I quotidiani licenziano e perdono pubblicità. Il futuro del giornalismo è sul web

Il settore editoriale italiano è in piena crisi. Sono soprattutto i tradizionali quotidiani su carta a risentire del calo vertiginoso degli investimenti pubblicitari, in picchiata dal 2008. I dati allarmanti sul futuro del giornalismo italiano arrivano da Accertamenti Diffusione Stampa (ADS), un’associazione che si occupa di certificare i dati di diffusione e di tiratura della stampa quotidiana e periodica pubblicata in Italia. Ebbene, secondo i dati forniti da ADS, l’acquisto della carta stampata da parte dei lettori è in picchiata, e il trend non accenna minimamente a cambiare direzione.

I numeri si riferiscono alle vendite nel mese di dicembre 2012, rispetto al mese precedente, ed i risultati sono a dir poco sconfortanti (confermati anche dalle indagini compiute dalla società Audipress) . A subire in modo maggiore gli effetti della crisi è il Corriere della Sera, il quotidiano di proprietà della Rcs che solo nell’ultimo mese dell’anno ha visto precipitare di 20.000 unità il numero delle copie vendute in edicola rispetto a novembre, un calo del 5.5%. Numeri da capogiro di poco più tragici di quelli di Repubblica che a Capodanno ha mandato al macero “solo” 10.000 copie in più, facendo segnare un meno 2.9%. Sull’orlo del baratro ci sono però anche i rispettabili colleghi dei due quotidiani a maggior diffusione nazionale. Non se la sta passando di certo bene La Stampa di Torino che, sempre secondo i numeri forniti da ADS, ha lasciato sul terreno ben 4.000 copie con un meno 2%.

 

Stessa sorte tocca al foglio amico di Confindustria, Il Sole24Ore, falcidiato da un’emorragia di 14.462 copie in meno vendute, pari ad un calo dell’8,6% rispetto al mese precedente, situazione da allarme rosso. Anche i quotidiani sportivi, poi, stanno per essere velocemente soppiantati dal web. Emblematica la posizione della Gazzetta dello Sport che, sempre a dicembre scorso, ha fatto registrare un calo di vendite di ben 7.000 unità, il 3,6% in meno. Numeri che portano dritti dritti verso una ingloriosa fine dell’esperienza editoriale cartacea italiana, così come, del resto, sta accadendo in tutto il mondo.

Ma a quali mezzi stanno ricorrendo  per salvare il salvabile i ricchi editori di quelli che una volta erano i grandi quotidiani italiani? Il caso Rcs è emblematico. La società editrice del Corriere -di cui fanno parte, tra gli altri, Fiat, Mediobanca, Banca Intesa, Rotelli, Pesenti e Della Valle– ha sempre abusato dello strumento del prepensionamento, pagato ovviamente con i soldi dell’Inpgi, l’istituto di previdenza per i giornalisti le cui casse però si stanno adesso desolatamente svuotando. Rcs, però, ha l’assoluta necessità di disfarsi al più presto di un numero di dipendenti compreso tra i 500 e i 700, di cui circa 60 giornalisti del quotidiano. Rcs ha uno scoperto bancario di circa 800 milioni di euro e vorrebbe salvarsi mandando in pensione tutti gli over 58 entro il 2013.

Peccato che il giochino contabile debba fare i conti con i chiari di luna dei conti Inpgi. Bene che vada, questa l’impressione, i giornalisti baby-pensionati dovrebbero usufruire della cassa integrazione o dei contratti di solidarietà. Solidarietà, se così si può definire, a cui è ricorso già Il Sole24Ore, il cui personale ha un contratto di solidarietà già da un anno. La prossima dipartita del giornalismo su carta è certificata dalla Mondadori del tycoon Berlusconi, dove i tagli dovrebbero riguardare per ora 50 persone. Non vuole essere da meno neanche lo storico rivale del Cavaliere, Carlo De Benedetti: il “suo” Espresso ne ha già prepensionate una dozzina (fortunate), seguito a ruota dalla Stampa della famiglia Agnelli (30) e persino dall’Avvenire, il quotidiano della Cei che si è già alleggerito di una decina di zavorre umane. Quella dei quotidiani cartacei contro internet assomiglia sempre più alla lotta di Don Chisciotte contro i mulini a vento, già si sa chi perderà irrimediabilmente.

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