Omicidio Dalla Chiesa: in un video Rai la valigetta scomparsa

L’attenzione sul misterioso caso dell’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e della giovane moglie Emanuela Setti Carraro, avvenuto a Palermo il 3 settembre 1982, si era già ridestata da qualche giorno, quando il pm palermitano Nino Di Matteo aveva ricevuto la solita lettera anonima, un classico della letteratura dei molti Misteri italiani, nella quale lo sconosciuto autore riferiva che “un ufficiale dei carabinieri ha portato via quella borsa, che conteneva dei documenti”. La borsa in questione è quella descritta per l’ennesima volta la settimana scorsa dal figlio del generale, Nando Dalla Chiesa: “Mio padre non si separava mai da una valigetta di pelle marrone, senza manico. Dopo la sua morte, non l’abbiamo più trovata. Pensavano che fosse andata persa nel trambusto di quei giorni. Evidentemente, non era così”.

Adesso l’inchiesta sta subendo ufficialmente un’accelerazione perché quella borsa è ricomparsa. Non nelle mani dei magistrati della Dia o di qualcun altro, ma in un video custodito nelle teche della Rai che avrebbe ripreso, ma il condizionale è ancora d’obbligo, un ufficiale dell’Arma che tiene sotto il braccio un borsello molto simile a quello descritto da Nando. Per il momento ai media è stato fornito solo un fotogramma, sfocato e incerto, ma pm ed inquirenti credono di aver imboccato finalmente la pista giusta.

 

Ieri è stato subito convocato in procura, come persona informata sui fatti, proprio Nando Dalla Chiesa, probabilmente per confermare quanto già dichiarato e, forse, per visionare il filmato incriminato. Comunque, per il momento, nulla trapela dalla procura palermitana. Secondo l’anonimo corvo, autore della missiva, in quella valigetta erano contenuti dei documenti riservati su alcune indagini scottanti che il generale stava portando avanti. Di quali indagini si tratti starà ai magistrati scoprirlo; fatto sta che, fino ad oggi, le attenzioni investigative erano tutte incentrate solo sulla cassaforte situata nell’abitazione del da poco nominato prefetto di Palermo. Negli anni ’80 era stato proprio il pool di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a indagare sulla presunta sparizione d importanti documenti proprio da quella cassaforte.

Adesso, invece, si viene a sapere che il contenuto della borsa di pelle era forse più scottante di tutto il resto. Una storia fitta di misteri che sembra ricalcare in parte la drammatica vicenda del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione dei 5 uomini della sua scorta da parte della “geometrica potenza” delle Brigate Rosse il 16 marzo 1978. La querelle sulle borse di Moro continua ancora oggi, a distanza di 35 anni, alimentata soprattutto dal doppio ritrovamento, nel 1978 prima e nel 1990 poi, dei documenti manoscritti del politico Dc nel covo Br di via Monte Nevoso 8 a Milano. Anche per quanto riguarda la strage di via D’Amelio, poi, in cui furono fatti a pezzi Borsellino e i suoi angeli custodi, non si è mai smesso di cercare la famosa Agenda Rossa, divenuta simbolo dell’omonima associazione presieduta da Salvatore Borsellino, fratello di Paolo.

Ma di documenti spariti e dossier volatilizzati è piena la storia giudiziaria italiana. Di depistaggi invece, neanche a parlarne. Uno su tutti quello messo in atto da Licio Gelli e dai vertici del Sismi infiltrati dalla P2 per far ricadere la responsabilità della strage di Bologna sullo spontaneismo armato dei Nar, coprendo così i veri autori dell’eccidio. Per Bologna sono stati riconosciuti colpevoli Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che a tutt’oggi si dichiarano però estranei alla vicenda di sangue. Con la valigetta di Dalla Chiesa non si fa altro che continuare a raccontare una vicenda che i libri di storia ancora non hanno scritto.

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