Bersani fallisce, Renzi ad Amici: Pd verso la spaccatura

Non sono passate che poche ore dal fallimento delle consultazioni affidate dal Capo della Stato, Giorgio Napolitano, al premier incaricato Pierluigi Bersani, segretario del Pd, partito che “non ha vinto le elezioni” con la maggioranza relativa dei voti. Ma nel Partito Democratico i pensieri vanno già oltre la delusione per un mancato ingresso a Palazzo Chigi che tutti gli addetti ai lavori davano per scontato prima delle elezioni del 24 e 25 febbraio. Oggi è il giorno, l’ennesimo, del sindaco di Firenze Matteo Renzi.

Questa sera lo sconfitto delle primarie democratiche dovrebbe partecipare alla registrazione della trasmissione Amici, condotta su Canale5 da Maria De Filippi, che andrà in onda sugli schermi Mediaset il prossimo 6 aprile. Una visita nella tana del lupo Berlusconi, proprio nel momento più difficile per il Pd, a poco più di 24 ore dal botto fragoroso fatto dal volenteroso ma irrimediabilmente malinconico Bersani. Una presenza sulla scena catodica, quella di Renzi, che viene letta sia come una presa di distanza dal gruppo dirigente bersaniano, uscito mazziato dalle consultazioni ma, soprattutto, come la riconquista del palcoscenico mediatico in vista di una prossima, si spera (per lui) fulgida, carriera politica alla guida del Pd e del Paese.

 

Il partito che fu di Berlinguer e Togliatti si trova in uno stato confusionale talmente grave a causa della sberla istituzionale da aver accolto la goliardata renziana con parole ovattate. Uno per tutti, il Giovane Turco fedelissimo del segretario Matteo Orfini: “Se un dirigente del Pd ha l’occasione di andare a una trasmissione come questa e rivolgersi a un pubblico diverso dai talk show politicidice Orfinifa bene ad andarci. Poi spero che dica cose di buon senso. Io la prima edizione di Amici l’ho anche vista tutta”. Parole in libertà che fanno segnare un febbrone da cavallo al termometro della tenuta politica del Pd. Renzi ridotto a fare il piccolo Berlusconi per conquistare il cuore e il voto di quella parte di italiani che, per beata ignoranza, non masticano di politica ma, in compenso, vedono tanta tv spazzatura.

Intanto, Bersani sogna ancora di essere richiamato per incassare, lui che è uno specialista di negazioni, una “non fiducia” al Senato che gli permetta ancora di traghettare il partito verso lidi a tutt’oggi ignoti. Anche perché ieri il vicesegretario Pd, Enrico Letta, uscendo dall’incontro con Napolitano aveva ribadito che “le ampie contrapposizioni rendono non idoneo un gtovernissimo (con il Pdl ndr)”. Un sussulto di inutile orgoglio piddino, seguito da un inchino ai voleri di Napolitano: “Non mancherà il nostro sostegno alle decisioni che prenderà il presidente”. Il riferimento, limpido come acqua di fonte, è ad un governo “di scopo” o “del presidente”. Un inciucio presidenziale invece che di esclusiva pertinentza dei partiti.

Nonostante la bruciante sconfitta, nel Pd pensano di avere ancora il coltello dalla parte del manico perché l’ampia maggioranza numerica nelle due Camere, dovuta alle conseguenze dello scandaloso Porcellum, consente agli ex comunisti di potersi scegliere un nuovo presidente della repubblica di fiducia che possa fare strame delle pretese di immunità giudiziaria avanzate da Berlusconi. Il ricatto al Pdl per il momento non ha funzionato, facendoci rimettere le penne al povero Bersani. L’ipotesi Renzi, invece, diventa sempre più in voga, anche se un passo troppo più lungo della gamba costerebbe una spaccatura insanabile al partito.

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