Bersani fallisce, Renzi ad Amici: Pd verso la spaccatura

Non sono passate che poche ore dal fallimento delle consultazioni affidate dal Capo della Stato, Giorgio Napolitano, al premier incaricato Pierluigi Bersani, segretario del Pd, partito che “non ha vinto le elezioni” con la maggioranza relativa dei voti. Ma nel Partito Democratico i pensieri vanno già oltre la delusione per un mancato ingresso a Palazzo Chigi che tutti gli addetti ai lavori davano per scontato prima delle elezioni del 24 e 25 febbraio. Oggi è il giorno, l’ennesimo, del sindaco di Firenze Matteo Renzi.

Questa sera lo sconfitto delle primarie democratiche dovrebbe partecipare alla registrazione della trasmissione Amici, condotta su Canale5 da Maria De Filippi, che andrà in onda sugli schermi Mediaset il prossimo 6 aprile. Una visita nella tana del lupo Berlusconi, proprio nel momento più difficile per il Pd, a poco più di 24 ore dal botto fragoroso fatto dal volenteroso ma irrimediabilmente malinconico Bersani. Una presenza sulla scena catodica, quella di Renzi, che viene letta sia come una presa di distanza dal gruppo dirigente bersaniano, uscito mazziato dalle consultazioni ma, soprattutto, come la riconquista del palcoscenico mediatico in vista di una prossima, si spera (per lui) fulgida, carriera politica alla guida del Pd e del Paese.

 

Il partito che fu di Berlinguer e Togliatti si trova in uno stato confusionale talmente grave a causa della sberla istituzionale da aver accolto la goliardata renziana con parole ovattate. Uno per tutti, il Giovane Turco fedelissimo del segretario Matteo Orfini: “Se un dirigente del Pd ha l’occasione di andare a una trasmissione come questa e rivolgersi a un pubblico diverso dai talk show politicidice Orfinifa bene ad andarci. Poi spero che dica cose di buon senso. Io la prima edizione di Amici l’ho anche vista tutta”. Parole in libertà che fanno segnare un febbrone da cavallo al termometro della tenuta politica del Pd. Renzi ridotto a fare il piccolo Berlusconi per conquistare il cuore e il voto di quella parte di italiani che, per beata ignoranza, non masticano di politica ma, in compenso, vedono tanta tv spazzatura.

Intanto, Bersani sogna ancora di essere richiamato per incassare, lui che è uno specialista di negazioni, una “non fiducia” al Senato che gli permetta ancora di traghettare il partito verso lidi a tutt’oggi ignoti. Anche perché ieri il vicesegretario Pd, Enrico Letta, uscendo dall’incontro con Napolitano aveva ribadito che “le ampie contrapposizioni rendono non idoneo un gtovernissimo (con il Pdl ndr)”. Un sussulto di inutile orgoglio piddino, seguito da un inchino ai voleri di Napolitano: “Non mancherà il nostro sostegno alle decisioni che prenderà il presidente”. Il riferimento, limpido come acqua di fonte, è ad un governo “di scopo” o “del presidente”. Un inciucio presidenziale invece che di esclusiva pertinentza dei partiti.

Nonostante la bruciante sconfitta, nel Pd pensano di avere ancora il coltello dalla parte del manico perché l’ampia maggioranza numerica nelle due Camere, dovuta alle conseguenze dello scandaloso Porcellum, consente agli ex comunisti di potersi scegliere un nuovo presidente della repubblica di fiducia che possa fare strame delle pretese di immunità giudiziaria avanzate da Berlusconi. Il ricatto al Pdl per il momento non ha funzionato, facendoci rimettere le penne al povero Bersani. L’ipotesi Renzi, invece, diventa sempre più in voga, anche se un passo troppo più lungo della gamba costerebbe una spaccatura insanabile al partito.

Tangenti filobus: Alemanno presto ascoltato in procura

Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, potrebbe essere vicino a dover affrontare guai giudiziari molto seri. L’inchiesta è quella delle presunte tangenti sui filobus pagate nella Capitale ad uno dei bracci destri del primo cittadino: Riccardo Mancini. Al momento Alemanno non risulta nemmeno indagato, ma la procura di Roma ha già fatto sapere di volersi riservare la scelta della data in cui poterlo ascoltare. I sospetti sull’esistenza di un “Sistema Roma” si fanno infatti sempre più concreti, visto che anche il Gip Stefano Aprile -che lunedì scorso aveva firmato l’ordinanza di custodia cautelare per Mancini– ha messo nero su bianco le sue conclusioni secondo le quali “fu Alemanno a garantire al suo strettissimo collaboratore la sua autorevolezza”.

E non solo: Alemanno avrebbe fornito al camerata dei tempi che furono persino le strutture del Comune, consentendo al Mancini di svolgere la sua attività di mediatore e faccendiere potendosi praticamente fregiare del titolo di pubblico ufficiale, pur non possedendone alcun requisito. Se Alemanno dovesse venire chiamato in causa dalla giustizia, il fatto potrebbe significare che l’inchiesta partita dalla fornitura di filobus della Breda Menarini (controllata Finmeccanica) si sta allargando ad altri appalti concessi dal Comune o dalle sue aziende, soprattutto quelli in cui è coinvolta Finmeccanica.

 

Intanto, i legali dell’ex ad di Eur spa, Pierpaolo Dell’Anno e Luciano Moneta Caglio, hanno depositato la richiesta di revoca di custodia cautelare emessa nei confronti del loro assistito. Mancini, infatti, nell’unico interrogatorio fino ad ora sostenuto, risulta essersi sciolto subito la lingua perché avrebbe raccontato al pm Paolo Ielo –coordinatore del lavoro dei finanzieri del nucleo di Polizia Tributaria e dei carabinieri del Ros- di essersi intascato 80 mila euro in contanti, suddivisi in due tranches da 50 e 30 mila. Una collaborazione che secondo i difensori di Mancini varrebbe la libertà, ma che gli inquirenti sospettano possa nascondere notizie più succose.

I guai per Mancini non sembrano però essere finiti perché indiscrezioni di stampa parlano di una caccia aperta al tesoro del faccendiere, nascosto all’estero tra Nizza, Montecarlo e la Svizzera. È lì, al sicuro, che secondo gli inquirenti Mancini avrebbe nascosto il provento dei suoi sporchi affari che, negli anni, lo avrebbero reso un uomo ricco, proprietario di diversi immobili a Roma, in Europa e di un lussuoso yacht ormeggiato in Costa Azzurra. Un’inchiesta che, come si diceva, potrebbe allargarsi a macchia d’olio  perché nella vicenda –oltre ai tre protagonisti accertati Riccardo Mancini, Lorenzo Cola (Finmeccanica) e Marco Iannilli (commercialista)- è spuntato un quarto uomo ad allungare la catena del passaggio illecito di denaro.

E’ lo stesso Cola a raccontare di un viaggio di Iannilli nel 2009 tra la Sardegna, Bologna e Roma allo scopo di consegnare una busta con la tangente non a Mancini, ma ad un non meglio identificato “cognato o cugino” che in realtà, secondo i pm, non sarebbe altri che il terminale della bustarella in diretto contatto con Mancini. È anche per questo che si è fatto largo il sospetto fondato che esista una sorta di “lobby Rome” di cui avrebbero fatto parte i già citati protagonisti, unitamente ad una sfilza di dirigenti ed imprenditori che avrebbero messo le grinfie anche sui lavori (divenuti nel frattempo infiniti) delle nuove linee della metropolitana romana. Qualcuno dovrà rispondere dell’ennesimo scempio di soldi pubblici.

Ignazio Marino propone la depenalizzazione delle droghe leggere

È entrata subito nel vivo la corsa delle primarie del Pd che vedrà il vincitore concorrere per la carica di sindaco di Roma nella tornata elettorale di maggio. A sfidare il ricandidato sindaco uscente Gianni Alemanno sarà il nome che uscirà dalla rosa che comprende David Sassoli -ex giornalista Rai, parlamentare europeo dal 2009 e appoggiato da Franceschini e D’Alema-, Ignazio Marino –senatore già candidato alle primarie nazionali del 2008, appoggiato dal romanissimo Goffredo Bettini ma anche da Sel- e Paolo Gentiloni –ex Margherita e ministro delle Comunicazioni nel governo Prodi 2, dato come renziano-.

Le candidature Pd non finiscono qui perché ai tre big vanno aggiunti i nomi di Patrizia Prestipino, Gemma Azuni e del giovane Mattia Di Tommaso. La corsa verso la vittoria delle primarie è comunque ristretta ai primi tre, anzi, ai primi due, Sassoli e Marino, dati dai bookmakers come favoriti. La bomba a mano che ha dato il via alle ostilità primarie l’ha lanciata il medico Ignazio Marino durante una visita compiuta ieri all’ospedale San Camillo: “Io ho simpatia per i giovani e credo che anche loro ne abbiano per me, perché in passato ho affermato (e lo penso ancora) che bisognerebbe depenalizzare le droghe leggere per eliminare la criminalità a Roma che, in questa città, ruota attorno ad esse”.

Una dichiarazione alla Marco Pannella su un argomento assente da tempo dall’agenda della politica perché considerato ancora un tabù. Un rischio, quello preso da Marino nel voler prendere di petto il problema della tossicodipendenza nella Capitale, perché il mercato della droga è più fiorente che mai e l’ipotesi antiproibizionista è stata da sempre lasciata ai margini dalle figure istituzionali (politica, forze dell’ordine, comunità di recupero come San Patrignano) che si occupano del problema droga. Fatto sta che il medico Marino risulta da sempre impegnato nell’approfondire la tematica della riduzione del danno (vedi il lavoro svolto dai volontari dell’unità di strada Villa Maraini a Tor Bella Monaca) e, soprattutto, quella della depenalizzazione delle droghe leggere per togliere il terreno da sotto ai piedi a spacciatori e trafficanti.

Le malelingue e gli avversari politici hanno letto, forse a ragione, l’iniziativa di Marino come una trovata pubblicitaria per ingraziarsi le simpatie e, soprattutto, il voto delle giovani generazioni romane, non certo estranee al circolo vizioso del consumo di droga legato alla repressione di uso e spaccio da parte delle autorità. Come fermare il mare con le mani. A dare fiato alle tesi dei detrattori è stato lo stesso dottor Marino che ha aggiunto: “Sono assolutamente favorevole a far votare i sedicenni alle primarie. I nostri ragazzi, che vivono in una città complessa come Roma, hanno delle problematiche quotidiane con la loro scuola, i trasporti, con i luoghi dove si incontrano che, talvolta, sono diventati pericolosi. Per questo è giusto che diano il loro voto”. Praticamente una confessione di voler fare un sol boccone del voto giovanile.

Ma la guerra delle primarie Pd non si ferma certo a qualche canna di troppo. Il tandem Marino-Gentiloni si è infatti scagliato contro Sassoli, accusato di aver infranto il codice etico per aver permesso l’affissione di manifesti abusivi. I due ne chiedono addirittura l’esclusione dalle primarie “perché ha mentito ai romani”. Sassoli ha risposto alla Scajola: “Se qualche errore è stato commesso, è stato sicuramente a mia insaputa”. Colpi bassi in vista del 7 aprile.

Bersani congelato. L’ombra di Grillo su Napolitano

Pierluigi Bersani alla fine si è arreso, “ho detto no ad alcune condizioni inaccettabili. Il presidente ha ritenuto di condurre direttamente suoi accertamenti”, ma la sua rimane la scomodissima posizione di premier incaricato e congelato. In questo modo il presidente Napolitano ha voluto mettere in sonno l’ipotesi di un governo targato Bersani, lasciando però al triste e sfortunato segretario del Pd il contentino di un congelamento nella veste di “risorsa della repubblica”. I giochi per Palazzo Chigi, infatti, non sono per nulla chiusi, ma la palla è già passata nelle mani dell’inquilino (con sfratto esecutivo in mano) del Quirinale.

A freddare l’ipotesi Bersani era stato ieri il segretario generale del Colle, Donato Marra, incaricato da Napolitano di informare la stampa che “le consultazioni non sono state risolutive”. Bersani però si dimostra più tenace del previsto e non demorde: “Ho spiegato le ragioni e illustrato gli elementi di comprensione anche positivi attorno ad alcuni punti. Ma ho descritto anche le difficoltà derivate da delle preclusioni o condizioni che non ho ritenuto accettabili”. Ed è proprio a questi quasi invisibili “elementi positivi” che lo smacchiatore di Bettola si attacca per poter dire ancora la sua (il Pd è sempre il partito di maggioranza relativa in parlamento).

 

Oggi è dunque il giorno di Giorgio Napolitano, “sceso in campo” (titolo unanime e poco fantasioso usato da Corriere, Repubblica, Stampa e Messaggero) per dare finalmente un governo all’Italia. Le consultazioni presidenziali in vista di un governo di Scopo, o che dir si voglia, verranno ristrette nell’arco della giornata: dalle 11.00 alle 18.00 tutte le forze politiche parlamentari (basta con Aci e circoli bocciofili) verranno ascoltate e verrà (im)posto loro un nome che scontenti il meno possibile. I primi a varcare la soglia quirinalizia saranno i rappresentanti del Pdl, questa volta con Berlusconi in testa, desideroso di dettare le condizioni degli Azzurri. La passione di Napolitano dovrebbe concludersi dopo le 18.00, quando anche il gelido Bersani verrà sciolto definitivamente.

A riassumere la posizione del Pdl è il pestifero Renato Brunetta: “Bersani ha fallito per colpa sua, dopo aver più volte chiuso la porta in faccia al centrodestra”. La speranza dei berlusconiani è infatti quella che Napolitano riesca a varare un governo di inciucio, altrimenti detto governissimo, che possa garantire Berlusconi dalla tagliola giudiziaria e conceda al centro-destra di mettere bocca sul prossimo nome per il Colle. Ma per Berlusconi e dipendenti fedeli potrebbe non essere tutto rose e fiori. Il pericolo arriva naturalmente da Beppe Grillo e dall’aria di cambiamento che l’entrata del M5S in parlamento ha portato.

Non è detto, infatti, che da queste nuove consultazioni non possa uscire un governo appoggiato dal Pd e dal M5S. Una vera iattura per la carriera politica di Silvio. A mettere i puntini sulle i a 5Stelle è stato il deputato Roberto Fico: “A Napolitano ribadiremo quello che abbiamo già detto nel primo incontro: no ad un governo a guida Bersani”. Ma tra le fila grilline sta montando un malcelato entusiasmo, perché avanza la consapevolezza di poter dare le carte per Palazzo Chigi. Tutto resta legato alla presentabilità dei nomi di governo che Napolitano farà. E se il candidato premier fosse una come Emma Bonino i grillini che farebbero? Intanto Beppe Grillo ha battuto un colpo dal suo blog, proponendo al Pd di votare insieme le leggi su conflitto di interesse, ineleggibilità e frequenze tv senza bisogno di un governo in carica. Berlusconi trema.

M5S: Crimi apre e chiude a un premier scelto da Napolitano

Sarà l’ennesima gaffe, oppure una dichiarazione studiata freddamente a tavolino, fatto sta che Vito Crimi, capogruppo temporaneo al Senato del M5S, ha prima chiuso la porta in faccia in diretta streaming ad un accordo con il Pd su un governo Bersani, salvo poi fare una parziale marcia indietro in serata pronunciando una frase a dir poco sibillina: “Se Napolitano fa un altro nome è tutta un’altra storia. Un nome estraneo ai partiti è bene che il Pd non lo faccia, altrimenti lo brucia. Non voteremo mai un governo targato Pd anche se guidato da una persona terza”. Parole che hanno fatto sobbalzare sulla sedia i dirigenti Democratici.

Il primo a reagire, via twitter, è stato il portavoce del premier incaricato Stefano Di Traglia: “Nel corso delle consultazioni l’ultima provocazione del Movimento 5 Stelle non l’abbiamo sentita. Riguardino la registrazione dello streaming”. E, in effetti, non si può certo affermare che la posizione tenuta da Crimi sia stata univoca nel corso della convulsa giornata di ieri, cominciata con l’incontro faccia a faccia, e in mondovisione, tra Bersani e il duo Crimi-Lombardi. “Appoggiare un governo Bersaniaveva detto Crimivorrebbe dire dare una fiducia in bianco, un atto forte in cui si danno le condizioni per la costruzione di una maggioranza stabile. Noi, anche per il mandato che ci hanno dato gli elettori non ce la sentiamo davvero di poterci fidare. Vogliamo le prove”.

 

Parole in perfetta linea di coerenza con le intenzioni espresse a più riprese da Grillo e dal Movimento. Crimi aveva poi puntualizzato lo schema con cui il M5S si muoverà in parlamento: “Se la politica del Pd è di cambiamento, noi siamo pronti a dare un appoggio su singoli provvedimenti”. Logico che il passo di lato compiuto in serata dovesse scatenare le più inconfessabili voglie di inciucio nel Pd. Un putiferio politico dunque, l’ennesimo, a cui il gaffeur Vito Crimi ha dovuto mettere la solita pezza di smentite più o meno ufficiali. Il dietrofront arriva da facebook: “Leggo da alcune agenzie e da alcune testate online che avrei subordinato la trattativa per la formazione di un nuovo governo all’esclusione di Bersani. Preciso che l’affermazione ‘Se Napolitano fa un altro nome è tutta un’altra storia’ è stata estrapolata dopo la consueta raffica di domande a cascata dei giornalisti, e si deve intendere nel senso di ‘tutto un altro percorso istituzionale”.

Un perfetto politichese, non c’è che dire. Crimi sta imparando in fretta il mestiere di politico. L’aggiustamento di tiro viene poi completato dalla riproposizione di un governo a 5Stelle come unica soluzione alla crisi economica e sistemica: “Se il Presidente Napolitano non dovesse infatti assegnare a Bersani l’incarico di formare un nuovo governo, il percorso delle consultazioni riprenderebbe il suo iter, nel quale il Movimento Cinque Stelle si assumerà la sua responsabilità politica, proponendosi direttamente –conclude Crimi– per l’incarico di formare una squadra composta da nominativi nuovi, in grado di avere il sostegno della maggioranza e dunque la possibilità e l’onore di proporsi per la guida del Paese”. Niente governo del presidente dunque e, soprattutto, nessun appoggio in bianco ad un governo targato Bersani il quale, povero lui, tra poche ore salirà al Colle per riferire sui risultati delle consultazioni.

La lettera di Gamberale raffredda l’inceneritore di Parma

Nuovo colpo di scena nella vicenda dell’ inceneritore di Parma che adesso rischia la chiusura a causa di una lettera. Era il 1 marzo scorso quando la società Iren Ambiente, gestore anche del contestato inceneritore, comunicava con una nota la partenza ufficiale della fase preliminare del Polo Integrato Ambientale (PAI) parmense di cui fa parte anche l’inceneritore che, per il momento, brucia solo gas metano, ma dovrebbe entrare a pieno regime entro il primo di aprile. Ma l’accensione dell’inceneritore nel pieno delle sue funzioni rischia di essere un pesce d’aprile. A riaprire la partita sull’utilità e la possibile chiusura del bruciatore di immondizia è un nome non certo nuovo per le cronache giudiziarie italiane: Vito Gamberale.

Il manager fregiato all’epoca con il titolo di “Don” è lo stesso Vito Gamberale arrestato negli anni ’90 con l’accusa di abuso di ufficio quando lavorava per il gruppo Telecom Italia. La vicenda venne derubricata ad “errore giudiziario” a seguito dell’assoluzione con formula piena di Gamberale, assurto addirittura al ruolo di vittima innocente del ciclone Tangentopoli. Chiusa quella triste storia con tanto di risarcimento d’oro, Don Vito ha potuto continuare nel mestiere di manager fino ad arrivare a ricoprire il ruolo di amministratore delegato di F2i, il fondo controllato dalla Cassa e Depositi e Prestiti, entrato in affari con Iren Ambiente proprio per gestire il PAI e l’inceneritore.

 

Adesso, con una lettera vergata di proprio pugno, datata 22 febbraio 2013 e pubblicata dal Fatto Quotidiano, Gamberale mette in dubbio la prosecuzione del rapporto di lavoro tra le due società a causa dei possibili guai giudiziari pendenti sul capo di Iren e non certo per la preoccupazione dei possibili danni ambientali legati all’incenerimento dei rifiuti indifferenziati. Scrive Gamberale: “Come noto, l’intervenuto avvio del procedimento penale in relazione a presunti illeciti connessi alla progettazione e alla costruzione del PAI ha comportato l’integrazione e la modifica della struttura dell’accordo di investimento di F2i”. In pratica, la Cassa Depositi e Prestiti dichiara di voler attendere la sentenza del tribunale prima di gettarsi a capofitto in un affare che potrebbe essere pregiudicato dalla confisca o dalla demolizione dell’inceneritore.

“I penalisti di entrambe le parti –continua la missiva- ribadiscono, quindi, l’impossibilità attuale di escludere uno sviluppo della vicenda processuale con aggravarsi della impostazione accusatoria”. La chiusura di Gamberale non lascia spazio ad interpretazioni: “Allo stato, fino a quando non sarà delineata con chiarezza la risoluzione delle criticità relative al PAI, si ritiene opportuno, nell’interesse di entrambe le parti, sospendere l’investimento in IAM (l’inceneritore ndr)”.

Inceneritore addio? Per il momento non c’è nulla di certo. E, infatti, il sindaco a 5Stelle di Parma Federico Pizzarotti -che in passato si era speso insieme al Movimento per la non apertura dell’impianto, giudicato dannoso per l’ambiente ed economicamente controproducente- non si è lasciato andare a facili entusiasmi: “Queste sono altre notizie che vanno nella direzione di confermare che forse per quanto riguarda l’inceneritore non tutto è stato fatto correttamente. E quindi se la Procura e il Tribunale hanno dato queste loro indicazioni, evidentemente i sospetti non sono infondati”. Il suo assessore all’Ambiente, Gabriele Folli, si è spinto un po’ più in là, chiedendo di procedere con un’interrogazione parlamentare a 5Stelle. La risposta dei parlamentari grillini non si è fatta attendere, prendendo forma in una interrogazione a risposta scritta –primi firmatari Maria Mussini, Michela Montevecchi, Elisa Bulgarelli, Adele Gambaro e altri- con la quale si farà presente al governo la dannosa inutilità di un sistema di smaltimento dei rifiuti ormai vecchio di qualche secolo.

Nomi da Prima Repubblica in corsa per il Quirinale

Il 15 aprile avrà inizio l’iter che porterà all’elezione del nuovo presidente della Repubblica italiana. Al momento, l’unica certezza è che non c’è un nome certo per il Quirinale. Anzi, il toto-nomi impazza ormai da più di un mese, legato a doppio filo alle trattative sulla nascita del nuovo governo portate avanti dal premier incaricato Pierluigi Bersani. Se ci si dovesse attenere esclusivamente alle fredde cifre, al Pd -uscito vincitore, se pur di misura, dalla tornata elettorale- mancherebbero solo 9 voti dalla quarta votazione in poi per eleggersi un inquilino del Colle di sua fiducia, ma la sinistra pigliatutto deve fare i conti con Berlusconi, piazzato ancora in una buona posizione contrattuale.

Al momento, non si registrano incontri ufficiali sull’argomento, ma sono i soliti pontieri a snocciolare qualche nome, soprattutto per far contenti i famelici giornalisti. Anche Angelino Alfano, il segretario Pdl “senza quid”, si è fatto sentire per ribadire il binario unico su cui si muove il partito berlusconiano: “Con l’accordo sul Quirinale via libera a Bersani”. Il Cavaliere vuole il Colle più alto per uno dei suoi o, quantomeno, per una personalità “di garanzia” che tuteli la sua persona da processi e condanne, e non ne fa certo mistero. Bersani, dal canto suo, cerca di gettare acqua sul fuoco: “L’elezione del presidente della Repubblica deve essere più larga possibile, cercando la condivisione”.

 

“Condivisione” che al momento sembra più una parolaccia che una prospettiva realizzabile. Ma veniamo al toto-nomi. Il primo della lista berlusconiana resta sempre Napolitano, che andrebbe riconfermato anche mummificato dopo il salvacondotto con scadenza 15 aprile concesso al Cavaliere. Le alternative più gettonate sono Lamberto Dini, Franco Marini, Pierluigi Castagnetti, Beppe Pisanu, Sergio Mattarella, Antonio Martino e Giuliano Amato, una serie di nomi da Prima Repubblica che, solo a nominarli, fa venire l’allergia a causa della polvere. Intanto Giulio Andreotti ha fatto sapere che ci sta pensando, mentre Aldo Moro per le note vicissitudini storiche, e Fanfani e Rumor per ovvi motivi anagrafici, rimangono in forte dubbio.

Una rosa di nomi che, per accontentare la casta, finirebbe per mandare su tutte le furie il popolo italiano. In questa collezione di nuovi e vecchi mostri non vanno dimenticati i due cavalli di battaglia del Cavaliere, Gianni Letta e Massimo D’Alema, talmente impresentabili però da dover essere prima travestiti da Napolitano o da Pertini. La prima soluzione bersaniana era invece, con una fantasia che rasenta lo zero assoluto, Romano Prodi, il professore di Bologna talmente odiato da Berlusconi da venir spacciato come “gradito” ai grillini che, se potessero, lo prenderebbero a mortadellate sugli occhiali.

Tra i papabili quirinalizi benvoluti dal Movimento5Stelle di Beppe Grillo (sempre secondo Pd e giornali al seguito) ci sarebbero poi i costituzionalisti Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky, nonché la pasionaria delle primarie Pd, Laura Puppato, convertitasi sulla via del No Tav. Una situazione talmente ingarbugliata da convincere molti commentatori a non puntare su nessuno dei nomi, q uasi tutti impresentabili, venuti alla ribalta in questi giorni. Si cerca un outsider.

Tangenti filobus Roma: Alemanno scarica Mancini

“L’arresto di Mancini non compromette la mia candidatura al Campidoglio. Non ho avvisi di garanzia”. Così il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha commentato la vicenda dell’arresto di Riccardo Mancini, l’ex amministratore delegato della Eur spa, finito a Regina Coeli con l’accusa di concussione e corruzione nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte tangenti che il manager avrebbe intascato per l’appalto relativo alla fornitura di 45 filobus all’amministrazione capitolina. Una mazzetta da 500 mila euro, parte cospicua di un fondo nero da 850 mila euro costituito da Roberto Ceraudo, all’epoca ad di Breda Menarini, la controllata Finmeccanica che aveva ottenuto l’appalto per la fornitura dei filobus.

Il ruolo di Mancini era quello di cerniera tuttofare per conto dell’amministrazione di Roma Capitale, pur non avendo alcun titolo per ricoprirlo. O almeno, è questa l’idea che si sono fatti i pm romani che indagano sul caso che, infatti, nell’ordinanza di arresto definiscono Mancini “il braccio destro del sindaco”. Accuse pesanti per Alemanno che, a tre mesi dalle elezioni comunali, rischiano di mettere fuori dai giochi il sindaco con la celtica. Ad oggi i filobus risultano marcire in qualche deposito, mentre il “corridoio della mobilità” di via Laurentina si è trasformato già nell’ennesimo mostro incompiuto. Mancini, intanto, tiene la bocca cucita e si avvale della facoltà di non rispondere, ma vedere il cielo a scacchi presto potrebbe indurlo a vuotare il sacco.

 

Proprio una brutta tegola per Alemanno il quale, all’inizio del suo mandato, aveva promesso di liberare Roma dalle lobby di potere, ma sta finendo affogato in un mare di sospetti anche per la Parentopoli messa in piedi per favorire amici e famigli nelle controllate comunali Atac e Acea. A spiegare il meccanismo di funzionamento del giro di bustarelle è proprio Ceraudo, durante l’interrogatorio del 25 febbraio scorso: “Iannilli mi disse che quei soldi erano destinati a una lobby politica, che in quel momento comandava a Roma, con chiaro riferimento alla destra politica. Non escludo di avergli dato come indicazione, per tale ragione, l’area politica di Alemanno (si riferisce all’altro indagato Edoardo D’Incà Levis, ndr) anche se la persona di Alemanno come destinatario personale della somma non l’ho mai indicata”.

Marco Iannilli è il chiacchierato e già indagato manager con delle buone entrature in Finmeccanica, la controllante di Breda Menarini, e interessi nel mondo del calcio a 5 romano, che avrebbe fatto da ponte all’operazione filobus per conto di Lorenzo Cola. “Dopo qualche giorno mi chiamò Iannilliracconta la gola profonda Ceraudoche prima non conoscevo, mi disse che telefonava a seguito di indicazioni che aveva avuto da Cola e mi chiese un incontro. Lo incontrai a Roma, all’Hotel Excelsior ed egli mi disse subito che occorreva versargli dei soldi, anche se non mi disse per quali ragioni e a chi destinati”.

Secondo Ceraudo erano coinvolti “nell’affare” anche i vertici di Finmeccanica Lorenzo Borgogni e Pierfrancesco Guarguaglini, che avrebbero spinto per pagare la mazzetta “a prescindere”, nonostante l’appalto fosse già stato vinto. È per questo che gli inquirenti si sono convinti di trovarsi di fronte ad un Sistema di cui anche Alemanno potrebbe far parte. A dimostrarlo sarebbero alcune intercettazioni telefoniche. Il 29 settembre 2012, a dieci giorni dall’ingresso della Finanza nella sede di Eur spa, un nervosissimo Alemanno chiama Mancini: “Il giorno dopo quel casino…non si poteva evitare? Perché non m’hai chiamato? Che siete cretini tutti, io non ho parole, ma che cazzo c’avete nel cervello?”. Ma di “chiacchierate” che potrebbero mettere nei guai Alemanno ce ne sono altre. Nuovi avvisi di garanzia in vista.

Consultazioni con i partiti: il doppio binario di Bersani

Comincia questa mattina la due-giorni che sarà decisiva per le sorti della carriera politica di Pierluigi Bersani, ma anche per il destino di un paese avvitato intorno alla crisi economica del capitalismo. Dopo aver incontrato le parti sociali (sindacati, Confindustria e associazioni di categoria), compreso l’Automobil Club dal quale, certamente, il premier incaricato non riuscirà ad ottenere i voti che gli servono al Senato, oggi Bersani ha convocato a Montecitorio le forze politiche presenti in Parlamento.

Il programma degli incontri è molto fitto e comincerà alle 10.00 con i rappresentanti della minoranza linguistica della Val d’Aosta, per poi proseguire alle 10,30 con il Gruppo Misto del Senato e alle 11 con una delegazione del Psi. Alle 13.15 sarà il turno della delegazione della Conferenza dei presidenti di Regione a cui farà seguito, alle 15.30, l’incontro con il gruppo Grandi Autonomie e Libertà, sorto da una costola del Pdl mescolata con un po’ di Grande Sud e Lega Nord in funzione, forse, di stampella da Prima repubblica al governo Bersani. Alle 16.15 poi, i giochi si faranno seri perché arriverà la delegazione congiunta Pdl-Lega, insieme per fugare i dubbi di un tradimento dei barbari sognanti e di un appoggio a Bersani in cambio di qualche legge autonomista.

 

La lunga e dolorosa giornata di Bersani si concluderà alle 17.45, un tramonto con Monti, quando l’Incaricato incontrerà la rappresentanza dei centristi di Scelta Civica, pronta all’accordo ma avida di poltrone come il suo fondatore. Domani, invece, sarà il giorno del Movimento5Stelle di Beppe Grillo. Il duello con il Bersani di governo è previsto per la mattinata e verrà trasmesso in diretta streaming dopo che la richiesta dei grillini è stata accettata dalla dirigenza Pd, costretta ad un lifting di modernità per inseguire parlamentari ed elettorato a 5Stelle. Al termine di quella che si annuncia come una via crucis, giovedì Bersani salirà nuovamente al Quirinale per riferire al Capo dello Stato i risultati delle consultazioni e, soprattutto, se sia stata individuata una maggioranza certa.

Eventualità che, al momento, si prospetta più come una lontana ipotesi che come una concreta possibilità di uscire dall’impasse istituzionale. La sua mission impossible Bersani l’ha ribadita ieri sera a Roma, durante la direzione nazionale del partito alla quale, per ovvi motivi di opportunità, non ha partecipato il rivale interno Matteo Renzi. “Noi non chiediamo a nessuno l’impossibileha detto il segretario premierChiederemo a Scelta civica di avere un’intesa e alle altre forze che hanno minore responsabilità di non impedire questa soluzione. Diremo a tutti, in consapevolezza e senza mettere le dita negli occhi a nessuno, di abbandonare posizioni propagandistiche”.

La tattica di Bersani è ormai nota: seguire un doppio binario per ottenere un governo dalla maggioranza più ristretta (magari appoggiato dal M5S) e, al contempo, accontentare i nemici berlusconiani attraverso un accordo sulle riforme istituzionali e, magari, anche sull’elezione del presidente delle Repubblica. “Chiediamo a Pdl-Lega di uscire da ambiti che sono un cascame della campagna elettoraleha continuato Bersanie chiediamo al M5S, in un momento decisivo per il Paese, se vogliono essere una comunità segregata o una forza politica che si prende qualche responsabilità nei limiti in cui può prendersela”. In pratica, come chiedere alla volpe di fare la guardia al pollaio e al lupo di diventare vegetariano. Ma Bersani continua inspiegabilmente a tirare diritto, quasi avesse un asso nella manica, un’arma di ricatto, un’offerta che non si può rifiutare. Una speranza della base Pd più che una fantomatica arma di distruzione di massa. Bersani rischia di finire come Hitler: suicida nel suo bunker circondato dal nemico.

Stasera a Piazzapulita. Solo virtuale il duello Grasso-Travaglio

La notizia è ufficiale: il duello rusticano che avrebbe dovuto tenersi in diretta sugli schermi di La7 tra il presidente del Senato Pietro Grasso ed il giornalista Marco Travaglio non si farà. Gli spettatori più sognatori dovranno dunque togliersi dalla testa l’atmosfera romantica e cavalleresca di un incontro all’alba nei pressi del convento delle Carmelitane Scalze, per adattarsi ad un molto più prosaico botta e risposta a debita distanza. Ieri il conduttore di Piazzapulita, Corrado Formigli, spalleggiato da un comunicato ufficiale della rete, ha confermato la scaletta della trasmissione che andrà in onda questa sera: Pietro Grasso ci sarà, Travaglio invece no.

La firma di punta del Fatto Quotidiano, nonché storico collaboratore del programma condotto da Michele Santoro, Servizio Pubblico, ha rifiutato di “esibirsi” di fronte alla platea del collega Formigli. La sua posizione era chiara sin da giovedì sera (“il duello con Grasso solo da Santoro”), giorno della proditoria telefonata fatta in diretta nello studio santoriano proprio dall’ex magistrato anti-mafia, sentitosi messo sotto accusa dalle “insinuazioni” fatte carte alla mano da Travaglio nel corso della serata (ripetute comunque da anni). Grasso stasera ci sarà, ma il duello virtuale con Travaglio si è trasferito all’interno di La7 a causa della pasticciata gestione del caso da parte del direttore di rete Paolo Ruffini (ex di Rai3).

Santoro e Travaglio si sono sentiti scavalcati dalla direzione nel loro diritto di ospitare la replica di Grasso negli stessi studi da dove erano partiti gli attacchi (questione anche di audience). Ruffini però ha tirato dritto per la sua strada, forte della preferenza accordata da Grasso allo schema giornalistico del più addomesticato Formigli. Ha scritto Travaglio: “Continuo a sperare che il confronto con Grasso si faccia in un luogo concordato da entrambi. Ruffini si è accordato alle mie spalle con Formigli e con Grasso per bypassare Servizio Pubblico”. Accuse gravi e circostanziate che hanno scatenato la reazione degli interessati. La replica di Formigli è arrivata via facebook: “La ricostruzione di Travaglio sul confronto con Piero Grasso a Piazza Pulita è falsa. È vero che ho inviato a Travaglio un sms per invitarlo a Piazzapulita. L’ho fatto dopo averlo chiamato al cellulare inutilmente per due volte, e per due volte lui ha chiuso la comunicazione. L’idea che il direttore di La7 Paolo Ruffini si sia accordato “alle sue spalle” con me e Grasso è semplicemente ridicola”.

Un duello giornalistico senza precedenti, altro che Grasso-Travaglio, che denota però l’assenza di una linea editoriale e direzionale da quando la tv di proprietà di Telecom Italia è passata nelle mani dell’editore, presidente del Torino calcio, Urbano Cairo. Una triste storia di televisione in cui tutti hanno un po’ di colpa. Travaglio perché, nonostante le indubbie ragioni sul diritto di Santoro a fare il boom di ascolti, non riesce proprio a liberarsi della proverbiale e odiosa spocchia. Formigli, che si è riproposto nei panni dello sciacallo, pronto a tutto pur di azzannare qualche carcassa televisiva. Ruffini e La7 perché si sono dimostrati incapaci di gestire un’opportunità editoriale, trasformandola in un’indegna gazzarra tra compagni della stessa squadra. Grasso, infine, perché la crisi di nervi mostrata in diretta telefonica non rappresenta un buon viatico per chi vorrebbe fare il doppio salto mortale dalla magistratura, al Senato e alla presidenza del Consiglio. Ad ogni modo sarà lo share l’unico giudice delle ragioni di Formigli e del duello ormai solo virtuale tra Grasso e Travaglio.