Il debito di 200 Mln del Pd con le banche italiane

Lo scoperto nei confronti dei principali istituti di credito italiani, Monte dei Paschi escluso, si aggira intorno ai 200 milioni di euro. Sarebbe questo l’ammontare del debito che il Partito Democratico, per la precisione i Ds (i Democratici di Sinistra ancora vivi e vegeti come la Margherita di Lusi e Rutelli) ha contratto. Unicredit, Banca Intesa, Efibanca ed altre banche stanno spingendo per recuperare le cifre a loro spettanti, Colpa di questa maledetta crisi economica che sta svuotando anche le casse di chi i soldi dovrebbe averli sempre, per definizione, e adesso li cerca chiedendo di annullare le donazioni con cui i Ds sono riusciti ad occultare il loro sconfinato patrimonio immobiliare.

“E che problema c’è? Pagherà lo Stato”. Così ha glissato sulla questione lo storico tesoriere del partito, fu comunista, Ugo Sposetti, intervistato dal Fatto Quotidiano, che non ci pensa nemmeno a scucire di tasca propria il maltolto. Sposetti ha dalla sua parte la legge, questa volta scritta ad partitum anziché ad personam. Se le banche, infatti, non dovessero riuscire a mettere le mani su quegli immobili, scatterebbe subito una provvidenziale legge –varata il 14 luglio 1998 dal governo Prodi e poi ritoccata nel febbraio 2000 quando Massimo D’Alema aveva già sostituito il Professore a Palazzo Chigi- che allarga a tutti i “soggetti diversi dalle imprese editrici concessionarie” la possibilità di attingere ad un fondo salva-giornali. In pratica pagherebbe Pantalone.

 

L’incubo per il Pd è cominciato il 24 giugno 2012 quando Unicredit ha presentato un decreto ingiuntivo al Tribunale civile di Roma con il quale spera di recuperare i 29 milioni più interessi che i Ds dovrebbero restituirgli. Poveri D’Alema e Sposetti, memori dei bei tempi andati quando Banca di Roma dell’amico Cesare Geronzi non diceva mai di no e quando la stessa Unicredit era capitanata dal malleabile Alessandro Profumo. Ora il nuovo presidente, Federico Ghizzoni, ha deciso di stringere i cordoni della borsa, così come hanno fatto Efibanca, creditrice per 24 milioni, e Banca Intesa, a cui ne spettano quasi 14. Una situazione in apparenza drammatica, ma alla quale Sposetti ha potuto ribattere con ascetica serenità: “Lunga vita ai debitori”.

Lo scaltro Sposetti, tesoriere buon per ogni stagione, sa di poter contare sul paracadute della legge Prodi-D’Alema e sulla furbata di aver intestato tutto il patrimonio immobiliare a bocciofile e centri anziani “amici” con la scusa delle donazioni. Per ora le “povere” banche sono riuscite a pignorare solo 30 mln di rimborsi elettorali, rendendo palese il perché i dirigenti Pd si sono tanto opposti alla soppressione dei rimborsi elettorali ai partiti. Questione di debiti. Il giochino che nel 2007 ha permesso a Ds e Margherita di fondersi nel Pd, ma rimanendo in vita al solo scopo di drenare denaro pubblico, adesso ha smesso di funzionare. Di Lusi in galera, pardon, in convento, si è già trattato più volte, mentre delle trame architettate da Sposetti fino al 2009 per sottrarre i denari ai legittimi proprietari presto potrebbero interessarsi i magistrati romani.

Un problema in più per la banda Sposetti-Fassino-D’Alema è Antonio Corvasce, avvocato di Barletta che sostiene di essere il vero presidente dei Ds. La querelle giudiziaria tra Corvasce e il Pd va avanti dal 2008, quando l’azzeccagarbugli pugliese sosteneva che “lo statuto dei Ds vieta la doppia tessera, chi si iscrive a un altro partito (il Pd ndr) si mette fuori”. Ragionamento che non fa una grinza e che presto potrebbe trovare persino una soddisfazione giudiziaria, finora negata a Corvasce. Oltre al Pd, dunque, esistono ancora non uno ma ben due partiti dei Ds. Peccato che alla moltiplicazione dei partiti corrisponda una identica diminuzione delle speranze delle banche di ottenere i loro soldi.

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