Bomba a La Stampa: i “soliti sospetti” sugli anarchici della Fai

Questa volta l’innesco della busta esplosiva spedita ieri al quotidiano La Stampa di Torino non ha funzionato. Secondo la ricostruzione fatta dagli artificieri dei Carabinieri la mini bomba contenuta nella custodia di un cd non è esplosa a causa di un difetto nella realizzazione che non ha permesso ai contatti elettrici di sovrapporsi al momento dell’apertura. L’allarme generale comunque è scattato lo stesso, con gli uomini della Digos messi subito al lavoro per cercare di individuare qualche traccia: l’esplosivo pare fosse polvere da cava, mentre la busta risulta priva di mittente ed indirizzo, forse inserita di nascosto tra la corrispondenza destinata al giornale torinese per non essere individuata al momento dello smistamento.

I sospetti degli inquirenti però, prima ancora di avere in mano indizi certi, ricadono sul gruppo di ispirazione anarchica della Fai (Federazione anarchica informale), già responsabili secondo le forze dell’ordine di una serie di attentati della stessa matrice compiuti negli ultimi anni in italia contro Equitalia, carabinieri ed altri enti, ma collegati ad un più ampio movimento anarchico europeo, soprattutto greco e spagnolo. La bomba “avrebbe potuto provocare danni seri a chi avesse aperto il contenitore” hanno fatto sapere gli artificieri, riaprendo così la stagione della paura di un attentato terroristico, non solo tra gli uomini (e le donne) diretti da Mario Calabresi, ma anche per tutti quei giornalisti che si occupano di argomenti scomodi.

“Credo che dopo episodi del genere sia giusto aprire gli occhi” ha detto il questore del capoluogo sabaudo Antonino Cufalo con il chiaro intento di non spargere allarmismo, ma non riuscendo a togliere dalla testa di molti l’idea che la “punizione” per i “pennivendoli” della Stampa possa essere collegata alla questione della costruzione del Tav in Val di Susa. Spesso in passato, infatti, Calabresi aveva tenuto una linea editoriale favorevole alla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, e già da alcuni anni i sedicenti anarchici si erano fatti sentire a modo loro: col botto.

Fatto sta che per il momento non esiste lo straccio di una prova e gli indizi si limitano al contenuto della busta e ad una telefonata giunta alla redazione della Stampa, la cui autenticità peraltro è ancora da vagliare, che avrebbe scartato la possibilità che la bomba fosse veramente in grado di esplodere. Un po’ poco, visto che la campagna “anarchica” contro Equitalia non ha ancora portato all’individuazione di un solo responsabile. Andando avanti di questo passo si rischia di incorrere nel cosiddetto errore “da piazza Fontana”, quando gli uomini delle forze dell’ordine concentrarono tutti i loro sforzi investigativi sull’area anarchica dopo la bomba esplosa nella Banca Nazionale dell’Agricoltura.

Quella volta a rimetterci la vita (omicidio o suicidio?) fu il ferroviere di idee anarchiche Giuseppe Pinelli, in seguito riconosciuto estraneo ai fatti. Che in quella vicenda fosse implicato anche Luigi Calabresi, il padre di Mario poi ucciso per vendetta da un commando di Lotta Continua (verità giudiziaria), è solo un caso della storia. Il direttore del quotidiano torinese è una vittima, come tutti, del clima di tensione esacerbato dalla crisi economica italiana di cui non si vede la fine.

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