Caso Preiti: Flavio Tosi rilancia l’ipotesi strategia della tensione

L’attentatore di piazza Colonna, Luigi Preiti, si trova agli arresti nel carcere romano di Rebibbia, sorvegliato a vista 24 ore su 24 per paura di un gesto estremo e accusato di tentato omicidio plurimo premeditato, porto, detenzione illegale e uso di arma e munizioni. I magistrati titolari dell’inchiesta, il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani e il pm Antonella Nespola, lo hanno ritenuto in grado di intendere e volere al momento del tentato omicidio dei due carabinieri. Quello di Preiti non è stato il gesto di un folle, dunque, ma l’atto dissennato di una persona disperata ma lucida.

Le motivazioni del modus operandi del 49enne operaio calabrese di Rosarno -separato dalla moglie, con un figlio di 11 anni, rimasto senza lavoro e per questo tornato da Alessandria a casa della madre- sono ancora al vaglio degli inquirenti. Si cerca di capire che cosa ha armato veramente la mano di Preiti e se, dietro di lui, si sia mosso qualcuno che ha saputo premere i tasti giusti della sua disperazione. Al momento, la versione ufficiale abbraccia la tesi del cane sciolto, anche se le indagini spaziano a 360 gradi. Innanzitutto il Ris dei carabinieri sta svolgendo un accertamento tecnico sulla pistola Beretta 7.65 dalla matricola abrasa che Preiti afferma di aver acquistato al “mercato nero” alcuni anni fa.

Gli investigatori vogliono scoprire se quell’arma ha sparato in altri delitti e come Preiti sia riuscito a procurarsela visto che, anche al mercato nero, una pistola non si trova così facilmente sulle bancarelle. Il disoccupato calabrese oggi sosterrà l’interrogatorio di garanzia ma, allo stato dei fatti non sembrano persistere dubbi sul fatto che ad agire sia stato un “esibizionista” la cui rabbia è stata acuita dal fallimento economico e sociale.

 

Un gesto isolato dunque? Non sono ovviamente tutti d’accordo esperti, sociologi, addetti ai lavori e politici. Il sasso nello stagno lo ha lanciato chi meno te lo aspetti. Questa volta non è toccato al solito estremista di sinistra avanzare l’ipotesi della strategia della tensione. Il dubbio cioè che a manovrare la debole mente di Preiti sia stata la solita “manina” interessata a destabilizzare per stabilizzare lo ha messo sul tavolo delle indagini niente di meno che Flavio Tosi, il sindaco leghista-migliorista di Verona, ospite lunedì sera alla trasmissione Quinta Colonna, condotta da Paolo Del Debbio su Rete4. Secondo il rubicondo Tosi “qualcuno potrebbe aver armato la mano di Luigi Preiti per favorire un clima di violenza, oppure per dare la colpa a qualcun altro”.

Ha detto più o meno così Tosi –peraltro nel fragoroso silenzio dello studio, conduttore compreso, che forse non ha colto l’importanza della tesi proposta dal sindaco- avanzando a tentoni sul doppio binario attentato terroristico-strategia della tensione. Un’ipotesi solo di scuola a giudicare dagli elementi raccolti fino a questo momento, ma che lascia pensare, vista la fonte al di sopra di ogni sospetto da cui proviene. Altro che “gesto isolato di un folle” allora. A sentire Tosi, nel migliore dei casi Preiti sarebbe stato l’allievo di qualche cattivo maestro che, con uno sforzo di fantasia, potrebbe essere individuato non certo in Beppe Grillo e nel Movimento “gandhiano” dei 5 Stelle. A voler vedere il bicchiere mezzo vuoto, invece, potrebbe anche essere che i soliti servizi segreti deviati si siano deliberatamente serviti di un disperato per concentrare nuovamente il potere nei Palazzi scossi dalla crisi economica e dalla conseguente rabbia popolare.

Un giochino già visto più volte in passato. E infatti, il primo effetto pratico dell’attentato di domenica è stata l’ulteriore blindatura proprio dei Palazzi del Potere. Da ieri altri dieci metri di transenne dividono Montecitorio da Palazzo Chigi e, durante il voto di fiducia, la zona rossa è stata estesa fino al Pantheon. Una città di Roma quasi in assetto di guerra all’esterno mentre, all’interno, il governo di Enrico Letta riceveva una fiducia “blindata” (453 voti favorevoli) anche dalla paura della piazza che ormai attanaglia i politici della casta. Dopo Preiti, i casi degli insulti a Franceschini, Gasparri, Fassina e Giovanardi assumono una veste più inquietante.

Nasce il governo Letta-Alfano: ecco la squadra dei ministri

Il governo Letta nasce nel segno dell’incertezza e della novità. Alle 15.00 di oggi, come da prassi istituzionale, il presidente del Consiglio incaricato è salito al Quirinale ma, colpo di scena, non ha sciolto subito la riserva e la lista dei ministri è rimasta congelata per alcune drammatiche ore. Panico tra le centinaia di cameraman e giornalisti assiepati nella piazza bagnata dalla pioggia. Enrico Letta si è intrattenuto nell’ufficio privato “La Palazzina” del capo dello Stato per un incontro interlocutorio durato quasi due ore. Troppi i nodi da sciogliere al termine di una estenuante due-giorni di trattative, culminata nel confronto fiume con il gotha del Pdl e con Silvio Berlusconi in persona.

Poi, proprio quando la tensione mediatica cominciava a salire pericolosamente, i giornalisti sono stati invitati a recarsi alle 17.00 nella Loggia d’Onore, situata di fronte al più consueto studio presidenziale “La Vetrata” per presenziare alla tanto attesa conferenza stampa del nuovo presidente del Consiglio. Erano le 17 e 18 quando Letta ha sciolto positivamente la riserva sull’accettazione dell’incarico e ha comunicato ai mass-media la lista dei 21 ministri  concordata con Napolitano che mette finalmente fine al toto-nomi della squadra di governo che ha impazzato in questi ultimi giorni. Molte donne, età media bassa, un giusto mix tra politici e tecnici e spazio anche per qualche mezzo Big. Questa la ricetta proposta da Letta il Giovane per cercare di convincere innanzitutto l’Europa, ma anche i confusi elettori del suo partito e i falchi parlamentari di Pd e Pdl che non credono in un reciproco patto col diavolo.

I nomi forniti dal Pd, azionista di maggioranza di questo anomalo patto di non belligeranza con i rivali del Pdl, sono quelli di Dario Franceschini, ministro dei Rapporti con il parlamento; di Graziano Del Rio, il renziano presidente dell’Anci, ministro per gli Affari Regionali e per le Autonomie; di Josefa Idem, la pluricampionessa olimpionica, ministro dello Sport e delle Pari Opportunità; del Giovane Turco Andrea Orlando, divenuto ministro dell’Ambiente. Nella rosa Pd entra anche Maria Chiara Carrozza, rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, nominata ministro di Istruzione, Università e della ricerca.

Sono 5 i ministri in quota Pdl. Il segretario Angelino Alfano sarà vicepresidente del Consiglio ministro dell’Interno, anche in funzione di contrappeso a Letta; Maurizio Lupi andrà alle Infrastrutture e Trasporti; il “saggio” Gaetano Quagliariello farà il ministro degli Affari Costituzionali; Beatrice Lorenzin sarà ministro della Salute, mentre Nunzia De Girolamo andrà alle Politiche Agricole.

Tre i montiani. Il ciellino ex Pdl Mario Mauro, ben introdotto in Europa, alla Difesa, Anna Maria Cancellieri, dirottata alla Giustizia per far posto ad Alfano, ed Enzo Moavero Milanesi, il fedelissimo di Mario Monti riconfermato agli Affari Europei. Tra i tecnici, Fabrizio Saccomanni, direttore generale di Bankitalia, al ministero chiave dell’Economia;  Enrico Giovannini, presidente dell’Istat,  al Lavoro; Carlo Trigilia alla Coesione Territoriale; alla Semplificazione va Giampiero D’Alia; Sviluppo economico per Flavio Zanonato e poi Massimo Brai e Cecile Kyenge (entrambi del Pd). Altra poltrona di peso, l’ultima della lista, quella degli Affari Esteri, per Emma Bonino. Sottosegretario alla presidenza del Consiglio sarà Filippo Patroni Griffi. Domani il giuramento.

Intanto, sul fronte dell’opposizione al governo di larghe intese imposto da Napolitano, Beppe Grillo parla di “Notte della Repubblica” e scrive sul blog: “..una crisi economica senza precedenti nella storia repubblicana. I responsabili di quella crisi ora si pongono a salvatori della Patria senza alcun senso del pudore”. Il portavoce del M5S denuncia la probabile mancata assegnazione delle commissioni Copasir e Vigilanza Rai che “andranno all’opposizione farlocca della Lega e di Sel, alleati elettorali di pdl e pdmenoelle” e ribatte ai furibondi attacchi di presunti“giornalisti prezzolati” (facendo riferimento anche al caso Giulia Sarti e ai cosiddetti Grilloleaks) arrivando a colpire anche i piani più alti del Palazzo: “Per il M5S solo scherno o silenzio. Anche il silenzio del presidente della Repubblica del quale sono stati distrutti nei giorni scorsi i nastri delle conversazioni con Mancino”.

Il governo Letta ostaggio dell’Imu

Il futuro del governo a guida Enrico Letta è appeso ad un filo chiamato Imu, la famigerata e detestata tassa sugli immobili introdotta dal governo Berlusconi, ma messa a regime da quello Monti. Il Cavaliere non vuole rinunciare ad uno dei punti fondanti del suo programma elettorale. “Se andremo al governo aboliremo l’Imu e restituiremo quanto pagato nel 2012”, aveva giurato Berlusconi, facendo dell’Imu la bandiera della rimonta contro il Pd. E adesso che -con le larghe intese imposte dal presidente bis Giorgio Napolitano– il Pdl ci sta veramente per tornare al governo, occorre capitalizzare le promesse, se non altro per giocare la carta Imu nelle prossime elezioni che, comunque vada, si terranno tra breve.

Complice l’inettitudine politica e l’istinto da harahiri della dirigenza del Partito Democratico, Berlusconi si ritrova ancora una volta con il coltello dalla parte del manico. I sondaggi danno il redivivo Pdl avanti di qualche incollatura rispetto ai rivali allo sfascio (34% contro 27%). Per questo i berluscones, su input del Cavaliere “americano” in visita all’amico George Bush, hanno deciso di alzare la posta in queste ore. Prova ne sono le dichiarazioni rilasciate all’agenzia di stampa Reuters dal capogruppo alla Camera Renato Brunetta: “L’abolizione dell’Imu sulla prima casa e la restituzione di quanto pagato nel 2012 sono per il Pdl una condizione dirimente perché nasca il governo”.

 

Ma le pretese di un rinvigorito centro-destra non si fermano qui. A bloccare l’ascesa a Palazzo Chigi del “nipote di Gianni Letta” (titolo del Fatto Quotidiano) è soprattutto il toto-ministri che si sta svolgendo dietro le quinte. Le pretese sempre più alte di Berlusconi hanno letteralmente congelato il povero Letta. Altro che lo “scongelatevi” gridato a gran voce, e in diretta streaming, da Lettino durante le consultazioni di ieri con il Movimento5Stelle. A congelare le speranze di Letta, e i cuori degli elettori Pd, è l’idea di ritrovarsi Angelino Alfano alla Giustizia, Renato Schifani agli Interni, Maria Stella Gelmini all’Istruzione e il solito trottolino Brunetta all’Economia. Nomi che per l’elettore medio del Pd sono paragonabili a quelli di Matteo Messina Denaro (Interni o Giustizia), Sergio Marchionne (Economia) e alla maestrina dalla penna rossa (la Gelmini) protagonista di Cuore di De Amicis.

Pretese talmente fuori dalla portata da costringere Letta a rilasciare questa dichiarazione: “La discussione con il Pdl è stata la più lunga. Penso che molte ore ci vorranno ancora. Le differenze ancora permangono, ma sono state due ore animate da spirito costruttivo”. Che, tradotto dal linguaggio democristiano inserito nel dna di Letta jr, significa che tra i due contendenti sono volati gli stracci e l’accordo è ancora in alto mare. Intanto bisognerà aspettare il ritorno di Berlusconi dagli States, che ieri ha ribadito la linea dura: “Abbiamo preparato otto disegni di legge che sono ciò che secondo noi è indispensabile e urgente fare”, otto punti sui quali anche il segretario Alfano si è fatto sentire: “Senza l’abolizione all’Imu è come immaginare la partecipazione al governo di una grande forza politica senza mantenere i rapporti di fiducia col proprio elettorato”.

E il Pd? Dalle parti di largo del Nazareno le bocche restano cucite e la confusione regna sovrana. Con uno strepitoso sforzo di fantasia, il partito allo sbando si limita a far uscire qualche nome che, però, proprio non riesce a scongelarli i cuori dei suoi elettori: il vicepresidente del Csm Michele Vietti (ex Dc) alla Giustizia, e il duo Rieccolo (Massimo D’Alema agli Esteri e Giuliano Amato dove capita). Intanto Letta, prima ancora di cominciare il suo lavoro, si ritrova sul tavolo la bocciatura del ministro dell’Economia teutonico Wolfgang Schauble che non ha digerito la menata anti-rigorismo snocciolata dal premier incaricato: “Il problema in Italia è stata l’irritazione dell’economia per i ritardi nel formare il governo. Scaricare sugli altri i propri problemi è comprensibile umanamente, ma è una sciocchezza”. Se il buon giorno si vede dal mattino.

Napolitano nomina Enrico Letta presidente del Consiglio

Dopo la convocazione lampo al Quirinale alle 12 e 30 di oggi, Giorgio Napolitano ha Nominato e non Incaricato Enrico Letta presidente del Consiglio. È proprio il caso di dirlo perché, nonostante la carta costituzionale sia chiara sul meccanismo che porta il capo dello Stato a conferire l’incarico di presidente del Consiglio, questa volta Giorgio Napolitano non si è limitato a designare Enrico Letta, in attesa della necessaria fiducia delle Camere, ma lo ha direttamente nominato capo del governo sotto la minaccia di sciogliere il parlamento e dimettersi in caso di mancata fiducia al premier da lui designato.

Letta l’ha spuntata all’ultimo momento sul favorito della vigilia Giuliano Amato, l’ex braccio destro di Craxi, già due volte (1992 e 2000) presidente del Consiglio. Ma la candidatura da record dell’Amaro Giuliano (Belpietro dixit) a divenire premier della Prima, della Seconda e della Terza Repubblica è stata evidentemente stoppata dai veti incrociati venuti da destra e da sinistra (nonostante Berlusconi avesse espresso il suo favore per il Dottor Sottile). Amato risultava comunque indigesto al Pd, il partito “non vincitore” delle elezioni, andato in frantumi nello spazio di poche ore, ma ancora la forza largamente più rappresentata a Montecitorio (grazie al meccanismo truffaldino del Porcellum di Calderoli).

Stante il benestare del Pdl, disposto a digerire tutto pur di assicurare un lasciapassare giudiziario al Caimano, bisognerà adesso verificare la tenuta del disastrato Partito Democratico. La risposta arriverà comunque in tempi brevi, entro la fine di questa settimana, quando Letta formerà un governo e si recherà a chiedere la fiducia (scontata) delle Camere. Non sarà però scontata la conservazione dell’unità di un partito nato bicefalo (ex Dc ed ex Pci) che non ha mai raggiunto la fisionomia di una socialdemocrazia europea. Gli ex popolari, i centristi e i dalemiani (quelli che hanno votato Marini e i 101 “traditori” che invece non hanno votato Prodi) diventeranno sicuramente lettiani di ferro e alcuni di loro, come detto da un polemico Matteo Orfini, finiranno per “fare i ministri” nel governo di Letta jr.

Chi deciderà di non votare la fiducia ad un governo con ministri berlusconiani (si parla addirittura di un bis della Gelmini all’Istruzione e di un ritorno di Mara Carfagna) si ritroverà automaticamente fuori dal partito, come minacciato più volte da Rosi Bindi, a sua volta dimissionaria dalla presidenza Pd. Un pasticcio che ha gettato nella disperazione milioni di elettori piddini. Non improbabile dunque la nascita di un nuovo soggetto di Sinistra che raccolga intorno alle figure di Barca e Vendola i transfughi di un partito mai nato.

È così che, intorno alla figura bipartisan di Letta il Giovane, prende forma il semi-presidenzialismo all’italiana inaugurato dalla forzatura della prassi costituzionale con cui i partiti della casta, e Napolitano stesso, hanno deciso di rinnovare un settennato presidenziale che i padri costituenti avevano concepito di così lunga durata proprio per evitare derive monarchiche o sudamericane del nostro sistema politico. Obbligato dalla sorda incapacità dei politici di professione, invece, Napolitano suo mal grado (l’ambizione svanisce sulla soglia dei 90 anni) ha accettato di sacrificare gli ultimi anni di vita per il bene del Paese. Queste almeno le sue intenzioni, che rischiano però di trasformarsi in una colossale copertura istituzionale di un “governo dell’inciucio” di una classe dirigente fallimentare che ha portato l’Italia sull’orlo della bancarotta.

Napolitano inaugura il presidenzialismo all’italiana

Il discorso pronunciato di fronte alle Camere riunite da Giorgio Napolitano in occasione del suo secondo insediamento a Palazzo del Quirinale è quanto di più politico un presidente della Repubblica abbia mai recitato di fronte ai Grandi Elettori. In barba alla correttezza istituzionale che vorrebbe l’inquilino del Colle supremo garante degli equilibri costituzionali, Napolitano è stato letteralmente costretto dall’incapacità dei partiti a modificare de facto i dettami della Carta per ergersi al ruolo di primo presidente della Repubblica con poteri esecutivi (e non solo quelli di nominare il premier e sciogliere le Camere).

Già oggi Re Giorgio II –come è stato definito da molti, senza neanche eccessiva enfasi- darà avvio alle consultazioni con i presidenti dei due rami del Parlamento e con le forze politiche. Consultazioni lampo che avranno termine già domani, quando Napolitano incontrerà il Pd, o quello che ne rimane, solo perché la dirigenza Democratica andata in frantumi è stata costretta a convocare d’urgenza una direzione nazionale per stabilire chi dovrà sostituire il dimissionario Bersani nelle trattative per la formazione del governo.

Governo che nascerà intrappolato da una serie di paletti piantati personalmente nel terreno dal 88enne presidente bis. “Sarà un rapido giro di incontri con le rappresentanze parlamentariha reso noto in serata il Quirinale con un comunicatoessenzialmente per verificare ogni eventuale aggiornamento delle posizioni già illustrate nelle precedenti consultazioni per la formazione del nuovo governo”. Una strada stretta, dunque, in cui i partiti della casta dovranno forzatamente infilarsi, ma tracciata chiaramente con il duro discorso pronunciato lunedì. “Negli ultimi anniaveva detto in aula il presidentehanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi. Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005”.

 

Il j’accuse presidenziale inchioda i partiti alla loro disastrosa litigiosità che ha consentito lo sviluppo di “campagne di opinione demolitorie” (il chiaro riferimento è al M5S di Beppe Grillo). Poi, l’attacco violento e diretto contro la “sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco : se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al paese”. Che tradotto dal politichese suona più o meno così: “Se i politici, rivelatisi incapaci, non si accorderanno su un governo che riprenda i punti segnati dalle relazioni dei 10 saggi e riprenderanno con la solita, sterile, litigiosità, non esiterò a sciogliere le Camere”.

Per il momento tutti sembrano accodarsi al volere del presidente. In questo quadro si inseriscono le dichiarazioni dell’ambizioso Matteo Renzi che, secondo indiscrezioni, avrebbe recapitato un’ambasciata al Colle per informare Napolitano di essere disponibile a candidarsi addirittura alla guida del governo. Possibilità goffamente smentita dallo stesso Renzi, ospite lunedì sera del programma di Lilli Gruber 8 e Mezzo: “Non è un’ipotesi adesso in discussione. Non mi pare proprio un’ipotesi in campo in questo momento”. Frase volutamente sibillina che lascia più di un dubbio sulle reali intenzioni del sindaco di Firenze. Dalle parti dei berlusconiani, invece, si fa ancora fatica a trattenere la gioia per il crollo del Pd e il ritorno dalla porta principale nella stanza dei bottoni. “Il governo Napolitano-Berlusconi con la faccia dell’ex craxiano Giuliano Amato nasce da una lezione di politica e matematica figlia della grande storia amendoliana”, ha detto un gongolante Fabrizio Cicchitto che dà per scontata la nomina del Dottor Sottile, soprattutto se sarà il capo della Repubblica Presidenziale italiana, Giorgio Napolitano, ad imporre un suo uomo e un suo programma per Palazzo Chigi. Il povero Hugo Chavez si starà rivoltando nella tomba per l’invidia.

Ipotesi di governo: Letta jr, Amato, Cancellieri o Grasso

Questo pomeriggio l’undicesimo presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, passerà ufficialmente il testimone al suo successore: se stesso. Ma i tempi istituzionali sono strettissimi. Inutile perdersi in cerimonie perché è urgente dare al più presto un governo ad un paese arrabbiato e disorientato. Re Giorgio –che da oggi in poi potrà essere paragonato a Hugo Chavez, Vladimir Putin, Fidel Castro o Alexander Lukashenko– ha fretta di formare il nuovo esecutivo, naturalmente condizionato dalla decisione dell’88enne presidente bis di rompere la consuetudine istituzionale e accettare la seconda salita al Colle.

In questa fase sarà Napolitano ad avere il coltello dalla parte del manico per poter così varare un governo di larghe intese, o di coesione nazionale che, facendo base sulla relazione svolta dai dieci saggi, riesca finalmente a dimostrare una parvenza di stabilità e a varare quantomeno alcune riforme ritenute fondamentali come quelle sul mondo del lavoro (modifica della legge Fornero) che favoriscano la ripresa economica. Il tutto ovviamente mantenendo intatti i buoni rapporti con l’Europa delle banche di Bruxelles. Mission quasi impossible, visto soprattutto il materiale umano presente nei due rami del parlamento. Le consultazioni presidenziali potrebbero cominciare già domani, in concomitanza con la direzione convocata dal gruppo Democratico che dovrà decidere da che parte veleggiare all’indomani delle ignominiose dimissioni del segretario Bersani.

 

Le ipotesi su quale sarà il nome del nuovo premier (con scadenza un anno, dopo il varo della legge elettorale) si fanno via via più affascinanti con il passare delle ore. Il nome più gettonato era stato all’inizio quello di Letta il Giovane, Enrico, incarnazione vivente della voglia di inciucio che aleggia sulla casta in difficoltà. Ma ad impallinare il “Lettino” ci ha pensato Rosi Bindi, la dimissionaria presidente del partito che, evidentemente, vuole togliersi qualche sassolino dalla scarpa nel gioco al massacro che sta portando il Pd verso la scissione. “Non è questo il momento (di Letta ndr)”, ha detto a Repubblica la Bindi, aggiungendo poi di essere contraria alle larghe intese, così come i Giovani Turchi di Fassina e Orfini.

Contrario all’ipotesi Letta, ma non ad un governo con un premier Pd (forse lui stesso), è anche Matteo Renzi che, dopo la resa di Bersani, pugnalato alle spalle da una congiura dalemian-marinian-renziana, questa mattina ha rilasciato una intervista a Repubblica: “Mettiamoci la faccia anche con un nostro premier” ma indicando le priorità a cominciare dall’emergenza lavoro e senza aver paura del popolo del web. Un esecutivo che duri non più di un anno”. La smisurata ambizione di Renzi dovrà però vedersela con il resto del partito non contraria, ad esempio, all’arrivo a Palazzo Chigi del “Dottor  Sottile” Giuliano Amato, peraltro gradito a Napolitano. Il due volte ex premier è dato in queste ore per favorito, affiancato magari da due vicepremier come Letta jr. e Angelino Alfano.

Il governo dell’inciucio imposto da Napolitano non va però proprio giù ad un partito frantumato, diviso tra Renzi, Barca e la vecchia guardia (anche se alcuni retroscenisti parlano di un accordo Renzi-D’Alema). È per questo che il toto-premier si arricchisce ora dopo ora di nuovi protagonisti. Il Pd preferirebbe una soluzione più indolore ed istituzionale come quella rappresentata dal ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, uomo (pardon, donna) adatto al ruolo super partes. Con lei a palazzo Chigi andrebbero a fare i ministri “politici” alcuni dei saggi come Quagliariello, Violante e Mauro. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone anche l’ipotesi Pietro Grasso che mollerebbe lo scranno di Palazzo Madama ad un uomo Pdl per salire un gradino più in alto e sancire così un’inedita solidarietà nazionale. Per chi non ne volesse proprio sapere di governi politici poi, ci sono sempre pronti i nomi dei super tecnici Fabrizio Saccomanni e Ignazio Visco, rappresentanti di un governo Tecnico più Tecnico di quello Monti.

C’era una volta il Pd: Prodi dice addio al Quirinale. Bersani si dimette e chiede aiuto a Napolitano

La cronaca in continuo aggiornamento racconta di un Romano Prodi impallinato da 101 franchi tiratori del Pd e del segretario Bersani deluso fino al punto di annunciare le sue dimissioni a decorrere da “un minuto dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica” e, riportano i retroscena, deciso a chiedere la ricandidatura di Giorgio Napolitano per cercare di salvare il salvabile. Ma quella di venerdì 19 aprile 2013 è stata una delle giornate più incredibili e ricche di tensione della pur travagliata storia repubblicana italiana. Tutto era cominciato di prima mattina, quando l’assemblea dei grandi elettori del Partito Democratico, riunita in quel del teatro Capranica di Roma, aveva nominato per acclamazione, con tanto di alzata di mano, il fondatore del partito, Romano Prodi, nuovo candidato nella corsa verso il Quirinale.

Una mossa utile a ricompattare il partito, uscito già malridotto dalla vicenda Marini, dicevano gli osservatori più attenti. E infatti, mentre sul nome di Marini il partito si era semplicemente spaccato a metà –ma alla luce del sole, con i franchi tiratori sostituiti dai tiratori franchi-, nel caso di Prodi si è assistito alla più classica manovra da Prima Repubblica: ufficialmente tutti entusiasti della candidatura Prodi, ma dietro le quinte già si cominciavano ad affilare i coltelli che hanno prima fatto a fette il professor “mortadella”, finendo poi per infilzare la “musa” presidente del partito Rosy Bindi e l’ormai ex segretario “Cesare” Bersani, trafitto dalle lame dei molti “Bruto” nascosti nel partito. I sospetti si concentrano al momento sull’ambizioso (e gradito a Berlusconi) D’Alema, ma anche il rottamatore Renzi, nonostante l’alibi dell’aperto sostegno a Prodi, potrebbe essere il colpevole.

 

Una svolta drammatica e imprevista che sta facendo gongolare gli storici avversari dei discendenti del Pci. Un regalo gradito soprattutto da Silvio Berlusconi il quale, in poche ore, passa dal terrore per la salita del nemico Prodi al Colle al filotto delle triplici dimissioni Prodi-Bindi-Bersani che segna probabilmente la fine della storia del Partito Democratico così come lo abbiamo conosciuto dal 2008. A fregarsi le mani dalla gioia però c’è anche Beppe Grillo, sottoposto da quasi due mesi al fuoco di fila dei mass-media “amici” di via del Nazareno allo scopo di mettere sotto pressione il M5S, descriverlo come incapace di avanzare proposte concrete e accusarlo di essere l’unico responsabile del fallimento di Bersani, stoppato sulla via di Palazzo Chigi dai capricci grillini.

Adesso che il Pd si è liquefatto nello spazio di 24 ore, Grillo può finalmente vantarsi della tattica, risultata vincente, di non cedere neanche di un millimetro alle avances di “un partito di morti e di zombie” né sul governo, né tantomeno sul nome di Prodi. Nessuno potrà più accusarlo di sfascismo, quando a sfasciarsi è stata una dirigenza Pd talmente incompetente e ripiegata sui propri interessi di bottega da venire pubblicamente ripudiata persino dai suoi elettori. Ma il romanzo del de profundis democratico non finisce certo con la fine ignominiosa dello smacchiatore di Bettola (che avrebbe fatto meglio a dimettersi all’indomani della “non vittoria” elettorale) e con la sparizione dai radar della politica di Prodi (ancora indeciso se rimanere direttamente in Mali dove si trova per conto dell’Europa).

Oggi non c’è tempo per celebrare i funerali del Pd perché c’è ancora un presidente della Repubblica da eleggere. I piddini, ancora sotto shock, voteranno scheda bianca, seguiti più o meno in ordine sparso dagli altri partiti della casta, ora più che mai in corsa per infilare un loro uomo (o donna, Cancellieri o Severino) come garante degli equilibri del prossimo maxi inciucio. Naturalmente i 5Stelle punteranno ancora su Rodotà, imitati dai parlamentari vendoliani, ma con il Pd in pezzi e ben lungi dallo spostarsi a sinistra la marmellata inciucista sembra già servita.

Quirinale: l’assemblea dei grandi elettori Pd candida Prodi all’unanimità

Sarà Romano Prodi il candidato ufficiale del Partito Democratico a partire dalla quarta votazione, prevista nel pomeriggio di oggi a maggioranza semplice e non più dei due terzi dei Grandi Elettori. È questo il risultato prevedibile, ma non scontato, uscito dalla riunione mattutina con cui la dirigenza Pd ha cercato di mettere una pezza al pasticcio combinato ieri con la candidatura al Colle di Franco Marini, subito impallinato dai franchi tiratori. “Sono convinto che il suo nome non provocherà una spaccatura come molti credono”, ha commentato a caldo Dario Franceschini uscendo dalla riunione tenutasi al teatro Capranica.

“Quello che conta è avere una soluzione condivisa da tutto il partito Democratico” ha aggiunto Cesare Damiano. Nel calderone dei commenti a caldo si è gettata anche Rosy Bindi:  “Ci siamo espressi all’unanimità e spero che al momento della quarta votazione possa ricompattarsi tutto il centro-sinistra. Spero che Prodi possa unire il centro-sinistra, ma inviterei il Pdl a riflettere su l’unica possibilità di dialogo in questo paese: Prodi al Quirinale”. Il volto nuovo del Pd Alessandra Moretti, molto vicina a Bersani, sceglie un profilo basso e decide di tuffarsi in un bagno di umiltà dopo la figuraccia targata Marini: “Bisogna avere rispetto per i nostri elettori e condividere le scelte insieme. Oggi è una bella giornata, eleggiamo il nostro presidente della Repubblica.

 

Sembrano volti decisamente più distesi di ieri quelli dei parlamentari piddini usciti dal Capranica, solo poche ore fa assurto al ruolo del teatro lirico di Milano – dove Mussolini nel dicembre 1944 tentò di dare la carica ai ragazzi di Salò nonostante la sconfitta imminente- e oggi divenuto a sorpresa il luogo simbolo della rinascita Pd. O almeno, è questo ciò che sperano Bersani e soci, convinti di aver messo a segno un colpo da ko con la designazione all’unanimità di Romano Prodi come testa d’ariete per abbattere il portone del Quirinale. Ma i giochi non sono ancora fatti. La ritrovata e strombazzata compattezza del Pd dovrà essere verificata dalla prova del voto. E poi, è necessario che sul nome di Prodi, oltre alla pattuglia dei vendoliani di Sel, converga anche parte del M5S, anche attraverso l’uso di franchi tiratori al contrario, che consentano cioè l’elezione del professore di Bologna già dal quarto scrutinio. Dai grillini per il momento è arrivata una risposta univoca: “Si vota Rodotà fino alla fine”.

Tace per il momento Pierluigi Bersani, uscito dal Capranica da una porta sul retro e adesso di nuovo in corsa nella difficile missione di formare un governo. Raccontano i presenti che la conversione di Bersani sul nome di Prodi sia stata accolta con una standing ovation dalla platea del Capranica. E Renzi? Il sindaco di Firenze è giunto nella capitale ieri sera con l’intento, neanche troppo mascherato, di convincere Vendola e i colleghi del Pd a puntare su Sergio Chiamparino, ma il leader di Sel ha risposto picche, così come il resto del Pd che si è ricompattato su Prodi. All’appello delle reazioni alla notizia del nome di Prodi manca solo Silvio Berlusconi il quale, comunque, già nei giorni scorsi, da quel del palco della manifestazione di Bari, aveva espresso chiaramente la sua intenzione di “abbandonare l’Italia” nel caso “il mortadella” fosse diventato il dodicesimo presidente della Repubblica. I giochi non sono ancora fatti, e la riuscita positiva dell’operazione Prodi è tutt’altro che scontata ma, fossimo in Berlusconi, terremo pronte le valigie e caldi i motori del jet privato.

Elettori del Pd in rivolta: Marini non raggiunge il quorum

Franco Marini non ce l’ha fatta ad essere eletto dodicesimo presidente della Repubblica. Il Partito Democratico si è presentato in ordine sparso nell’Aula di Montecitorio e l’ex sindacalista della Cisl è finito inevitabilmente impallinato dai franchi tiratori. Il primo scrutinio, iniziato questa mattina alle 10.00, si è concluso con una fumata nera: 524 voti per Marini, 241 per Rodotà, 104 schede bianche e 121 agli Altri (tra i quali Chiamparino, D’Alema, Bonino e Napolitano).

Il blitz architettato nella tarda serata di mercoledì dal segretario del Pd, Pierluigi Bersani, non ha raggiunto il suo scopo, anzi, il Partito Democratico si è letteralmente liquefatto di fronte all’unica scelta imposta da Bersani: Franco Marini al Quirinale per suggellare con un presidente condiviso il prossimo accordo per un governo di larghe intese Pd-Pdl. È stata proprio la base del partito che fu di Togliatti e Berlinguer a rivoltarsi di fronte alla nomina caduta dall’alto di un esponente politico reduce della Prima repubblica, proprio ora che la Seconda si sta sgretolando sotto ai colpi della crisi economica e della corruzione diffusa e che il popolo italiano si era espresso chiaramente per un cambiamento.

E invece no. Tutto doveva rimanere immutabile. Il grande inciucio con Berlusconi è visto come l’unica strada percorribile dalla nomenklatura piddina e da quella parte di dirigenza ex democristiana (Beppe Fioroni e i cattolici) che non ne ha mai voluto sapere di un accordo con Grillo. Ma questa volta il Pd ha tirato troppo la corda a destra- Rimarranno memorabili le immagini di militanti del partito, più o meno giovani, riuniti in piazza Montecitorio a minacciare di strappare tessere e di votare qualcun altro nel caso fosse passata la linea di Bersani favorevole a Marini. Perché arrivare a spaccare il Pd pur di accontentare il Caimano e ottenere in cambio una cambiale scaduta per guidare un governo poco più che balneare?

 

È questa la domanda ricorrente nell’elettore medio Pd che ha vissuto come un incubo il ventennio di inciucio che ha permesso al Cavaliere di sopravvivere politicamente fino ad oggi, sin dai tempi della Bicamerale di D’Alema. Ora che c’era la possibilità di fare fuori l’odiato Berlusconi (vox populi) ci si è messo anche Bersani –una volta stimato universalmente- a sacrificare persino la propria onorabilità pur di salvare i berlusconiani da un futuro di oblio. Inspiegabile per l’uomo/la donna della strada. Certo è che, di fronte al netto rifiuto di votare Marini, espresso già dalla serata di ieri sia dai renziani che dai parlamentari di Sel di Nichi Vendola, il gruppo bersaniano ha tirato dritto, quasi volesse rendere chiaro l’intento di provocare Matteo Renzi allo scopo di fargli commettere un passo falso: la rottura d’impeto e la conseguente scissione dal Pd.

Una “tattica dell’orticello” con la quale Bersani spera di sopravvivere politicamente ancora qualche mese. Vittoria che sarebbe comunque effimera, perché condizionata dalla necessità dell’appoggio del Pdl al Senato per manifesta mancanza di voti. Impossibile da credere se non fosse vero. Comunque le speranze residue degli elettori Pd sono riposte in un coupe de theatre con il quale il segretario potrebbe rimescolare le carte delle elezioni presidenziali con un candidato rimasto fino ad ora nascosto. L’alternativa sarebbe, a detta di molte anime piddine, la conversione su Stefano Rodotà. Più facile che a Bersani ricrescano i capelli.

Mps: Grillo chiede una commissione di inchiesta

L’ultimo atto della tragedia targata Monte dei Paschi di Siena è il sequestro preventivo di 1,8 miliardi di euro, effettuato nella mattinata di martedì dalla guardia di finanza, in relazione all’accordo con cui, il 9 luglio del 2009, i vertici di Mps e quelli della banca giapponese Nomura rinegoziarono i termini contrattuali del derivato Alexandria. La ristrutturazione del titolo tossico provocò, secondo gli inquirenti, un danno notevole alle casse dell’istituto di Rocca Salimbeni di cui, ovviamente, l’ex presidente Giuseppe Mussari e i suoi sodali Gianluca Baldassarri e Antonio Vigni erano ben consapevoli.

È per questi gravi motivi che i pm senesi si sono spinti ad ipotizzare persino il reato di “usura aggravata in concorso”, praticamente un inedito nella storia giudiziaria italiana, nei confronti della trascorsa dirigenza di Mps, ma anche dell’amministratore delegato della banca d’affari nipponica Nomura, Sadeq Sayeed e il funzionario italiano Raffaele Ricci. Tutti i galantuomini succitati sono indagati al contempo per una sfilza di presunti reati che vanno dalla “truffa pluriaggavata in concorso mediante induzione in errore” all’infedeltà “patrimoniale aggravata in concorso” e alle “false comunicazioni sociali aggravate” (solo i vertici Mps).

 

“D’altro canto, la formidabile e spregiudicata operazione ristrutturatrice pluriennale al centro del procedimento scrivono i magistrati nel decreto di perquisizioneha provocato effetti disastrosi alle casse del terzo gruppo bancario italiano, merita senz’altro una risposta penalistica che sia adeguata alla loro inusitata gravità ed al loro rilevante impatto economico-finanziario, anche per il futuro, sull’intero settore bancario italiano e non solo”. Ragion per cui il trio dei miracoli senese si è visto confiscare circa 14 milioni di euro (2,3 milioni a Mussari; 9,9 milioni a Vigni e 2,2 milioni a Baldassarri). Una somma che però conta quasi come i bruscolini per manager spregiudicati che hanno potuto mettere le mani per anni su ben più consistenti montagne di denaro.

Un buco nero, un pozzo senza fondo, quello rappresentato dall’affaire Mps, che spinge l’opinione pubblica a chiedere misure draconiane per i colpevoli, visto soprattutto il momento di drammatica crisi economica che colpisce l’Uomo Qualunque e non certo i furbetti del Monte. A farsi unico portavoce della mentalità diffusa è il solito Beppe Grillo il quale, da quel di Zoppola in provincia di Pordenone –dove sta tenendo l’ennesima tappa dello Tsunami Tour in vista delle elezioni regionali- ha replicato il suo attacco alla struttura, ritenuta marcia e corrotta, della banca più antica del mondo. “Voglio una commissione di inchiesta su Mps, per cercare chi ha preso i 21 miliardi di euro; questa banca va nazionalizzata”, ha detto il portavoce del M5S, riservando anche una stoccata al Partito Democratico che controllerebbe l’istituto di credito senese dal 1995.

Quello che i magistrati stanno facendo emergere è un quadro di cleptomane delinquenza sconcertante perché, allo scopo di abbellire i bilanci dissipati dalla sconsiderata operazione Antonveneta (16 miliardi di spesa e non 9 come inizialmente ipotizzato), i Mussari boys “concordavano, organizzavano e ponevano in essere una strutturata operazione finanziaria pluriennale dissipativa del patrimonio Mps”. Mentre Nomura si portava a casa plusvalenze da 88 milioni di euro, il trio senese si assicurava la permanenza sulla poltrona grazie alla distribuzione di dividendi agli azionisti e nascondendo la reale e disastrosa situazione contabile legata ai titoli derivati. I dubbi degli inquirenti sul ruolo giocato dalla Fondazione Mps, poi, si trasformano giorno dopo giorno in certezze. Un gioco delle tre carte che è costato a Pierluigi Bersani la non-vittoria alle elezioni politiche e che adesso rischia di affossare un’intera città (il “suicidio” di David Rossi potrebbe essere solo il primo ha detto Grillo).