Trattativa: rinviata la distruzione delle intercettazioni Napolitano-Mancino

La Corte di Cassazione ha dato ragione a Massimo Ciancimino e torto a Giorgio Napolitano. Detta così la notizia sembra incredibile. E invece è stato proprio questo il senso del pronunciamento con il quale la Suprema Corte ha dichiarato ammissibile il ricorso presentato dagli avvocati del figlio di don Vito contro la decisione presa dal gip di Palermo di mandare al macero le 4 intercettazioni telefoniche Mancino-Napolitano, senza sottoporle al contraddittorio tra le parti.

La vicenda è quella nota del processo sulla trattativa Stato-mafia in corso nel capoluogo siciliano dopo che il giudice Piergiorgio Morosini ha deciso di rinviare a giudizio parte della cupola di Cosa Nostra (Riina, Provenzano, Brusca), mettendo gli uomini d’onore fianco a fianco con pezzi dello Stato come i carabinieri Mori, Subranni e De Donno e i politici Dell’Utri, Mancino (falsa testimonianza) e Mannino (rito abbreviato). Anche Massimo Ciancimino è alla sbarra, accusato di concorso esterno e calunnia, ed è proprio per colpa (merito) sua che rischia di crollare il castello degli equilibri istituzionali italiani.

 

Il Quirinale si era affidato all’Avvocatura dello Stato per fare ricorso in Corte Costituzionale contro la pubblicazione delle chiacchierate amichevoli tra il presidente e il vecchio amico, nonché ministro dell’Interno durante il biennio stragista 1992-’93. La Consulta aveva dato ragione al Colle al 100%, se non altro per non creare uno strappo senza precedenti, ma gli avvocati di Ciancimino, Francesca Russo e Roberto D’Agostino, non si sono dati per vinti ed hanno presentato ricorso, sostenendo che il gup Riccardo Ricciardi stesse ledendo il diritto alla difesa, sancito dalla Costituzione, ordinando la distruzione delle intercettazioni senza dare modo alla difesa di valutarne la pertinenza.

Il falò della voce presidenziale, fissato per il 13 marzo prossimo, è adesso sospeso, cassato, è proprio il caso di dirlo, dalla Corte di Cassazione. Anche se molti quotidiani “amici” come Il Tempo continuano ancora a sostenere che la trattativa Stato-mafia sia solo presunta (la sentenza sulla strage di Firenze ha stabilito il contrario), dalle parti del Quirinale non si stanno certo dormendo sonni tranquilli pensando ad un possibile coinvolgimento di Napolitano nelle vicende giudiziarie di Nicola Mancino, il ministro con la memoria corta che non ricordava nemmeno di aver conosciuto Paolo Borsellino. Adesso, gesto di disperazione, i tanti avvocati quirinalizi si appellano all’articolo 137 della Costituzione il quale recita che “contro le decisioni della Corte Costituzionale non è ammessa alcuna impugnazione”. A meno che non vengano lesi, come nel caso presente, i diritti di altri cittadini, anche se antipatici come Ciancimino.

La prossima data da segnare sul calendario sarà dunque quella del 18 aprile, giorno in cui la Sesta sezione penale della Cassazione deciderà se accogliere il ricorso presentato dai legali del figlio dell’ex sindaco di Palermo. Una decisione che, oltre alla scontata reazione negativa dei corazzieri del Colle ha fatto esultare il movimento della Agende Rosse di Salvatore Borsellino, fratello del giudice trucidato in via D’Amelio: “Riteniamo che la decisione della Corte di Cassazione, dopo il decreto di rinvio a giudizio di Morosini, sia un’altra vittoria della Giustizia e di chi vuole vedere applicata, con i fatti e non solo a parole, la nostra Costituzione”. Questione di punti di vista.

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