Napolitano costretto a scaricare i 10 saggi

I 10 saggi nominati dal presidente Giorgio Napolitano per cercare di trovare un accordo tra i partiti sono saliti ieri al Quirinale, ma nessuno sembra essersene accorto. Al contrario, è apparso chiaro come nessuno voglia affidare i propri interessi di bottega (di partito o istituzionali che siano) a 10 personaggi più o meno rispettabili, ma ritenuti non rappresentativi della volontà del parlamento. È per questo che anche il presidente della Repubblica è stato costretto a prendere le distanze da quella che solo poche ore prima era stata presentata come una panacea di tutti i mali del sistema politico italiano.

A poco più di 24 ore dall’insediamento informale dei saggi, Napolitano ha preso carta e penna per vergare un comunicato stampa chiarificatore delle prerogative dei prescelti: “Questo non significa che questi gruppi di lavoro indicheranno un tipo o un altro di soluzioni di governo. Indicheranno quali sono, rimettendo un po’ al centro dell’attenzione problemi seri, urgenti e di fondo del paese, questioni da affrontare, sia di carattere istituzionale sia di carattere economico-sociale nel contesto europeo, anche permettendo una misurazione delle divergenze e convergenze in proposito”.

 

Una parziale marcia indietro sul ruolo di guida politica attribuito ad Onida, Violante e colleghi, obbligata dopo le gelide reazioni venute da tutti i gruppi parlamentari. A mettere i bastoni tra le ruote di Napolitano è stato proprio il segretario del Pd Pierluigi Bersani che, nel corso della conferenza stampa tenutasi ieri nella sede romana del partito: “Siamo in ogni caso il primo partito e dobbiamo avanzare una proposta utile al paese. Per garantire governabilità, cambiamento e corresponsabilità noi pensiamo che un governissimo sarebbe sbagliato e la politica sarebbe chiusa in un fortinoha detto Bersani, aggiungendo poi cheLa destra vuol scegliere il presidente della Repubblica. Ma la strada che vogliamo percorrere noi è un’altra: per il Colle cerchiamo larghissima convergenza”.

Una riproposizione tal quale della strategia del “doppio binario”, dimostratasi già fallimentare durante le consultazioni che il premier incaricato, poi congelato e, infine, rottamato, aveva tenuto negli scorsi giorni. Ma Bersani ha deciso di non mollare l’osso, scatenando l’ovvia reazione negativa dei rivali storici. Nel Pdl tace per il momento Silvio Berlusconi, mentre si sono fatti sentire, eccome, Alfano, Cicchitto e Gasparri. Il segretario Azzurro replica così allo smacchiatore di Bettola: “Quelle del leader pd sono le stesse parole ostinate, chiuse, fuori dalla realtà dei numeri del Parlamento, che l’onorevole Bersani ripete da 36 giorni, cioè dalla chiusura delle urneha ribadito Alfanotempo che la sinistra ha usato solo per occupare le presidenze delle Camere, per impedire ogni dialogo nella direzione della governabilità, e per proporre inutili commissioni per riforme che il Pd ha sempre osteggiato”

Una logorante guerra di posizione, altro che intesa facilitata dal lavoro di soli dieci giorni a cui sono stati chiamati i saggi. Bersani sogna ancora di portarsi a casa il banco, mentre Alfano si lancia con la spada sguainata al grido di “governissimo o muerte”, ovvero un ritorno alle urne già a giugno, anche con la stessa legge elettorale. Sondaggi Swg alla mano, infatti, il Pdl al momento sarebbe in testa. Ma pensare solo a se stessi come fanno Pd e Pdl mentre la barca Italia affonda potrebbe rivelarsi una mossa controproducente.

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