprovata dal secondo video mandato in onda da Servizio Pubblico dove questa volta è il figlio minore Francesco Paolo a tentare, inutilmente, di far tornare alla lucidità quello che fu il capo della Mafia per quasi mezzo secolo.

 

Strani incidenti oppure una violenza premeditata per impedire a Provenzano di parlare? Le voci su un suo possibile pentimento si rincorrono infatti da qualche mese. Eventualità che potrebbe produrre un terremoto politico-giudiziario sui misteriosi fatti del biennio stragista 1992-’93. Logico che qualcuno abbia voluto prendere le sue precauzioni. Circostanza confermata dallo stesso Provenzano che al figlio dice “pigghiai legnate”, salvo poi correggersi e parlare di caduta accidentale. Ecco come il tribunale di Bologna motiva il rifiuto di trasferire il detenuto Provenzano dal regime di 41bis ad una struttura sanitaria: “È stato approntato un piano di assistenza per garantire le cure fisiatriche, l’assistenza per atti quotidiani compresa l’alimentazione, le visite periodiche e le mobilizzazioni per evitare le piaghe da decubito. Infine la più recente documentazione dà conto della difficoltà a sostenere un colloquio”.

In pratica, un vegetale al 41bis. Circostanza inumana che è stata sottolineata anche da un insospettabile Bruno Vespa, ospite di Servizio Pubblico, il quale, scioccato dalle immagini di un uomo così prostrato, si è abbandonato ad una critica severa del sistema carcerario italiano. Un Vespa inedito che ha offerto anche una chicca al pubblico santoriano. Il giorno degli attentati alle chiese di Roma, era il 1993, il vespone riuscì ad intrufolarsi nel trio Scalfaro, Wojtyla, Parisi (l’allora capo della Polizia), recatosi in visita alla basilica di San Giovanni,  per ricevere da quest’ultimo una confidenza raggelante: “Le bombe del 1992 erano stabilizzantiriferisce Parisi ad un esterrefatto Vespaquelle di oggi sono più pericolose perché destabilizzanti”. In pratica una involontaria confessione dell’esistenza della Trattativa e del ricorso alle “bombe buone” al fine di destabilizzare per stabilizzare come nella migliore tradizione della strategia della tensione in Italia. Intanto Provenzano è stato reso inoffensivo.

Letta dice addio al Porcellum, ma la maggioranza è spaccata

L’unica certezza è che non si voterà più con la legge elettorale nota come Porcellum. È questo il succo delle parole pronunciate dal premier Enrico Letta a margine del vertice di maggioranza convocato mercoledì mattina e a pochi minuti dalla sua partenza per Bruxelles dove Letta ha illustrato la posizione italiana su austerità, debito e crescita. Il presidente del Consiglio ha chiarito l’iter che, entro l’estate, il governo intende assegnare alla riforma della legge elettorale, contestualmente ad un piano di riforme più ampio della Carta costituzionale. Intanto è necessario sbarazzarsi del Porcellum, non tanto per l’assurdità di una legge che non assegna una maggioranza chiara al vincitore delle elezioni, quanto per evitare la brutta figura di una pronuncia di incostituzionalità della Corte Costituzionale.

È già stato anticipato da più voci che la mannaia della Consulta si abbatterebbe soprattutto su due aspetti del pasticcio firmato Roberto Calderoli: l’impossibilità di indicare una preferenza e il premio di maggioranza abnorme. Ecco così spiegata l’accelerazione lettiana sulla questione. Letta ha poi spiegato che “sulle riforme e sul loro percorso di riforma costituzionale si gioca la vita del governo”. Riforme costituzionali, legge elettorale, costi della politica, riduzione del numero dei parlamentari, finanziamento ai partiti. Tutte questioni scottanti riversate sul tavolo di Palazzo Chigi che inducono il premier a precisare il senso del superamento del Porcellum: “La legge elettorale sarà diversa, complessiva e terrà conto della forma di stato o di governo che uscirà dalla riforma”.

 

Fin qui tutto chiaro, compreso il fatto che il 30 maggio si riunirà per la prima volta l’ennesimo Comitato di Saggi di nomina governativa al quale farà bella compagnia a breve un Comitato dei 40 formato dai membri delle commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato. Un intasamento di carriere e poltrone come sul Raccordo nell’ora di punta che lascia trasparire la confusione che sta corrodendo la strana maggioranza Pd-Pdl. “C’è l’accordo per modifiche minime”, ha riferito Renato Brunetta, ma i colleghi del Pdl, più falchi di lui, hanno già fatto trapelare l’ipotesi di una nuova legge ancora senza preferenze, che non preveda la ridefinizione dei collegi e assegni il premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge il 40% dei voti.

Di tutt’altro avviso sono, naturalmente, i riottosi alleati del Pd che per bocca di Dario Franceschini, ministro dei Rapporti con il Parlamento, hanno detto la loro: “Siamo di fronte a una vittoria del Pdha detto Franceschiniperché abbiamo incassato che non si andrà più a votare con la legge vigente. Questo aveva annunciato il presidente del Consiglio, questo è quello che si è deciso oggi. Altre ipotesi, sono frutto di invenzione”. Il sospetto è che, nonostante lo strepitare di Franceschini contro Brunetta, l’escamotage del quorum del 40% (irraggiungibile nelle condizioni attuali di tripolarismo) possa rivelarsi una sorta di ritorno al sistema proporzionale e ad un modo di governare di democristiana memoria. Il sogno di Enrico Letta e delle colombe pidielline come il ministro Quagliariello.

“La riforma della Costituzione che dovrebbe essere approvata dal Parlamento –ha detto il ministro delle Riforme- sarà sottoposta in ogni caso a referendum confermativo, a prescindere dal fatto che le Camere la approvino con la maggioranza qualificata”. Uno stile di linguaggio ecumenico che vorrebbe nascondere la profonda spaccatura che caratterizza questa maggioranza. Enrico Letta ha segnato comunque sul calendario il 29 maggio come giorno spartiacque della legislatura perché verranno votate le mozioni parlamentari del governo che definiranno l’iter delle riforme. La parola magica resta clausole di salvaguardia che salvi il Porcellum dall’azione della Consulta trasformandolo in quello che molti hanno già ribattezzato un Porcellinum.

Gli ineleggibili Grillo e Berlusconi

“Il Pd vuole eliminare me e Grillo”. Così Silvio Berlusconi ha accusato gli alleati di governo dagli schermi di Studio Aperto. L’ultimo atto della commedia parlamentare che ha per protagonista l’ineleggibilità non solo di Silvio Berlusconi, ma anche di Beppe Grillo, si è svolto nel tardo pomeriggio di martedì quando è stata rinviata alla prossima settimana la seduta della Giunta delle elezioni del Senato che avrebbe dovuto votare il suo presidente. Passaggio dirimente perché, come vuole la prassi, la presidenza di questo organismo dovrebbe venir assegnata alle opposizioni, così come quelle del Copasir e della Vigilanza Rai. Come tutti sanno, la Giunta avrebbe la possibilità di mettere all’ordine del giorno la questione dell’ineleggibilità in parlamento di Silvio Berlusconi in quanto concessionario di licenze pubbliche (in questo caso quelle televisive).

Compito che spetta appunto al presidente. Ecco perché il Pdl è pronto a fare carte false pur di non ritrovarsi un vendoliano o, peggio ancora, un incontrollabile grillino su quella poltrona così bollente. In teoria la strana maggioranza formata da Pd e Pdl aveva i numeri (8 + 6) per eleggere già ieri il leghista Raffaele Volpi (la Lega entrata in parlamento solo grazie all’alleanza con Berlusconi che si astiene sul voto di fiducia a Letta per accaparrare per la casta anche i posti destinati alle opposizioni. Uno scandalo). Ma il voto in commissione è segreto e la paura dei cani sciolti e dei franchi tiratori di un Pd allo sbando ha convinto i berlusconiani a chiedere un rinvio. Dal segreto dell’urna sarebbe potuto uscire fuori il nome di Mario Giarrusso del M5S. Era necessario prima un accordo (scritto?).

 

E pensare che la questione dell’ineleggibilità di Silvio Berlusconi in base ad una legge del 1957, ancora vigente ma mai applicata dal 1994, erano stati proprio quelli del Pd a ritirarla fuori dal cilindro. In particolare, era stato il capogruppo Democratico al Senato, Luigi Zanda, a lanciare il sasso nello stagno in più di un’occasione, salvo poi trincerarsi dietro la risibile scusa di aver parlato a titolo personale. Fatto sta che la palla al balzo del Caimano ineleggibile è stata subito colta da quei pericolosi sobillatori dei 5Stelle. “Noi siamo disposti a votare l’ineleggibilità di Berlusconi in commissione”, aveva fatto subito sapere il capogruppo grillino in scadenza Vito Crimi.

Logico che la tentazione di liberarsi una volta per tutte di Berlusconi -imbattibile alle elezioni almeno da un partito di centro-sinistra come il Pd, diventato democristiano con Letta- solletichi i più biechi istinti di conservazione degli ex comunisti. Ma di mezzo c’è il governo di larghe intese, o dell’inciucio, di Enrico Letta e la spada di Damocle delle dimissioni di Napolitano in caso di rottura della tregua istituzionale. È così che, per sfogare le voglie represse, lo stesso Zanda, questa volta con la bella compagnia della poltrona vivente Anna Finocchiaro, ha pensato bene di uscirsene con la riproposizione di un disegno di legge della scorsa legislatura che, in pratica, se approvata, impedirebbe ai “movimenti” di candidarsi alle elezioni, a tutto vantaggio dei partiti tradizionali.

Un’iniziativa del tutto fuori tempo e fuori luogo. Siccome per “movimenti” si deve leggere Movimento5Stelle, la reazione di Grillo sul blog è stata lapidaria ed immediata: “Il MoVimento 5 Stelle non è un partito, non intende diventarlo e non può essere costretto a farlo. Se la legge anti MoVimento di Finocchiaro e Zanda del pdmenoelle sarà approvata in Parlamento il M5S NON si presenterà alle prossime elezioni. I partiti si prenderanno davanti al Paese la responsabilità di lasciare milioni di cittadini senza alcuna rappresentanza e le conseguenze sociali di quello che comporterà”. Pare che Zanda, a un passo dalla follia, si sia risoluto a promettere il ritiro del ddl. Ma la Finocchiaro no. Completamente invasata dalla furia iconoclasta (sua e del suo partito però!) la parlamentare da 25 anni ha deciso per ora di tirare dritto: “Per quanto mi riguarda il testo non verrà ritirato”. Urge suicidio assistito.

Denuncia delle Iene: parlamentari pagati dalle lobbies

Non è ancora esplosa la bomba ad orologeria innescata dal servizio confezionato da Le Iene per la puntata del 19 maggio scorso. La Iena Filippo Roma ha intervistato un presunto assistente di un senatore che ha svelato un sistema di corruttela gigantesco, legato ai favori sul piano legislativo che molti onorevoli avrebbero fatto a potenti multinazionali in cambio di denaro, elargito con un efficiente e conosciuto tariffario: da 1000 a 5000 euro a voto, distinguendo il parlamentare più importante da quello con meno peso.

La denuncia per il momento, come si può vedere anche nel video-intervista delle Iene, è rimasta in forma anonima perché la gola profonda venuta dal Palazzo ha preferito mostrarsi di spalle, con una folta parrucca sulla testa e con tanto di accento svedese e patata in bocca per evitare di farsi riconoscere e perdere così, perché licenziato, gli 800 euro in nero che guadagna ogni mese. “Voglio segnalare i traffici illeciti che avvengono nei Palazzi del potere, soprattutto in Senatoha esordito il super testimone-, vi sono alcuni senatori ed onorevoli che sono a libro paga di alcune multinazionali, le cosiddette lobbies”. Un fiume in piena che sembra conoscere bene ciò di cui parla e che avrebbe dovuto scatenare una tempesta giornalistico-giudiziaria che, per ora, si è risolta in una calma piatta.

Ma il misterioso assistente dice ancora di più: “Ci sono le multinazionali che ogni mese, per mezzo di un loro rappresentante, fanno il giro dei Palazzi, sia Senato che Camera, incontrano noi assistenti e ci consegnano dei soldi da dare ai rispettivi senatori o onorevoli”. Una denuncia scioccante (soprattutto per quel 1% di italiani che ancora aveva fiducia nei politici) condita però da particolari interessanti sul fatto che le tangenti fossero elargite “per far sì che quando ci sono degli emendamenti da votare in commissione o in aula, i senatori e gli onorevoli li votino a favore della categoria che paga”. Nelle ultime frasi dell’intervista saltano fuori anche dei nomi, anche se non quelli dei parlamentari: “Per quel che mi riguarda conosco due multinazionali ed entrambe elargiscono una 1000 euro e un’altra 2000 euro ogni mese, sono quelle delle Slot Machines e del tabacco. Per questo all’inizio di ogni legislatura i parlamentari fanno a gara per assicurarsi le commissioni migliori, quelle dove sono presenti queste lobby”.

 

Arrivati a questo punto del racconto ci si aspetterebbe la grande stampa nazionale impegnata in inchieste e denunce, cosi come la magistratura (che presto aprirà un fascicolo), e invece, come per uno strano sortilegio, tutto tace. Sul web si può rinvenire qualche articolo scritto a caldo sull’argomento da La Stampa e dal  Fatto Quotidiano, ma niente di più approfondito, quasi a giustificare il sospetto che i grandi gruppi di potere controllino con fiumi di denaro stampa e politica, entrambe corrotte. L’unico a sbilanciarsi sull’argomento è stato il presidente del Senato, Pietro Grasso che ha dichiarato di aver “dimostrato di considerare la lotta alla corruzione un’assoluta emergenza depositando, il mio primo giorno da senatore, un Disegno di legge con ‘Disposizioni in materia di corruzione, voto di scambio, falso in bilancio e riciclaggio’, che martedì sarà preso in esame dalla Commissione Giustizia del Senato”. Niente di più.

Chi sembra invece determinato a non mollare l’osso è il M5S di Beppe Grillo che già da tempo sta denunciando i 98 miliardi abbonati dalle istituzioni ai gestori delle slot machines. È stato il cittadino Daniele Del Grosso a prendere la parola a Montecitorio. “Invito questo governo a fare chiarezza e invito coloro che sanno a parlare –così ha apostrofato l’emiciclo Del Grosso- perché l’accaduto, qualora risultasse vero, è sinonimo di corruzione all’interno di questi Palazzi”. Per il momento, comunque, la casta sembra intenzionata ad insabbiare la vicenda.